Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Renzo Gubert

Renzo Gubert

Nato a Primiero (Fiera) ( prov. di Trento) l'11 agosto 1944; primo di 10 figli, padre Giuseppe, di Fiera di Primiero, prima affittuario agricolo e poi manovale edile, madre Corinna Delmarco di Panchià (TN), coadiuvante agricola e casalinga;

Residente fino al 1950 a Fiera di Primiero e poi a Tonadico (Trento) (cap 38054), via Roma 55

Domiciliato a Trento (cap 38123), via del Nespolar 33

Stato civile: coniugato con Maria Silvia Zecchini nel 1971, con 9 figli (Daniele, Chiara, Giacomo, Maddalena, Elisa, Giuseppe, Francesco, Martino, Ester), cinque dei quali già sposati (e 13 nipotini) e uno sacerdote e religioso (Carmelitani scalzi).

CURRICULUM DEGLI STUDI E PROFESSIONALE

1950- 54 scuole elementari a Tonadico e 1954-58 quinta elementare e scuole medie presso il Seminario Minore Arcivescovile di Trento

1960-65 Diploma di ragioniere e perito commerciale, ITC Tambosi di Trento

1965-69 Laurea in Sociologia a Trento con voto 110/110 e lode; incarichi di insegnamento all’ENALC di Trento e alla scuola media del Seminario Minore Arcivescovile di Trento

1969-73 Borsa di perfezionamento del Ministero della Pubblica Istruzione in sociologia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università Cattolica di Milano

1972 Corso di perfezionamento di metodologia della ricerca presso la City University di New York

1973-74 Assistente incaricato di sociologia nell'università di Trento

1974-82 Professore incaricato di Sociologia (corso superiore) alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università Cattolica di Milano

1974-80 Professore incaricato di Sociologia urbano-rurale alla facoltà di Sociologia dell'Università di Trento

1976-80 Assistente di ruolo di Sociologia dei fenomeni politici e successivamente di Sociologia urbano-rurale alla Facoltà di Sociologia dell'Università di Trento

1980-92 Professore ordinario di Sociologia urbano-rurale alla Facoltà di Sociologia dell'Università di Trento

1990 Maitre de Conference invité, all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, Paris

1992-2001 Professore ordinario di Istituzioni di sociologia II alla Facoltà di Sociologia dell'Università di Trento (dal 1994 in aspettativa per mandato parlamentare). In seguito pensionato.

Dal 2007 Professore a contratto di Sociologia delle comunità locali alla Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento.

Titolare di piccola azienda agricola.

PRINCIPALI CARICHE ACCADEMICHE

1980-87 Membro del Consiglio di Amministrazione dell'Opera Universitaria di Trento e 1983-87 suo Vicepresidente

1982-83 e 1989-1996 Membro del Consiglio di Amministrazione dell'Università di Trento

1984-90 e 1991-93 Direttore del Dipartimento di Teoria, Storia e Ricerca Sociale dell' Università di Trento

PRINCIPALI CARICHE IN ASSOCIAZIONI SCIENTIFICHE

1985-89 Membro del Direttivo dell'Associazione Italiana di Sociologia e nel 1987 suo Vicepresidente

1984-1990 Membro del Council e poi dello Scientific Committee dell'European Society for Rural Sociology

1994-1998 Membro del Direttivo dell'International Institute of Sociology

dal 1989 al 2016 Membro del Consiglio di Amministrazione dell'Associazione italo-tedesca di Sociologia.

PRINCIPALI CARICHE IN ISTITUTI DI RICERCA

1985-89 Membro del Comitato Scientifico del Centro Ricerche Aree Montane, INEMO, Roma

1989 - 2015 Membro del Comitato Scientifico dell'Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia e dal 2007 suo Presidente

1992-1996 Membro del Comitato Scientifico dell'Europaeische Akademie di Bolzano

1989 - 2006 Membro dello Steering Committee dell'European Values Systems Study Group (poi European Values Study) Università Cattoliche di Tilburg (Paesi Bassi) e Lovanio (Belgio)

PRINCIPALI RESPONSABILITA' EDITORIALI

1969-74 Membro del Comitato di redazione della rivista "Prospettive di Efficienza-Numeri Unici di Sociologia" di Trento

1975-78 Membro del Comitato di redazione della rivista "La ricerca sociale" di Bologna

1976-…. Membro del Comitato di redazione della rivista "Studi di sociologia" dell'Università Cattolica di Milano

1979-80 Corresponding editor della rivista "Sociologia Ruralis- Journal of the European Society for Rurali Sociology", Wageningen (Olanda)

dal 1985 Membro del Comitato Scientifico della rivista "Annali di Sociologia-Soziologisches Jahrbuch" di Trento e dal 1992 suo Direttore responsabile

PRINCIPALI PUBBLICAZIONI

GUBERT R. La situazione confinaria, Lint, Trieste, 1972, pp.532

GUBERT R. L'identificazione etnica, Del Bianco, Udine, 1976, pp.520

GUBERT R. La città bilingue, ICA, Bolzano, 1978, pp.229

GUBERT R. Indagine preliminare su modelli di consumo, aspirazioni, atteggiamenti verso lo sviluppo nell'Asia sud-orientale in F.Demarchi (a cura di), Interessi e valori in conflitto nell'Asia equatoriale, EMI, Bologna, 1979,pp.335-540

GUBERT R., Solidarietà etnica e dimensione spaziale, in S.Goglio, R.Gubert, A.Paoli, Etnie tra declino e risveglio, Angeli, Milano, 1979, pp.160-213

GUBERT R., Strutturazione sociale dello spazio urbano e crisi della città. Analisi e ipotesi riorganizzative, in A.Scivoletto (a cura di),Sociologia del territorio, Angeli, Milano, 1983, pp.64-115

GUBERT R., POLLINI G., ROVATI G. Giovani, socialità e cultura, Provincia Autonoma di Bolzano, 1984, pp.513 (di Gubert i capitoli 2°, 3°, 4°, 5°, 6° e le Conclusioni)

GUBERT R., GADOTTI G., La struttura socio-spaziale di Trento – Contributi sociologici alla pianificazione del centro storico, Angeli, Milano, 1986, pp.374 (di Gubert pp.13-293)

GUBERT R., BALDESSARI A., BONATTA S., Proverbi e cultura rurale nel Trentino oggi, Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina, San Michele all'Adige, 1986, pp.212

GUBERT R., STRUFFI L.(a cura di) Strutture sociali del territorio montano, Angeli, Milano, 1987, pp.257 (in esso di R. Gubert: L’appartenenza socio-territoriale nelle aree montane: verso un modello causale, pp.67-100)

GUBERT R., DALLE FRATTE G., SCAGLIOSO C., L'altra faccia della scuola. Comunità e autonomia - un modello di gestione, Armando, Roma, 1988, pp.508 (di R. Gubert: Capacità di autonomia: un modello causale, pp.266-401)

SCHIERA P., GUBERT R., BALBONI E., L'autonomia e l'amministrazione locale nell'area alpina, Jaca Book, Milano, 1988, pp.744 (di R.Gubert: Parte II Il profilo sociologico, pp.155-543)

GUBERT R.(a cura di) Ruralità e marginalità, Angeli, Milano, 1989, pp.354 (di R.Gubert: Introduzione, pp.11-20 e cap 9° Conclusioni. Tre situazioni di marginalità rurale montana: un unico modello interpretativo?, pp.324-354)

GUBERT R. (a cura di), La sfida dello sviluppo in una società pastorale. Karamoja, Uganda, Jaca Book, Milano, 1989, pp.433 (di R. Gubert: Introduzione pp.1-6, capitolo 9: Gli atteggiamenti verso la modernizzazione, pp.281-320, (con M.Vigano) Progetti di intervento in Karamoja: sviluppo “difficile” o interventi sbagliati? pp.323-379 e Conclusioni, pp.381-391)

GUBERT R. (a cura di), Adulti e domanda di educazione Una ricerca in Alto Adige, Marcon, Città di Castello, 1991, pp.295 (di R.Gubert: parte IV Domanda ed offerta in ordine all’educazione permanente nella provincia di Bolzano, pp.239-253)

