Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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L’abito della festa

di il 8 Aprile 2016 in religione con Nessun commento

Lo osservavo le domeniche, ma la conferma avuta a Pasqua – distrazioni da sociologo nell’osservare l’abbigliamento delle persone che si recano a ricevere la comunione – suona a conferma forte: la festa religiosa non si distingue dalla ferialità. Quando ero ragazzo c’erano tre tipi di abbigliamento per le persone normali, lavoratori della terra o dell’industria: quello da lavoro, quello che a Primiero si chiamava “di plao” (non so come venga denominato in altri idiomi), ossia feriale non di lavoro, e quello della festa. Per i pochi del ceto impiegatizio l’abbigliamento di lavoro e quello di plao coincidevano. Ma il vestito della festa era qualcosa di diverso, di migliore.
Mio padre, per quello della festa, andava alla Dalsasso di Scurelle, in corriera, a comperare la stoffa e poi se lo faceva confezionare da un bravo sarto di Fiera di Primiero. Per gli altri abbigliamenti si affidava a vestiti già confezionati e di qualità minore.

Non si poteva andare in chiesa di domenica se non con il vestito migliore che si aveva. Se si fosse stati invitati dal Presidente della Repubblica, diceva mio padre, si sarebbe andati a visitarlo con il migliore degli abiti; ma il Dio che si andava a trovare in chiesa valeva ben di più del Presidente della Repubblica.

Oggi la maggior parte della gente, non solo i giovani, ma anche gli anziani, vanno in chiesa la domenica con i vestiti di tutti i giorni, con i vestiti feriali. Anzi, spesso peggio. In ufficio di giorno di lavoro si va vestiti meglio; la domenica ci si mette in libertà, si veste in modo informale: blue jeans, maglietta o camicia non eleganti, una giaccone da ginnastica, (quando non una tuta), scarpe da ginnastica.

Un tempo osservavo come si potesse notare il diverso livello di benessere di un paese dalla qualità media dell’abbigliamento usato la festa; ora non più. Rimangono isole dove l’abbigliamento della festa è ancora usato, anche in chiesa. L’ho visto in Austria e in Baviera, dove si usano ancora i costumi tradizionali. Da noi non più, neppure nella festa del patrono o nelle grandi feste, come la Pasqua. Solo i “sizzeri” o i gruppi folcloristici o le bande ricordano, dove e quando ci sono, la specialità della festa.

Eppure ci sono occasioni nelle quali ci si veste eleganti: se si va a teatro, a un ricevimento, a visitare un’istituzione che richiede l’abito formale ( es. Parlamento, Quirinale). Non è quindi una questione di gusto o di una questione economica, ma della testimonianza della secolarizzazione della domenica: non c’è nessuno di importante da incontrare. E se si crede di incontrare Dio in chiesa, ciò che conta è la sostanza, non la forma. E così si va vestiti alla buona, riservando il massimo di rispetto nel vestire ad altre occasioni sociali.

Sinceramente non mi pare un passo avanti; forse un’educazione religiosa anche in merito all’abbigliamento dei laici la domenica alla messa farebbe bene. In fondo i preti continuano a usare abiti (paramenti) da cerimonia: ci sarà pure un motivo, no? Che dietro alla forma ci sia anche sostanza?

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