Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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religione

L’insegnamento sociale dei Papi non si riduce alla recente insistenza sull’accoglienza incondizionata degli immigrati

di il 11 settembre 2018 in migrazioni, religione con Nessun commento

Dalle omelie domenicali di parroci e sacerdoti che li aiutano agli interventi di vescovi e di Papa Bergoglio, è martellante l’invito all’accoglienza degli immigrati, indipendentemente dalle ragioni dell’immigrazione e dal rispetto delle leggi che regolano l’immigrazione. A cominciare da me, ma penso che ciò valga anche per molti cristiani attenti ai messaggi che vengono dai “pastori”, questa insistenza li pone in conflitto con le valutazioni, che, da laici battezzati e membri della Chiesa, danno del fenomeno migratorio e del modo per affrontarlo. Si aggiunga, poi, che le forze politiche che più enfatizzano gli insegnamenti dei pastori in merito all’accoglienza incondizionata, e quindi più sono in sintonia con parroci, vescovi e Papa, sono quelle che invece più criticano insegnamenti della Chiesa in materia di famiglia, di sessualità e di rispetto della vita umana dal concepimento alla morte naturale. Per contro le forze politiche che sono per un controllo più efficace dei processi migratori sono quelle che, invece, sono più vicine all’insegnamento delle autorità ecclesiali proprio sui temi della famiglia e della vita.
Proporrei all’attenzione dei lettori, specie a quelli cui interessa la coerenza tra fede religiosa cristiana e scelte sociali, culturali e politiche, una riflessione sull’insegnamento sociale della Chiesa negli oltre ultimi cento anni nei quali il fenomeno migratorio ha coinvolto gli stati moderni, avvalendomi di un recente articolo in merito alle posizioni dei Papi, pubblicato sul quotidiano on line “In Terris”. Mi limito a ricordare poche frasi. Le migrazioni sono state imponenti da Italia e da molti paesi europei, specie verso le Americhe, già dalla seconda metà del XIX secolo. Pio X, ancora non Papa (1887), sollecitava i “pastori” a scoraggiare coloro che intendevano emigrare e denuncia le pratiche affaristiche di coloro che organizzano l’emigrazione, illudendo i poveri contadini. Pio XII, nel 1946, in un discorso al Commissario USA per l’immigrazione, non solo riconosceva la possibilità di una regolazione governativa dei flussi migratori, pur di fronte a pressioni per allentare le misure restrittive degli USA nei confronti della forte domanda di emigrare in America all’indomani della guerra, ma non sconfessa le stesse misure restrittive americane, che debbono tener conto, a suo dire, non solo dell’interesse di chi vuole immigrare, ma anche del “benessere della nazione”. Giovanni XXIII, oltre a richiamare il fatto che esistono diritti degli immigrati anche se non cittadini dello stato, nella “Pacem in terris” insegna come debba essere il capitale a spostarsi dove non c’è lavoro e non viceversa (equivale all’aiutare i popoli poveri a casa loro). Paolo VI nella “Populorum progressio” evidenzia i mali da cui scaturiscono le spinte ad abbandonare la propria terra: la concezione che il motore essenziale dello sviluppo economico sia il profitto, gli abusi del liberismo sfrenato che penalizza le economie dei paesi del Terzo Mondo e la miopia degli organismi internazionali. Giovanni Paolo II, suggerisce in un messaggio perla Giornata dell’Emigrazione (1995), di non cedere alla tentazione della paura e al sentimento di insicurezza di fronte ai fenomeni migratori, ma non predica l’accoglienza illimitata e auspica una regolamentazione legislativa in grado di arginare il fenomeno dell’immigrazione illegale e del suo sfruttamento da parte di organizzazioni criminali. Nel 2003, in “Ecclesia in Europa” richiama le autorità pubbliche ad esercitare “ il controllo dei flussi migratori, in considerazione delle esigenze del bene comune”. Benedetto XVI è ricordato per il suo pronunciamento sul “diritto a non emigrare” (Giornata del migrante e del rifugiato, 2012). Da cardinale si era espresso a favore della limitazione del numero degli sbarchi di migranti. E nello scegliere chi ammettere, sosteneva giusto preferire “ i gruppi che sono più integrabili, i più vicini alla nostra cultura”. Papa Ratzinger richiamava anche la responsabilità degli stati di partenza dei migranti per rimuovere le cause dell’emigrazione irregolare e per combattere le forme di criminalità ad essa collegate (2012).
Come si può constatare, l’insegnamento dei Papi sulle migrazioni non è per l’accoglienza incondizionata e lo stesso Papa Francesco, pur insistendo sull’accoglienza, senza precisare i limiti, nel ritorno dal suo recente viaggio in Irlanda e in atre occasioni, ha ribadito che è meglio non accogliere se non si ha la possibilità di integrare. E integrare vuol dire mettere nelle condizioni di avere un lavoro, un’abitazione, istruzione, cura della salute, capacità comunicative (competenza linguistica) con gli altri, interiorizzazione dei valori comuni della società ospitante che induca almeno a un rispetto delle leggi e della civile, pacifica convivenza e collaborazione.
In definitiva anche per l’insegnamento sociale della Chiesa Cattolica, non è sufficiente predicare, come accade quasi sempre in questi ultimi anni, che i cristiani debbono accogliere gli immigrati come fratelli, ma occorre valutare le conseguenze di migrazioni sulla società di partenza e sulla società di arrivo, stabilendo una maggiore giustizia nei rapporti tra i popoli, fissando regole per i movimenti migratori, regole che in ogni caso stabiliscano limiti, i quali a loro volta devono essere applicati in modo efficace e tenendo conto della maggiore o minore predisposizione all’integrazione sulla base della maggiore o minore vicinanza culturale.
Perché ciò non viene più detto o detto raramente nelle chiese? Più facile semplificare, invece che impegnare la responsabilità dei laici cristiani a proporre criteri di valutazione, regole e strumenti?