GUBERT R., TOMASI L.(a cura di), L'influsso di F.Le Play e della sua scuola sulla sociologia contemporanea, Reverdito, Trento, 1991, pp.183

GUBERT R., Mutamenti sociali e regioni del Nord-est, in Dal Ferro G., Doni P. (a cura di), Comunità cristiane e futuro delle Venezie, Atti del 1° Convegno ecclesiale, Messaggero, Padova, pp.139-189

GUBERT R. (a cura di), Persistenze e mutamenti dei valori degli italiani nel contesto europeo, Reverdito, Trento, 1992, pp.642 (di R. Gubert: Introduzione, pp.5-10, cap 8° Gli orientamenti socio-politici, pp267-346, e le Conclusioni, pp.569-578)

GUBERT R. (a cura di), L'appartenenza territoriale tra ecologia e cultura, Reverdito, Trento, 1992, pp.585 (di R. Gubert: Introduzione pp.9-17, cap. 3° I caratteri generali degli intervistati e del loro legame socio-territoriale, pp.139-332, cap 7° Le dimensioni dell’appartenenza territoriale: verso un modello causale, pp.411-532)

GUBERT R. Problemi e politiche dello sviluppo rurale: aspetti sociologici”, in G.Cannata (a cura di), Lo sviluppo del mondo rurale: problemi e politiche, istituzioni e strumenti – Atti del XXXI convegno di studi della SIDEA, Campobasso, 22-24 settembre 1994, Società italiana di Economia Agraria – Il Mulino, Bologna, pp.87-116

GUBERT R. TOMASI L. (a cura di), Teoria sociologica ed investigazione empirica. La tradizione della Scuola sociologica di Chicago e le prospettive della sociologia contemporanea", Angeli, Milano, 1995, pp.360

GUBERT R., Analysis of Regional Differences in the Values of Europeans, in Ruud de Moor (ed.) Values in Western Societies, Tilburg University Press, Tilburg, 1995, pp.179-194

GUBERT R. (a cura di), Cultura e sviluppo. Un'indagine sociologica sugli immigrati italiani e tedeschi nel Brasile meridionale, Angeli, Milano, 1995, pp. 508 (di R.Gubert: cap.11° La cultura dello sviluppo: un prodotto di appartenenze religiose ed etniche?, pp.419-450 e Conclusioni, pp.451-456)

GUBERT R. La qualità della vita nelle città alpine con particolare riferimento a Bolzano, Merano, Rovereto, Trento, in R.Contro (a cura di), Qualità della vita nelle città alpine Regione Autonoma Trentino-Alto Adige, Trento, 1996, pp.599-638

GUBERT R. (a cura di), Specificità culturale di una regione alpina nel contesto europeo. Indagine sociologica sui valori dei trentini, Angeli, Milano, 1997, pp.677+39; (di R.Gubert:, Identità culturale e valori dei trentini: lo scopo dell'indagine, pp.13-25; Gli orientamenti sociopolitici, pp.178-309; La percezione dell'identità culturale trentina e delle ragioni dell'autonomia, pp.453-533 e Il Trentino: la specificità culturale dei valori come originalità di composizione tra modernità e tradizione. Alcune considerazioni conclusive, pp534-552)

GUBERT R. Appartenenza e mobilità socio-territoriali: Primi risultati di un'indagine su operatori turistici nel nord-Est italiano, in A. GASPARINI (ed.), Nation, ethnicity, minority and border. Contribution to an international sociology, Isig, Gorizia, 1998, pp.187-195

GUBERT R. L'attualità di Martino Martini: per relazioni con la Cina che non siano solo rapporti d'affari, in Studi su Martino Martini, Studi Trentini di Scienze Storiche, LXXVII, 1998, n.4, Supplemento, pp. 673-677

GUBERT R. I valori dei giovani nell'Europa di oggi: presentazione di un'inchiesta,in S.BUCCI (a cura di), Giovani società educazione nell'Europa del 2000, Università degli Studi di Perugia, Perugia,1998, pp.37-56

GUBERT R. Mondi vitali tra indifferenza e conflittualità, in A:A:V.V. Società civile e mondi vitali, Rezzara, Vicenza, 1999, pp.19-36

GUBERT R. Identità e identificazioni etnico-nazionali/Etnische-nationale Identitaeten: ein keineswegs zwangslaeufiger Zusammenhang, Annali di Sociologia- Soziologisches Jahrbuch, 12, 1996 (edito 1999), I-II, pp. 197-218 /219-244

GUBERT R., MEULEMANN H. (a cura di), Valori a confronto: Italia e area culturale tedesca/Werte im Vergleich; Italien und der deutsche Kulturraum, Annali di Sociologia-Soziologisches Jahrbuch, 13, 1997, I-II (edito 1999); ( di R.Gubert, La differenziazione territoriale dei valori tra regionalità, nazionalità e sopranazionalità. I casi delle aree culturali italiana e tedesca in Europa/ Die territoriale Differenzierung der Werte zwischen Regionalitaet, Nationalitaet und Supranationalitaet. Der italienische und deutsche Kulturraum in Europa, pp.57-110 e 111-172 e di R.Gubert, H.Meulemann, Introduzione/ Einleitung, pp.7-12 e 13-20)

GUBERT R. (ed.) Territorial Belonging between Ecology and Culture, University of Trento, Department of Sociology and Social Research, Trento, 1999; by R. GUBERT, Introduction (pp.IX-XVI); The general features of interviewees and of their socio.territorial attachment, pp.61-158; The dimensions of territorial belonging: towards a causal model, pp.209-279. (the volume is a English revised and reduced edition of Gubert R. (a cura di), L'appartenenza territoriale tra ecologia e cultura, Reverdito, Trento, 1992)

GUBERT R. ( a cura di), Il ruolo delle Comunità Montane nello sviluppo della montagna italiana, Angeli, Milano, 2000, pp.432; (di R.Gubert: Introduzione, pp.9-19 e Conclusioni, pp.229-243)

GUBERT R. (a cura di), La via italiana alla postmodernità. Verso una nuova architettura dei valori, Angeli, Milano, 2000, pp.559; di R.Gubert, La nuova valenza strategica dell'indagine sui valori per la comprensione della dinamica sociale, pp.11-21; Gli orientamenti socio-politici, pp137-313 e Conclusioni, pp.475-485)

GUBERT R. Territorial Belonging, in E.F. BORGATTA, R.J.V. MONTGOMERY Encyclopedia of Sociology (second edition), Macmillan Reference USA, 2000, pp.3128-3137

GUBERT R. La dimension sociologique des évolutions démographiques, in J.D. LECAILLON (sous la direction de), Les enjeux de la démographie européenne, Guilé Foundation Press, Boncourt and Thesis Verlag, Zuerich, 2001, pp. 57-76

GUBERT R., POLLINI G., Turismo, fluidità relazionale e appartenenza territoriale, Il caso degli imprenditori turistici in alcune aree del Nordest italiano, Angeli, Milano, 2002, pp.332 (di R. Gubert : Introduzione pp.7-14, e capitoli 2° (pp.91-246) ,4° (pp.271-308) e Conclusioni (pp.303-308))

GUBERT R., Orientaciones de valor sociopoliticas en Europa: Existe alguna especifidad del area euromediterranea? in Los valores hoy, Quaderns de la Mediterrania, 5, 2005, pp.53-64

GUBERT R., POLLINI G. (org.) Cultura e desenvolvimento, Est, Porto Alegre, 2005 (ediz. brasiliana rivista del volume di R.Gubert (a cura di), Cultura e sviluppo, 1995)

GUBERT R. La gestion de l’eau par bassins: un moyen de résoudre des conflits, in La politique européenne de l’eau, Les Dossiers Européens, Paris, 2005

GUBERT R. e G. POLLINI (a cura di), Valori a confronto: Italia ed Europa, Angeli, Milano, 2006 (di R. Gubert: cap 7° Valori, appartenenze territoriali e solidarietà sociali in Europa: un modello causale, pp.181-226, nonché, con Pollini, Prefazione (pp. 9-11) e Conclusioni (pp.227-237)

