Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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religione

Cattolici e scelte politiche negli USA; osservazioni a Tonini e Dellai

di il 11 Gennaio 2021 in elezioni, partiti politici, religione con 2 Commenti
Su due giornali editi in Trentino, domenica 10 gennaio due articoli di due politici di sinistra che si considerano cattolici, Giorgio Tonini e Lorenzo Dellai. L’oggetto: la situazione politica statunitense, prendendo spunto dalle vicende legate all’esito delle elezioni presidenziali. Tonini è soddisfatto perché su tre vertici istituzionali negli USA ben due sono di religione cattolica e per la rilevante presenza di deputati e di senatori cattolici, accentuata nel partito democratico. Dellai giudica insufficiente la presa di distanza della destra in Italia dal metodo violento usato nel violare il Campidoglio da parte di dimostranti filo-trumpiani e se la prende con l’ex nunzio della santa Sede negli USA Viganò per una lettera che avrebbe scritto a favore del voto per Trump. Mi permetto alcune osservazioni.

A Tonini vorrei dire che l’essere di religione cattolica non garantisce la fedeltà ai principi del cattolicesimo. Lo hanno dimostrato proprio i due vertici “cattolici” Biden e Pelosi, che sui temi cruciali della tutela della vita umana dal concepimento alla morte naturale e della tutela della famiglia fondata sul matrimonio di uomo e donna, due dei principi “non negoziabili” per un cattolico, hanno assunto con evidenza posizioni opposte, proprio in netto contrasto con quanto sostenuto da ultimo anche da Papa Bergoglio, che continua a richiamare l’inumanità della “cultura dello scarto” che legittima ad es. l’uccisione nel grembo materno di chi non è desiderato per qualche ragione, fosse anche la sola sua salute. Ricordo, nella mia esperienza nell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa come su questi principi fondamentali si trovassero convergenze con cristiani protestanti, ortodossi, mussulmani assai più che con cattolici che tali erano solo per aver ricevuto da bambini il battesimo. Guardiamo alle scelte di valore più che ai registri demografici, che risentono di andamenti demografici che stanno modificando la composizione etnica degli Stati Uniti!

A Dellai vorrei dire che la pretesa che la condanna dell’uso della violenza nella vicenda dell’intrusione di manifestanti nel Campidoglio di Washington (non si può contrabbandare per tentativo di insurrezione o di colpo di stato, tant’è vero che i lavori del parlamento sono ripresi in giornata) non sia credibile se non si prendono le distanze dalle posizioni politiche sostenute da Trump, sa tanto di autoritarismo. Si possono condannare determinati comportamenti senza condannare in toto le convinzioni politiche professate da chi in modo improvvido ha incentivato le intrusioni. Su temi come la tutela della vita, ad es., Trump ha assunto posizioni consonanti con quelle sostenute dalla morale cristiana e mi pare che non si tratti di un tema secondario, univocamente trattato dal magistero della Chiesa. Non è un caso che i movimenti “pro-life” si siano pronunciati per il voto a Trump. La violazione dei valori e delle regole democratiche possono avvenire in molti modi. Il sistema elettorale nei diversi stati degli USA si presta a brogli, specie in relazione all’uso estensivo e decisivo del voto per corrispondenza, che non garantisce che il voto sia personale e segreto. Trump e il suo staff non hanno fornito prove, ma di tali violazioni era impossibile esibire prove. Ho assistito da osservatore del Consiglio d’Europa a molte votazioni in molti paesi ed ho visto molti brogli pur essendo la procedura di voto quella tradizionale ai seggi. In un’America dove i “poteri forti”, compresi i media, erano tutti pro democratici, è ancora più difficile che a sospetti di brogli venga data attenzione. Con il voto per corrispondenza la garanzia di voto personale e segreto può vanificarsi, senza che vi siano prove. Mi pare quindi possibile che almeno una parte della protesta abbia fondamento e in quel caso le valutazioni dovrebbero essere più prudenti.

La tradizione politica dei democratici cristiani è altra, rispetto a populismo e sovranismo espressi da Trump, ma di questa tradizione fa parte anche la prudenza nel giudicare, evitando strumentalizzazioni e falsificazioni.

