Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

Continua »

Varie ed eventuali

Percorso della Valdastico in Trentino: Dellai propone lo sbocco in Alta Valsugana, ma rischia di peggiorare la situazione

La candidatura di Dellai nel collegio di Pergine ha ovviamente sollecitato la sua attenzione ai problemi della Valsugana e uno di questi è il completamento dell’autostrada della val d’Astico, al quale si è sempre opposto quando era presidente della Provincia. I valsuganotti da tempo volevano tale completamento per ridurre il traffico pesante che dal Veneto è diretto a nord gravando sulla Statale 47. La soluzione che egli sponsorizza appare non proprio un vantaggio per la Valsugana, portando a gravitare sull’Alta Valsugana anche quel traffico pesante che attualmente non è interessato a utilizzare la SS 47 e che utilizza il percorso autostradale A4-A22 via Verona, senza contare i possibili danni aggiuntivi idrogeologici, paesaggistici e l’aggravio di emissioni inquinanti da traffico. L’Alta Valsugana in ogni caso non ne beneficia, neppure “vendendo” il tratto dalla piana di Levico-Caldonazzo a Trento Sud come parte della “circonvallazione ” di Trento, come immaginificamente la definisce Dellai (per la verità come pezzo di circonvallazione è veramente lunga!).

Ma veniamo allo sbocco della galleria a Trento Sud, dove si stende l’ampio spazio ambientale di boschi e laghetti del Casteller. Quali conseguenze per l’ambiente e l’assetto idrico dalle emissioni dei veicoli e dallo scavo? Già Dellai ha fatto inutilmente depositare un’enormità di scarti di galleria negli spazi agricoli fra Trento e Mattarello per caserme che non verranno mai fatte. E’ giusto completare l’opera danneggiando anche le colline del Casteller o quelle vicine?

Da ultimo la sollecitazione di guardare a un raccordo autostradale per le sue valenze di sistema, cui ha invitato anche l’ex sindaco di Levico Carlo Stefenelli. Lo sbocco dell’autostrada nell’Alta Valsugana va a interessare un’area già congestionata. V’è, invece, un’area industriale che ha subito crisi, quella di Rovereto. Il raccordo della val d’Astico con Rovereto ne rafforzerebbe la centralità, aiuterebbe, invece che creare più problemi.

Perché Dellai e Provincia sostengono la soluzione dello sbocco in Alta Valsugana, che pur non pare avere vantaggi rispetto allo sbocco a Rovereto? Pare di capire che il motivo stia nello scaricare su chi avrà l’autostrada (o superstrada che sia) gli oneri stradali altrimenti a carico della Provincia per risolvere i problemi della viabilità della SS 47, almeno da Levico a Trento. Una SS47 declassata a strada locale urbana non necessita di grandi interventi a carico della Provincia, come invece la galleria sotto il colle di Tenna per tutelare il lago di Caldonazzo. Niente di male, se così fosse, risparmiare risorse provinciali, ma sarebbe meglio dirlo, non spacciare un progetto come “uovo di colombo” così vantaggioso che ha fatto convertire alla PI-RU-BI chi l’ha combattuto per decenni!

Spero che a orientare le scelte trentine sia soprattutto una seria analisi di impatto, ambientale, economico, sociale, di più alternative.

Tariffe elettriche ingiustificate per costruzioni rurali d’uso stagionale

Già tempo fa sui giornali locali sono state registrate lamentele, anche da parte mia, circa il prezzo dell’energia elettrica, pur per tariffe dette di “maggior tutela”. Ma nulla è cambiato, né a livello nazionale né provinciale né a livello locale, almeno dove l’azienda elettrica è comunale o di consorzio tra più comuni, come a Primiero.
Mi è arrivata oggi la bolletta per l’energia elettrica in un maso sito a Primiero, allacciato alla rete ACSM per una potenza di 1,5KW. Per consumo zero, nell’ultimo bimestre del 2017 l’importo da pagare è di euri 40.78. Ho chiesto alla moglie, che tiene le bollette pagate, di farmi il calcolo di quanta energia è stata consumata nel 2017 e di quanto è il totale delle bollette. I KWh sono stati 295 e l’importo totale delle bollette euri 289,92, quasi tutti nel quarto bimestre (luglio ed agosto). Il costo per KWh è stato di quasi un euro a KWh (esattamente0,9828), una cifra assurda, e sarebbe tariffa di “maggiore tutela”! Solo meno di un quarto è il prezzo dell’energia: il resto sono gabelle varie (la maggiore definita misteriosamente “oneri di sistema”), fatte pagare anche a consumo zero, come è accaduto per 4 bimestri su sei.
Possibile che l’autonomia provinciale e l’autonomia aziendale ACSM non consenta di cambiare una situazione che non tiene conto della differenza tra una seconda casa e una costruzione rurale al servizio di un prato di montagna, il cui sfalcio è ritenuto meritevole di incentivazione per garantire la cura dell’ambiente e del paesaggio?
Si aggiunga che sulla stessa costruzione rurale viene fatta pagare l’imposta patrimoniale a tariffa elevata, come seconda casa (anche se non v’è nemmeno una strada comunale percorribile con mezzi) e soprattutto la tariffa per un servizio di raccolta rifiuti solidi urbani, del tutto mancante, per cui le pochissime immondizie prodotte nelle poche settimane d’uso sono portate a casa propria, per la quale il servizio è già abbondantemente pagato.
Non è tempo che chi ha responsabilità di ciò si muova?

