Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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religione

Teoria gender e programmi integrativi nelle scuole:sbagliato evitarlo?

Sul Trentino del 31 dicembre sono riportate dichiarazioni del cons.Ghezzi e della cons. Ferrari, duramente critiche nei confronti della Giunta provinciale per aver sospeso corsi integrativi scolastici inerenti parità di genere al fine di verificare se tali corsi non fossero lo strumento per educare bambini e ragazzi alla “teoria del gender”, ossia la teoria secondo la quale l’identità sessuale sarebbe una “costruzione sociale”.

Mi auguro che la passata Giunta provinciale non abbia avallato per anni programmi scolastici integrativi che propongano agli alunni simili posizioni culturali, ma certo la veemenza con la quale i due consiglieri sopra citati hanno reagito fanno sospettare che gli amministratori di sinistra della scorsa legislatura abbiano paura che la loro operazione culturale, volta a somministrare, anche in dosi omeopatiche, la teoria del gender, venga disvelata. E per cominciare negano che una “teoria del gender” esista, il modo che ritengono più efficace per non farne scoprirne gli elementi in alcuni programmi da loro finanziati.

L’accusa alla Giunta Fugatti e agli assessori competenti al riguardo, sarebbe di essere un Giunta etica. Sorprende che uomini di cultura non abbiano coscienza del fatto che l’etica è connaturata alla politica. Questa persegue il bene comune. E il giudizio su ciò che è bene o non lo sia è proprio un giudizio etico. Quanto Ghezzi e Ferrari sostengono, ossia l’educazione degli alunni a sfuggire agli elementi di identità sessuale dovuti alla “costruzione sociale”, per essi è un bene, mentre è un male non farlo. La loro scelta, come tutte quelle politiche, deriva da valutazioni etiche. La differenza tra la Giunta Fugatti e i responsabili delle politiche relative alla scuola e alla parità uomo-donna della precedente legislatura è che differisce l’etica. E se si approfondisce un po’, a voler imporre le proprie valutazioni etiche nel proprio agire amministrativo, erano stati questi ultimi, mentre la Giunta Fugatti vuole salvaguardare la primaria responsabilità educativa dei genitori, riconsegnando a loro, come la Costituzione vuole, le decisioni circa l’educazione sessuale.

La cons. Ferrari giustamente cita la diversità di uomo e donna, che merita anche per lei rispetto; tuttavia nega che da questa diversità possano discendere scelte diverse tra uomo e donna. Si tratta di una posizione ideologica di stampo vetero-femminista. Corrisponde all’esperienza comune, fondata anche su ricerche scientifiche, che le diversità tra uomo e donna nel cervello, nei ritmi biologici in età fertile, nella configurazione somatica, nelle potenzialità generative, ecc., che vi siano diversità medie tra uomini e donne, diversità che aprono a complementarietà uomo-donna che danno fondamento solido al rapporto di coppia e influiscono sui rapporti educativi, ma non solo, tra padre, madre e figli. Il constatare che tali diversità uomo-donna hanno conseguenze in parte diverse in società diverse non autorizza a considerare da rimuovere tali differenze, come fossero un condizionamento negativo. Saranno le autonome dinamiche sociali a produrre i cambiamenti, ma senza la pretesa che essi non siano a loro volta “costruzioni sociali” basati su differenze che costruzioni sociali e stereotipi non sono.

Sono i corsi miranti a cambiare, per via politico-amministrativa, i modi di interpretare la propria identità sessuale, ad essere di impronta autoritaria. Ed è quanto fatto dai sostenitori della “teoria del gender”. Bene, quindi, ha fatto la Giunta Fugatti a cautelarsi al riguardo, proprio per non continuare in un’impostazione autoritaria.

Natale secolarizzato anche nelle chiese: Gesù da messia politico a messia sociale

di il 21 Dicembre 2018 in religione con Nessun commento

Su l’Adige del 20 dicembre scorso è pubblicato l’editoriale di Donata Borgonovo Re e tra le lettere una di un gruppo di lettori che sostiene l’appropriatezza del presepe “attualizzato” della Chiesa del Santissimo di Trento. Se Gesù nascesse ora, nascerebbe su un barcone: questa la tesi, volta a sottolineare come Gesù abbia scelto di nascere in povertà tra i poveri. Una volta erano i pastori che sostavano la notte in grotte e ripari precari; ora sono coloro che per immigrare in Europa si imbarcano in barconi precari. Ci sarebbe molto da osservare sulla proponibilità del parallelo, ma non è su questo che volevo richiamare l’attenzione, quanto sull’interpretazione della venuta di Gesù tra gli uomini. Quella proposta si focalizza sulla dimensione sociale: la sua venuta vorrebbe insegnare l’amore per i poveri, ieri i pastori e oggi gli immigrati clandestini.