GUBERT R. La promocio’ de l’autonomia local dins les fronteres del Consell d’Europa, Diàlegs, 9, 2006, n.31, pp.87-107;

GUBERT R. e POLLINI G. (a cura di), Il senso civico degli italiani, Angeli, Milano, 2008, pp.508; di R. Gubert: Parte II: Valori e atteggiamenti civici: le dimensioni esplicative (pp.197-448) e Conclusioni (pp.449-457)

GUBERT R. (a cura di), Franco Demarchi: contributi alla sociologia, Valentina Trentini ed., Trento, 2009, pp.276; di R. Gubert: Franco Demarchi nella sociologia italiana, pp.13-29

GUBERT R. La differenziazione territoriale degli orientamenti etici. I casi delle aree culturali italiana e tedesca in Europa nei primi anni del Duemila, in D. Cavanna e A.Salvini (a cura di), Per una psicologia dell’agire umano. Scritti in onore di Erminio Gius, Angeli, Milano, 2010, pp. 521-539

GUBERT R. I valori socio-politici: fiducia, libertà, solidarietà, in (a cura di) Uscire dalle crisi. I valori degli italiani alla prova, Vita e Pensiero, Milano, 2011, pp. 265-345

GUBERT R. I valori socio-politici degli italiani: tendenze di mutamento nell’ultimo trentennio e comunanze o specificità rispetto agli altri popoli europei, in G.Pollini, A.Pretto, G.Rovati (a cura di), L’Italia nell’Europa: i valori tra persistenze e trasformazioni, Angeli, Milano, 2012, pp.359-452

GUBERT R., STRUFFI L., VENTURELLI CHRISTENSEN P., Appartenenza territoriale e valori. I risultati delle indagini in Trentino, Angeli, Milano, 2013 (di R.Gubert pp.11-114)

GUBERT R. Sviluppo economico e globalizzazione tra valori della post-modernità e valori della "non modernità" (pre e post), Idee - Nuova serie, III, 2013, pp.115-141

PRINICIPALI ATTIVITA’ PROFESSIONALI

Partecipazione a gruppi di pianificazione per:
- la redazione del Piano per il centro storico di Trento:
- la redazione del Piano per i centri storici minori del Comprensorio della Val Lagarina.

Redazione del Piano di sviluppo socio-economico del Comprensorio delle Giudicarie.

Redazione di studi per la Provincia Autonoma di Trento:
- sulla prima e seconda lavorazione del legname;
- sull’agriturismo;
- sulla riorganizzazione del decentramento amministrativo.

Redazione di studi per la Regione Trentino – Alto Adige/Suedtirol:
- sull’autonomia nell’area alpina
- sulla qualità della vita nell’area alpina;
- sulla qualità della vita nelle città alpine.

Capogruppo del team per la pianificazione dello sviluppo in Karamoja (Uganda) per Cooperation & Development

Partecipazione a organi e comitati di consulenza:
- della Federazione Provinciale delle Scuole Materne di Trento;
- della Provincia Autonoma di Bolzano – Alto Adige/Suedtirol (Assessorato alla Pubblica Istruzione e Cultura di Lingua Italiana)
- della Provincia Autonoma di Trento (Commissione Urbanistica Provinciale, Consulta dell’Emigrazione, Commissione per la revisione del regolamento per l’accesso all’edilizia pubblica, Commissione per la pianificazione dello sviluppo socio-economico dei comuni marginali)
- della Regione Autonoma Trentino- Alto Adige/ Suedtirol (Pacchetto Famiglia).

PRINCIPALI ATTIVITA’ SOCIALI

Membro delle organizzazioni infantili e giovanili dell’Azione Cattolica; aderente al Movimento “Oasi” di padre Virginio Rotondi

Responsabile di Gioventù Studentesca all’ITC Tambosi di Trento (1960-65 ); nel Direttivo della CSA (Commissione Studentesca Assistenza)

Presidente diocesano della FUCI – AUCT (studi universitari a Trento, 1965-69, e alcuni anni successivi) e Presidente della Cooperativa “Villa Alpina V. Pisoni” (casa per attività della FUCI-AUCT)

Membro e poi Presidente del Comitato di Gestione della Scuola Materna “Torrione” di Trento

Tra i fondatori nel Trentino del Movimento per la Vita

Dapprima nel Direttivo e poi Presidente per un ventennio dell’Associazione Trentina della Famiglia (ex Associazione Trentina delle Famiglie Numerose)

Tra i fondatori nel Trentino e primo presidente del Sindacato delle Famiglie (SIDEF)

Tra i fondatori nel Trentino del Forum delle associazioni familiari.

Membro del Comitato di Difesa dell’Autonomia, Trento

Tra i fondatori del Centro Studi “Martino Martini”, membro del Consiglio di Amministrazione, per due mandati suo Presidente.

PRINCIPALI ATTIVITA’ AMMINISTRATIVE

Consigliere comunale a Tonadico (1980-85) e a Fiera di Primiero (1985-90)

Membro dell’Assemblea del Comprensorio di Primiero (1980-90) e capogruppo DC (1980-85)

Assessore alla Pianificazione urbanistica del Comprensorio di Primiero (1985-90)

Già membro del Consiglio di Amministrazione dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Primiero e San Martino di Castrozza

PRINCIPALE ATTIVITA’ POLITICA

Tra i fondatori, in Trentino, del Movimento Popolare

Membro esterno cooptato del Comitato Regionale del Trentino – Alto Adige della DC (in seguito all’invito all’Assemblea degli esterni convocata dal segretario nazionale DC, F. Piccoli); candidato nella lista DC per le elezioni provinciali del 1983 (primo dei non eletti); dal 1983 tesserato DC, poi membro del Comitato Provinciale della Dc Trentina e membro dell’Esecutivo Provinciale per le politiche sociali;

1992 – 94 Segretario Provinciale della DC Trentina, trasformata poi in Partito Popolare del Trentino, parte del Partito Popolare Italiano;

dal 1995 Presidente di CDU del Trentino, poi, dal 1998, de Il Centro – Unione Popolare Democratica (federato con CDU), trasformato nel 2003 in Centro Popolare (Autonomista); 1998: Presidente del comitato promotore dell’UDR in Trentino;

1994-96 eletto alla Camera nella lista del Patto per l’Italia (PPI) (gruppo PPI e poi CCD); segretario della Commissione Agricoltura;

1994-2006 Presidente dell’Associazione Parlamentare “Amici della Cina” e guida di numerose visite parlamentari in Cina (dal 2006 Presidente onorario);

1995 – 2001 membro dell’Esecutivo nazionale CDU, responsabile per le politiche sociali (famiglia e scuola)

1996 –2001 eletto al Senato nella lista Polo delle Libertà del Trentino-Alto Adige, Collegio Valsugana, Fiemme e Fassa (Gruppo CDU, poi UDR, poi Misto Il Centro-UPD), membro e vice-presidente della Commissione Difesa; membro capogruppo CDU delle Commissioni Bilancio, Attuazione della Riforma amministrativa, Questioni Regionali;

2001-2006 eletto al Senato nella lista Casa delle libertà del Trentino-Alto Adige, Collegio Valsugana, Fiemme e Fassa, (gruppo UDC) membro capogruppo UDC della Commissione Difesa, della Commissione Infanzia (della quale è anche vice-presidente) e della Commissione Questioni Regionali; membro delle Assemblee del Consiglio d’Europa e della UEO, Vice- presidente e, per un mandato, Presidente della Commissione Ambiente, Agricoltura e Poteri Locali e Regionali dell’Assemblea del Consiglio d’Europa, capogruppo PPE nella medesima Commissione, relatore di importanti atti dell’Assemblea del Consiglio d’Europa in materia di politiche per la montagna e politiche di collaborazione transconfinaria; relatore di importanti atti dell’Assemblea della UEO sulle politiche di sicurezza in Europa e negli USA.