Immigrati: accoglienza incondizionata nuovo comandamento per i cattolici? Lettera ad Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana

di il 14 gennaio 2018 in etica pubblica, migrazioni, religione con 2 Commenti

al Direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio
Avvenire, insieme a larga parte delle autorità ecclesiali, a cominciare da Papa Bergoglio, non cessa di richiamare i cristiani e le autorità civili all’accoglienza di coloro che lasciano la propria terra in cerca di un futuro migliore. Evidente il riferimento, tra gli altri, ai criteri, secondo il racconto evangelico, del giudizio di Dio l’ultimo giorno o al comandamento dell’amore del prossimo.

D’altro lato sempre le autorità ecclesiali hanno richiamato e richiamano i cristiani al dovere di contribuire al perseguimento del bene comune, anche tramite l’impegno politico. Risulta assai dubbio che il bene comune, sia nelle società di partenza che in quelle di arrivo dei migranti, consista nel non regolare i flussi di persone. E regolare implica anche stabilire dei filtri, quanto meno in entrata. E stabilire dei filtri in entrata significa non accogliere, respingere, accogliere per poi rimandare indietro. Inoltre il perseguire il bene comune richiede anche un impegno per lo sviluppo di tutti i popoli (“Populorum progressio” di Paolo VI) in modo che sia rispettato il diritto a non dover emigrare, diritto richiamato non spesso da Papa Bergoglio, ma che lo fu diffusamente da parte dei parroci e dei vescovi all’epoca dell’emigrazione italiana a cavallo tra XIX e XX secolo, che rimproveravano gli amministratori pubblici di non essere attivi nel creare le condizioni per evitare decisioni migratorie.

Infine vi è la questione del rispetto della legalità. Non vale per chi non rispetta le regole fissate per poter immigrare? Va da sè che nel caso di rifugiati l’unica legge è quella dell’obbligo di soccorso, ma non si ha nulla da dire verso il costume di rivendicare lo status di rifugiato in mancanza dei presupposti o quello di inviare i propri figli minori, alla soglia della maggiore età, per godere dello status di “minore non accompagnato”?

Sarebbe un aiuto ai laici cristiani, e non solo a quelli impegnati in politica, se le autorità ecclesiali e lo stesso Avvenire spiegassero come si possono comporre i diversi criteri di comportamento, tutti fondati sui principi cristiani. E’ stato fatto per adattare i principi di fratellanza universale all’economia di mercato (si veda ad es. l’annosa questione degli interessi sul capitale prestato). Possibile che non si possa fare per adattarli all’esigenza di governare i flussi di popolazione?

NB Lettera non pubblicata finora; è la seconda dopo che alla prima Tarquinio mi ha telefonato lamentandosi delle mie critiche. (Sono abbonato da molti anni ad Avvenire e non uso disturbare il giornale, ma la sua unilateralità sul tema immigrazione è ormai insopportabile)

Il malcostume di dire “rappresentative della popolazione” indagini che non lo sono- l’esempio di un’indagine sulla religiosità pubblicata dal Trentino