Teologi e fede: serve una laurea statale in teologia?

sul Trentino del 7 gennaio è pubblicato un articolo di Maurizio Gentilini sul ritorno della teologia nell’università italiana grazie all’istituzione di un corso di laurea a Palermo in “Religioni e culture”, per il quale è stata stabilita una collaborazione con la Facoltà teologica di Sicilia. Il Gentilini coglie l’occasione per ripercorrere una vicenda trentina che mi pare aver avuto nei desideri di qualcuno, allora, una portata maggiore, non limitata a una collaborazione tra istituzioni statali ed ecclesiastiche, come è quella palermitana. Questa, tra l’altro, non conferisce una laurea in teologia, ma in “religioni e culture”, ossia in materia culturale nella quale rientrano anche le religioni. La cultura rientra in campi di studio nelle università statali già da tempo, oggetto di insegnamento, come nei corsi di “sociologia della religione” o “sociologia delle religioni” e di “sociologia dei fenomeni culturali” che a Trento hanno annoverato e annoverano studiosi di rilievo come lo scomparso Sabino Samele Acquaviva e, a Lettere, Salvatore Abbruzzese.

Ricordo che quando fu presentata a Trento l’eventualità di istituire una laurea in teologia presso l’Università di Trento in collaborazione con l’Istituto di Scienze Religiose, da professore dell’Università, anche con qualche responsabilità istituzionale, espressi un parere negativo. Alla radice stanno le medesime valutazioni che poi hanno portato la diocesi di Trento a costituire una sua propria scuola teologica, anche per la preparazione degli insegnanti di religione, togliendo tale compito all’Istituto di Scienze Religiose dell’Istituto Trentino di Cultura (ora Fondazione Kessler), ente laico provinciale. La questione cui rispondere è in fondo la seguente: la teologia cristiana è e
deve essere una disciplina “ancillare” alla fede o è una disciplina che può essere coltivata e insegnata indipendentemente dalla fede, anche da atei o da fedeli di altra religione? Forse per qualcuno la cosa più importante è l’autonomia epistemologica di una disciplina, che ha i suoi canoni che ben poco avrebbero a che fare con la fede. Non so se Gentilini sia su questa posizione. Per chi ha responsabilità di guida di una comunità cristiana (ma il ragionamento si applica anche ad altre religioni, come ad es. l’ebraica o la mussulmana) una teologia atea, agnostica, slegata da una fede, rischia di sviare la comunità dalla vera fede. Il problema diventa ancora più evidente se tra gli sbocchi professionali di un laureato in tale teologia vi fosse pure l’insegnamento di una religione, come quello di religione cattolica previsto in Italia dal Concordato. Vi è stato un acceso dibattito sul fatto che gli insegnanti di religione cattolica debbano ottenere il gradimento del vescovo della diocesi dove dovrebbero insegnare e ancora v’è chi avversa tale soluzione. Non basta certo l’aver ottenuto una laurea in teologia da un’università statale, sia pure con la collaborazione di una facoltà teologica ecclesiastica, per dare la garanzia che un docente di religione cattolica insegni religione cattolica e non altro, sia pure nei soli suoi aspetti di cultura, peraltro tutt’altro che secondari. Per questo mi pare semplicistico o eccessivamente accondiscendente alle tendenze secolarizzatrici, orientare positivamente l’opinione pubblica cristiana all’istituzione di una laurea statale in teologia, disciplina che dovrebbe sganciarsi dalla fede e dalla comunità religiosa che la professa.

Inviato a il Trentino e finora non pubblicato

Mercanti nel tempio? Dubbi in merito a un articolo sugli interessi per prestiti di Bruni su Avvenire

Avvenire di domenica 27 dicembre pubblica un lungo articolo di Luigino Bruni intitolato “Quando e perché i mercanti poterono occupare il tempio”. Il tema affrontato è di interesse non solo per gli storici, ma anche per l’etica economica e sociale contemporanea. Il titolo allude alla cacciata dei mercanti dal tempio da parte di Gesù, a Gerusalemme e propone la tesi di fondo, ossia il cedimento della Chiesa agli interessi dei mercanti e dei banchieri al tempo della Signoria Medici a Firenze e anche successivamente con riferimento al culto dei Re Magi. Mi ha colpito il contrasto tra le analisi del Bruni in quest’ultimo contributo e le lezioni che, studente di Sociologia a Trento nel 1965-66, frequentavo del prof. Gino Barbieri, eminente professore di Storia economica, (Legnago, VR, 1913-1989), formatosi alla Cattolica di Milano, allievo di Amintore Fanfani.