2006 candidato individuale al Senato nel Collegio della Valsugana, Fiemme e Fassa per il partito Centro Popolare Autonomista (non eletto:11% dei voti);

2006-2009 rappresentante del Centro Popolare Autonomista presso gli organi della Democrazia Cristiana per le Autonomie; partecipazione in tale veste al I Congresso del Popolo della Libertà a Roma (2009);

dal 2009 Coordinatore-Presidente del Centro Popolare (Autonomista), Trento.

dal 2013 socio fondatore dell'Associazione Democrazia Cristiana

dal 2014 socio fondatore in rappresentanza del Centro Popolare della Federazione dei Popolari Italiani

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Università: opportunità di crescita della persona da offrire a tutti coloro che lo desiderano

di il 17 settembre 2017 in servizi pubblici, università con Nessun commento

L’Adige di domenica 3 settembre dedica il titolo principale di prima pagina al problema del “numero chiuso” di ammissioni alle università, tornato all’attenzione pubblica a seguito di una sentenza del TAR del Lazio su un ricorso di studenti della Statale di Milano. A Trento si è sempre preferito parlare di “numero programmato”, in ragione della disponibilità di strutture didattiche adeguate.
Ricordo come a Sociologia a Trento, ancora Istituto Superiore (Universitario) di Scienze Sociali, per un anno furono addirittura bloccate le nuove iscrizioni, che nei primi anni raddoppiavano da un anno all’altro. Al blocco succedette l’anno successivo il “numero programmato”, per Sociologia senza gravi scompensi negli anni (nel frattempo si erano aperti nuovi corsi di laurea di Sociologia in molte università italiane).
L’esplosione degli accessi all’università ha poi condotto a introdurre con norma nazionale il “numero programmato” per medici, veterinari e architetti: la motivazione principale della programmazione era indicata nella necessità di raccordare il numero di laureati alla prevedibile quantità di sbocchi occupazionali. C’era un’esplosione di laureati e di studenti in medicina (e di architetti), candidati, si pensava, alla disoccupazione. Ricordo di aver partecipato a riunioni di sociologi delle diverse Facoltà di Sociologia italiane che tentavano di applicare il criterio degli sbocchi professionali anche nella programmazione degli accessi ai corsi di laurea in sociologia.
Poi è accaduto, esperienza diretta anche del Trentino, che non reperiscano più i medici necessari per alcune strutture sanitarie, che i calcoli programmatori orientati alla quantità di sbocchi professionali si siano rivelati errati. Come a suo tempo già sostenevo per i sociologi, non vi sono sufficienti conoscenze, né mai vi potranno essere, che consentano, in sistemi aperti e di libero mercato, di prevedere in modo attendibile, e per un periodo che non sia brevissimo, la domanda di determinati posti di lavoro. Lo potevano fare forse i sistemi socialisti di economia pianificata e centralizzata, ma non hanno saputo reggere la concorrenza dei sistemi di mercato.
Mi chiedo, poi, quanto giusto sia concepire l’università principalmente come canale di formazione per dei posti di lavoro, specie per i corsi di studi in scienze umane, ma non solo. L’istruzione fino ai più alti gradi è un bene in sé, per la crescita umana della persona. Vale indipendentemente dal fatto che poi si svolga un lavoro che utilizza spezzoni di istruzione avuta nelle istituzioni disegnate per la trasmissione e l’elaborazione delle conoscenze. Il fatto che in alcuni paesi si arrivi a quote elevatissime di laureati sta a testimoniare di tale valore, indipendentemente dal fatto che le conoscenze acquisite siano nella fisica, nell’astronomia, nell’economia, nella medicina, nella sociologia, nella psicologia, nel diritto, e così via.
Il problema aperto è quindi quello di come consentirea tutti coloro che desiderano “crescere in conoscenza” di poterlo fare, anche nelle apposite istituzioni se preferite all’auto-organizzazione della propria formazione (hanno tra l’altro anche il vantaggio del riconoscimento del valore legale del titolo di studio). Si tratta di scegliere la misura delle risorse (pubbliche e private) da destinare all’istruzione media e superiore, come si sceglie quella per altri servizi, da quelli sanitari a quelli per i trasporti e le comunicazioni. Se v’è una domanda inevasa di istruzione, il problema primo è quello di ampliare l’offerta, non di restringere la domanda. Sarà poi il sistema delle aziende pubbliche e private, o delle professioni, ad allocare in modo efficace ed efficiente le diverse persone ai vari ruoli lavorativi. E un operaio, un artigiano, un impiegato, un lavoratore dei servizi alla persona che abbia compiuto studi universitari è comunque, a parità di altre condizioni, una persona umanamente più ricca, per sé, per la famiglia, per la comunità, se quegli studi non avesse compiuto. Basta conoscere un po’ ciò che accade in paesi nei quali più i livelli di istruzione (di prosecuzione degli studi dopo l’obbligo) sono alti per convincersene.

Alcide Degasperi beatificato sull’altare laico della storia italiana; disturba ricordarlo come popolare e democratico cristiano?

di il 17 settembre 2017 in partiti politici, religione, storia con Nessun commento

Il 19 agosto 1954 moriva a Sella di Valsugana Alcide Degasperi; molta l’emozione in Italia. Ogni anno il 19 di agosto, prima a Trento, poi a Borgo Valsugana (per un periodo nella chiesetta di Sella, vicino alla sua abitazione per le ferie) viene celebrata una Messa in suo suffragio, alla presenza di donna Francesca (finché è vissuta) e delle figlie e altri familiari. Il Centro Studi su Alcide Degasperi di Borgo da molti anni organizza un momento di ricordo di vari aspetti della vita di Degasperi come uomo, come cristiano, come politico. Negli anni Novanta la celebrazione era occasione anche per convegni con interventi di politici aventi un ruolo nazionale, promossi e tenuti da uomini che alle idee di Degasperi dichiaravano di ispirarsi: ricordo per esperienza diretta Rocco Buttiglione, leader prima del PPI e poi del CDU, l’eurodeputato SVP-PPE Michl Ebner, Pierferdinando Casini del CCD. In chiesa non mancavano mai altri esponenti di quella che era stata la Democrazia Cristiana, sia esponenti nazionali (ricordo più volte l’on. Castagnetti) che regionali, ex Presidenti di Regione e Provincia, ex Assessori, ex Consiglieri regionali, ex segretari e dirigenti DC.
Nel 19 agosto di quest’anno non ho visto nessun esponente di rilievo della DC, salvo Aldo Degaudenz, Presidente del Centro Studi che organizza gli eventi. C’erano alcuni ex DC, ma mancavano coloro che hanno avuto responsabilità politica e amministrativa. Mancavano alla Messa e mancavano anche alla bellissima rievocazione (sala piena) del ruolo di Degasperi negli anni della Prima Guerra Mondiale, specie a tutela dei profughi trentini nei territori dell’allora impero austro-ungarico, curata da Renzo Fracalossi e dal Club Armonia. Unico consigliere provinciale-regionale in carica presente alla Messa era Claudio Cia, fondatore del movimento Agire per il Trentino. Mi scuso se non ho visto altri presenti. La grande chiesa di Borgo era piena.
Mi sono chiesto le ragioni per le quali non si sente più il dovere di ex DC di partecipare; lo ha sentito più volte il vescovo della Diocesi di Trento, qualche anno lo hanno sentito anche dei cardinali, ma non i laici già impegnati in politica. Negli ultimi due anni Il vescovo Lauro Tisi è stato particolarmente incisivo nel ricordare le virtù morali di Alcide Degasperi.
Probabilmente una parte della risposta sta nelle celebrazioni che in nome di Degasperi vengono organizzate dalla Fondazione Degasperi di Trento a Pieve Tesino, da qualche anno il giorno precedente, il 18 di agosto. I relatori invitati sono di alto interesse e prestigio (il vertice raggiunto lo scorso anno con l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella) ed è garantita l’attenzione dei mass-media anche nazionali. Salvo qualche fuggevole cenno, l’occasione di Pieve Tesino valorizza direttamente o indirettamente il Degasperi ministro, capo di Governo, non il Degasperi che cerca di tradurre nell’azione politica l’insegnamento sociale della Chiesa e soprattutto il suo essere cristiano, contribuendo anche in modo rilevante alla fondazione del Partito Popolare del Trentino (1905) (Unione Politica Popolare del Trentino nel 1904), alla conduzione del PPI dal 1919, alla fondazione e alla guida della Democrazia Cristiana poi. In breve l’iniziativa sostenuta dalla Fondazione e indirettamente dalla Provincia Autonoma ha “laicizzato” la figura di Degasperi, in linea con quanto la Provincia ha fatto istituendo anche il “Premio Degasperi”. Giusto e meritorio fare di Degasperi un patrimonio di tutti, anche di chi si riferisce o si è riferito a chi gli fu forte avversario in termini politici e culturali, ma ciò ha di fatto portato a svuotare la figura di Degasperi delle sue valenze personali religiose, quelle più profonde e che spiegano anche le sue azioni sul piano di governo della cosa pubblica. E chi fu del suo partito (e quindi “di parte”) si accontenta di questa beatificazione sull’altare laico della storia italiana.
Il precedente vescovo mons. Bressan celebrava la Messa del 19 agosto, ma l’enfasi sulle virtù umane e cristiane di Alcide Degasperi era tenue, consegnata per un po’ a mons. Armando Costa. L’attuale vescovo mons. Tisi, invece, non manca di sottolineare fortemente tali virtù. Ci si può chiedere perché allora non riavvia il processo per la beatificazione. Lo impone la coerenza. Chi gli ha parlato ha sentito fare riferimento alle riserve che provengono dall’Alto Adige. Mi pare impossibile che si subordini il riconoscimento delle grandi virtù umane e cristiane alla condivisione di scelte politiche attinenti alla popolazione di lingua tedesca del Sudtirolo. Non credo che lo possa fare il vescovo di Bolzano-Bressanone, ma tantomeno il vescovo di Trento. Fosse stata anche sbagliata la scelta di Degasperi al riguardo, avesse commesso anche un “peccato”, non mi consta che i santi proclamati dalla Chiesa non abbiano mai fatto errori e non abbiano mai commesso peccati. Cristiano esemplarmente impegnato, da cristiano, in politica: perché non procedere nella causa avviata da tempo?