Non so se i pastori fossero dei poveri, in una società dove la pastorizia era un’attività rilevante, visto l’ambiente del Medio Oriente. Basti pensare ad Abramo, ricco pastore, che si separa da Lot pur egli ricco pastore. E neppure chi oggi impiega qualche migliaio di euri o di dollari per pagare coloro che organizzano le migrazioni clandestine sembra essere nella sua società un povero. I poveri non hanno i soldi per pagarsi il viaggio, né hanno istruzione e strumenti di comunicazione utili durante e dopo il percorso migratorio. Ma, fossero anche poveri, l’interpretazione della venuta di Gesù per insegnare la solidarietà sociale è semplicemente riduttiva, tipica di una società secolarizzata, nella quale concetti come “peccato”, “redenzione” “vita eterna” “salvezza” non hanno più senso e se lo hanno è confinato nell’immanenza, nella dimensione sociale (escluso il concetto di “vita eterna”, che ad essa non si può proprio ridurre, a meno che non si dia a “vita” il significato di perdurare della memoria di un uomo o donna tra gli uomini, come si fa in qualche funerale “laico”).

L’attesa del Messia ai tempi di Gesù, e anche da parte dei suoi seguaci, era riferita a una dimensione politica; ora alcuni (molti) la riferiscono a una dimensione sociale. Ma quanti sono stati i profeti di liberazione politica dall’oppressione e di liberazione sociale dall’ingiustizia e dalla povertà? Si può credere o meno che Gesù sia proprio Dio fatto uomo: in fondo è irrilevante per la comprensione del suo messaggio morale. E così si può celebrare il ricordo della sua venuta sottolineando che ciò che conta è il suo messaggio morale. E per far questo si trasfigura anche la sua nascita come scelta per i più poveri, per i marginali. Si dimentica che Gesù era figlio unico di un artigiano con una giovane moglie devota, che aveva una casa in una cittadina, probabilmente non male attrezzata visto il suo mestiere, e che è nato in una stalla per caso, e non perché Giuseppe non avesse il denaro per pagare una stanza d’albergo, ma perché la città era sovraffollata di gente e gli alberghi avevano le stanze tutte occupate. E’ successo anche a me che a Roma, da giovane docente: non trovavo una stanza d’albergo a morire e ho dormito sotto le pensiline della Stazione Termini. E quanti, a casa mia, una casa agricola a Primiero, negli anni Cinquanta, bussavano per poter passare la notte nel fienile o d’inverno, nella stalla! Nei miei giri di più giorni in bicicletta, da giovane, con gli amici si chiedeva ospitalità ai contadini, nei fienili. E non ci sentivamo miserevoli e reietti. Siamo abili a usare la retorica del povero, dell’eroe, del generoso, se ci serve per non affrontare la realtà così come è e rafforzare e propagandare, invece, le nostre convinzioni.

Il Natale non è la festa della solidarietà, ma è la festa per avere avuto in dono la vita eterna (invece che il nulla eterno, la dannazione eterna), nonostante la nostra miseria di miscredenti. “La tua fede ti ha salvato”, diceva spesso Gesù dopo un miracolo. Ma crediamo ancora, noi cristiani, laici e preti, a Gesù Dio fatto uomo per donarci la vita eterna?