Il dibattito sull’ammissibilità della riscossione di interessi per i prestiti fu un tema assai dibattuto, confrontandosi le tesi intransigenti che richiamavano comandi della Bibbia del prestare senza esigere interessi e quanto si veniva imponendo nella nuova economia capitalista del prestito con interessi, stabilendo che di usura si poteva parlare solo se il tasso di interesse diventava assai elevato (fissato negli Statuti cittadini). Fu Martino Tomitano nato a Feltre, laureato con lode a Padova e divenuto poi frate minore assumendo il nome di Bernardino (da Feltre, riconosciuto beato dalla Chiesa) che approfondì in modo rilevante e con riflessi operativi l’etica sulla questione, distinguendo il prestito alla povera gente per poter vivere dal prestito come parte del capitale per poter produrre, commerciare e creare ricchezza. Come ricordato in altre parti dei contributi di Bruni pubblicati da Avvenire, il divieto di richiedere interessi valeva per Bernardino da Feltre per per il primo tipo di prestito, non per il secondo. E per i prestiti del primo tipo fondò i Monti di Pietà (il primo a Perugia, nel 1462), nei quali i prestiti ai poveri erano senza interessi.

Per Barbieri si trattò di un avanzamento di riflessione etica da parte del cristianesimo che lo fece uscire dalle secche di un integralismo letterale che applicava una norma motivata per certe situazioni a situazioni nuove, diverse, determinate dall’affermarsi del capitalismo. Non si tratta, quindi, di un cedimento etico, come lascia intendere Bruni in quest’ultimo contributo, ma di un progresso etico. L’usura è certamente rimasta un peccato, ma le condizioni affinché si possa parlare di usura sono state riviste. Semplificare il tutto parlando di mercanti che occupano il tempio, di cedimento della Chiesa che contraddice principi fondamentali, mi sembra tra l’altro non coerente con l’apprezzamento che, in precedenti contributi, Bruni esprime per il “realismo” dimostrato dai francescani, della loro capacità di “discernimento” (a differenza di altri) rispetto alle dinamiche economiche e sociali del loro tempo.

Chiesa-comunità è Chiesa strutturata

di il 5 Dicembre 2020 in burocrazia, comunità, religione con Nessun commento

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sul Trentino del 14 novembre Danilo Fenner, commentatore di questioni religiose del giornale, critica l’eccessiva burocratizzazione della Chiesa cattolica e vede in ciò una delle ragioni di conflitto tra la realtà e quanto invece vorrebbe Papa Bergoglio, una Chiesa-comunità. più “sinodale”. E fa un lungo elenco “una pletora” scrive, di organismi interni della stessa Chiesa locale, della diocesi, che, tra l’altro vedono un ruolo marginale delle donne e l’onnipresenza del clero. Rilevo che dall’elenco manca stranamente un altro organismo diocesano, la “Consulta dei laici”, che raccoglie esponenti di associazioni e movimenti cattolici, dove Presidente eletta è da più mandati una donna e dove le donne sono numerose.

Leggendo l’articolo sono riandato col pensiero alla mia gioventù, nel periodo del Concilio Vaticano II e degli anni immediatamente successivi, quando la costituzione di organismi di partecipazione era visto, alla luce dei documenti conciliari, come un fatto positivo, innovativo, rispetto alla situazione precedente nella quale la gestione delle decisioni attinenti alla Chiesa, anche locale, erano di competenza esclusiva delle autorità ecclesiastiche (parroco, vescovo). Come mai tali organi di partecipazione sono giudicati da Danilo Fenner come “burocrazia”, che contrasterebbe la “sinodalità” che vorrebbe, invece, Papa Francesco? Pure il Sinodo, peraltro, è un organismo di partecipazione, in versione certo più “assembleare”, ma disciplinato da regole e da rappresentanze anche a livello diocesano, come l’ultimo tenuto nella diocesi trentina per volere del vescovo mons. Gottardi. C’è un altro aspetto della gestione ecclesiale che viene spesso criticata, il procedere per pianificazioni. Ricordo quando si criticava la gestione “episodica” di iniziative e, sulla scorta di quanto accadeva anche in campo civile, con l’affermarsi della pianificazione o programmazione (economica, sociale, urbanistica, ecc.) anche nella gestione ecclesiale e associativa si procedeva per piani (e ancora si procede) e la loro formulazione e valutazione era compito degli organi di partecipazione, ciascuno con le sue specifiche competenze. Anche a questo riguardo c’è chi rinviene in tale pianificazione non il tentativo di dare razionalità all’azione, ma un sovrabbondare di burocrazia. Meglio l’improvvisazione che nasce dall’ispirazione dello “Spirito Santo”, che soffia dove vuole e non si lascia disciplinare dalla razionalità umana.