Chiedere la modifica delle regole europee non significa essere contro l’Unione Europea

di il 1 febbraio 2018 in Europa, Varie ed eventuali con Nessun commento

Lettera a Pierangelo Giovanetti, direttore de l’Adige:
il suo editoriale su l’ADIGE del 28 gennaio mette giustamente in guardia i lettori dal sottovalutare, nelle loro scelte elettorali del 4 marzo prossimo, il tema della costruzione di un’Europa unita, cui si avviano a dare nuovo impulso Francia e Germania. I veri sovranisti sarebbero coloro che operano per un’Europa più unita, non coloro che vogliono tornare a rafforzare le sovranità degli stati nazionali.
Così come scritto, il suo editoriale non nutre critiche verso l’Unione Europea come la conosciamo, ma è critico verso chi chiede una revisione del modo di operare dell’Unione, mettendo in primo piano malintesi interessi nazionali. Tra i programmi dei partiti per quanto se ne sa, solo quello dei Radicali di Emma Bonino adotta tale prospettiva, forse nella speranza di ripetere in Italia almeno una parte del successo avuto da Macron in Francia.
Vorrei portare qualche elemento per ulteriori valutazioni.
Il primo è la constatazione che i processi di integrazione di realtà economiche a diverso grado di vantaggio o svantaggio competitivo portano necessariamente vantaggi alle parti più efficaci nella competizione e svantaggi allee altre. Lo ha dimostrato in Italia il processo di unificazione dell’Italia e lo sta mostrando la politica di globalizzazione degli ultimi decenni. Senza adeguate compensazioni per le aree svantaggiate, più integrazione porta a più disuguaglianza. Ma queste compensazioni non vengono da sole, bisogna negoziarle da parte degli Stati nazionali deboli (e delle regioni deboli).
Il secondo concerne il ruolo delle istituzioni democratiche, deputate a rappresentare e perseguire il bene comune. Più si sale nella scala di organizzazione collettiva, più i meccanismi democratici si indeboliscono rispetto agli interessi delle élites finanziarie e della produzione ad alto valore aggiunto. Difficile sostenere che le lobbies che agiscono a livello globale favoriscano il bene comune globale o europeo. E i poteri politici dell’Unione Europea non sembrano immuni dall’influenza delle lobbies finanziarie.
Il terzo concerne il vincolo, che Lei richiama, dei limiti posti dal debito pubblico. Sensato richiamare l’Italia a rispettare le regole europee su deficit e debito, ma senza mutare tali regole si rischia il blocco delle economie dei paesi meno avvantaggiati. Il debito pubblico va usato come variabile strumentale nel governo della congiuntura economica, come ha insegnato Keynes, ma l’unico modo per poterlo fare è sottrarre agli interessi finanziari che controllano le banche centrali, nazionali ed europea , il potere di emissione di moneta. Non può farlo, con l’euro, la singola banca centrale nazionale, ma può farlo una Banca Centrale Europea che emette moneta al servizio delle politiche economiche a scala europea (che include anche politiche economiche nazionali con un certo grado di autonomia decisionale, secondo il principio di sussidiarietà). Senza una sovranità monetaria pubblica europea più integrazione condizionata da vincoli fissi al bilancio degli stati, significa condannare le economie meno avvantaggiate. Il debito pubblico esiste solo perché qualcuno emette moneta e la dà in cambio di titoli di debito. Per la spesa pubblica il debito non ha ragione di esistere; servono solo regole, se l’emittente moneta è pubblico.
Quarto elemento concerne il rispetto del principio di sussidiarietà, previsto nei trattati europei, ma di fatto soccombente rispetto ad altri principi “centralisti”. Più integrazione va bene solo per le attività di pubblico interesse che non possono essere svolte in modo efficace ed efficiente a livello nazionale o sub-nazionale. Si pensi ad es alla difesa e alla politica estera. Ma l’Unione Europea si è dedicata soprattutto ad attività che possono tranquillamente essere lasciate all’autonomia di stati, regioni, comuni, aziende e individui. Si può (e si deve) dire più integrazione, ma si può (e si deve) anche dire più autonomia, più rispetto delle singolarità culturali e politiche dei paesi e dei popoli che compongono l’Europa.
Chiedere, allora, che si riveda il funzionamento delle istituzioni europee (comprese quelle della Corte di Strasburgo, che talvolta agisce come istituzione che vuole regolare la morale, specie nel campo del diritto alla vita e della famiglia) non può essere solo oggetto di preoccupazione.

Conta lo stupire, più del fare bene il proprio compito.

Le cronache di questi giorni non cessano di stupire: c’è una voglia di far qualcosa fuori dall’ordinario in modo da creare la sensazione della trasgressione, del violare regole e consuetudini. Basti leggere l’Adige del 10 dicembre.