Abbiamo bisogno di un partito di esplicita e prevalente ispirazione cristiana

di il 20 Dicembre 2018 in partiti politici, religione con Nessun commento

Un amico mi ha inoltrato un articolo pubblicato sulla Newsletter n.127 del 19 dicembre 2018 di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” intitolato “Non abbiamo bisogno”. Sostiene che non c’è bisogno nè di un partito di cattolici e neppure di un partito di ispirazione cristiana. E’ una tesi dominante da quando la Democrazia Cristiana si dissolse come grande partito di ispirazione cristiana. Anche le guide della comunità ecclesiale italiana erano di questa idea: basta l’unità sui valori, si sentiva dire. E ricordo le riunioni di parlamentari cattolici organizzate dall’on. Fronza Crepaz, del Movimento dei Focolari, proprio per mantenere l’unità sui valori  nella situazione di diaspora dei politici cattolici, collocati in partiti di opposte coalizioni. Era stato il Concilio (Gaudium et Spes) ed enunciare il principio per cui l’unità della fede non obbligava all’unità nella politica e già la DC non era il partito dei cattolici, ma un partito di cattolici, laico di ispirazione cristiana.
Come mai nel Notiziario in questione si sente il bisogno di insistere sulla tesi che non ci sia bisogno di un partito di cattolici o, in un’altra parte del testo, di un partito di ispirazione cristiana? Evidentemente perché è cominciata ad emergere tra laici cattolici e nell’episcopato italiano l’idea che l’irrilevanza politica dei cattolici di questi anni poteva consigliare di rivedere la tesi ultraventennale che bastava l’unità nei valori, per camminare, invece, verso strumenti più incisivi di azione politica. Dall’affermazione di Paolo VI che l’impegno politico è un’alta forma di carità si è passati a riconsiderare la situazione, per vedere se non facesse parte di una carità efficace  la ricerca di forme organizzative più incisive di praticarla. E così sono nate iniziative per individuare tali forme più incisive.
L’articolo del Notiziario afferma che si debbano cercare nuove modalità di impegno politico che non partano da identità, ma da passione politica per affrontare problemi che sono di tutti, quello ambientale, quello delle conseguenze negative della globalizzazione, e altri ancora. La conferma di questa tesi si troverebbe nei fallimenti dei tentativi di costruire un partito politico di ispirazione cristiana e porta l’attenzione al processo in corso di rianimare la Democrazia Cristiana, ibernata per quasi un quarto di secolo. Sono tra quelli che si è impegnato, da vecchio socio della DC nell’ultimo anno nel quale si è avuto il tesseramento in tutta Italia (1992), a ricostituirne gli organi, in modo da poter aprire ora, secondo Statuto, le iscrizioni a coloro che ritengono utile in Italia un partito di ispirazione cristiana. Le iscrizioni si sono aperte da poco ed è non solo ingeneroso, ma fuorviante, pronunciare una sentenza di fallimento, non sulla base delle adesioni, ma di un’autosopensione del neo Presidente del Consiglio Nazionale, on. Gianni Fontana, prima dichiarata, poi negata continuando a presiedere la riunione del Consiglio Nazionale e poi ridicharata a un giornalista. La riattivazione della DC non avrà un buon risultato se una persona, per quanto autorevole, ne sarà o meno partecipe, ma se verrà riconosciuta come positiva da cittadini che ritengono utile all’efficacia della “carità politica” un partito di ispirazione cristiana, godendo tra l’altro la Dc di una storia e di una tradizione di uomini e cristiani eccelsi, a cominciare da Sturzo e Degasperi. Aspetti, quindi, almeno qualche mese, l’articolista, prima di pronunciare fallimenti.
Vorrei infine invitare l’articolista a riflettere su un punto: se è vero che su molte sfide cruciali per l’umanità di oggi è pensabile trovare convergenze che possono fare a meno di un partito che fonda la propria identità di ispirazione sul pensiero sociale cristiano, può dire altrettanto per un’altra delle sfide epocali, che l’articolista non menziona, e che si può riassumere nella “questione antropologica”? Gli sviluppi nel campo della genetica, della cura di malati gravi mettono alla prova la capacità dell’uomo di governare eticamente tali potenzialità tecniche. La possibilità di disgiungere procreazione e unione sessuale di uomo e donna e la crescita di individualismo egocentrico nelle relazioni di coppia mettono a grave rischio la stabilità della famiglia come ambito umano più adatto a una crescita delle nuove generazioni. Da una vita, ormai, con conferme evidenti nelle mie tre legislature da parlamentare, ho maturato la convinzione che affrontare questa sfida antropologica (concezione dell’uomo e di sessualità e famiglia) sia irrealistico senza impegnare i cristiani che in merito hanno maturato convinzioni profonde, non solo sulla base di dogmi di fede e di morale, ma anche di laica concezione dell’uomo e della famiglia. Danneggia l’affronto di questa e di altre sfide, citate dall’articolista, se si riattiverà un partito di esplicita e prevalente ispirazione cristiana, meglio se in continuità storica con un’esperienza ormai centenaria? Arduo sostenerlo, come sostenere che sia inutile; più facile che, invece,  ciò sia di aiuto. Il non affronto adeguato di queste sfide negli ultimi decenni dovrebbe rendere prudenti nel sostenere che di un tale partito non si sente bisogno.

Presepi, crocefissi: contro laicità ed espressione di strumentalizzazione?

Sui giornali locali si ripetono prese di posizione critiche di orientamenti assunti dalla nuova Giunta Provinciale, in particolare dal suo Presidente Fugatti e dall’assessore Bisesti, in merito a sorveglianza della Chiesa di Santa Maria Maggiore a Trento, chiesa che fu adibita ad aula del Concilio di Trento, e all’invito a mantenere i simboli della civiltà cristiana nelle scuole, quali il crocefisso e, per il periodo natalizio, il presepe.

Due i rilievi per lo più mossi dai critici: la laicità dello stato e l’indegnità morale di coloro che mentre valorizzano luoghi e simboli del cristianesimo, di questo negherebbero fondamentali principi morali nel modo nel quale è regolato il fenomeno migratorio e il trattamento degli immigrati. Nel suo stesso editoriale dell’ultimo numero di VT pare indirettamente dire che le nuove regole non rispetterebbero i fondamentali diritti umani, richiamando la celebrazione del 70°anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani.

Nell’intervento di Dialogo aperto di Ruggero Morandi c’è già traccia di un diverso modo di concepire la laicità rispetto a quella adottata da tanti cristiani, mutuata da quella giacobina francese. E’ il modo nord-americano, già evidenziato da Alexis de Tocqueville. L’apporto alla cultura e alla politica da parte di confessioni religiose non va sterilizzato in nome dello stato fondato su una sorta di religione civile (la “dea ragione”), bensì accolto e valorizzato. Nel caso dell’Italia, dell’Europa e di tutte le culture che hanno vissuto secoli di cristianesimo, si può e si deve andare oltre anche la visione “nord-americana”, in quanto il cristianesimo come civiltà non è una delle confessioni religiose, ma quella che ha costituito la stessa identità culturale e sociale. Qualche lettera pubblicata ha richiamato il patrimonio artistico, e si può dire di ogni arte, dalla pittura alla scultura, dalla musica all’architettura, ma si deve richiamare anche lo stesso calendario ritmato dalle festività, la stessa filosofia e la nascita delle scienze naturali e sociali. Se si dovessero escludere dal legittimo rilievo pubblico tutte le espressioni di cultura che derivano dalla civiltà cristiana, l’Italia, l’Europa e molte altre parti dell’umanità sarebbero private del rilievo pubblico della loro identità. E’ cresciuta la secolarizzazione, ma gli elementi di identità cristiana sono rimasti centrali. Perché chi è deputato a perseguire quella parte di bene comune che pertiene alla politica dovrebbe sentirsi impedito di tutelare tali elementi, pena sentirsi definire clericale, integralista, ecc.? Lo stesso insegnamento della religione cattolica nelle scuole è un’espressione di avveduta laicità.