Danilo Fenner (ma non è solo, con lui egli vede anche il Papa attuale) vorrebbe altri modelli di gestione, ispirati a una Chiesa-comunità, “non burocratica, non dottrinaria, non strutturata…. dove a decidere non sono i preti”. Risento l’eco di uno spirito “sessantottino”, che aveva destrutturato la formazione universitaria e voleva destrutturare i partiti e i sindacati, sostituendoli con “movimenti” e comitati condotti da leader, voleva destrutturare la famiglia (ricordo le “comuni” anche a Trento), e così via. Non mi pare che l’esperienza abbia dimostrato che simili modelli gestionali abbiano portato grandi risultati. E in ogni caso un periodo “movimentista” termina con l’estinzione dell’effervescenza e/o con la strutturazione, che vede regole, apparati amministrativi, “dottrine” di riferimento. Anche la “comunità” vive strutturata, come dimostra la storia delle comunità locali. La “rivoluzione permanente” non è mai durata a lungo, né nella Cina maoista nè nella Cuba castrista. Il problema da cui originano i sentimenti espressi da Danilo Fenner non sta né negli organismi di partecipazione né nella programmazione delle attività, ma nella debolezza della fede, dell’esperienza ecclesiale, nella secolarizzazione del nostro modo di vivere, che lascia uno spazio sempre più esiguo alla forza e alla portata della risposta religiosa alle questioni di senso della vita nostra e del mondo. Sempre meno persone che scelgono il sacerdozio o la vita consacrata. Sempre meno forte è il senso di appartenenza ecclesiale. Cresce la religione “self service”, “à la carte”. Desiderare una Chiesa destrutturata, perfino anche nella dottrina, è espressione di ciò.

Inviato a il Trentino e finorta non pubblicato

A quando lo sblocco della causa di beatificazione di Alcide Degasperi da parte del vescovo di Trento?

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ome ormai da molti anni, il Centro Studi su Alcide Degasperi di Borgo Valsugana, presieduto in questi anni dall’on. Aldo Degaudenz, ha organizzato a Borgo la Santa Messa in suffragio di Alcide Degasperi proprio nell’anniversario (66 anni) della morte, il 19 agosto. Di solito prima della Messa organizzava un’iniziativa culturale su Degasperi “uomo e cristiano”. Prima ancora erano parlamentari del CDU, Buttiglione e parlamentari CDU in Trentino, con la partecipazione dell’on. Ebner, eurodeputato del PPE, a organizzare nell’occasione un incontro politico sulle prospettive di impegno politico ispirato al pensiero sociale cristiano, richiamando la figura di Degasperi. Causa Covid 19 quest’anno il Centro ha rinunciato all’incontro culturale. Tuttavia la celebrazione della Messa da parte dell’arcivescovo di Trento, mons. Lauro Tisi non ha mancato di esprimere con forza le qualità umane e cristiane di Alcide Degasperi, quest’anno valendosi, accentuando qualche tono, anche della bellissima “lectio magistralis” tenuta, per iniziativa della Fondazione Trentina Alcide Degasperi, il giorno 18 a Pieve Tesino da parte della Presidente della Corte Costituzionale prof. Marta Cartabia.

Un tempo erano il fratello dell’arcivescovo Sartori, postulatore della causa di beatificazione, e mons. Costa, di Borgo, a tenere l’omelia, illustrando soprattutto le doti cristiane di Alcide Degasperi. Poi fu direttamente mons. Bressan, arcivescovo, a farlo, pur con toni meno forti. Da buon diplomatico sapeva, infatti, che non poteva entrare in contraddizione con il fermo che la causa di beatificazione di Degasperi aveva subito proprio da parte sua, ordinario della diocesi, di fronte alle riserve e contrarietà espresse dalle autorità ecclesiali della diocesi di Bolzano-Bressanone per motivi esclusivamente “politici” (le decisioni del patto Degasperi- Gruber avrebbero sacrificato, con inganno (?), l’autonomia sudtirolese, inserendola nel “quadro regionale” che comprendeva anche il Trentino).

Tutt’altro il taglio delle omelie di mons. Tisi, fin dall’inizio del suo magistero episcopale. Gli accenti volti a evidenziare le virtù eccezionali di Alcide Degasperi, innanzitutto come cristiano e poi come uomo e come politico, sono stati sempre forti. Nell’omelia ultima, alla domanda lasciata aperta dalla prof. Marta Cartabia sull’origine in Degasperi della sua eccezionale capacità umana e politica di portare in porto la Costituzione e di governare “dal centro”, inteso come capacità di fare sintesi delle varie posizioni, mons. Tisi, come penso molti dei democratici cristiani presenti a Pieve e a Borgo per la Messa, dà la risposta: le virtù umane e politiche di Degasperi venivano dal suo vivere il Vangelo di Gesù Cristo, pur con il contributo di altri elementi umani, richiamati nella “lectio” come il suo essere “uomo di confine”.