La più strana delle iniziative è quella del MUSE, che organizza per 80 euri a testa una notte in museo, con “veline”, aperitivo con biscotti fatti di grilli (poveri grilli, neppur loro si salvano), discussione sul sesso nelle piante, bivacco notturno con sacchi a pelo. Così fanno noti musei a Londra e a New York; bravo il MUSE trentino: è il primo in Italia! Deve stupire.

Poi c’è chi s’è inventato a Trento la “notte bianca” per la festa dell’Immacolata Concezione; non bastano i mercatini a mercificare Natale; c’è un’altra festa fuori dall’ordinario da utilizzare per far soldi, stupire e divertirsi con musiche e balli, l’Immacolata. Se poi qualche vandalo devasta un presepio in Piazza Vittoria o se qualcuno pesta dei vigili che richiamano all’obbligo di contenere i volumi della musica, tutto sommato si può sopportare. La notte bianca è stata un successo decreta Nicola Maschio in una cronaca del suo giornale, che nella stessa pagina titola in grande “L’aggressione” a vigili e carabinieri. Come si combinino queste cronache è difficile capirlo.

A Primiero le suore cappuccine di clausura non paiono accontentarsi della vita di contemplazione: organizzano una serata con mussulmani sufi e con induisti, con discorsi, musiche, canti della montagna. Bello dialogare con culture diverse, anche se di induisti a Primiero non ne ho visti e i mussulmani, pochi, non mi pare appartengano alla setta dei sufi, mistici di musica e danza fino al “trance”.

A San Giovanni di Fassa, nuovo comune, attrezzano il Municipio con una sala polivalente, sì, ma pensata anche per il ballo. 850.000 euri il costo. “Scelta originale” la definisce l’articolo di cronaca, intitolato “Tutti in municipio a ballare”. Con cucina.

E si potrebbe continuare con altre iniziative durante l’anno, altre “notti magiche”, feste gay, corse funambolesche, palazzi storici importanti destinati alla gastronomia, ….. basta stupire, fare qualcosa fuori dall’ordinario. I musei non si accontentano di essere musei; gli amministratori (e gli esercenti) non si contentano di fornire buoni servizi, ma devono “divertire”, “attrarre”, vedere le città affollate anche quando di norma si dovrebbe stare a casa in compagnia dei propri cari; le feste religiose sono viste come occasione di affari e di consumi, le suore di clausura non si accontentano nel silenzio di pregare, meditare e lavorare per il loro sostentamento; i sindaci vogliono che nel loro municipio si possa suonare e ballare, divertirsi. Ma se si tratta di conservare memoria architettonica della Trento industriale, come le due belle e slanciate ciminiere Italcementi, sfida verticale umana, preoccupano i soldi da spendere; se si tratta di costruire bacini d’acqua per irrigare gli orti della Val di Gresta si aspetta che in mezza valle siano abbandonati, se si tratta di accorciare le liste d’attesa per una visita specialistica, si confida nelle tasche dei cittadini che ne hanno bisogno e vanno a pagamento; se la ricerca umanistica e sociale langue per carenza di fondi, si scarica in modo inefficace l’onere o sullo stato o sull’Unione Europea; se lupi e orsi devastano le attività dei piccoli allevatori marginali ci si limita a votare contro ad assurde norme nazionali-europee, e così via per i molti aspetti della vita “ordinaria”. Ci si accontenta di regole per le preferenze, come se gli elettori e le elettrici che apprezzano il “genio femminile” in politica non avessero potuto già prima votare donne che lo esprimono in modo adeguato. Perché non si accetta la “normalità”?

Chiude a Primiero il convento dei Cappuccini; si perde un pezzo di identità, ma autorità civili e religiose hanno fatto il possibile?

