Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Università di Trento: problemi che si aggravano e demoralizzazione docenti e ricercatori

di il 7 Marzo 2017 in scuola con Nessun commento

Sul Trentino di martedì scorso 21 febbraio a mo’ di editoriale il collega Gaspare Nevola ha messo in evidenza punti critici dell’attuale situazione universitaria che vanno ben oltre le difficoltà di erogazioni di cassa da parte della Provincia lamentate nei giorni scorsi dal Rettore in carica e dal Rettore precedente.

Sono ormai cinquantadue anni che, in ruoli diversi, passo le porte dell’Università di Trento e ho visto i diversi andamenti sia della didattica che della ricerca (e una volta si citava anche l’educazione permanente). Dopo la crescita tumultuosa iniziale, la crisi della contestazione, che ha colpito anche la didattica e la ricerca, si erano create le condizioni per un assetto virtuoso: lo Stato sosteneva i costi di normale funzionamento e la Provincia, liberata da questi dopo la statizzazione, integrava le risorse finanziarie soprattutto per la ricerca. Per i mandati nei quali ho diretto uno dei dipartimenti di sociologia e scienze sociali, la ricerca ha fruito di risorse che, in rapporto alle dimensioni, non avevano uguali in Italia. E’ stato il periodo dell’accreditamento scientifico dell’università di Trento a livello internazionale (e non solo europeo). L’Istituto Trentino di Cultura, con i suoi Istituti, tecnologici e umanistici, arricchiva ulteriormente la qualità della ricerca in campi specializzati.

A mio avviso la “riprovincializzazione” dell’università, verso la quale fui critico, ha fatto risperimentare ad essa le strettoie che avevano indotto Bruno Kessler, Presidente dell’Università, a uscire dal sistema Provincia. Non ne è stata l’unica causa. Meno larghe disponibilità finanziarie pubbliche, incertezze sul ruolo dell’ITC e dei suoi Istituti, politiche volte all’autofinanziamento della ricerca tramite concorsi a fondi europei e convenzioni con privati, desiderio di rettori di lasciare un segno del loro rettorato togliendo fondi alla ricerca ordinaria per concentrarli su progetti loro cari ( e l’analisi delle cause richiederebbe più spazio) hanno di fatto ridotto e concentrato le risorse dell’Università di Trento per la ricerca; lo posso dire con certezza per quella del polo sociologico, ma non mi pare che la situazione sia molto diversa in altri settori, specie del polo di città. Ai miei colleghi di Sociologia i fondi di ricerca dell’Università consentono di partecipare a qualche convegno e poco più. Negli anni ’80 e ’90 potevano consentire di fare ricerche in ogni parte del mondo, di creare centri attivi a livello nazionale ed europeo (cito il Centro Internazionale di Ricerca sulle Aree Montane, il Centro Studi Martino Martini, l’Associazione Italo-tedesca di Sociologia, con la sua rivista bilingue e seminari sul bilinguismo in Alto Adige, per limitarmi a iniziative intraprese dal prof. Franco Demarchi, cui ho partecipato). Ora il CIRSAM è morto da anni e le altre iniziative soffrono di penuria estrema di risorse. Difficile non capire come il morale medio dei docenti e dei ricercatori non sia alto. Si può, certo, competere a livello nazionale ed europeo, ma i piani nazionali talora saltano e alla capacità scientifica serve sempre più anche una capacità di fare lobby.

Sul piano della didattica pesano i limiti posti alla disponibilità di posti di docenza, essendo l’università sottoposta a vincoli stretti per la sostituzione di docenti andati in pensione, ma, come dice il collega Nevola, pesa anche la scarsa razionalità delle riforme introdotte, specialmente di quella che ha spaccato il curriculum per lo più quadriennale in una parte triennale e in una seconda biennale (detta ora corso di laurea magistrale). Nessuno pone mano a un’analisi valutativa di questa riforma (detta del 3+2). Non si esclude che per alcuni campi possa essere stata utile, ma per gli ambiti disciplinari che un po’ conosco (quello sociologico in particolare) essa ha creato per lo più confusione. Essendo il percorso biennale della laurea magistrale di fatto aperto a quasi tutti (difficile adottare logiche selettive adeguate, a prezzo della cancellazione del corso di laurea per insufficiente numero di studenti, per di più in presenza di orientamenti di riforma volti a non garantire una continuità di percorso formativo tra i due livelli di laurea) oggi un laureato magistrale in una data materia con buona probabilità ha una formazione più scadente del precedente laureato quadriennale. Nei primi tre anni si fanno meno cose che in quattro e le cose fatte nel corso di laurea magistrale non possono far conto su una continuità formativa con la laurea triennale, con grande eterogeneità delle preparazioni.
Anche per questa via, il morale medio dei docenti non mi pare alto. Non hanno il potere di cambiare e nessuno pone attenzione al problema. Si aggiunga che il potere di governo dell’Università, anche con il nuovo Statuto dell’Università di Trento, è stato spostato all’esterno, secondo logiche che si dicono ispirate al mercato. I Dipartimenti, i loro Direttori, hanno mero potere consultivo; gli altri docenti contano poco o nulla. Lo stesso Rettore può essere un esterno. Si è creato un sentimento di estraneità ai processi decisionali, che non può certo aumentare il morale.

Credo che di questo clima si debba tener conto quando si parla di Università, anche a Trento. La regione vanta autorevoli docenti universitari in Parlamento. Spero che riflettano al riguardo.

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