Non è la prima volta che, di fronte a una posizione forte di mons. Tisi, gli venga posta la domanda del perché, di fronte alle eccezionali virtù umane e cristiane di Alcide Degasperi, non provveda a sbloccare la causa di beatificazione nella sua fase preliminare diocesana. Il 19 scorso il contrasto fra ciò che viene detto e ciò viene fatto sulla causa di beatificazione era così evidente che per un attimo mi è venuta la tentazione di imitare Paolo Sorbi (che aveva tutt’altre motivazioni), gridandolo in chiesa. Ma dopo la messa, sul sagrato della chiesa, non ero l’unico a rilevare la contraddizione. Possibile che motivi etnico-politici, tra l’altro presenti in un’altra diocesi, si sacrifichi la segnalazione alla comunità cristiana, almeno per la fase preliminare diocesana, delle straordinarie virtù umane e cristiane di un uomo politico, certamente di rilievo nazionale ed europeo? La comunità cristiana, anche diocesana, è frantumata politicamente. E non solo per differenze di valutazione sui problemi, ma anche sul senso stesso dell’impegno politico. Dei documenti al riguardo del Concilio Vaticano II nessuno più parla. Basta celebrare Degasperi nelle omelie una volta l’anno? Spero che mons. Tisi ripensi la sua scelta e faccia proseguire il cammino delle procedure canoniche previste. La DC nazionale ha deciso di sostenere tale cammino.

Pubblicato dal Trentino

IRRILEVANTE PER UN CREDENTE VOTARE PER UN SINDACO CHE SI DICE ATEO?

 l’Adige del 10 giugno pubblica una lettera di Tullio Martinelli (forse è un vecchio mio compagno di Seminario) che, commentando negativamente dichiarazioni di Baracetti sull’ateismo del candidato sindaco delle sinistre Ianeselli, chiama in causa anche me attribuendomi la dichiarazione, evidentemente da lui considerata aberrante, che “la destra è più cristiana della sinistra”.

Si tratta di una strumentalizzazione della religione, afferma Martinelli, come quella sui crocefissi o sulla corona del rosario.

Il tema sollevato ha una portata assai più ampia. La fede religiosa ha impatto sui comportamenti? Difficile negarlo. E tra questi comportamenti, vi sono anche quelli politici? Altrettanto difficile negarlo. E nel valutare l’affidabilità di un politico, a qualsiasi livello, è sbagliato tener conto delle probabili  conseguenze sui suoi comportamenti nel governare della sua fede religiosa? Perché mai tenerne conto sarebbe solo “strumentalizzazione”?

Ovviamente la fede religiosa non è l’unico carattere che può incidere sulle scelte di interesse per la collettività, e quindi sarebbe riduttivo basare solo su di essa il giudizio sull’affidabilità di una persona, ma certamente essa segnala i “valori ultimi” ai quali una persona fa riferimento. E qui da sociologo che ha studiato “valori” da una vita, con ricerche empiriche su campioni rappresentativi, in tutti i continenti, non posso non constatare come le persone più religiose sono più attente ai valori della difesa della vita umana anche nei momenti della sua massima debolezza, all’inizio e alla fine, sono più sensibili al valore della stabilità e all’unità della famiglia naturale fatta da uomo e donna, sentono di più il valore del legame alla comunità civile della quale fanno parte, specie quella locale,  unendo in ciò anche un più ampio senso di fratellanza universale. Quest’ultimo carattere, soprattutto, distingue il centro dalla destra, per la quale  il legame con la “patria” intesa come comunità nazionale è dominante se non esclusivo sia nei confronti della Heimat locale che della comunità universale, ma per gli altri due caratteri la destra si caratterizza per condividerli assai di più della sinistra, che segue impostazioni di relativismo etico individualista.