Al Direttore del “Trentino” Alberto Faustini,
mi scuserà se già in altre occasioni mi sono sentito in dovere di ricorrere al sapere della mia professione di sociologo per ridimensionare quanto qualcuno riporta come dati “rappresentativi” dati che emergono da sondaggi che invece rappresentativi non sono. Mi pare un servizio ai lettori.
Sul Trentino di domenica 7 gennaio è dato ampio spazio ai risultati di una ricerca di Community Media Research (che non conosco) che dimostrerebbe l’affievolimento della dimensione del sacro, riportando dati sulle tre Venezie. A parte evidenti errori di impaginazione come nel caso della quota di cattolici nel Friuli-Venezia Giulia (scritta al 33,3%, invertendola con quella di coloro che dicono di non aver nessuna religione, 62,9%), ciò che preoccupa è che, grazie alla doverosa nota metodologica pubblicata in calce, mancano i minimi requisiti per qualificare i risultati come “rappresentativi” della popolazione italiana di maggiore età. La società Questlab, che ha curato la metodologia della ricerca, ha reso un cattivo servizio a Community Media Research. La questione fondamentale sta nel non aver assicurato nell’indagine la casualità nella scelta delle persone da contattare. E senza casualità non c’è modo di assicurare rappresentatività. Se su 13.413 contatti sono andati a buon fine 1.561, ossia poco più del 10%, è certo, che hanno operato fattori selettivi dei rispondenti veramente imponenti anche solo rispetto ai contattati. Ma neppure i contatti sono stati casuali, in quanto selezionati tra quelli che sono dotati di computer o altri metodi di contatto elettronico. Ma non tutti gli italiani sono dotati di computer e non tutti quelli dotati di computer sono in grado di interloquire su un questionario sottoposto. Basti pensare agli anziani, a coloro che hanno basso o bassissimo livello di istruzione o basso o bassissimo status occupazionale o a coloro che diffidano di intervistatori sconosciuti.
La doppia presenza di effetti selettivi non casuali delle persone contattate e tra esse di quelle intervistate, evidente a tutti, sarebbe stata rimediata, secondo la nota, dal “riproporzionamento” del campione intervistato in base ad alcuni caratteri (sesso, età, istruzione, professione, territorio), ma non basta dare più peso ad es, agli anziani intervistati per rimediare al fatto che quegli anziani intervistati non rappresentano l’insieme degli anziani. Il riproporzionamento dà l’illusione di ottenere dati affidabili, può contribuire ad ovviare ad alcune distorsioni, ma non rimedia affatto alle distorsioni provocate da effetti selettivi che hanno escluso dall’indagine determinate persone. Il dare più peso ai pochi anziani del campione, ad es., non elimina il fatto che tra gli anziani intervistati non vi siano coloro che non usano il computer per essere intervistati. Del tutta fasullo, quindi, il margine di errore del 2,5% dichiarato.
Si aggiunga un’altra considerazione: se su tutta Italia sono stati intervistate circa 1500 persone, quante sono quelle intervistate in Trentino-Alto Adige? Non basta presentare percentuali, se i valori assoluti di persone intervistate sono esigui. E il milione e poco più di abitanti della nostra regione non sono che un sessantesimo degli italiani, pari a circa 25 persone intervistate (magari solo ricostruite su una base ancora minore). Come si fa a presentare dati percentuali su basi assolute così esigue, senza nemmeno avvertire di ciò il lettore? E poi erano trentine o altoatesine, e queste italiane o del gruppo tedesco? Le varie realtà regionali differiscono molto in fatto di religiosità. Da oltre trent’anni seguo e curo le ricerche dell’European Values Study e pur avendo campioni nazionali anche più ampi, per presentare dati regionali di qualche senso, ho sempre provveduto ad aggregare tutte e tre le Tre Venezie.
A scusante di chi ha presentato i dati, posso solo dire che quanto fatto è quello che offre di norma il mercato delle agenzie che curano surveys, attente più a far soldi che a fornire dati attendibili, complice anche l’interesse dei committenti (non tutti) a credere di dire qualcosa sulla realtà a poco prezzo. Ma avendo Trento in casa un Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, potrebbe essere prudente avvalersi delle sue competenze scientifiche, quanto meno per avvertire e servire meglio i lettori.
NB Lettera non pubblicata finora dal “Trentino”

Funerali negati: dove la misericordia della Chiesa?

di il 21 novembre 2017 in etica pubblica, religione con 2 Commenti

Un capo-mafia colpevole di molti assassinii e condannato a molti ergastoli in regime duro è morto carcerato a Parma. A lui la Chiesa cattolica nega esequie pubbliche, perché pubblico peccatore che non ha dato segni pubblici di pentimento. A norma di diritto canonico.

Stride tanto rigore con la predicazione della misericordia che tutta la Chiesa, a partire dal pontefice, ripete continuamente. Se Dio è misericordioso, come mai la Chiesa non lo è con i pubblici peccatori che non hanno dato segni pubblici di pentimento? Le esequie in chiesa sono solo per coloro che non sono pubblici peccatori? Non si insegna che un peccatore è tale non solo in base alla “materia grave” della violazione morale, ma anche in base alla “piena avvertenza e al deliberato consenso”, elementi che rimandano al segreto della coscienza di ciascuno? Perché in altri casi di violazioni gravi ed evidenti pubblicamente della norma morale senza che ci siano segni pubblici di pentimento non si negano funerali in chiesa? E’ mai stato negato un funerale in chiesa a un medico che ha eseguito migliaia di aborti ,“abominevole delitti”, uccisioni di esseri umani innocenti? E’ mai stato negato un funerale in chiesa a pubblici bestemmiatori che pubblicamente non si sono pentiti? Oppure a impenitenti adulteri? Eppure si tratta pur sempre di “materia grave” pubblicamente evidente.

Mi sa tanto che anche la Chiesa si stia sottomettendo da qualche anno al “politicamente corretto”, misericordiosa dove lo spirito del tempo porta a indulgenza, ma impietosa laddove questo vuole durezza di condanna, anche davanti alla salma di un morto.

