Egregio Direttore,
l’Adige di fine febbraio pubblica un articolo dell’on. Luciano Azzolini sulla legge costituzionale sulla magistratura sulla quale siamo chiamati ad esprimerci in marzo con referendum. Secondo Azzolini la legge non merita conferma, ma non cita alcun suo contenuto che motivi tale giudizio. Lamenta che la maggioranza non abbia ascoltato le minoranze, ma è noto che queste hanno assunto la posizione difesa dall’Associazione Nazionale Magistrati che non voleva nessun cambiamento. Lamenta che la riforma non rispetti l’indipendenza della magistratura dal potere politico, ma non cita alcun contenuto che violi in proposito il dettato costituzionale, tanto che il Presidente della Repubblica non ha fatto alcun rilievo al riguardo e la legge è stata promulgata. Lamenta un clima rissoso di alcuni interventi nel dibattito, in parte a ragione, ma certo il clima dei rapporti nulla dice sul merito della legge.
Certo la riforma non rimedia alle difficoltà ad ottenere giustizia specie in campo civile e specie per i tempi lunghissimi dei processi, ma ottiene almeno un buon rimedio all’uso delle procedure di governo autonomo della magistratura, che attualmente si prestano a degenerazioni delle quali il magistrato Palamara, da protagonista, ha rivelato il merito. Nella sostanza la degenerazione che più colpisce è che l’azione della magistratura, sia nella fase requirente che in quella giudicante, sia guidata dalle correnti politiche che dividono i magistrati. E l’organo di governo della magistratura è diviso in correnti, una o più delle quali rendono rilevante non il merito delle questioni in campo (specie nomine e carriera ), ma la rispondenza a obiettivi politici. E così cade l’attesa di una giustizia giusta. Le correnti si costruiscono a livello organizzato nella fase di elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura, che sono chiamati a fare nomine a incarichi. E così la magistratura è governata dalle correnti. E’ stata la stessa situazione che era vissuta nei concorsi universitari, almeno per i campi che ho potuto sperimentare direttamente. Nei concorsi a cattedra in materie sociologiche l’elezione dei commissari di concorso (o di idoneità) risentiva molto dell’appartenenza di corrente. E poi questo si traduceva in esito del concorso. E non mi consta che ciò accadesse solo per la sociologia. Ebbene, per rimediare a questa distorsione correntizia è stato introdotto nel processo di nomina dei commissari la casualità dell’estrazione a sorte. E i concorsi hanno avuto esiti più fedeli a criteri valutativi di merito. Ci possono essere ancora distorsioni, ma sono assai più casuali. E la corrente ha visto crescere i suoi fondamenti culturali e calare quelli di clientela. L’Associazione dei magistrati difende certo l’attuale organizzazione del suo potere, che teme svanire col sorteggio, ma non si può cadere in una trappola corporativa di retroterra clientelare o di scelta politica.
Ora, per la selezione dei componenti di autogoverno della magistratura la riforma riprende il medesimo correttivo: la casualità della scelta. E il potere clientelare delle correnti certamente si ridurrebbe di moltissimo. L’operato della magistratura potrà quindi essere libero da scelte correntizie. Non capisco proprio perché il raggiungimento di una giustizia meno condizionata dalle correnti politiche dei magistrati sia un contenuto della riforma non meritevole di approvazione che si aggiunge quello della non interferenza reciproca tra fase inquirente e fase giudicante propiziata da possibile comunanza o meno di corrente tra magistrato inquirente e magistrato giudicante. E avere una giustizia non corrotta da convenienze politiche o amicali è significativo per chi vuole stato di diritto, come ha voluto la nostra Costituzione.
Cordiali saluti,
Renzo Gubert
inviato a l’Adige e finora non pubblicato