Anche per queste considerazioni vale il fatto che le risposte alla attuale “sfida antropologica” e i sentimenti di appartenenza socio-territoriale non sono gli unici elementi per valutare l’affidabilità di un politico per il perseguimento del bene comune così come una persona lo concepisce, ma se qualcuno ritiene, come me e tanti altri, che essi siano molto importanti nella gerarchia di valori, non vedo perché il dirlo sia strumentalizzazione della religione. Chi è religioso, da noi cristiano, crede in un fondamento ultimo dei principi etici, il volere di Dio, fondamento che invece manca all’ateo, che riconduce tutto a decisioni degli uomini,  e quindi sempre rideterminabili (concezione relativista). Per chi crede in Dio un ateo è meno affidabile in linea generale di un credente, perché il criterio di giudizio su scelte nel caso dell’ateo ha fondamenti assai più fragili, fermo restando che vi possono essere credenti (deboli) meno affidabili di atei (che almeno possono condividere profonde convinzioni umaniste, anche se convenzionali).  Il giudizio di Baracetti su Ianeselli esprime quindi un sentimento di ovvia diffidenza di un credente verso chi ha altri valori “ultimi”, ha altre concezioni del senso della vita e del mondo. Non è “strumentalizzazione”; semmai una “semplificazione”, estendendo a una singola persona un giudizio che invece vale, a mio avviso, e solo probabilisticamente, per un’intera categoria.

Orari esercizi commerciali e festività

di il 15 Luglio 2020 in COMMERCIO, famiglia, religione con Nessun commento

Giusta la proposta di don Marcello Farina di fare sciopero della messa per protesta contro scelte relative a immigrazione?

di il 31 Dicembre 2019 in religione con Nessun commento

Non mi sarei mai atteso da un sacerdote, don Marcello Farina, la proposta nel corso di un’omelia di non celebrare la messa la domenica a sostegno di un’opinione politica concernente le politiche di affronto del problema immigrazione. Giustamente il vescovo ha ricordato come la messa serva per vivere più coerentemente il vangelo. Usarla come oggetto di uno sciopero o di una “serrata” dei preti mi sembra uno svilimento, una strumentalizzazione del proprio ministero di celebrazione dell’eucarestia.

Non ho mai sentito don Farina proporre nulla di simile per leggi che consentono e finanziano con denaro pubblico l’uccisione di essere umani nel grembo materno perché indesiderati, né mai egli si è distinto in dure condanne al riguardo. Lo fa su un tema nel quale le soggettive valutazioni politiche di opportunità hanno un peso assai maggiore di quello in merito alla tutela della vita umana. Di fronte a un cambiamento nelle politiche verso gli immigrati clandestini cui non è riconosciuto il diritto di asilo si può dissentire. Si poteva suggerire una fase di transizione che tenga conto delle aspettative delle persone consolidate da scelte politiche precedenti. Ma si è di fronte a una questione che non è di vita o di morte. Manca il senso della misura. Vi è un’intrusione clericale in un ambito di responsabilità dei laici. Vi è una strumentalizzazione clericale di un sacramento. Un prete ha molti strumenti per dare un insegnamento di morale. Si è ceduto al desiderio di clamore mediatico, facendo perdere autorevolezza all’insegnamento morale.

scritto 4 marzo 2019

Presepi, crocefissi: contro laicità ed espressione di strumentalizzazione?

Sui giornali locali si ripetono prese di posizione critiche di orientamenti assunti dalla nuova Giunta Provinciale, in particolare dal suo Presidente Fugatti e dall’assessore Bisesti, in merito a sorveglianza della Chiesa di Santa Maria Maggiore a Trento, chiesa che fu adibita ad aula del Concilio di Trento, e all’invito a mantenere i simboli della civiltà cristiana nelle scuole, quali il crocefisso e, per il periodo natalizio, il presepe.

Due i rilievi per lo più mossi dai critici: la laicità dello stato e l’indegnità morale di coloro che mentre valorizzano luoghi e simboli del cristianesimo, di questo negherebbero fondamentali principi morali nel modo nel quale è regolato il fenomeno migratorio e il trattamento degli immigrati. Nel suo stesso editoriale dell’ultimo numero di VT pare indirettamente dire che le nuove regole non rispetterebbero i fondamentali diritti umani, richiamando la celebrazione del 70°anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani.