E passando al secondo rilievo, quello più mosso da alcuni ambienti cattolici, si continua a non capire come sia dovere del cristiano impegnato in politica il perseguimento del bene comune. Leggi e provvedimenti amministrativi devono essere orientati ad assicurare il bene di tutti. L’osservanza delle leggi, specie se assunte in modo democratico, è un dovere morale. Come già ho avuto modo di osservare in altra occasione, la Dichiarazione universale dei diritti umani, non prevede affatto il dovere degli stati di accogliere tutti coloro che desiderano stabilirvisi. Ogni stato può fissare delle regole ed è dovere civile osservarle. Se uno Stato ha firmato delle convenzioni internazionali ha l’obbligo di osservarle, ma non consta che lo Stato italiano le violi, neppure con le ultime decisioni democraticamente assunte. Cosa c’è di immorale, di indegno, se delle forze politiche agiscono secondo la visione di bene comune, tra l’altro condivise da tutti gli stati? Solo una visione integralista del cristianesimo pretende che l’invito all’accoglienza di ogni persona in nome della fratellanza universale si traduca in dovere di emanare norme civili che accolgano tutti coloro che vogliono stabilirsi in una comunità statuale. L’insegnamento della Chiesa, anche quello trasmesso dai Papi, compreso Papa Francesco, ha sempre riconosciuto il dovere degli Stati di determinare i flussi migratori in funzione del bene comune e in una precedente lettera a Vita Trentina li avevo segnalati. Ma anche ammesso, e non concesso, che chi stabilisce tali limiti pecchi contro Dio e contro gli uomini, non deve valere per lui il valore della misericordia? Questo vale solo per chi uccide esseri umani nel ventre materno, mette in crisi per proprio egoismo la propria famiglia, tradisce le promesse di fedeltà al proprio coniuge, non si propone di controllare eventuali pulsioni a vivere una sessualità disordinata, non si cura dell’educazione dei figli, viola i precetti della Chiesa? Più modestamente ci si dovrebbe limitare all’invito a curare in modo adeguato la transizione da un regime a un altro, in modo ragionevole

Vigilanza per la chiesa di Santa Maria Maggiore a Trento: perché ostilità ?

di il 26 Novembre 2018 in religione con Nessun commento

Sia l’editoriale di Paolo Mantovan sul Trentino di lunedì scorso, sia altre dichiarazioni del prof. don Farina, per tacere di quelle degli avversari politici dell’attuale maggioranza provinciale, il consigliere Ghezzi in particolare, si scandalizzano per la decisione della Giunta provinciale di chiedere dei progetti per garantire la sicurezza degli accessi alla Chiesa di Santa Maria Maggiore. Altri, come la Curia vescovile e il sindaco di Trento si lamentano per non essere stati associati nel decidere in proposito. L’arcivescovo richiama tutti a non strumentalizzare il problema.

Sinceramente mi pare che a strumentalizzare il problema siano stati i critici dell’iniziativa provinciale. La Giunta provinciale ha previsto di sostenere finanziariamente il miglior progetto che verrà presentato. Qualcuno afferma che la sicurezza sia compito dello Stato e delle forze dell’ordine. Ma ciò non impedisce che compiti di sicurezza siano svolti da altri, purché nel rispetto delle leggi. Il problema per Santa Maria Maggiore è stato sollevato da tempo, era noto ai responsabili statali e comunali della sicurezza pubblica, ma il parroco aveva dovuto decidere di chiudere la chiesa per evitare furti ed usi impropri. Alcuni volontari si erano offerti per vigilare, ma forse non era sufficiente. Don Farina si scandalizza perché non sia la comunità cristiana a garantire la sicurezza. Quanto desidera don Farina accadeva normalmente nelle chiese di paese, ma non è una novità che le comunità cristiane urbane hanno una struttura diversa. Non più “Gemeinschaft” (comunità), ma “Gesellschaft” (società) per usare una tipologia assai nota di Ferdinand Toennies. Gridare nella Gesellschaft che manca la Gemeinschaft è per lo meno inutile, se non è espressione di volontà di strumentalizzare per scopi diversi.

Vorrei chiedere a don Farina se grida allo scandalo anche quando la comunità cristiana non offre i beni per garantire dignità almeno di manutenzione alle chiese, alle canoniche, agli oratori; l’intervento dell’ente pubblico, della Provincia, viene accettato con riconoscenza (talora anche elettorale), e da nessun vescovo o nessun esponente di Curia, , almeno da parte di quelli che io ricordi,, da nessun sindaco, è mai venuto l’invito a non strumentalizzare o il lamento per non essere stati coinvolti nelle decisioni di finanziamento.