Alcide Degasperi beatificato sull’altare laico della storia italiana; disturba ricordarlo come popolare e democratico cristiano?

di il 17 settembre 2017 in partiti politici, religione, storia con Nessun commento

Il 19 agosto 1954 moriva a Sella di Valsugana Alcide Degasperi; molta l’emozione in Italia. Ogni anno il 19 di agosto, prima a Trento, poi a Borgo Valsugana (per un periodo nella chiesetta di Sella, vicino alla sua abitazione per le ferie) viene celebrata una Messa in suo suffragio, alla presenza di donna Francesca (finché è vissuta) e delle figlie e altri familiari. Il Centro Studi su Alcide Degasperi di Borgo da molti anni organizza un momento di ricordo di vari aspetti della vita di Degasperi come uomo, come cristiano, come politico. Negli anni Novanta la celebrazione era occasione anche per convegni con interventi di politici aventi un ruolo nazionale, promossi e tenuti da uomini che alle idee di Degasperi dichiaravano di ispirarsi: ricordo per esperienza diretta Rocco Buttiglione, leader prima del PPI e poi del CDU, l’eurodeputato SVP-PPE Michl Ebner, Pierferdinando Casini del CCD. In chiesa non mancavano mai altri esponenti di quella che era stata la Democrazia Cristiana, sia esponenti nazionali (ricordo più volte l’on. Castagnetti) che regionali, ex Presidenti di Regione e Provincia, ex Assessori, ex Consiglieri regionali, ex segretari e dirigenti DC.
Nel 19 agosto di quest’anno non ho visto nessun esponente di rilievo della DC, salvo Aldo Degaudenz, Presidente del Centro Studi che organizza gli eventi. C’erano alcuni ex DC, ma mancavano coloro che hanno avuto responsabilità politica e amministrativa. Mancavano alla Messa e mancavano anche alla bellissima rievocazione (sala piena) del ruolo di Degasperi negli anni della Prima Guerra Mondiale, specie a tutela dei profughi trentini nei territori dell’allora impero austro-ungarico, curata da Renzo Fracalossi e dal Club Armonia. Unico consigliere provinciale-regionale in carica presente alla Messa era Claudio Cia, fondatore del movimento Agire per il Trentino. Mi scuso se non ho visto altri presenti. La grande chiesa di Borgo era piena.
Mi sono chiesto le ragioni per le quali non si sente più il dovere di ex DC di partecipare; lo ha sentito più volte il vescovo della Diocesi di Trento, qualche anno lo hanno sentito anche dei cardinali, ma non i laici già impegnati in politica. Negli ultimi due anni Il vescovo Lauro Tisi è stato particolarmente incisivo nel ricordare le virtù morali di Alcide Degasperi.
Probabilmente una parte della risposta sta nelle celebrazioni che in nome di Degasperi vengono organizzate dalla Fondazione Degasperi di Trento a Pieve Tesino, da qualche anno il giorno precedente, il 18 di agosto. I relatori invitati sono di alto interesse e prestigio (il vertice raggiunto lo scorso anno con l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella) ed è garantita l’attenzione dei mass-media anche nazionali. Salvo qualche fuggevole cenno, l’occasione di Pieve Tesino valorizza direttamente o indirettamente il Degasperi ministro, capo di Governo, non il Degasperi che cerca di tradurre nell’azione politica l’insegnamento sociale della Chiesa e soprattutto il suo essere cristiano, contribuendo anche in modo rilevante alla fondazione del Partito Popolare del Trentino (1905) (Unione Politica Popolare del Trentino nel 1904), alla conduzione del PPI dal 1919, alla fondazione e alla guida della Democrazia Cristiana poi. In breve l’iniziativa sostenuta dalla Fondazione e indirettamente dalla Provincia Autonoma ha “laicizzato” la figura di Degasperi, in linea con quanto la Provincia ha fatto istituendo anche il “Premio Degasperi”. Giusto e meritorio fare di Degasperi un patrimonio di tutti, anche di chi si riferisce o si è riferito a chi gli fu forte avversario in termini politici e culturali, ma ciò ha di fatto portato a svuotare la figura di Degasperi delle sue valenze personali religiose, quelle più profonde e che spiegano anche le sue azioni sul piano di governo della cosa pubblica. E chi fu del suo partito (e quindi “di parte”) si accontenta di questa beatificazione sull’altare laico della storia italiana.
Il precedente vescovo mons. Bressan celebrava la Messa del 19 agosto, ma l’enfasi sulle virtù umane e cristiane di Alcide Degasperi era tenue, consegnata per un po’ a mons. Armando Costa. L’attuale vescovo mons. Tisi, invece, non manca di sottolineare fortemente tali virtù. Ci si può chiedere perché allora non riavvia il processo per la beatificazione. Lo impone la coerenza. Chi gli ha parlato ha sentito fare riferimento alle riserve che provengono dall’Alto Adige. Mi pare impossibile che si subordini il riconoscimento delle grandi virtù umane e cristiane alla condivisione di scelte politiche attinenti alla popolazione di lingua tedesca del Sudtirolo. Non credo che lo possa fare il vescovo di Bolzano-Bressanone, ma tantomeno il vescovo di Trento. Fosse stata anche sbagliata la scelta di Degasperi al riguardo, avesse commesso anche un “peccato”, non mi consta che i santi proclamati dalla Chiesa non abbiano mai fatto errori e non abbiano mai commesso peccati. Cristiano esemplarmente impegnato, da cristiano, in politica: perché non procedere nella causa avviata da tempo?