Chi ama orsi e lupi se li protegga con recinzioni! Rovesciamo la prospettiva di animalisti e antropologi da salotto

Sul “Trentino” di domenica 30 luglio u.s. è pubblicata un’intervista di Gianpaolo Tessari a Duccio Canestrini, giornalista e antropologo. Certamente all’intervistato è sempre piaciuto andare “conto corrente”, almeno nelle parole e stavolta prende le difese dell’orso in Trentino, che altro non fa ciò che la natura lo spinge a fare. Se aggredisce l’uomo è perché questi non si è fatto sentire in tempo per consentirgli di fuggire dalla sua presenza e se aggredisce animali allevati al pascolo è colpa di chi li alleva e non li protegge. Sarebbe sufficiente circondare le aree a pascolo con reti elettrificate. Del resto di che cosa si lamenta l’uomo, che per natura è predatore e che in passato ha fatto fuori tutti i predatori che si muovevano nelle stesse zone? Il bosco, secondo lui, “va temuto”.
Ho l’impressione di trovarmi di fronte a dichiarazione di un antropologo da salotto, che non sa bene di che cosa parla. Da anni proteggo le mie capre e i miei asini al pascolo con reti elettrificate e molto spesso trovo la recinzione divelta da intrusioni di animali selvatici, che non la vedono di notte o non la temono o cercano di saltarla. A chi si vuol raccontare la storiella che un orso o un lupo si arresterebbe di fonte a una rete elettrificata, se è affamato in cerca di cibo? Questa non arresta nemmeno le capre e gli asini se questi vedono erba più abbondante e fresca al di là della recinzione. Ma forse la Forestale e gli antropologi da salotto pensano a reti metalliche alte e con l’alta tensione, quando la raccontano. Non si tratta certo delle reti elettrificate a 9 o 12 volt di tensione, come di norma.
La rete può servire a qualcosa, ma se si tratta di recintare un’area circoscritta, limitata. E’ impraticabile nei pascoli alti e scoscesi, con terreno molto irregolare. In ogni caso la recinzione costa denaro e tempo per posarla e poi periodicamente spostarla e per cambiare le batterie (a meno che non si usino pannelli fotovoltaici, assai cari ed esposti a furto). E’ un aggravio di costi per un’agricoltura-allevamento marginale, quella che mantiene curato il paesaggio anche dove gli agricoltori-allevatori professionali non hanno convenienza ad operare. Ridicolo finanziare recuperi di aree pastorali inselvatichite, finanziare l’agricoltura di montagna, e poi metterne a rischio le produzioni per il gusto di far tornare i grandi predatori nei boschi e nei pascoli, da molto tempo liberi da minacce predatorie. Se proprio Duccio Canestrini e chi la pensa come lui vogliono provare l’emozione del timore entrando in un bosco, pongano le recinzioni elettriche a difesa di orsi e lupi in aree di loro caccia. Dicono che l’uomo è predatore: ebbene mettano a protezione delle sue prede delle recinzioni. Si è fatto in qualche area anche per cervi e caprioli. L’uomo predatore non fa che il suo mestiere se caccia orsi e lupi: di che lamentarsi? Se sei amante di orsi e lupi, “le tue bestie le devi proteggere, non puoi lasciarle incustodite”, parafrasando una frase di Canestrini rivolta agli allevatori.
Quanto al fatto che contro la presenza di grandi predatori nei boschi trentini siano coloro che temono l’immigrazione non regolata da parte di clandestini, esso non fa che dimostrare che vi sono coloro che amano le “nuove esperienze” , per il gusto di sperimentare emozioni nuove, e coloro che prediligono la “sicurezza” di fronte a possibili esiti negativi di fatti nuovi. Antropologi e sociologi sanno che i popoli hanno ambito sempre a controllare il loro ambiente da intrusioni non desiderate. Ho il timore che chi difende possibilità di intrusioni di ogni tipo in nome del gusto delle “nuove esperienze” non si curi abbastanza del bene del popolo cui appartiene. Forse un’esperienza come quella vissuta dai due trentini di Cadine con l’orso potrebbe aiutare Duccio Canestrini e tutti gli “animalisti” a capire un po’ meglio il buonsenso della gente comune.

Proposta di alcuni sindaci per una formazione civica in Trentino: elementi da chiarire

LA PROPOSTA CIVICA DI ALCUNI SINDACI: VALUTAZIONI PROVVISORIE
Si parla spesso di una prospettiva “civica”, che dovrebbe sostituire gli approcci politici, specie a livello locale, basati su ideologie. Cosa si intenda per formazione civica, lista civica, riferimento ai valori del civismo è divenuto, tuttavia, sempre meno chiaro. Il documento presentato da alcuni sindaci trentini nei giorni scorsi chiarisce solo in parte. Cos’è l’ideologia, alla quale il civismo è alternativo? Se ideologia è il mascheramento “culturale” di interessi più o meno nascosti, il civismo vuole giustamente essere in modo opposto rapporto diretto con gli interessi popolari (ma solo questo il senso del popolarismo richiamato?).Se ideologia è l’elaborazione culturale di orientamenti di valore per una loro traducibilità in scelte politiche, il civismo non può evitare di adottare prospettive ideologiche. Quali sono? Delle tre parole d’ordine del documento dei sindaci passate sulla stampa, popolarismo, autonomismo e laicismo, le ultime due e forse anche la prima riguardano questioni di metodo; solo il popolarismo potrebbe esprimere contenuti, ma se non è inteso solo come “rapporto con il popolo”, ma come esperienza storica ispirata al pensiero sociale cristiano. Non è utile rimanere nell’ambiguità. L’autonomismo dice dei livelli territoriali di libertà di decidere (principio di sussidiarietà, di natura “regolativa”) e il “laicismo” (assai meglio parlare di “laicità”, cosa diversa dal laicismo) dice dell’autonomia da dare a Cesare, senza metter di mezzo Dio o le Chiese.
In Trentino vi è una lunga tradizione di liste civiche, espressione dello spirito comunitario locale, che rifiutava le divisioni connesse alla dialettica ideologica nazionale. Esso è stato espressione della cultura comunitaria, caratterizzata dall’importanza assegnata alla religione, alla solidarietà familiare e al legame con il territorio locale. E’ a questo civismo che si ispirano i sindaci?. Nella cultura della comunità trentina è però cresciuta la secolarizzazione, si è infragilita la famiglia, è diminuita la portata del sentimento di appartenenza al luogo e alla comunità locale. Se in precedenza il riferimento ai valori era implicito nel semplice riferimento al civismo locale, con la modernizzazione in atto non lo è più, essendo la cultura dei trentini divisa in ragione dell’accettazione o meno delle direzioni di cambiamento in atto come obiettivi da perseguire. Serve chiarezza al riguardo.
Diverso il civismo ridotto a metodo nella costruzione delle decisioni politico-amministrative dal civismo orientato a valori, che prende “parte” (diventa “partito”?), la parte che ritiene importante che le nuove generazioni non crescano solo nella ricerca del “benessere” materiale, che la famiglia non diventi sempre più fragile, che la vita umana sia tutelata e difesa sempre, che la solidarietà comunitaria cresca, che vi siano possibilità di studio e lavoro per tutti.
L’auspicio è che l’iniziativa civica di alcuni sindaci esca dalla genericità, che chiarisca come il popolarismo del loro civismo ha lo stesso sapore di quello che espresse Luigi Sturzo, che era anche autonomista e rispettoso della laicità della politica. Porre la questione al riguardo di “a chi servirà l’iniziativa civica”, se al centrodestra o al centrosinistra, è una trappola che immiserisce.