Ciò che vale per gli interventi di restauro, di manutenzione straordinaria di chiese ed altre costruzioni significative usate dalle comunità cristiane vale anche per la garanzia che quei beni non siano deturpati, usati in modo improprio, depredati. La comunità civile ha un patrimonio culturale che deriva dal cristianesimo che merita attenzione al di là del fatto che oggi vi siano non cristiani o che molti cristiani frequentino la chiesa più raramente che una volta la settimana. Santa Maria Maggiore è un patrimonio di una realtà civile che va oltre la comunità cristiana, spesso occasionale, che frequenta la messa la domenica in questi anni. E il Presidente Fugatti lo ha capito e di fronte alle insufficienze della comunità cristiana e degli organi di controllo di Comune e Stato, ha deciso, con la sua Giunta, di dare protezione a tale patrimonio, stanziando risorse e chiedendo progetti. Sarebbe stato di attendersi un grazie da parte di esponenti religiosi e autorità comunali, e invece polemiche e accuse, che sanno tanto di strumentalizzazione, comprensibile (ma non giustificata) da parte di oppositori, ma non da parte di chi tale ruolo non ha, ma ne ha altri di responsabilità.

L’insegnamento sociale dei Papi non si riduce alla recente insistenza sull’accoglienza incondizionata degli immigrati

di il 11 Settembre 2018 in migrazioni, religione con Nessun commento

Dalle omelie domenicali di parroci e sacerdoti che li aiutano agli interventi di vescovi e di Papa Bergoglio, è martellante l’invito all’accoglienza degli immigrati, indipendentemente dalle ragioni dell’immigrazione e dal rispetto delle leggi che regolano l’immigrazione. A cominciare da me, ma penso che ciò valga anche per molti cristiani attenti ai messaggi che vengono dai “pastori”, questa insistenza li pone in conflitto con le valutazioni, che, da laici battezzati e membri della Chiesa, danno del fenomeno migratorio e del modo per affrontarlo. Si aggiunga, poi, che le forze politiche che più enfatizzano gli insegnamenti dei pastori in merito all’accoglienza incondizionata, e quindi più sono in sintonia con parroci, vescovi e Papa, sono quelle che invece più criticano insegnamenti della Chiesa in materia di famiglia, di sessualità e di rispetto della vita umana dal concepimento alla morte naturale. Per contro le forze politiche che sono per un controllo più efficace dei processi migratori sono quelle che, invece, sono più vicine all’insegnamento delle autorità ecclesiali proprio sui temi della famiglia e della vita.
Proporrei all’attenzione dei lettori, specie a quelli cui interessa la coerenza tra fede religiosa cristiana e scelte sociali, culturali e politiche, una riflessione sull’insegnamento sociale della Chiesa negli oltre ultimi cento anni nei quali il fenomeno migratorio ha coinvolto gli stati moderni, avvalendomi di un recente articolo in merito alle posizioni dei Papi, pubblicato sul quotidiano on line “In Terris”. Mi limito a ricordare poche frasi. Le migrazioni sono state imponenti da Italia e da molti paesi europei, specie verso le Americhe, già dalla seconda metà del XIX secolo. Pio X, ancora non Papa (1887), sollecitava i “pastori” a scoraggiare coloro che intendevano emigrare e denuncia le pratiche affaristiche di coloro che organizzano l’emigrazione, illudendo i poveri contadini. Pio XII, nel 1946, in un discorso al Commissario USA per l’immigrazione, non solo riconosceva la possibilità di una regolazione governativa dei flussi migratori, pur di fronte a pressioni per allentare le misure restrittive degli USA nei confronti della forte domanda di emigrare in America all’indomani della guerra, ma non sconfessa le stesse misure restrittive americane, che debbono tener conto, a suo dire, non solo dell’interesse di chi vuole immigrare, ma anche del “benessere della nazione”. Giovanni XXIII, oltre a richiamare il fatto che esistono diritti degli immigrati anche se non cittadini dello stato, nella “Pacem in terris” insegna come debba essere il capitale a spostarsi dove non c’è lavoro e non viceversa (equivale all’aiutare i popoli poveri a casa loro). Paolo VI nella “Populorum progressio” evidenzia i mali da cui scaturiscono le spinte ad abbandonare la propria terra: la concezione che il motore essenziale dello sviluppo economico sia il profitto, gli abusi del liberismo sfrenato che penalizza le economie dei paesi del Terzo Mondo e la miopia degli organismi internazionali. Giovanni Paolo II, suggerisce in un messaggio perla Giornata dell’Emigrazione (1995), di non cedere alla tentazione della paura e al sentimento di insicurezza di fronte ai fenomeni migratori, ma non predica l’accoglienza illimitata e auspica una regolamentazione legislativa in grado di arginare il fenomeno dell’immigrazione illegale e del suo sfruttamento da parte di organizzazioni criminali. Nel 2003, in “Ecclesia in Europa” richiama le autorità pubbliche ad esercitare “ il controllo dei flussi migratori, in considerazione delle esigenze del bene comune”. Benedetto XVI è ricordato per il suo pronunciamento sul “diritto a non emigrare” (Giornata del migrante e del rifugiato, 2012). Da cardinale si era espresso a favore della limitazione del numero degli sbarchi di migranti. E nello scegliere chi ammettere, sosteneva giusto preferire “ i gruppi che sono più integrabili, i più vicini alla nostra cultura”. Papa Ratzinger richiamava anche la responsabilità degli stati di partenza dei migranti per rimuovere le cause dell’emigrazione irregolare e per combattere le forme di criminalità ad essa collegate (2012).
Come si può constatare, l’insegnamento dei Papi sulle migrazioni non è per l’accoglienza incondizionata e lo stesso Papa Francesco, pur insistendo sull’accoglienza, senza precisare i limiti, nel ritorno dal suo recente viaggio in Irlanda e in atre occasioni, ha ribadito che è meglio non accogliere se non si ha la possibilità di integrare. E integrare vuol dire mettere nelle condizioni di avere un lavoro, un’abitazione, istruzione, cura della salute, capacità comunicative (competenza linguistica) con gli altri, interiorizzazione dei valori comuni della società ospitante che induca almeno a un rispetto delle leggi e della civile, pacifica convivenza e collaborazione.
In definitiva anche per l’insegnamento sociale della Chiesa Cattolica, non è sufficiente predicare, come accade quasi sempre in questi ultimi anni, che i cristiani debbono accogliere gli immigrati come fratelli, ma occorre valutare le conseguenze di migrazioni sulla società di partenza e sulla società di arrivo, stabilendo una maggiore giustizia nei rapporti tra i popoli, fissando regole per i movimenti migratori, regole che in ogni caso stabiliscano limiti, i quali a loro volta devono essere applicati in modo efficace e tenendo conto della maggiore o minore predisposizione all’integrazione sulla base della maggiore o minore vicinanza culturale.
Perché ciò non viene più detto o detto raramente nelle chiese? Più facile semplificare, invece che impegnare la responsabilità dei laici cristiani a proporre criteri di valutazione, regole e strumenti?