Note su posizioni di uomini di Chiesa su migrazioni e su ineluttabilità della fine della comunità (parrocchiale)

di il 24 maggio 2017 in comunità, religione con Nessun commento

Accanto ai complimenti per una Vita Trentina sempre più ricca di contenuti e all’augurio che, “via la pietra”, (bel titolo dell’ultimo numero del 16 aprile) riscopriamo l’importanza anche per la nostra speranza di vita, del sepolcro vuoto per la resurrezione di Cristo, mi permetto qualche osservazione.
La prima riguarda l’intervento di Gian Carlo Perego direttore generale della Fondazione Migrantes e vescovo eletto – ma i vescovi non sono nominati?- di Ferrara-Comacchio. Nel valutare criticamente alcuni recenti orientamenti del Governo in merito agli immigrati senza visto di ingresso (volti a rendere un po’ meno lenta e un po’ meno inefficace la procedura di valutazione delle richieste di asilo), sembra non distinguere chiaramente i casi di coloro che fuggono da morte e persecuzione (meritevoli di asilo) da coloro che immigrano eludendo le procedure di legge al solo scopo di migliorare le loro condizioni di vita. In virtù di accordi internazionali ai primi vanno riconosciuti “diritti”, mentre i secondi sono tenuto a osservare le leggi che regolano l’immigrazione. Di questo dovere, di questo rispetto della “legalità” non c’è traccia nell’intervento di Gian Carlo Perego, che, anzi, invita a trovare modalità di eluderla, quasi che vi sia un diritto universale di migrare dove si desidera e un diritto di chi ha tale convinzione di facilitare l’entrata irregolare di vuole immigrare.

Accanto al giusto richiamo a rafforzare la cooperazione internazionale per offrire opportunità di vita migliori nei paesi di partenza dei migranti, il Direttore della Fondazione Migrantes auspica anche che si sospenda la vendita di armi a certi paesi. Vi è già una regolazione della materia e se vi sono violazioni di essa serve intervenire, ma occorre prendere atto che la vendita di armi da parte di un paese non per definizione porta a un aumento di conflitti armati in altri paesi. Le armi possono servire a mantenere l’ordine sociale e la pace interna e internazionale e comperarle invece di costruirsele in casa non è un male di per sé.

Anche sull’accoglienza dei minori non accompagnati servirebbe qualche prudenza in più: nulla da dire su chi si dice strumentalmente appena sotto i diciotto anni per sfruttare un diritto pensato per situazioni più drammatiche di abbandono?

La seconda osservazione riguarda l’intervento di Piergiorgio Cattani, molto articolato. Alla comunità parrocchiale, in crisi, non più capace di fornire “un’educazione alla fede” andrebbe per Cattani sostituita una parrocchia di grandi dimensioni (con più preti), articolata in piccoli e piccolissimi gruppi diversificati. E’ suo anche il dubbio che tale proposta possa trovare realizzazione. Vorrei, da “sociologo delle comunità locali” far notare che da molti decenni ormai alla scuola di pensiero sulla “dissoluzione” (individualista) delle comunità locali, (cui sembra ispirarsi Cattani) se ne affianca un’altra, “comunitarista”, secondo la quale la comunità può essere “costruita” proprio a partire anche dalla “prossimità residenziale”. Molti anni fa invitai a Trento il sociologo americano Edward Shils, a parlare proprio su tale prospettiva. Perché la fede non può aiutare a costruire comunità tra chi ha la stessa scuola materna per i figli, la medesima scuola elementare, i medesimi giardini pubblici, i medesimi negozi di vicinato, il medesimo bar, il medesimo impianto sportivo, ecc.? Ciò non esclude che siano attivi piccoli gruppi e movimenti magari a scala territoriale più ampia, ma da sociologo vorrei invitare a riflettere sulla diffusione di tale associazionismo, certamente più selettivo, meno adatto a interessare il comune fedele, che si accontenta di partecipare alla messa festiva, di far battezzare i figli, educarli a giovarsi e giovarsi personalmente dei sacramenti della penitenza, dell’eucarestia, della cresima, del matrimonio e dell’unzione degli infermi, di chiedere la presenza del prete nel momento della morte e della sepoltura di un proprio caro, di impegnarsi occasionalmente in qualche attività di carità o di testimonianza. E’ troppo poco? Sinceramente mi pare molto, ed è il molto che già offre l’attuale parrocchia. Ridotta a semplice erogatrice di servizi, come afferma Cattani? Mi pare ingeneroso verso i parroci e i loro preti collaboratori (un mio figlio è uno di questi) e ingeneroso verso i “fratelli di fede”, cristiani “ordinari”.

Inumano il medico obiettore che, richiesto, non uccide un essere umano nel grembo materno? Interrogativi a Andrea Makner