Passi Rolle e Sella: vittime di un ambientalismo dogmatico?

Confesso che due fatti che hanno avuto molta attenzione sui giornali locali in questi giorni mi hanno indotto a riflettere: la chiusura al traffico per un giorno alla settimana di Passo Sella e l’entusiasmo di molti di fronte all’idea di un manager de La Sportiva di eliminare da Passo Rolle gli impianti di risalita per lo sci di discesa per rendere Passo Rolle una stazione per relax e pratiche sportive “leggere”, più “naturalistiche”. Strade larghe ed asfaltate per passare da una valle all’altra, conquista degli anni Sessanta, sono viste come strumento di snaturamento della bellezza dei passi alpini. Impianti di risalita per rendere facile la discesa con gli sci, da progresso sono diventati deturpazione del paesaggio per chi alla montagna d’inverno chiede altro. Ciò che cinquanta e più anni fa era progresso, conquista, è diventato un “carico” da eliminare.
Negli anni della mia gioventù con degli amici esploravo il mondo in bicicletta. Le strade per i passi dolomitici erano strette e sterrate( il Rolle da San Martino in su), ed il rischio di cadere per le malformazioni della carreggiata era ricorrente: che sollievo quando si poté utilizzare una strada più larga ed asfaltata, da ultimo per il Passo Gobbera, il Passo Broccon, il Passo Cereda. Tramite il passo si entrava in rapporto con valli vicine. Si cominciò anche a usare del passo per lavoro o per studio nella valle vicina. Ora conta godere il passo di per sé, libero da veicoli, come se per chi non ama vedere strade o impianti di risalita non bastasse spostarsi di un po’ per avere quello che gli piace, senza costringere chi la strada usa a farne a meno o chi dall’impianto ricava utilità (e in montagna non sono tante) o piacere, a rinunciarvi.
Un tempo l’economia montana portava a fare dei corsi d’acqua i confini tra gli spazi delle comunità locali ( e ci sono ancora memorie in molti confini amministrativi, compreso Vanoi e Travignolo per restare a Primiero); la montagna era l’habitat comunitario. Poi l’economia è cambiata, le interdipendenze si sono organizzate lungo i corsi d’acqua e la montagna è divenuta solo ostacolo. Chiudere i transiti dei passi (sia pure per ora temporaneamente) o eliminare attività attrattive sui passi, da rendere più “naturali”, è un ulteriore episodio della separazione tra valli. E Rolle viene incorporato nella val di Fiemme. Decenni di inutili chiacchere per collegarlo con San Martino e Primiero; l’esposizione a valanghe della strada continua a rimanere e il collegamento degli impianti sciistici di San Martino con quelli di Rolle viene prima declassato (non più “mobilità alternativa” per poter godere di finanziamento pubblico), e poi proposto per la sepoltura con l’idea del Passo Rolle libero da impianti. Eppure non sono passati molti anni da quando esperti e politici ne proclamavano l’importanza.
La trasformazione della montagna da spazio antropizzato a “riserva naturale” sta intaccando anche i canali di comunicazione, che appaiono ormai solo “deturpanti” l’ambiente. Si fa il paio con la facilitazione all’insediamento di animali grandi predatori, orsi e lupi per ora, che alla lunga porteranno al ritiro dall’alta montagna fatta di pascoli di coloro che la usano per gli alpeggi di pecore, capre, equini, bovini. E il tutto guidato dalle élite urbane o urbanizzate, da sempre sensibili alla “naturalità” dell’ambiente dove godere il proprio tempo libero. Ma non possono goderselo altrove? Ci sono molti spazi “vergini” in montagna. Vogliono proprio far ritornare a una finta verginità un passo, (il Sella o il Rolle ora, ma poi anche altri), finta perché non propone altro che un nuovo “consumo ambientale” più alla moda per alcuni ceti intellettuali o pseudo-ambientalisti o amanti di “nuove esperienze”?
Credo che serva un momento di riflessione, specie da parte delle élites locali delle aree di montagna; non devono prestarsi a colonizzazioni che sembrano alla moda: la moda di salire su una grande strada asfaltata in bicicletta o quella godere di un paesaggio senza ingombro di impianti proprio su quella piccola parte di territorio che ha sviluppato opportunità diverse e consolidate.

A quando una misura di reddito del figlio giusta per dire che egli non è fiscalmente a carico?

di il 6 agosto 2017 in famiglia con Nessun commento

Tempo di dichiarazione dei redditi e mi sono imbattuto di nuovo in un problema che da anni non trova rimedio. Se il reddito del genitore non è alto, per ciascun figlio a carico sono previste detrazioni di imposta di una qualche consistenza, variabile anche in relazione al reddito, al numero di figli a carico, alla loro età e a eventuali handicap. Gli importi non sono certo quelli equivalenti a un cappuccino al giorno per figlio, come quando ero in Parlamento e lo denunciavo. Il problema sta nella soglia di reddito lordo oltre il quale un figlio è considerato a carico: 2840, 51 euri nell’anno. Se un figlio lavora come precario per qualche mese per pagarsi le crescenti e sempre più elevate tasse universitarie, per pagarsi i trasporti e magari per comperarsi l’abbigliamento di cui ha bisogno, guadagnando più di quella cifra (ridotta dall’Irpef di più di 200 euri), fa perdere ai genitori o al genitore tutta la detrazione per figli a carico, che è di alcune centinaia di euri. Basta in definitiva superare di un centesimo di euro la soglia stabilita per penalizzare in modo irragionevole di alcune o molte centinaia di euri di detrazione ai genitori, che per quei figli hanno certo speso.
A ciò si aggiunga che non si tiene conto, per il raggiungimento della soglia, di eventuali oneri deducibili, come spese di istruzione, sanitarie, ecc.. Il figlio potrà semmai recuperare con detrazioni e deduzioni l’IRPEF che gli è stata trattenuta. Se questa è insufficiente quelle detrazioni e deduzioni verranno perdute, anche se gli oneri relativi fossero stati sostenuti dai genitori, che potranno tener conto dell’incapienza del figlio solo per spese sanitarie.
Mi chiedo come chi governa possa vantarsi di una particolare attenzione alla famiglia e al suo trattamento fiscale, quando sottovaluta in modo evidente il costo di mantenere ed educare i figli, sia nell’imposizione fiscale che negli indici per stabilire il costo dei servizi ai figli (indici ISEE e simili). E contemporaneamente denuncia il calo di nascite, che richiede compensazione demografica con immigrazione. E non si dica che l’eliminare tale sottovalutazione costerebbe troppo: si tratterebbe solo di rendere equi i trattamenti fiscali e le politiche di accesso ai servizi tenendo conto, come dice la Costituzione, della “capacità contributiva”, che a parità di reddito varia in modo rilevante in relazione ai famigliari a carico. Non si tratta di reperire risorse nuove. Ma di ridistribuire in modo equo i carichi di tasse e imposte.