Risposta a Aldo Collizzolli: il Trentino “minore”, “marginale” non va disprezzato

Al Direttore del Trentino,
grazie per il passaggio della penna (sperando che abbia finito la risata) per rispondere alla lettera di Aldo Collizzolli, pubblicata sul Trentino di domenica 13 maggio. Non è il primo, Aldo Collizzolli, a esprimere fastidio a me direttamente o ai direttori dei giornali locali per le mie prese di posizione su vari argomenti, mentre altri mi esprimono apprezzamento. Ho notato che in generale il fastidio è espresso da chi non condivide o non ha condiviso le mie scelte politiche (ed è il caso di Collizzolli), mentre l’apprezzamento viene da chi non le sente lontane dalla proprie oppure da chi ha vissuto i medesimi problemi da me evidenziati, ma senza avere deciso di esprimerli pubblicamente. Non sono mancati casi nei quali è accaduto il contrario.
Non so perché Aldo Collizzolli chiami in causa il mio essere sociologo. Ho sempre ben distinto il mio ruolo professionale di ricercatore e insegnante universitario da quello di persona che ha una vita anche al di fuori della professione: una grande famiglia, un’attività agricola marginale tendente all’autoconsumo, già amministratore locale, impegnato nell’associazionismo di ispirazione cattolica, particolarmente sui temi della famiglia e della vita, impegnato nella politica per alcuni anni (e marginalmente tuttora). I problemi sui quali scrivo solo raramente concernono la mia qualifica professionale (è avvenuto per es. anche con Lei, qualche tempo fa, in merito alla fondatezza dei risultati di certi sondaggi), mentre quasi sempre riguardano la vita normale di ogni cittadino. E sono spesso problemi che ho incontrato personalmente, ma che riguardano molti altri cittadini, specie quelli delle periferie rurali. Collizzolli li ridicolizza, ma forse perché non li ha mai sperimentati. Che ci siano bambini che devono soffrire della mancanza della loro madre per la soddisfazione di due maschi di essere due “padri” dello stesso bambino ottenuto pagando una o più donne, non mi pare un problema cui irridere. Che, senza base giuridica, si complichi la vita di chi usa delle stufe a legna, che uffici provinciali, dopo averti obbligato a cambiare una targa, ti diano quella sbagliata e ti obblighino poi a ripagarla per avere quella giusta, che chi regola le tariffe elettriche scarichi sugli utenti di energia elettrica oneri impropri assai maggiori di quanto dovuto per l’energia consumata, che chi ha un maso in montagna debba pagare l’onere per la raccolta delle immondizie che non viene fatta o che debba partecipare alle spese comunali per le strade (con l’IMU o imposte analoghe) quando le strade non ci sono o sono impercorribili, quando una persona alleva qualche animale usando pascoli marginali in montagna e debba sorbirsi le conseguenze di coloro che amano sapere che in montagna vivono orsi e lupi che si nutrono dei suoi animali (e si potrebbe continuare con i problemi), non mi pare che si tratti di fatti cui irridere. E di solito Lei, come suoi colleghi direttori di giornale, non lo fanno, anzi, contribuiscono a portare i problemi all’attenzione della generalità dei cittadini e dei responsabili.
Mi dispiace che per Aldo Collizzolli valga più il fastidio per il fatto che uno scrive spesso su argomenti diversi che il mettere in evidenza i problemi per sollecitare una loro soluzione. E poi ci si chiede perché la sinistra perda consensi. Spesso è rappresentata da politici da salotto, che dei problemi della vita quotidiana delle periferie non si interessa più.