Sul Trentino del 6 marzo u.s. Andrea Makner nella consueta rubrica Ragione & Sentimento, che seguo con interesse dato che quanto vi è scritto non è scontato, ancora nella ripresa di prima pagina, scrive “Personalmente trovo profondamente disumano che un medico davanti a una donna che intende abortire possa dire no”. Nel testo completo della sua risposta a una lettera, Andrea Makner, dalla foto una donna, nonostante che il nome induca in Italia a pensare a un uomo (in italiano per una donna si userebbe Andreina) l’inizio è una chiara affermazione che la vita umana comincia dal concepimento, evitando così di negare la realtà, come fanno molti favorevoli all’aborto. Ma la capriola concettuale è fatta dopo: i “concetti sostanziali” di libertà e di dignità imporrebbero di non trarre da questa constatazione una regola valida per tutti: c’è una inevitabile “tara individuale”, che dovrebbe derivare non da principi (spersonalizzanti), ma da “elaborazioni intime e profonde”, il cui precipitato collettivo è stata la legge con il referendum che ha legalizzato l’aborto, rendendolo così sicuro. Andrea Makner si fa poi anche maestra di religione: una religione che abbia come fine il bene della sua gente dovrebbe apprezzare la legge dell’aborto e i suoi risultati, tra i quali una diminuzione degli aborti stessi (peccato che non metta nel conto, come anche il Ministero della Salute, quelli clandestini, resi facili da pillole abortive). Da tale ragionamento il giudizio netto sopra riportato, che giudica inumano il medico obiettore.

Mi piacerebbe capire come sia possibile riconoscere che l’aborto uccide una vita umana e nello stesso tempo giudicare inumano il medico che ritiene una violazione della sua deontologia l’uccidere nel ventre materno (giuramento di Ippocrate, non di un populista o un dogmatico come definisce la Makner chi è contrario all’aborto). E’ vero che lo stato italiano rende possibile l’aborto volontario (peraltro a certe condizioni e previe azioni di rimozione delle cause, per le quali lo stato è del tutto inadempiente), ma sempre lo stato italiano, nella legge che piace molto alla Makner, prevede che il personale medico e infermieristico possa esimersi dalla soppressione di un essere umano (obiezione di coscienza, tutelata anche dalla Costituzione). La Makner vorrebbe abolire tale possibilità? Possibile che non abbia un po’ di pietà anche per quell’essere umano in formazione che viene privato della vita, talora anche con sistemi crudeli? Non ha mai letto la Makner delle sindromi terribili che le donne soffrono dopo aver voluto un aborto? Nessuna pietà neppure per loro, in nome della “tara individuale” che può rendere padroni della vita o della morte di un figlio ancora nel grembo di sua madre?

Spero in una risposta! E spero non dica che da maschio, non avendo partorito, non ho diritto di pensarla diversamente senza essere giudicato maschilista, populista, dogmatico, seguace di una falsa religione, che faccio dire a Dio ciò che mi aggrada!

Suicidio: bene permettere di aiutare chi dice di volerlo?

Mi ha sorpreso l’intervento sul Trentino del 28 febbraio, a mo’ di editoriale, di Mauro Marcantoni, assai critico delle norme italiane che non consentono a chi ritiene insopportabile continuare a vivere di farsi aiutare a uccidersi (un tipo di eutanasia attiva). Non mi ha sorpreso per la posizione in sé, diffusa negli stati dell’Europa Occidentale più secolarizzati e scristianizzati (tra i quali la Svizzera), quanto perché ad esprimerla è un uomo considerato facente riferimento al mondo cattolico, già importante dirigente provinciale e collaboratore di importanti politici democratico-cristiani, un uomo che riveste tuttora responsabilità di rilievo in Trentino nel campo della formazione e della ricerca con pubblico finanziamento, al quale il Presidente della Provincia vorrebbe affidare un centro di ricerca sull’autonomia.

Rispetto il grido di angoscia che una vicenda come quella vissuta da Fabiano Antoniani può suscitare. Credo però che l’invocazione che si è fatta pressante, anche da parte di Marcantoni, di una legge che autorizzi il suicidio con l’aiuto delle strutture sanitarie, richieda di andare oltre l’emozione suscitata dalla disgraziata situazione di qualcuno.

Marcantoni imputa la mancanza di una legge che consenta suicidio e aiuti a compierlo alla posizione di una “potente parte del mondo cattolico, che non si accontenta di salvare le proprie anime, ma si arroga il diritto di salvare anche quelle altrui”. Qui Marcantoni sbaglia bersaglio: chi non legittima il suicidio e l’assistenza a compierlo non lo fa, come lui dice, per “salvare le anime altrui” (non sarebbe possibile neppure per il cattolico più ortodosso, perché la salvezza dell’anima dipende dalle proprie scelte personali), ma per evitare che l’introduzione del suicidio come pratica possibile per mettere fine a una vita nella sua fase di acuta sofferenza e senza speranza di guarigione di fatto spinga chi avverte di essere di peso agli altri o alla società a togliere il disturbo. Non so se Marcantoni e chi sostiene l’eutanasia abbiano mai visto il film Maranathà: per non essere di peso agli altri, in un villaggio di agricoltura povera, gli anziani erano pressati psicologicamente ad andare a morire in montagna, dipinta come una sorta di “paradiso” (in realtà un cimitero di scheletri all’aperto) non appena perdevano i denti, e poiché l’anziana protagonista non perdeva i denti, che restavano sani, per non essere di peso alla sua famiglia, se li spaccava con una pietra, per andare poi sulla montagna a lasciarsi morire. La sacertà assoluta della vita di ciascuno, dall’inizio nel grembo materno alla fine naturale, è l’unica garanzia etica e pratica che nessuno possa manipolarla, farla morire. Non si tratta di dogmi, come dice Marcantoni, ma di garanzia massima di solidarietà a chi si trova in situazione difficile. E’ stato così per chi era contrario a consentire con assistenza pubblica di uccidere nel proprio grembo di madre un figlio non voluto ed è così per chi è contrario all’eutanasia, anche se richiesta dal soggetto sulla quale si applica, potendo trattarsi di quello che Durkheim chiama “suicidio altruistico”. Nel caso dell’aborto la collettività italiana ha scelto di preferire la volontà della madre alla tutela della vita del figlio, verso il quale non si nutre pietà alcuna (anzi, come in Francia recentemente, si condanna penalmente per legge chi le ragioni di tale pietà le manifesta in modo chiaro). Nel caso dell’eutanasia finora la collettività italiana ha preferito la solidarietà delle cure palliative, dell’assistenza piena fino alla morte naturale, alla legittimazione del suicidio su richiesta, alla cui radice ci può essere mancanza di solidarietà, mancanza di assistenza anche a chi è senza speranza, mancanza di adeguate cure palliative e di sostegno psicologico.