Nell’intervento di Dialogo aperto di Ruggero Morandi c’è già traccia di un diverso modo di concepire la laicità rispetto a quella adottata da tanti cristiani, mutuata da quella giacobina francese. E’ il modo nord-americano, già evidenziato da Alexis de Tocqueville. L’apporto alla cultura e alla politica da parte di confessioni religiose non va sterilizzato in nome dello stato fondato su una sorta di religione civile (la “dea ragione”), bensì accolto e valorizzato. Nel caso dell’Italia, dell’Europa e di tutte le culture che hanno vissuto secoli di cristianesimo, si può e si deve andare oltre anche la visione “nord-americana”, in quanto il cristianesimo come civiltà non è una delle confessioni religiose, ma quella che ha costituito la stessa identità culturale e sociale. Qualche lettera pubblicata ha richiamato il patrimonio artistico, e si può dire di ogni arte, dalla pittura alla scultura, dalla musica all’architettura, ma si deve richiamare anche lo stesso calendario ritmato dalle festività, la stessa filosofia e la nascita delle scienze naturali e sociali. Se si dovessero escludere dal legittimo rilievo pubblico tutte le espressioni di cultura che derivano dalla civiltà cristiana, l’Italia, l’Europa e molte altre parti dell’umanità sarebbero private del rilievo pubblico della loro identità. E’ cresciuta la secolarizzazione, ma gli elementi di identità cristiana sono rimasti centrali. Perché chi è deputato a perseguire quella parte di bene comune che pertiene alla politica dovrebbe sentirsi impedito di tutelare tali elementi, pena sentirsi definire clericale, integralista, ecc.? Lo stesso insegnamento della religione cattolica nelle scuole è un’espressione di avveduta laicità.

E passando al secondo rilievo, quello più mosso da alcuni ambienti cattolici, si continua a non capire come sia dovere del cristiano impegnato in politica il perseguimento del bene comune. Leggi e provvedimenti amministrativi devono essere orientati ad assicurare il bene di tutti. L’osservanza delle leggi, specie se assunte in modo democratico, è un dovere morale. Come già ho avuto modo di osservare in altra occasione, la Dichiarazione universale dei diritti umani, non prevede affatto il dovere degli stati di accogliere tutti coloro che desiderano stabilirvisi. Ogni stato può fissare delle regole ed è dovere civile osservarle. Se uno Stato ha firmato delle convenzioni internazionali ha l’obbligo di osservarle, ma non consta che lo Stato italiano le violi, neppure con le ultime decisioni democraticamente assunte. Cosa c’è di immorale, di indegno, se delle forze politiche agiscono secondo la visione di bene comune, tra l’altro condivise da tutti gli stati? Solo una visione integralista del cristianesimo pretende che l’invito all’accoglienza di ogni persona in nome della fratellanza universale si traduca in dovere di emanare norme civili che accolgano tutti coloro che vogliono stabilirsi in una comunità statuale. L’insegnamento della Chiesa, anche quello trasmesso dai Papi, compreso Papa Francesco, ha sempre riconosciuto il dovere degli Stati di determinare i flussi migratori in funzione del bene comune e in una precedente lettera a Vita Trentina li avevo segnalati. Ma anche ammesso, e non concesso, che chi stabilisce tali limiti pecchi contro Dio e contro gli uomini, non deve valere per lui il valore della misericordia? Questo vale solo per chi uccide esseri umani nel ventre materno, mette in crisi per proprio egoismo la propria famiglia, tradisce le promesse di fedeltà al proprio coniuge, non si propone di controllare eventuali pulsioni a vivere una sessualità disordinata, non si cura dell’educazione dei figli, viola i precetti della Chiesa? Più modestamente ci si dovrebbe limitare all’invito a curare in modo adeguato la transizione da un regime a un altro, in modo ragionevole

L’insegnamento sociale dei Papi non si riduce alla recente insistenza sull’accoglienza incondizionata degli immigrati

