Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Propaganda gender con un seminario all’Università di Trento


Lettera al quotidiano il T , non pubblicata

Egregio Direttore,

il T del 24 novembre dedica l’intera pagina “Cultura” al convegno Gender R-Evolutions che il Centro studi interdisciplinari di genere dell’Università di Trento organizza per il 25 e il 26 novembre. Al di là della notizia, un grande rilievo è dato a un’intervista a una relatrice, Sara Garbagnoli, che propone come obiettivo da perseguire la “denaturalizzazione di sesso e razza”. Che il concetto di razza sia una semplificazione lo si scrive da tempo (anche se caratteri come colore della pelle, forma di capelli e peluria, statura media, odore del sudore e altro ancora siano caratteri naturali distribuiti per via ereditaria tra le popolazioni umane, tutt’altro che non naturali). Per questo l’intervista è centrata sulla denaturalizzazione del sesso. Il giornalista Mattia Pelli non evita le obiezioni alla tesi dell’intervistata, che “è il genere a creare il sesso biologico”. Il sesso di una persona per la relatrice, anche nella sua dimensione biologica, è una costruzione sociale. E chi continua a pensare che uomo e donna siano diversi per natura è ritenuto mettere a pericolo la democrazia, da contrastare con un “neo-antifascismo”. Credo che non ci sia modo più efficace di mettere in difficoltà l’Università, il cui Rettore, all’inaugurazione dell’anno accademico, ha chiesto più sostegno economico da parte della Provincia Autonoma di Trento, che il dover constatare come questa, attraverso un suo Centro Studi, finanzi convegni nei quali vengono sostenute tesi non solo insostenibili con il metodo del’osservazione della realtà, ma orientate a fare propaganda per movimenti politici che non si possono più nemmeno definire di femminismo estremo. La ricerca è libera, può essere indirizzata con l’uso opportuno del finanziamento pubblico e privato, ma non è libertà di ricerca usare università e centri di ricerca finanziati con denaro pubblico per obiettivi politici, anche distorcendo, come nel caso in esame, il semplice buon senso. Dedicare la pagina Cultura a posizioni del genere ha il merito di rendere evidente il degrado di porzioni delle strutture universitarie, ma mi viene il dubbio che il farlo possa invece favorirne la diffusione. Sono impertinente se le chiedo quale tra questi due obiettivi è quello perseguito dal quotidiano che dirige?


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