Spero che non si ripeta, come tanti fanno, che l’Italia è “arretrata” per queste ragioni; una società individualista, egoista e materialista, eticamente relativista per cui non si può più dire ciò che è bene e ciò che è male non è un progresso per l’umanità. Non siamo così succubi di quanto altri popoli, più individualisti, più relativisti, con minore rispetto sacro della vita umana, hanno fatto. E nel caso svizzero, come spesso, lo fanno anche per fare “affari”!

Sessualità e insegnamento della Chiesa Cattolica: episodi trentini

di il 19 febbraio 2017 in famiglia, religione con Nessun commento

Su l’ultimo numero di Vita Trentina del 12/2, rubrica Dialogo aperto, due lettere che auspicano cambiamenti nelle posizioni della Chiesa, una di Donata Borgonovo Re, che desidera per la donna ruoli sacerdotali, sull’esempio della chiesa luterana, (commentando una precedente lettera di Luisa Vian), e una di Silvano Bert, che veglia sul magistero del Papa e dei vescovi, ancora troppo timido in materia di aborto e omosessualità. Fa quasi da contrappeso una lettera di Luciano Decarli, che ricorda, a pochi giorni dalla scomparsa, un missionario maschio, padre Efrem Trettel, impegnato nell’annuncio con mezzi moderni del Vangelo più che nel proporre revisioni dottrinali.

Sul sacerdozio alle donne mi consta che ci siano state pronunce papali sul suo fondamento nelle scelte di Cristo. Sbagliato? Sbagliato, secondo Bert, ha certamente Papa Paolo VI ad emanare l’enciclica Humanae Vitae e hanno sbagliato i vescovi italiani a pronunciarsi a suo tempo contro la legge che legalizza e sostiene con risorse pubbliche l’aborto volontario. L’esempio per il sacerdozio femminile e per l’atteggiamento da prendere sulla legge sull’aborto è sempre quello delle chiese protestanti. Dobbiamo pur essere per l’ecumenismo! Dopo tutto, per Bert, la legge italiana sull’aborto andava approvata in quanto realizzava un “male minore”, ossia la riduzione della clandestinità degli aborti. Ma osservo: se avvengono clandestinamente furti, rapine, omicidi e il perseguirli provoca pericoli e danni per la vita di chi li fa e degli addetti all’ordine pubblico, bisogna perciò legalizzarli? Come si fa a dire che l’uccisione di un essere umano nel grembo materno è un “male minore”? Rispetto a quali altri “mali maggiori” inevitabili? Per Bert ci sono ancora malati di ideologia, come il Movimento per la Vita, che in occasione della |Giornata per la Vita, condannano in un manifesto la legge 194 sull’aborto, ma, buon segno,Vita Trentina non ne ha dato conto. I vescovi italiani nel loro messaggio hanno condannato come espressione di ideologia il voler superare la complementarietà di uomo e donna; non si tratta certo di ideologia per Bert, ma i vescovi a tale ideologia almeno non hanno dato il nome di “ideologia gender”. Comunque lottare per il riconoscimento della complementarietà uomo-donna va contro l’aspirazione alla parità delle donne, come affermato da una teologa, Selene Zorzi, ella sì, più dei vescovi, sulla giusta strada.

Bert è intervenuto anche all’incontro che la Diocesi (Ufficio che si occupa della famiglia) ha organizzato, giovedì 9, all’oratorio del Duomo per la presentazione dell’esortazione di Papa Bergoglio “Amoris laetitia”. Non ha mancato di far rilevare il ritardo anche di questo Papa nel trattare l’omosessualità, considerata solo “di striscio”. Non mi ha meravigliato l’intervento di Bert, quanto quello del relatore (in tandem con la moglie) Luigi De Palo, presidente del Forum delle Associazioni Familiari. Sollecitato nel dibattito da alcuni interventi dalla sala, ha preso posizione netta contro coloro, definiti più volte anche nella relazione, “cinture nere” del catechismo, che annunciano e difendono i principi della morale familiare e attinente alla vita umana. La loro sarebbe solo “ideologia”, che rende difficili i rapporti con chi quella morale non condivide. E ha giustificato così il fatto che il Forum delle Associazioni familiari che presiede non abbia aderito al Family Day di circa un anno fa. Il sacerdote responsabile dell’Ufficio nazionale per la famiglia della Conferenza Episcopale Italiana don Paolo Gentili, non è stato molto da meno; ha posto sì un argine di principio, la contrarietà alla pratica dell’utero in affitto, ma nulla ha detto sulla pratica dell’omosessualità, lasciando capire che sulle convivenze more uxorio tra omosessuali era opportuno tacere, in nome del rispetto e dell’accoglienza.