di il 11 Settembre 2018 in migrazioni, religione con Nessun commento

Dalle omelie domenicali di parroci e sacerdoti che li aiutano agli interventi di vescovi e di Papa Bergoglio, è martellante l’invito all’accoglienza degli immigrati, indipendentemente dalle ragioni dell’immigrazione e dal rispetto delle leggi che regolano l’immigrazione. A cominciare da me, ma penso che ciò valga anche per molti cristiani attenti ai messaggi che vengono dai “pastori”, questa insistenza li pone in conflitto con le valutazioni, che, da laici battezzati e membri della Chiesa, danno del fenomeno migratorio e del modo per affrontarlo. Si aggiunga, poi, che le forze politiche che più enfatizzano gli insegnamenti dei pastori in merito all’accoglienza incondizionata, e quindi più sono in sintonia con parroci, vescovi e Papa, sono quelle che invece più criticano insegnamenti della Chiesa in materia di famiglia, di sessualità e di rispetto della vita umana dal concepimento alla morte naturale. Per contro le forze politiche che sono per un controllo più efficace dei processi migratori sono quelle che, invece, sono più vicine all’insegnamento delle autorità ecclesiali proprio sui temi della famiglia e della vita.
Proporrei all’attenzione dei lettori, specie a quelli cui interessa la coerenza tra fede religiosa cristiana e scelte sociali, culturali e politiche, una riflessione sull’insegnamento sociale della Chiesa negli oltre ultimi cento anni nei quali il fenomeno migratorio ha coinvolto gli stati moderni, avvalendomi di un recente articolo in merito alle posizioni dei Papi, pubblicato sul quotidiano on line “In Terris”. Mi limito a ricordare poche frasi. Le migrazioni sono state imponenti da Italia e da molti paesi europei, specie verso le Americhe, già dalla seconda metà del XIX secolo. Pio X, ancora non Papa (1887), sollecitava i “pastori” a scoraggiare coloro che intendevano emigrare e denuncia le pratiche affaristiche di coloro che organizzano l’emigrazione, illudendo i poveri contadini. Pio XII, nel 1946, in un discorso al Commissario USA per l’immigrazione, non solo riconosceva la possibilità di una regolazione governativa dei flussi migratori, pur di fronte a pressioni per allentare le misure restrittive degli USA nei confronti della forte domanda di emigrare in America all’indomani della guerra, ma non sconfessa le stesse misure restrittive americane, che debbono tener conto, a suo dire, non solo dell’interesse di chi vuole immigrare, ma anche del “benessere della nazione”. Giovanni XXIII, oltre a richiamare il fatto che esistono diritti degli immigrati anche se non cittadini dello stato, nella “Pacem in terris” insegna come debba essere il capitale a spostarsi dove non c’è lavoro e non viceversa (equivale all’aiutare i popoli poveri a casa loro). Paolo VI nella “Populorum progressio” evidenzia i mali da cui scaturiscono le spinte ad abbandonare la propria terra: la concezione che il motore essenziale dello sviluppo economico sia il profitto, gli abusi del liberismo sfrenato che penalizza le economie dei paesi del Terzo Mondo e la miopia degli organismi internazionali. Giovanni Paolo II, suggerisce in un messaggio perla Giornata dell’Emigrazione (1995), di non cedere alla tentazione della paura e al sentimento di insicurezza di fronte ai fenomeni migratori, ma non predica l’accoglienza illimitata e auspica una regolamentazione legislativa in grado di arginare il fenomeno dell’immigrazione illegale e del suo sfruttamento da parte di organizzazioni criminali. Nel 2003, in “Ecclesia in Europa” richiama le autorità pubbliche ad esercitare “ il controllo dei flussi migratori, in considerazione delle esigenze del bene comune”. Benedetto XVI è ricordato per il suo pronunciamento sul “diritto a non emigrare” (Giornata del migrante e del rifugiato, 2012). Da cardinale si era espresso a favore della limitazione del numero degli sbarchi di migranti. E nello scegliere chi ammettere, sosteneva giusto preferire “ i gruppi che sono più integrabili, i più vicini alla nostra cultura”. Papa Ratzinger richiamava anche la responsabilità degli stati di partenza dei migranti per rimuovere le cause dell’emigrazione irregolare e per combattere le forme di criminalità ad essa collegate (2012).
Come si può constatare, l’insegnamento dei Papi sulle migrazioni non è per l’accoglienza incondizionata e lo stesso Papa Francesco, pur insistendo sull’accoglienza, senza precisare i limiti, nel ritorno dal suo recente viaggio in Irlanda e in atre occasioni, ha ribadito che è meglio non accogliere se non si ha la possibilità di integrare. E integrare vuol dire mettere nelle condizioni di avere un lavoro, un’abitazione, istruzione, cura della salute, capacità comunicative (competenza linguistica) con gli altri, interiorizzazione dei valori comuni della società ospitante che induca almeno a un rispetto delle leggi e della civile, pacifica convivenza e collaborazione.
In definitiva anche per l’insegnamento sociale della Chiesa Cattolica, non è sufficiente predicare, come accade quasi sempre in questi ultimi anni, che i cristiani debbono accogliere gli immigrati come fratelli, ma occorre valutare le conseguenze di migrazioni sulla società di partenza e sulla società di arrivo, stabilendo una maggiore giustizia nei rapporti tra i popoli, fissando regole per i movimenti migratori, regole che in ogni caso stabiliscano limiti, i quali a loro volta devono essere applicati in modo efficace e tenendo conto della maggiore o minore predisposizione all’integrazione sulla base della maggiore o minore vicinanza culturale.
Perché ciò non viene più detto o detto raramente nelle chiese? Più facile semplificare, invece che impegnare la responsabilità dei laici cristiani a proporre criteri di valutazione, regole e strumenti?

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