Percorso della Valdastico in Trentino: Dellai propone lo sbocco in Alta Valsugana, ma rischia di peggiorare la situazione

La candidatura di Dellai nel collegio di Pergine ha ovviamente sollecitato la sua attenzione ai problemi della Valsugana e uno di questi è il completamento dell’autostrada della val d’Astico, al quale si è sempre opposto quando era presidente della Provincia. I valsuganotti da tempo volevano tale completamento per ridurre il traffico pesante che dal Veneto è diretto a nord gravando sulla Statale 47. La soluzione che egli sponsorizza appare non proprio un vantaggio per la Valsugana, portando a gravitare sull’Alta Valsugana anche quel traffico pesante che attualmente non è interessato a utilizzare la SS 47 e che utilizza il percorso autostradale A4-A22 via Verona, senza contare i possibili danni aggiuntivi idrogeologici, paesaggistici e l’aggravio di emissioni inquinanti da traffico. L’Alta Valsugana in ogni caso non ne beneficia, neppure “vendendo” il tratto dalla piana di Levico-Caldonazzo a Trento Sud come parte della “circonvallazione ” di Trento, come immaginificamente la definisce Dellai (per la verità come pezzo di circonvallazione è veramente lunga!).

Ma veniamo allo sbocco della galleria a Trento Sud, dove si stende l’ampio spazio ambientale di boschi e laghetti del Casteller. Quali conseguenze per l’ambiente e l’assetto idrico dalle emissioni dei veicoli e dallo scavo? Già Dellai ha fatto inutilmente depositare un’enormità di scarti di galleria negli spazi agricoli fra Trento e Mattarello per caserme che non verranno mai fatte. E’ giusto completare l’opera danneggiando anche le colline del Casteller o quelle vicine?

Da ultimo la sollecitazione di guardare a un raccordo autostradale per le sue valenze di sistema, cui ha invitato anche l’ex sindaco di Levico Carlo Stefenelli. Lo sbocco dell’autostrada nell’Alta Valsugana va a interessare un’area già congestionata. V’è, invece, un’area industriale che ha subito crisi, quella di Rovereto. Il raccordo della val d’Astico con Rovereto ne rafforzerebbe la centralità, aiuterebbe, invece che creare più problemi.

Perché Dellai e Provincia sostengono la soluzione dello sbocco in Alta Valsugana, che pur non pare avere vantaggi rispetto allo sbocco a Rovereto? Pare di capire che il motivo stia nello scaricare su chi avrà l’autostrada (o superstrada che sia) gli oneri stradali altrimenti a carico della Provincia per risolvere i problemi della viabilità della SS 47, almeno da Levico a Trento. Una SS47 declassata a strada locale urbana non necessita di grandi interventi a carico della Provincia, come invece la galleria sotto il colle di Tenna per tutelare il lago di Caldonazzo. Niente di male, se così fosse, risparmiare risorse provinciali, ma sarebbe meglio dirlo, non spacciare un progetto come “uovo di colombo” così vantaggioso che ha fatto convertire alla PI-RU-BI chi l’ha combattuto per decenni!

Spero che a orientare le scelte trentine sia soprattutto una seria analisi di impatto, ambientale, economico, sociale, di più alternative.

Tariffe elettriche ingiustificate per costruzioni rurali d’uso stagionale

Già tempo fa sui giornali locali sono state registrate lamentele, anche da parte mia, circa il prezzo dell’energia elettrica, pur per tariffe dette di “maggior tutela”. Ma nulla è cambiato, né a livello nazionale né provinciale né a livello locale, almeno dove l’azienda elettrica è comunale o di consorzio tra più comuni, come a Primiero.
Mi è arrivata oggi la bolletta per l’energia elettrica in un maso sito a Primiero, allacciato alla rete ACSM per una potenza di 1,5KW. Per consumo zero, nell’ultimo bimestre del 2017 l’importo da pagare è di euri 40.78. Ho chiesto alla moglie, che tiene le bollette pagate, di farmi il calcolo di quanta energia è stata consumata nel 2017 e di quanto è il totale delle bollette. I KWh sono stati 295 e l’importo totale delle bollette euri 289,92, quasi tutti nel quarto bimestre (luglio ed agosto). Il costo per KWh è stato di quasi un euro a KWh (esattamente0,9828), una cifra assurda, e sarebbe tariffa di “maggiore tutela”! Solo meno di un quarto è il prezzo dell’energia: il resto sono gabelle varie (la maggiore definita misteriosamente “oneri di sistema”), fatte pagare anche a consumo zero, come è accaduto per 4 bimestri su sei.
Possibile che l’autonomia provinciale e l’autonomia aziendale ACSM non consenta di cambiare una situazione che non tiene conto della differenza tra una seconda casa e una costruzione rurale al servizio di un prato di montagna, il cui sfalcio è ritenuto meritevole di incentivazione per garantire la cura dell’ambiente e del paesaggio?
Si aggiunga che sulla stessa costruzione rurale viene fatta pagare l’imposta patrimoniale a tariffa elevata, come seconda casa (anche se non v’è nemmeno una strada comunale percorribile con mezzi) e soprattutto la tariffa per un servizio di raccolta rifiuti solidi urbani, del tutto mancante, per cui le pochissime immondizie prodotte nelle poche settimane d’uso sono portate a casa propria, per la quale il servizio è già abbondantemente pagato.
Non è tempo che chi ha responsabilità di ciò si muova?