Quanto accade è conferma del fatto che in nome del rispetto e dell’accoglienza si è disposti a non pronunciare più le parole di verità che derivano dalle |Scritture, dalla Tradizione, dal compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, considerandolo “ideologico”. Questo di fatto, però, solo se quelle verità concernono la sessualità, la famiglia, il rispetto della vita al suo inizio e alla sua fine, ossia proprio nei campi nei quali maggiore è la distanza tra messaggio cristiano e mentalità dominante nelle società secolarizzate e benestanti. Viene rifiutato l’annuncio di Cristo che prefigura ostracismi e persecuzioni a chi lo segue. Si può certo seguirlo, si può certo annunciare con vigore verità, ma solo se ciò non urta troppo “il mondo”. Non si deve essere “ideologici”!

Osservazioni su un’intervista sulla comunione ai divorziati al card. Coccopalmerio

di il 19 febbraio 2017 in famiglia, religione con Nessun commento

Di particolare interesse l’intervista su “in Terris” al card. Coccopalmerio, che spiega le ragioni che portano a ritenere degni di accostarsi e ricevere la Comunione coloro che, divorziati, conviventi con divorziati, conviventi senza mai essere stati sposati, sposati civilmente, non frequentanti la messa domenicale, vorrebbero correggere la loro situazione secondo quanto chiesto da Cristo, dalla Tradizione, dalla Scrittura e dal Magistero così come codificato ad es. da ultimo nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ma per le abitudini contratte, per le situazioni sedimentate nel tempo, per giudicare essi non valida una norma morale della Chiesa, non riescono a ( o non ritengono giusto di) modificare i loro comportamenti.

Il nodo sta proprio in questo “non riuscire a modificare” i propri comportamenti, benché riconosciuti sbagliati. Non si chiede più una conversione profonda, un deciso ravvedimento operoso, un forte “proposito” attendibile, un tempo elemento necessario per una valida assoluzione dei peccati. Chi dice che non si possano cambiare abitudini, situazioni consolidate, convinzioni errate o che si possono cambiare solo un po’? E se è difficile, non è impossibile. A mio avviso è da riflettere sul fatto che l’esimente dell’abitudine, della consolidata situazione, della convinzione che insegnamenti morali della Chiesa siano erronei è applicata al campo delle relazioni sessuali, nelle modalità che vedono in alcune parti del mondo più distanza da quanto la Chiesa ha insegnato fino a ieri (si va dalla masturbazione ai rapporti sessuali pre-matrimoniali, dalla convivenza pre-matrimoniale a quella con già sposati) ed ora, leggo, anche al campo del precetto della messa festiva. Tale esimente non viene applicata per comportamenti che la cultura dominante condanna: si pensi al furto, alla violenza, alla corruzione, all’evasione fiscale, alla contraddizione di ecclesiastici tra chiamata alla povertà e vita troppo agiata, alla pedofilia, al rifiuto dello straniero (e si potrebbe continuare). Come mai questa disparità? Eppure ci sono abitudini a rubare, a essere violenti, ad aggirare con corruzione le norme, ad evadere le imposte, a sentirsi invaghiti sessualmente di un ragazzino o di una ragazzina, praticando approcci sessuali, a sentire distanza sociale verso gli stranieri, ecc. Pur esse non sono facili da correggere, ma non mi sembra che l’insegnamento di Papa e vescovi, oggi, ritenga che tutto sommato nel giudicare occorre tener conto delle difficoltà a correggersi. Anzi, il giudizio è rimasto duro, senza appello.

Allora a mio avviso la differenza di trattamento sta nella sensibilità (di chi discrimina tra abitudini da considerare con qualche indulgenza e altre da condannare con durezza) alle tendenze al permissivismo etico nelle nostre società secolarizzate, permissivismo largo e in crescita nel settore della sessualità e della vita umana ai suoi confini e invece trasformato in intransigenza (almeno nelle dichiarazioni) a quanto può essere definito “etica civica”. Tale diversità di sensibilità etica nelle società in cui viviamo è documentata dalle più serie indagini sociologiche in materia, e in particolare dalla serie di indagini dell’European Values Study. E’ giusto per le autorità della Chiesa Cattolica adattare l’etica a sensibilità non cristiane o cristiane secolarizzate e relativiste? Se responsabili della conduzione della Chiesa Cattolica lo ritengono, per una sorta di realismo che vuole evitare contrapposizioni, lo dovrebbero dire. Il dire, invece, che la dottrina resta la medesima, che i principi morali non cambiano, tacendo che per alcuni si applica indulgenza in nome delle abitudini e per altri si accentuano dichiarazioni di condanna, sembra ispirato a quello che nel gergo comune si definiva stile “gesuitico”, ossia un mascherare con parole un cambiamento vero: una adattamento dell’insegnamento morale alla sensibilità del tempo, in società secolarizzate e relativiste.

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