Con domenica prossima 12 febbraio i frati cappuccini di Primiero salutano i fedeli e lasciano il convento, dopo circa novanta anni di presenza. Lo fanno per decisione, annunciata con una bella lettera, del responsabile della provincia veneta padre (ora fra) Roberto Genoin (alla quale quella trentina è stato aggregata), in difficoltà a mantenere aperti i conventi per la diminuzione di persone che scelgono di essere religiosi della famiglia cappuccina, parte di quella francescana. Si sono già presentate positivamente sulla stampa le suore clarisse cappuccine di Fabriano, che da tempo volevano lasciare Fabriano e che, tra le varie possibilità di scelta, in Trentino e altrove, hanno chiesto insediarsi a Primiero, certamente una località più attrattiva di altre offerte. I danni subiti dal loro convento per i recenti terremoti in Italia centrale hanno indotto ad accelerare di alcuni mesi il trasferimento.
Per alcune generazioni di primierotti la presenza dei cappuccini era ed è significativa. Portando il solo caso personale, lo è stata per mio padre, che accompagnava regolarmente i fratelli cappuccini nella questua per raccogliere, di inverno, su slittoni, legna da ardere e letame per l’orto; lo è stata per me, chierichetto dalla seconda elementare fino ai 15 anni (con il record, d’estate, di 13 messe consecutive di preti e frati ospiti, servite in una mattina, con pausa colazione, a partire dalle 5.30, quando ancora non c’era la concelebrazione) e accompagnatore-facchino per la questua di granoturco da polenta e di fagioli e da molti anni ora lettore alla messa domenicale. Ma tale presenza è stata significativa per tutta la comunità, trovandosi tra l’altro il convento, con la chiesa dedicata a San Antonio da Padova, all’intersezione centrale tra i comuni di Tonadico, Transacqua e Fiera, centro del nuovo comune unificato, in prossimità della sede della Comunità. Si può ricordare come due delle figure dipinte sulla facciata della chiesa della Madonna dell’Aiuto, in centro a Fiera, sono due frati cappuccini del convento, fra Simone, figura storica della presenza cappuccina, e padre Cornelio, figura aristocratica di asceta, intellettuale anche nei suoi sermoni. Ma i frati avevano un ruolo esteso a tutta la valle soprattutto in occasione delle annuali confessioni pasquali: lunghe file di uomini al confessionale, perché i frati si diceva fossero “ più larghi de manega” e soprattutto perché gli uomini non volevano confessare i peccati al loro parroco. Ma la presenza di primierotti era grande anche per le indulgenze del “Perdon di Assisi”. Sempre poi affollatissime le messe nei mesi estivi, e anche negli altri il sabato sera e la domenica alle 11, con presenze nel coro e dietro l’altare. Pure il Movimento dei Focolari ha una delle sue radici nella chiesa dei cappuccini.
Come la stampa ha dato notizia, sono state raccolte circa 1600 firme di fedeli (anche via internet, con l’aiuto del figlio Daniele),per indurre i responsabili a non chiudere il convento , oltre che per ringraziare i cappuccini della loro lunga presenza e queste sono state personalmente portate da Bruno Simion, già sindaco di Fiera, e da me al padre provinciale a Mestre. Non siamo riusciti a far cambiare decisione. Dal colloquio avuto, cordiale ma franco, con il padre provinciale ci è stata illustrata la difficile situazione nella quale versano le presenze cappuccine in Trentino. Abbiamo avuto l’impressione che in altri casi (vedi Terzolas) si siano mosse anche le autorità locali per far riaprire con successo una presenza. Non risultano che lo abbiano fatto le autorità locali, né civili né religiose, di Primiero; queste ultime, anzi, avrebbero garantito il servizio religioso alla comunità di suore, su impegno anche del vescovo, forse per evitare che venissero a mancare anche le suore. Ma se si fosse scoraggiato l’insediamento delle suore, inducendole a sceglierne un altro, magari già vuoto, si ,sarebbe ugualmente chiuso il convento di Primiero, dove ci sono due padri validissimi, non anziani, anzi uno molto giovane? . Non occorre essere sociologi per capire come nel prendere decisioni, che in questo caso spettano ovviamente in piena autonomia ai responsabili dell’ordine religioso, si tenga conto di una pluralità di elementi. Tra questi nel caso di Primiero, è mancata la presenza attiva delle autorità locali. Queste di solito si mobilitano se chiude o si trasferisce un’impresa significativa o qualche servizio alla popolazione; viene il dubbio che la chiusura di un convento sia ritenuta invecedalle autorità civili non importante per una comunità, che pur nella quasi totalità è di religione cattolica. E non si tratta di una sorta di rispetto della laicità dell’amministrazione: il sindaco è esemplarmente presente ed interviene positivamente in occasione di manifestazioni religiose. Spero che almeno alla messa di addio di domenica prossima il sindaco ci sia e possa quanto meno testimoniare la riconoscenza per i molti decenni di presenza cappuccina a Primiero: non lasci questo compito solo alla lettera sottoscritta dai circa 1600 cittadini (di Primiero e alcune anche di ospiti), né pensi di non farlo perché l’iniziativa della raccolta di firme ha visto come protagonista un consigliere di opposizione, Paolo Simion..

APPENDICE: COMMENTO A RISPOSTA PICCATA DEL SINDACO DI PRIMIERO S.M.C. Daniele Depaoli pubblicata su l’Adige:
Leggo con piacere, in cronaca di Primiero del 9 febbraio, che, come dichiara il sindaco, l’amministrazione comunale di Primiero San Martino di Castrozza, e gli altri sindaci della valle parteciperanno alla messa delle 11 di domenica prossima, nella chiesa dei Cappuccini, per ringraziare della presenza cappuccina che, dopo una novantina d’anni, si chiude. Verrà offerto persino un pranzo. Mi ha invece negativamente sorpreso l’accusa che il sindaco mi fa di aver voluto strumentalizzare politicamente e demagogicamente la chiusura del convento, ritenendo egli di non dover accettare consigli da nessuno sul cosa fare. Frequentando sempre la chiesa dei cappuccini e parlando con alcuni fedeli, ho rilevato che nessuno aveva presente che il sindaco si fosse attivato per evitare la chiusura del convento, e anzi, qualcuno, mi invitava a fare qualcosa, percependo erratamente un ex-parlamentare, ex già da 11 anni, ancora come uno avente influenza. Ciò che si è saputo pubblicamente è che il sindaco avrebbe risposto a una interrogazione del consigliere di minoranza Simion, senza recepire la sollecitazione ad attivarsi. Poi più niente. Non mi pare neppure che vi sia stato qualche sostegno da parte del sindaco o degli amministratori alla raccolta di firme. Mi sorprende, anche, che il sindaco abbia rinunciato a pressioni dopo che gli è stato detto che la decisione da parte del Provinciale era già stata presa; come ogni persona che si occupa di decisioni, sa che queste possono essere cambiate; è successo e succede, se vi sono pressioni adeguate e ragionevoli. Può anche succedere che si torni sui propri passi. E per sapere se ciò si possa ottenere, non lo si può certo chiedere a chi una decisione l’ha appena presa! Voglio, infine, rassicurare il sindaco che non ho alcuna intenzione di strumentalizzare politicamente una vicenda; se lo si volesse fare, esisterebbero molti altri importanti motivi per farlo, da inadempienze agli impegni presi nello Statuto alle difficoltà di organizzare l’unificazione, per non parlare di problemi gravi aperti di tipo economico e infrastrutturale. Rispetto le difficoltà di un avviamento stentato. Anche se la percezione diffusa tra la gente che il Comune non ha esercitato pressione per ottenere la permanenza dei cappuccini (della quale mi sono fatto portavoce) fosse sbagliata, anziché irritarsi e dichiarare di non tollerare critiche sarebbe stato meglio ringraziare chi ha promosso la raccolta di firme e le ha portate a Mestre: quanto meno ha reso più caldo e popolare il ringraziamento ai cappuccini.