Premi straordinari per congedi parentali paterni al fine di far crescere l’occupazione femminile?

di il 6 agosto 2017 in famiglia con Nessun commento

Sul “Trentino” di domenica 25 giugno è riportata la notizia di un premio straordinario di 500 euri mensili a quei papà che hanno fruito o fruiranno di un congedo parentale di almeno un mese (ridotto alla metà per congedo di almeno 15 giorni) per assistere figli di età non superiore a 12 anni. L’obiettivo quello di favorire l’occupazione femminile.
Primo rilievo: come si può favorire l’occupazione femminile se il premio straordinario è dato retroattivamente, a partire dal settembre 2015 e termina con la fine del prossimo anno? Un incentivo non funziona retroattivamente! Un minimo di logica. Si tratta solo di una mancia non piccola per chi si è “comportato bene” nel passato. A questo servono i denari dell’autonomia speciale?
Secondo rilievo: che un premio aggiuntivo a quanto già altre leggi prevedono per il congedo parentale per i padri serva a incrementare l’occupazione femminile è arduo da provare: bastano poche settimane di congedo del padre per far assumere una donna? E per quanto tempo? O per convincere la gran parte dei datori di lavoro che mediamente è meglio assumere donne? L’Agenzia non lo dice.
Terzo rilievo: che per il bene del bambino sia meglio essere curato dal padre invece che dalla madre è solo un assunto ideologico del quale l’Agenzia del Lavoro si fa silente portatrice. L’obiettivo che guida l’Agenzia (come molta cultura “politicamente corretta”) è quello di aumentare il tasso di occupazione femminile, come se fosse un male sociale se delle madri scelgono di svolgere più dei padri il lavoro di cura dei figli. E’ un male che va per l’Agenzia, corretto, spendendo soldi pubblici a tale fine. Non conta nulla il bene del bambino e la libertà di decisione dei genitori? E poi la Provincia si vanta delle politiche familiari!
Quarto rilievo: perché pretendere di convertire al congedo parentale maschile con premi straordinari anche chi non risiede in Trentino, ma vi lavora in parte (oltre a chi vi risiede, ma non è cittadino italiano)? Vogliamo premiare per il passato o attirare per il futuro immigrati da fuori provincia alla condizione che si siano i maschi a curare la prole?
Ultimo rilievo: cinquecento euri al mese, anche retroattivi, dati solo per realizzare un modello di divisione dei compiti familiari gradito ai governanti, e dati solo a chi ha un lavoro dipendente, suonano come schiaffo a chi, padre, non ha lavoro, a chi, donna, ha rinunciato al lavoro per educare e curare i figli. Ma in che Trentino viviamo?

Chiusura reparto maternità a Cavalese (TN): le mistificazioni sulla sicurezza per nascondere le ragioni di ridurre la spesa sanitaria

di il 24 maggio 2017 in sanità, servizi pubblici con Nessun commento

Dell’8 marzo la pubblicazione sui giornali della decisione governativa di far chiudere il reparto maternità dell’Ospedale di Cavalese per mancanza dei requisiti fissati per garantire la sicurezza dei parti, in particolare la presenza continua di anestesista e pediatra. Secondo il Ministero romano, poiché anche nei parti “fisiologici” vi possono essere imprevisti che richiedono interventi di tale tipo di medici, il reparto maternità va chiuso.

Il comune cittadino si chiede di quali sicurezza parli il Ministero. Con la chiusura del reparto maternità di Cavalese, una madre può partorire con più sicurezza? Se invece di dover affrontare le doglie e il parto con uno spostamento di venti-trenta chilometri al massimo ne deve fare ottanta-cento per recarsi a un ospedale più lontano, Bolzano o Trento, magari con strade difficili per la neve o per il traffico, aumenta la sua sicurezza? L’elicottero è una soluzione sicura? Non basta considerare la sicurezza in ospedale, ma di tutto il processo per arrivare all’ospedale.

Anni fa su incarico della Provincia di Trento dato all’Università, con i colleghi Silvio Goglio e Gianfranco Pola, avevamo esaminato il problema delle dimensioni ottimali per l’offerta di vari servizi e per fare questo avevamo considerato quanto accadeva in altri paesi europei e quanto scritto da esperti. Sempre il tempo di percorrenza per l’accesso al servizio era indicato come criterio per l’organizzazione dei servizi; non c’era solo un criterio di numero minimo di abitanti o di utenti, ma anche di tempo massimo occorrente per giungere al luogo di prestazione del servizio. In generale esso era contenuto, per gli ospedali e per le scuole superiori, nei trenta minuti. Di ciò non mi pare che il Governo abbia tenuto conto. Quanta insicurezza produce?

Non si dica poi che al di sotto di un certo numero di prestazioni (parti, in questo caso) non v’è sicurezza, perché mancherebbe la pratica adeguata al medico. L’aggiornamento e la formazione del personale medico si può fare in molti modi. Tale affermazione fa il paio con quella che al di sotto di un certo numero di alunni per classe viene meno la qualità dell’insegnamento. Si dica invece che il servizio scolastico o sanitario costerebbero pro-capite troppo. Un docente che ha meno alunni in classe li può seguire meglio individualmente; e così la cura di una persona può essere migliore se le persone da curare non sono molte. Ma se il problema è economico, occorre ricordare come per i valori di uguaglianza sul territorio vi è piena legittimità a rivendicare una spesa pro-capite maggiore per le aree a bassa densità. Anche il Consiglio d’Europa, la sua Assemblea Parlamentare, ha preso posizione al riguardo. La Provincia di Trento, utilizzando proprie risorse per la sanità, ha piena autonomia, fatti salvi i livelli essenziali di assistenza, nell’organizzare i servizi sanitari. Il fatto che in nome della sicurezza (indimostrata e per di più non considerante l’insieme delle circostanze) abbia accettato, senza ricorrere alla Corte Costituzionale, una lesione della sua autonomia organizzativa non depone certo a favore dell’efficacia della nostra classe dirigente, e in particolare della maggioranza che amministra. Viene il dubbio che sia stato comodo per il Governo provinciale e la sua maggioranza accettare i criteri nazionali ai fini di risparmiare denaro, sulle spalle delle popolazioni delle valli. Viene anche il dubbio che la maggioranza non abbia voluto “disturbare” il Governo nazionale, data la consonanza politica con esso. In qualche caso lo ha fatto, ma non in questo. Come mai?

E’ vero che le risorse sono diminuite, ma come sempre a pagarne le spese sono le aree periferiche; ricerche sulle aree marginali compiute con il CNR lo dimostrò; le aree periferiche ottengono meno denari e servizi di quelle centrali, considerando parametri come popolazione e territorio. Per questo si suggerì la “territorializzazione” del bilancio provinciale. Ma non se ne fece nulla o quasi, inaugurando, invece, la programmazione negoziata che permette ai politici di “elargire” finanziamenti per qualche opera, sperando nel ricambio del voto. Che garantiscono a tutti uguaglianza di servizi!

Fondamento autonomia speciale del Trentino: accordo Degasperi Gruber assai più che identità e storia di autogoverno

di il 24 maggio 2017 in autonomia con Nessun commento

Su l’Adige del 15 marzo Gianni Poletti commenta quanto il sito della Provincia di Trento afferma quali fondamenti della speciale autonomia del Trentino, la lunga tradizione di autogoverno e la tutela della lingua e della cultura dei gruppi che convivono nel “quadro regionale”. Quest’ultimo fondamento, che giustifica bilinguismo e proporzionale (nel pubblico impiego), non sarebbe però a suo avviso sufficiente, pesando a suo avviso forse di più la capacità di autonoma organizzazione sociale messa in campo nei secoli e che ha trovato espressione non solo nel principato vescovile, ma anche nel saper far da sé, di cui è espressione anche il movimento cooperativo (ma si potrebbe aggiungere le scuole materne di comunità, il mantenimento delle proprietà collettive e comunitarie, gli usi civici, le mutue, ecc.).