Chiedere la modifica delle regole europee non significa essere contro l’Unione Europea

di il 1 Febbraio 2018 in Europa, religione con Nessun commento

Lettera a Pierangelo Giovanetti, direttore de l’Adige:
il suo editoriale su l’ADIGE del 28 gennaio mette giustamente in guardia i lettori dal sottovalutare, nelle loro scelte elettorali del 4 marzo prossimo, il tema della costruzione di un’Europa unita, cui si avviano a dare nuovo impulso Francia e Germania. I veri sovranisti sarebbero coloro che operano per un’Europa più unita, non coloro che vogliono tornare a rafforzare le sovranità degli stati nazionali.
Così come scritto, il suo editoriale non nutre critiche verso l’Unione Europea come la conosciamo, ma è critico verso chi chiede una revisione del modo di operare dell’Unione, mettendo in primo piano malintesi interessi nazionali. Tra i programmi dei partiti per quanto se ne sa, solo quello dei Radicali di Emma Bonino adotta tale prospettiva, forse nella speranza di ripetere in Italia almeno una parte del successo avuto da Macron in Francia.
Vorrei portare qualche elemento per ulteriori valutazioni.
Il primo è la constatazione che i processi di integrazione di realtà economiche a diverso grado di vantaggio o svantaggio competitivo portano necessariamente vantaggi alle parti più efficaci nella competizione e svantaggi allee altre. Lo ha dimostrato in Italia il processo di unificazione dell’Italia e lo sta mostrando la politica di globalizzazione degli ultimi decenni. Senza adeguate compensazioni per le aree svantaggiate, più integrazione porta a più disuguaglianza. Ma queste compensazioni non vengono da sole, bisogna negoziarle da parte degli Stati nazionali deboli (e delle regioni deboli).
Il secondo concerne il ruolo delle istituzioni democratiche, deputate a rappresentare e perseguire il bene comune. Più si sale nella scala di organizzazione collettiva, più i meccanismi democratici si indeboliscono rispetto agli interessi delle élites finanziarie e della produzione ad alto valore aggiunto. Difficile sostenere che le lobbies che agiscono a livello globale favoriscano il bene comune globale o europeo. E i poteri politici dell’Unione Europea non sembrano immuni dall’influenza delle lobbies finanziarie.
Il terzo concerne il vincolo, che Lei richiama, dei limiti posti dal debito pubblico. Sensato richiamare l’Italia a rispettare le regole europee su deficit e debito, ma senza mutare tali regole si rischia il blocco delle economie dei paesi meno avvantaggiati. Il debito pubblico va usato come variabile strumentale nel governo della congiuntura economica, come ha insegnato Keynes, ma l’unico modo per poterlo fare è sottrarre agli interessi finanziari che controllano le banche centrali, nazionali ed europea , il potere di emissione di moneta. Non può farlo, con l’euro, la singola banca centrale nazionale, ma può farlo una Banca Centrale Europea che emette moneta al servizio delle politiche economiche a scala europea (che include anche politiche economiche nazionali con un certo grado di autonomia decisionale, secondo il principio di sussidiarietà). Senza una sovranità monetaria pubblica europea più integrazione condizionata da vincoli fissi al bilancio degli stati, significa condannare le economie meno avvantaggiate. Il debito pubblico esiste solo perché qualcuno emette moneta e la dà in cambio di titoli di debito. Per la spesa pubblica il debito non ha ragione di esistere; servono solo regole, se l’emittente moneta è pubblico.
Quarto elemento concerne il rispetto del principio di sussidiarietà, previsto nei trattati europei, ma di fatto soccombente rispetto ad altri principi “centralisti”. Più integrazione va bene solo per le attività di pubblico interesse che non possono essere svolte in modo efficace ed efficiente a livello nazionale o sub-nazionale. Si pensi ad es alla difesa e alla politica estera. Ma l’Unione Europea si è dedicata soprattutto ad attività che possono tranquillamente essere lasciate all’autonomia di stati, regioni, comuni, aziende e individui. Si può (e si deve) dire più integrazione, ma si può (e si deve) anche dire più autonomia, più rispetto delle singolarità culturali e politiche dei paesi e dei popoli che compongono l’Europa.
Chiedere, allora, che si riveda il funzionamento delle istituzioni europee (comprese quelle della Corte di Strasburgo, che talvolta agisce come istituzione che vuole regolare la morale, specie nel campo del diritto alla vita e della famiglia) non può essere solo oggetto di preoccupazione.

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