san Giuseppe Freinademetz: con Demarchi e ladini di Badia (1988) alla ricerca in Cina della sua tomba, distrutta

di il 11 febbraio 2017 in religione, Varie ed eventuali con Nessun commento

La notizia pubblicata sul Trentino (cronaca dalla val di Fassa) del 3 febbraio, che il prossimo 7 febbraio a Pera vi sarà una celebrazione in ricordo di San Giuseppe Freinademetz, ladino della Badia, missionario verbita in Cina, venerando con l’occasione una reliquia del santo proveniente dalla sua arca sepolcrale, reliquia donata da mons. Bressan, mi sollecita a scrivere di un episodio di quasi trent’anni fa, superando la ritrosia.

La notizia mi riporta alla memoria un viaggio in Cina (con mia moglie, nonostante i tanti figli) organizzato dal prof. don Franco Demarchi, cui partecipava anche un gruppo di badioti, accompagnati da un sacerdote ladino, che volevano portare nella chiesa che fu di Freinademetz un presepio e visitare la sua tomba, nell’ottantesimo della sua morte (era il 1988). Visitammo la chiesa (allora frequentata da poche vecchiette, qualcuna con i piedi piccoli come da tradizione cinese della fasciatura stretta, per rendere leggiadro l’incedere femminile), i badioti lasciarono a una specie di sacrestana il presepe (opera artistica dell’artigianato della Badia), si parlò con un paio di donne molto anziane che ricordavano la presenza del missionario ladino. Il problema nacque quando don Demarchi, in modo non previsto dal programma della visita (l’organizzazione era stata predisposta da un’agenzia su incarico dell’ente che pubblicava la rivista, ricca di belle fotografie della Cina, “La Cina Illustrata”, della quale don Demarchi era grande diffusore in Italia), chiese di poter andare sul luogo dove era stato sepolto padre Freinademetz. Distava molti chilometri, le strade per raggiungerlo erano strette e tortuose, in mezzo a colline. Garantendo il pagamento di un supplemento agli organizzatori e un’adeguata mancia agli autisti (un paio di pullman), dopo molte insistenze, tenuto conto della figura di Demarchi, molto apprezzata dai cinesi (non solo per la diffusione della rivista, ma anche per l’ospitalità estiva organizzata da anni in Italia per studenti cinesi) e del fatto che molti dei partecipanti erano venuti apposta dalla Val Badia, venne concessa l’aggiunta fuori programma, tra l’entusiasmo dei partecipanti. Dopo un viaggio non facile e non breve (forse un’oretta), si giunse sul luogo, quasi in cima a una collina. Era recintato e l’accesso era chiuso da robusti cancelli di ferro. Non si scorgeva in prossimità edificio alcuno, se non un piccolo scorcio di una costruzione alta. Vennero degli addetti e dissero che non si poteva entrare. Vi furono insistenze da parte di Demarchi e del sacerdote ladino, ma i custodi furono irremovibili, anche dopo una verifica compiuta con i responsabili del luogo. Don Demarchi, che conosceva le debolezze umane, cominciò ad estrarre dal suo portafoglio un pacchetto di banconote rosse (da 100 remimbi, il taglio massimo), offrendole come mancia, ma niente da fare. Raddoppiò e poi triplicò il pacchetto (una bella somma) e alla fine concessero a lui e al sacerdote ladino (solo a loro) di entrare nel luogo dove c’era un tempo un convento dei verbiti e il cimitero dei padri. Tornarono dopo un po’ molto delusi: avevano solo visto il luogo dove c’era il cimitero, distrutto dalla “guardie rosse” maoiste; non c’era segno alcuno di tombe; al posto del convento c’era un ospedale psichiatrico ( e c’è da giurare che non fosse ispirato alle teorie di Basaglia!). Almeno però avevano visto il luogo ed era per loro già qualcosa.