Se si dovesse fare l’analisi dei processi decisionali che hanno portato all’autonomia speciale, non vi sono dubbi che il fattore decisivo siano state l’inclusione nello Stato italiano, a seguito della prima guerra mondiale, di una parte del Tirolo germanofono, le successive politiche di italianizzazione forzata e la richiesta delle popolazioni germanofone di essere comprese nello Stato austriaco dopo la seconda guerra mondiale. Le potenze vincitrici non vollero cambiare i confini italiani a nord (fu fatto ad est) e l’Accordo Degasperi-Gruber annesso al trattato di pace consentì una soluzione praticabile, quella della speciale autonomia regionale nell’ambito dello Stato italiano a garanzia del gruppo tirolese germanofono.

Nessun dubbio che la tradizione secolare di autogoverno dei trentini non abbia avuto un qualche ruolo nei processi decisionali; semmai è stata di aiuto quando si è tradotta in un movimento politico autonomista, con l’ASAR. Ma mai decisivo. Ai trentini l’autonomia è arrivata grazie all’inclusione del Trentino nel “quadro regionale”, e tuttora è così nonostante la fortissima riduzione della portata di tale “quadro” motivata da parte del gruppo germanofono dell’Alto Adige dal non voler condeterminare le proprie scelte con i trentini e dai trentini, per gran parte, da un gretto egoismo provinciale vestito da autonomia. Ben poco ha pesato la presenza ladina, la cui costruzione come “minoranza linguistica” è per gran parte recente, specie in Val di Fassa. E lo stesso si dica per i pochi trentini germanofoni di Valle del Fersina e di Luserna. Piccole minoranze etnico-nazionali ci sono in molte regioni ad autonomia ordinaria (si pensi ai croati, agli albanesi nell’Italia meridionale o ai germanofoni del Veneto).

Ciò precisato, in base a indagini compiute su campioni rappresentativi ormai anni fa, non mi sentirei di negare che a fondamento dell’autonomia vi sia una specifica identità etnica trentina, seppur variegata da valle a valle. E tale specificità è proprio quanto, non volendolo, illustra in modo interessante anche Gianni Poletti, ossia l’essere, dei trentini, mezzi italiani e mezzi tedeschi. Si tratta di specificità di identità culturale (mescolanze), ma anche di identità etnica, derivante da migrazioni e successive integrazioni. Potrebbero aiutare ricerche sui cognomi e sui matrimoni. E specificità culturale ed etnica sono la base del sentimento dei trentini di essere “popolo”. Certamente la forte immigrazione da altre regioni specie a Trento rende i cittadini di Trento meno consapevoli di essere “popolo” con una sua identità, ma nelle valli la situazione è diversa.

Tale specificità di identità non è certo la ragione decisiva della speciale autonomia, come non lo è le capacità di autonomia sociale, la tradizione secolare di autogoverno e il forte senso di appartenenza provinciale, ma tutti questi elementi sono come un volano che consente di superare i “punti morti” del motore dell’autonomia istituzionale, dando motivazioni anche per non arrenderci alle tendenze presenti a livello nazionale di fare passi indietro nell’autonomia istituzionale. Certo è un volano che può perdere peso se la comunità trentina non attiva un progetto che contrasti il processo in atto di italianizzazione, pur esso documentato da indagini compiute. La responsabilità delle forze culturali, sociali, politiche ed economiche è chiamata in causa. Il futuro non è già scritto, non è un destino.

Note su posizioni di uomini di Chiesa su migrazioni e su ineluttabilità della fine della comunità (parrocchiale)

di il 24 maggio 2017 in comunità, religione con Nessun commento

Accanto ai complimenti per una Vita Trentina sempre più ricca di contenuti e all’augurio che, “via la pietra”, (bel titolo dell’ultimo numero del 16 aprile) riscopriamo l’importanza anche per la nostra speranza di vita, del sepolcro vuoto per la resurrezione di Cristo, mi permetto qualche osservazione.
La prima riguarda l’intervento di Gian Carlo Perego direttore generale della Fondazione Migrantes e vescovo eletto – ma i vescovi non sono nominati?- di Ferrara-Comacchio. Nel valutare criticamente alcuni recenti orientamenti del Governo in merito agli immigrati senza visto di ingresso (volti a rendere un po’ meno lenta e un po’ meno inefficace la procedura di valutazione delle richieste di asilo), sembra non distinguere chiaramente i casi di coloro che fuggono da morte e persecuzione (meritevoli di asilo) da coloro che immigrano eludendo le procedure di legge al solo scopo di migliorare le loro condizioni di vita. In virtù di accordi internazionali ai primi vanno riconosciuti “diritti”, mentre i secondi sono tenuto a osservare le leggi che regolano l’immigrazione. Di questo dovere, di questo rispetto della “legalità” non c’è traccia nell’intervento di Gian Carlo Perego, che, anzi, invita a trovare modalità di eluderla, quasi che vi sia un diritto universale di migrare dove si desidera e un diritto di chi ha tale convinzione di facilitare l’entrata irregolare di vuole immigrare.

Accanto al giusto richiamo a rafforzare la cooperazione internazionale per offrire opportunità di vita migliori nei paesi di partenza dei migranti, il Direttore della Fondazione Migrantes auspica anche che si sospenda la vendita di armi a certi paesi. Vi è già una regolazione della materia e se vi sono violazioni di essa serve intervenire, ma occorre prendere atto che la vendita di armi da parte di un paese non per definizione porta a un aumento di conflitti armati in altri paesi. Le armi possono servire a mantenere l’ordine sociale e la pace interna e internazionale e comperarle invece di costruirsele in casa non è un male di per sé.

Anche sull’accoglienza dei minori non accompagnati servirebbe qualche prudenza in più: nulla da dire su chi si dice strumentalmente appena sotto i diciotto anni per sfruttare un diritto pensato per situazioni più drammatiche di abbandono?

La seconda osservazione riguarda l’intervento di Piergiorgio Cattani, molto articolato. Alla comunità parrocchiale, in crisi, non più capace di fornire “un’educazione alla fede” andrebbe per Cattani sostituita una parrocchia di grandi dimensioni (con più preti), articolata in piccoli e piccolissimi gruppi diversificati. E’ suo anche il dubbio che tale proposta possa trovare realizzazione. Vorrei, da “sociologo delle comunità locali” far notare che da molti decenni ormai alla scuola di pensiero sulla “dissoluzione” (individualista) delle comunità locali, (cui sembra ispirarsi Cattani) se ne affianca un’altra, “comunitarista”, secondo la quale la comunità può essere “costruita” proprio a partire anche dalla “prossimità residenziale”. Molti anni fa invitai a Trento il sociologo americano Edward Shils, a parlare proprio su tale prospettiva. Perché la fede non può aiutare a costruire comunità tra chi ha la stessa scuola materna per i figli, la medesima scuola elementare, i medesimi giardini pubblici, i medesimi negozi di vicinato, il medesimo bar, il medesimo impianto sportivo, ecc.? Ciò non esclude che siano attivi piccoli gruppi e movimenti magari a scala territoriale più ampia, ma da sociologo vorrei invitare a riflettere sulla diffusione di tale associazionismo, certamente più selettivo, meno adatto a interessare il comune fedele, che si accontenta di partecipare alla messa festiva, di far battezzare i figli, educarli a giovarsi e giovarsi personalmente dei sacramenti della penitenza, dell’eucarestia, della cresima, del matrimonio e dell’unzione degli infermi, di chiedere la presenza del prete nel momento della morte e della sepoltura di un proprio caro, di impegnarsi occasionalmente in qualche attività di carità o di testimonianza. E’ troppo poco? Sinceramente mi pare molto, ed è il molto che già offre l’attuale parrocchia. Ridotta a semplice erogatrice di servizi, come afferma Cattani? Mi pare ingeneroso verso i parroci e i loro preti collaboratori (un mio figlio è uno di questi) e ingeneroso verso i “fratelli di fede”, cristiani “ordinari”.

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