Sono rimasto quindi piacevolmente sorpreso del fatto che il nostro vescovo emerito, studioso della Cina e tra i principali sostenitori, anche come Diocesi, del Centro Martino Martini di Trento, sia venuto in possesso di una reliquia della tomba. Sarebbe interessante conoscerne la storia, forse legata all’amore dei cristiani della parrocchia del Freinademetz verso il loro missionario, molto amato; che siano intervenuti all’epoca della distruzione delle “guardie rosse” per conservare almeno qualcosa che era stata in contatto con il santo? E chi poi, e quando, ne ha fatto dono a mons. Bressan? Forse in occasione della santificazione? Nella chiesa a lui dedicata in Badia c’è la foto della tomba. Chi l’ha data ai badioti? La congregazione dei Verbiti? Curiosità che appagherebbero un po’ i “pellegrini” in Cina del 1988!

catasto stufe a legna:burocrazia inutile a danno popolazioni montane

Nei giorni scorsi mi giunge una lettera della ditta che mi ha installato la caldaia a gas per il riscaldamento e l’acqua calda, invitandomi a prenotare il controllo per l’annuale manutenzione, avvisando che si sarebbe dovuto fare un nuovo libretto. Durante la telefonata di mia moglie per prenotare il controllo, l’esperto della ditta comunica che devono essere censiti in un apposito catasto anche tutti gli apparecchi che usano legna o altri combustibili e che ciò avrebbe comportato un’ulteriore spesa da rapportare al numero di apparecchi. Sorpreso per ciò, controllo via internet la normativa statale e provinciale, la quale obbliga al censimento solo gli apparecchi fissi (purché di potenza nominale complessiva superiore a 5 kw). La ditta, ricontattata, conferma che stando alle istruzioni avute in appositi corsi provinciali, devono essere censiti tutti gli apparecchi, compresi quelli mobili (cucine economiche, stufe), e indipendentemente dalla potenza. Di fronte alle mie rimostranze la ditta, evocando rischi di multe salatissime di migliaia di euri nel caso non procedesse come indicato dai tecnici provinciali, si è rifiutata di procedere al controllo e alla manutenzione della mia caldaia a gas da essa installata. Fin qui la breve cronaca di un episodio che probabilmente riguarda i molti che usano anche o solo legna da ardere.

Credo necessario un chiarimento da parte dell’Assessore provinciale competente e dell’Agenzia provinciale per le risorse idriche e l’energia. Se fosse vero che, contrariamente alle norme scritte, la Provincia abbia istruito i manutentori a registrare nell’apposito catasto (e con oneri a carico del cittadino) anche le stufe e le cucine economiche (“el fogolar” a Trento e lo “spolèr” a Primiero) nonché i caminetti (anche quelli che svolgono ormai solo una funzione estetica di arredamento), siamo all’assurdo. Ad es. a Trento ho una stufetta molto piccola, su un corridoio, che uso forse due – tre giorni all’anno, in caso di forte freddo: dovrebbe essere accatastata, dovrei pagare il corrispettivo, e se il prossimo anno la elimino o la cambio, dovrei procedere alle variazioni del catasto. Idem per due stufe a Primiero che uso pochissimi giorni all’anno, se le uso.

La normativa nazionale (che dice di recepire normative europee – povera Europa!) prevede la possibilità di adattamenti da parte delle regioni e delle province autonome: possibile che in una provincia montana autonoma non si faccia buon uso di tale autonomia? Sarebbe interessante sapere se gli estensori delle norme provinciali vivono nei paesi del Trentino o in città, dove l’uso della legna da ardere è divenuto raro. Per chi vive in montagna, dopo l’orso e il lupo, anche la penalizzazione di chi usa stufe a legna, magari, come nel mio caso, per integrare l’impianto a gas con risparmio di energie non rinnovabili. Mi sorge il dubbio che si ripeta quanto ho visto fare a Roma: per calmare i meccanici che, con la rottamazione delle vecchie automobili, vedevano calare il lavoro, hanno reso più frequenti le revisioni. Forse che in Trentino si vuole dare più lavoro ai manutentori? Che senso ha poi prevedere obblighi di accatastamento e controllo anche per gli impianti allacciati alla rete di teleriscaldamento (come a Primiero?) Rilevo poi un’altra incongruenza della normativa nazionale non rimediata dall’autonomia provinciale: la manutenzione si deve fare secondo le istruzioni del fabbricante la caldaia (nel mio caso ogni anno), mentre il controllo di efficienza energetica, per impianti come il mio, ogni quattro anni. Ma se faccio manutenzione, prescrive la legge, sono obbligato a fare anche il controllo di efficienza energetica (quindi ogni anno!). Che senso ha? Come infine calcolare la potenza nominale di una stufa a legna che ho da decenni? Devo chiamare un tecnico per fare i calcoli e le prove di efficienza? Siamo all’assurdo della burocrazia, europea, italiana e trentina. I trentini si meritano altro!

Ringraziare Lutero?

di il 6 novembre 2016 in Varie ed eventuali con Nessun commento

Vita Trentina del 23 ottobre riporta un’intervista a mons. Brian Farrel, segretario del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. Tra i temi le celebrazioni dei 500 anni della riforma luterana, che vedranno il 31 ottobre anche la presenza in Svezia di Papa Bergoglio. Il monsignore parla di spirito di amicizia tra cattolici e luterani, dell’opportunità di sottolineare le cose che accomunano anziché guardare a quelle che dividono. Giusto camminare nella reciproca carità, ma mi chiedo che carità, che amore sia quello che nasconde all’altro (o mette tra parentesi) la verità. La verità non si scaglia, certo, ma si dice, in spirito fraterno. Che proprio a Trento, città della riforma cattolica in risposta alla riforma luterana, da parte di mons. Farrel si sconfessi la lunga storia della preservazione della verità contro le eresie luterane e in generale protestanti, dicendo che invece bisogna valorizzare l’apporto alla chiesa universale della riforma protestante, mi è sembrato fuori luogo. Le verità proclamate in modo solenne dal Concilio di Trento, smentendo contrarie affermazioni luterane, sono ancora valide?

Una cosa è orientare i rapporti tra cattolici e protestanti a spirito di carità; altra cosa considerare positivamente gli apporti della riforma protestante. Da sociologo vorrei ricordare come Max Weber rintracci proprio nell’etica protestante la fonte dello “spirito del capitalismo”, che non mi risulta possa essere valorizzato dalla dottrina sociale della Chiesa cattolica, neppure nella versione ultima di Papa Bergoglio. Anzi! Da sociologo che da decenni studia sui valori, non posso non ricordare come in tema di vita umana e di famiglia sono le società influenzate dalla riforma protestante a non conoscere limiti etici. Per non parlare dell’esigua percentuale di cristiani che assistono alla messa e dell’aumento forte di non battezzati. Non si può tacere, inoltre che è stata proprio la riforma luterana a trasformare il rapporto dialettico tra autorità religiosa e autorità politica realizzato nel Medio Evo e continuato in età moderna, in un’asservimento della chiesa al potere politico, negando la laicità di questo. E non è solo il caso del principio per cui il popolo doveva avere la religione di chi aveva il potere politico (“cuius regio, eius religio”) o della Regina di Gran Bretagna, capo della Chiesa anglicana, ma anche fino a ieri dei paesi luterani nord-europei. Dobbiamo ringraziare di tutto ciò Lutero e la riforma protestante?

Mons. Farrel afferma che tra cattolici e luterani non vi sono poi grandi contrasti. Quelli che ci sono vengono da lui considerati di non grande importanza, un abbaglio preso da Papi e vescovi per 500 anni? Motivati da rivalità? Forse è il caso di approfondire la questione……

Conflitto di interesse e ipocrisia diffusa

di il 2 gennaio 2016 in Varie ed eventuali con Nessun commento

in questi giorni si è aperto il dibattito sul modo nel quale sono gestite le banche, con particolare riferimento a quella dell’Etruria, per la quale il Governo non ha attivato procedure di salvataggio, facendo così pagare per il fallimento non solo gli azionisti, ma anche i possessori di un particolare tipo di obbligazioni (dette “subordinate”). Sotto accusa degli amministratori che avrebbero favorito per i prestiti loro stessi o loro amici, superando le necessarie prudenze nel concedere denaro. Il fatto che amministratore sia stato e sia anche il padre della ministra delle riforme Boschi ha avuto risvolti politici, con mozione di sfiducia alla ministra da parte del M5S.

Mi sembra di dover notare nei commenti a tale vicenda una notevole dose di ipocrisia; mi chiedo se non sia del tutto normale nella nostra società che si aspiri a cariche da cui dipendono decisioni rilevanti per interessi propri o di amici o clienti semplicemente per tutelare tali interessi. Accade così nelle cariche societarie di imprese economiche, tra le quali le banche, che hanno poteri economici rilevanti sul credito, ma accade così anche per le cariche amministrative, politiche, in associazioni che hanno qualche potere. Il “conflitto di interesse” è condizione normale: il primato spetta assai spesso all’interesse proprio o dei propri amici o clienti; quello dell’istituzione è per lo più posposto, se pur si riesca a capire quale sia, distinto da quello dei decisori.

Da sociologo non posso che rilevare come la struttura formale di un’associazione, di un’impresa o di un’istituzione raramente trovi corrispondenza in quella informale, che cerca di essere poco visibile. Le “regole” manifeste chiedono rispetto dei fini istituzionali; le esigenze di chi amministra non si compongono di necessità con i fini istituzionali, e a prevalere, di norma, sono esse.

Quanti sono gli amministratori comunali che tali sono diventati per poter controllare a vantaggio proprio o di amici o clienti le decisioni comunali in materia di urbanistica o di assegnazione di contratti di acquisto o d’opera? E come si spiega la competizione per diventare amministratori della casse rurali? Devozione verso gli ideali della cooperazione? E quella per entrare nei Consigli di Amministratori di enti vari? Disinteressato impegno per i fini dell’ente?

Le uniche cose che possono variare sono la misura nella quale si persegue l’interesse “particolare” e la procedura più o meno accorta con la quale si maschera tale interesse.

Non ci si può nascondere che vi sia che resta fedele, nel suo amministrare, solo agli interessi istituzionali; non è impossibile e dipende dalla statura morale dell’amministratore. Ma questa dipende dalle convinzioni circa il senso della propria vita. Non è un caso che nelle indagini sui valori, che da oltre trent’anni seguo, sia proprio una più forte religiosità a nutrire un maggiore rigore etico, e non solo in tema di sessualità e vita, ma anche in tema di doveri verso la collettività.

Che senso ha, allora, denunciare i tradimenti dell’interesse collettivo, lo stravolgimento dei fini istituzionali per un interesse egoistico, e nello stesso tempo svalutare la religiosità, limitarne la portata e il significato anche sociale in nome di una “laicità” che rende “sacri” valori della struttura formale, che è vuoto simulacro se manca un fondamento nei “valori ultimi”?

popolarismo e liste civiche

il Trentino del 23 dicembre pubblica un ampio intervento di Elena Albertini in merito al possibile raccordo tra formazioni civiche ed espressioni politiche del popolarismo, analizzandone le condizioni. I riferimenti sono fondamentalmente alla realtà trentina, ma il tema si sta ponendo anche su scala nazionale. Al seminario di Orvieto del 28 e 29 novembre scorsi (che ha approvato il Patto di Orvieto) partecipavano non solo formazioni politiche di ispirazione popolare, ma anche esponenti di esperienze elettorali civiche rilevanti anche a livello regionale (es. in Puglia, in Umbria). Si sta assistendo a un processo di riorganizzazione politica dell’area che alcuni chiamano “moderata” (come se quella egemonizzata da PD di Renzi non lo sia), ma che preferirei definire di ispirazione popolare, che trova radici nell’umanesimo cristiano, liberale nel senso di Rosmini e Sturzo ma anche sociale (dottrina sociale della Chiesa, mutualismo, cooperazione, sindacato, economia sociale di mercato), quell’umanesimo che ha informato di sé la Costituzione italiana.

Elena Albertini condiziona la ripresa di tale presenza politica all’emergere di un leader che sappia coagulare e attrarre consensi. Per ora tale leader non emerge, ma credo che il processo possa essere costruito ugualmente. Uno dei fattori che ha facilitato tale processo sta nella convinzione che il valore della democrazia come partecipazione non debba essere posposto alla rapidità dei processi decisionali garantiti dalla concentrazione del potere in una persona, in qualsiasi modo essa sia stata scelta direttamente alle elezioni. Tale posposizione era avvenuta prima con Berlusconi ed ora con Renzi. Tutta l’esperienza democratica della Repubblica fino ai primi anni Novanta era connotata dalla partecipazione, coinvolgendo le varie formazioni sociali; non era limitata al momento elettorale, peraltro pur esso attento alla rappresentatività, alla corrispondenza tra suffragi ottenuti e rappresentanza nelle istituzioni deliberative, principio regolativo essenziale della democrazia. La partecipazione motivava anche il rispetto delle autonomie, sociali e territoriali. Il movimento delle liste civiche esprime il desiderio di poter partecipare alle scelte di interesse della comunità, disconoscendo i partiti affermatisi negli ultimi vent’anni come strumenti efficaci per realizzare tale desiderio. E il fatto che quote rilevanti dei cittadini sentano tale movimento come positivo lascia sperare che la situazione possa cambiare. A ben pensare anche il rifiuto di votare è sintomo di distacco da un sistema politico verticista, come lo è l’innamoramento per metodi di partecipazione elettronica tipica del Movimento 5 Stelle, pur essendo tali metodi altamente selettivi, lasciando fuori dai processi partecipativi la grande maggioranza dei cittadini.

A livello nazionale le formazioni politiche interessate alla ricostruzione del popolarismo stanno orientandosi a sostenere il NO al prossimo referendum sulla riforma costituzionale voluta da Renzi (peraltro non ancora approvata in seconda lettura). La Albertini si chiede se forze politiche trentine che sostengono Renzi siano veramente ispirate al popolarismo. Il medesimo interrogativo a livello nazionale si può porre per “Area Popolare”, il gruppo parlamentare che unisce UDC (quel che resta) e NCD e che sostiene Renzi. Qualcuno si accontenta del fatto che Renzi, da giovane, è stato un popolare, ma le posizioni in tema di democrazia partecipata che egli ha espresso ed esprime (da ultimo sulle elezioni spagnole) fanno dire che semmai il valore della democrazia partecipata è espresso più dalla vera sinistra, non a caso a lui in opposizione.

Il terreno primo di incontro tra movimenti civici e movimenti ispirati al popolarismo di Sturzo e Degasperi, a livello locale e nazionale, è quindi, a mio avviso, quello della concezione della democrazia. Senza democrazia partecipata non c’è popolarismo e non c’è civismo. C’è tecnocrazia o elitismo vestiti da parvenze democratiche, che del resto non sono per lo più mancate neanche nei regimi più autoritari. Come si ricava dalle ricerche europee sui valori (EVS) è il culto dell’efficacia, della rapidità decisionale, della competenza tecnica il tarlo che sta corrompendo le democrazie oggi: popolarismo e civismo sono chiamati ad essere l’antitarlo.

Top

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi