Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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famiglia

A quando una misura di reddito del figlio giusta per dire che egli non è fiscalmente a carico?

di il 6 agosto 2017 in famiglia con Nessun commento

Tempo di dichiarazione dei redditi e mi sono imbattuto di nuovo in un problema che da anni non trova rimedio. Se il reddito del genitore non è alto, per ciascun figlio a carico sono previste detrazioni di imposta di una qualche consistenza, variabile anche in relazione al reddito, al numero di figli a carico, alla loro età e a eventuali handicap. Gli importi non sono certo quelli equivalenti a un cappuccino al giorno per figlio, come quando ero in Parlamento e lo denunciavo. Il problema sta nella soglia di reddito lordo oltre il quale un figlio è considerato a carico: 2840, 51 euri nell’anno. Se un figlio lavora come precario per qualche mese per pagarsi le crescenti e sempre più elevate tasse universitarie, per pagarsi i trasporti e magari per comperarsi l’abbigliamento di cui ha bisogno, guadagnando più di quella cifra (ridotta dall’Irpef di più di 200 euri), fa perdere ai genitori o al genitore tutta la detrazione per figli a carico, che è di alcune centinaia di euri. Basta in definitiva superare di un centesimo di euro la soglia stabilita per penalizzare in modo irragionevole di alcune o molte centinaia di euri di detrazione ai genitori, che per quei figli hanno certo speso.
A ciò si aggiunga che non si tiene conto, per il raggiungimento della soglia, di eventuali oneri deducibili, come spese di istruzione, sanitarie, ecc.. Il figlio potrà semmai recuperare con detrazioni e deduzioni l’IRPEF che gli è stata trattenuta. Se questa è insufficiente quelle detrazioni e deduzioni verranno perdute, anche se gli oneri relativi fossero stati sostenuti dai genitori, che potranno tener conto dell’incapienza del figlio solo per spese sanitarie.
Mi chiedo come chi governa possa vantarsi di una particolare attenzione alla famiglia e al suo trattamento fiscale, quando sottovaluta in modo evidente il costo di mantenere ed educare i figli, sia nell’imposizione fiscale che negli indici per stabilire il costo dei servizi ai figli (indici ISEE e simili). E contemporaneamente denuncia il calo di nascite, che richiede compensazione demografica con immigrazione. E non si dica che l’eliminare tale sottovalutazione costerebbe troppo: si tratterebbe solo di rendere equi i trattamenti fiscali e le politiche di accesso ai servizi tenendo conto, come dice la Costituzione, della “capacità contributiva”, che a parità di reddito varia in modo rilevante in relazione ai famigliari a carico. Non si tratta di reperire risorse nuove. Ma di ridistribuire in modo equo i carichi di tasse e imposte.

Premi straordinari per congedi parentali paterni al fine di far crescere l’occupazione femminile?

di il 6 agosto 2017 in famiglia con Nessun commento

Sul “Trentino” di domenica 25 giugno è riportata la notizia di un premio straordinario di 500 euri mensili a quei papà che hanno fruito o fruiranno di un congedo parentale di almeno un mese (ridotto alla metà per congedo di almeno 15 giorni) per assistere figli di età non superiore a 12 anni. L’obiettivo quello di favorire l’occupazione femminile.
Primo rilievo: come si può favorire l’occupazione femminile se il premio straordinario è dato retroattivamente, a partire dal settembre 2015 e termina con la fine del prossimo anno? Un incentivo non funziona retroattivamente! Un minimo di logica. Si tratta solo di una mancia non piccola per chi si è “comportato bene” nel passato. A questo servono i denari dell’autonomia speciale?
Secondo rilievo: che un premio aggiuntivo a quanto già altre leggi prevedono per il congedo parentale per i padri serva a incrementare l’occupazione femminile è arduo da provare: bastano poche settimane di congedo del padre per far assumere una donna? E per quanto tempo? O per convincere la gran parte dei datori di lavoro che mediamente è meglio assumere donne? L’Agenzia non lo dice.
Terzo rilievo: che per il bene del bambino sia meglio essere curato dal padre invece che dalla madre è solo un assunto ideologico del quale l’Agenzia del Lavoro si fa silente portatrice. L’obiettivo che guida l’Agenzia (come molta cultura “politicamente corretta”) è quello di aumentare il tasso di occupazione femminile, come se fosse un male sociale se delle madri scelgono di svolgere più dei padri il lavoro di cura dei figli. E’ un male che va per l’Agenzia, corretto, spendendo soldi pubblici a tale fine. Non conta nulla il bene del bambino e la libertà di decisione dei genitori? E poi la Provincia si vanta delle politiche familiari!
Quarto rilievo: perché pretendere di convertire al congedo parentale maschile con premi straordinari anche chi non risiede in Trentino, ma vi lavora in parte (oltre a chi vi risiede, ma non è cittadino italiano)? Vogliamo premiare per il passato o attirare per il futuro immigrati da fuori provincia alla condizione che si siano i maschi a curare la prole?
Ultimo rilievo: cinquecento euri al mese, anche retroattivi, dati solo per realizzare un modello di divisione dei compiti familiari gradito ai governanti, e dati solo a chi ha un lavoro dipendente, suonano come schiaffo a chi, padre, non ha lavoro, a chi, donna, ha rinunciato al lavoro per educare e curare i figli. Ma in che Trentino viviamo?

Sessualità e insegnamento della Chiesa Cattolica: episodi trentini

di il 19 febbraio 2017 in famiglia, religione con Nessun commento

Su l’ultimo numero di Vita Trentina del 12/2, rubrica Dialogo aperto, due lettere che auspicano cambiamenti nelle posizioni della Chiesa, una di Donata Borgonovo Re, che desidera per la donna ruoli sacerdotali, sull’esempio della chiesa luterana, (commentando una precedente lettera di Luisa Vian), e una di Silvano Bert, che veglia sul magistero del Papa e dei vescovi, ancora troppo timido in materia di aborto e omosessualità. Fa quasi da contrappeso una lettera di Luciano Decarli, che ricorda, a pochi giorni dalla scomparsa, un missionario maschio, padre Efrem Trettel, impegnato nell’annuncio con mezzi moderni del Vangelo più che nel proporre revisioni dottrinali.

Sul sacerdozio alle donne mi consta che ci siano state pronunce papali sul suo fondamento nelle scelte di Cristo. Sbagliato? Sbagliato, secondo Bert, ha certamente Papa Paolo VI ad emanare l’enciclica Humanae Vitae e hanno sbagliato i vescovi italiani a pronunciarsi a suo tempo contro la legge che legalizza e sostiene con risorse pubbliche l’aborto volontario. L’esempio per il sacerdozio femminile e per l’atteggiamento da prendere sulla legge sull’aborto è sempre quello delle chiese protestanti. Dobbiamo pur essere per l’ecumenismo! Dopo tutto, per Bert, la legge italiana sull’aborto andava approvata in quanto realizzava un “male minore”, ossia la riduzione della clandestinità degli aborti. Ma osservo: se avvengono clandestinamente furti, rapine, omicidi e il perseguirli provoca pericoli e danni per la vita di chi li fa e degli addetti all’ordine pubblico, bisogna perciò legalizzarli? Come si fa a dire che l’uccisione di un essere umano nel grembo materno è un “male minore”? Rispetto a quali altri “mali maggiori” inevitabili? Per Bert ci sono ancora malati di ideologia, come il Movimento per la Vita, che in occasione della |Giornata per la Vita, condannano in un manifesto la legge 194 sull’aborto, ma, buon segno,Vita Trentina non ne ha dato conto. I vescovi italiani nel loro messaggio hanno condannato come espressione di ideologia il voler superare la complementarietà di uomo e donna; non si tratta certo di ideologia per Bert, ma i vescovi a tale ideologia almeno non hanno dato il nome di “ideologia gender”. Comunque lottare per il riconoscimento della complementarietà uomo-donna va contro l’aspirazione alla parità delle donne, come affermato da una teologa, Selene Zorzi, ella sì, più dei vescovi, sulla giusta strada.

Bert è intervenuto anche all’incontro che la Diocesi (Ufficio che si occupa della famiglia) ha organizzato, giovedì 9, all’oratorio del Duomo per la presentazione dell’esortazione di Papa Bergoglio “Amoris laetitia”. Non ha mancato di far rilevare il ritardo anche di questo Papa nel trattare l’omosessualità, considerata solo “di striscio”. Non mi ha meravigliato l’intervento di Bert, quanto quello del relatore (in tandem con la moglie) Luigi De Palo, presidente del Forum delle Associazioni Familiari. Sollecitato nel dibattito da alcuni interventi dalla sala, ha preso posizione netta contro coloro, definiti più volte anche nella relazione, “cinture nere” del catechismo, che annunciano e difendono i principi della morale familiare e attinente alla vita umana. La loro sarebbe solo “ideologia”, che rende difficili i rapporti con chi quella morale non condivide. E ha giustificato così il fatto che il Forum delle Associazioni familiari che presiede non abbia aderito al Family Day di circa un anno fa. Il sacerdote responsabile dell’Ufficio nazionale per la famiglia della Conferenza Episcopale Italiana don Paolo Gentili, non è stato molto da meno; ha posto sì un argine di principio, la contrarietà alla pratica dell’utero in affitto, ma nulla ha detto sulla pratica dell’omosessualità, lasciando capire che sulle convivenze more uxorio tra omosessuali era opportuno tacere, in nome del rispetto e dell’accoglienza.

Quanto accade è conferma del fatto che in nome del rispetto e dell’accoglienza si è disposti a non pronunciare più le parole di verità che derivano dalle |Scritture, dalla Tradizione, dal compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, considerandolo “ideologico”. Questo di fatto, però, solo se quelle verità concernono la sessualità, la famiglia, il rispetto della vita al suo inizio e alla sua fine, ossia proprio nei campi nei quali maggiore è la distanza tra messaggio cristiano e mentalità dominante nelle società secolarizzate e benestanti. Viene rifiutato l’annuncio di Cristo che prefigura ostracismi e persecuzioni a chi lo segue. Si può certo seguirlo, si può certo annunciare con vigore verità, ma solo se ciò non urta troppo “il mondo”. Non si deve essere “ideologici”!

Osservazioni su un’intervista sulla comunione ai divorziati al card. Coccopalmerio

di il 19 febbraio 2017 in famiglia, religione con Nessun commento

Di particolare interesse l’intervista su “in Terris” al card. Coccopalmerio, che spiega le ragioni che portano a ritenere degni di accostarsi e ricevere la Comunione coloro che, divorziati, conviventi con divorziati, conviventi senza mai essere stati sposati, sposati civilmente, non frequentanti la messa domenicale, vorrebbero correggere la loro situazione secondo quanto chiesto da Cristo, dalla Tradizione, dalla Scrittura e dal Magistero così come codificato ad es. da ultimo nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ma per le abitudini contratte, per le situazioni sedimentate nel tempo, per giudicare essi non valida una norma morale della Chiesa, non riescono a ( o non ritengono giusto di) modificare i loro comportamenti.

Il nodo sta proprio in questo “non riuscire a modificare” i propri comportamenti, benché riconosciuti sbagliati. Non si chiede più una conversione profonda, un deciso ravvedimento operoso, un forte “proposito” attendibile, un tempo elemento necessario per una valida assoluzione dei peccati. Chi dice che non si possano cambiare abitudini, situazioni consolidate, convinzioni errate o che si possono cambiare solo un po’? E se è difficile, non è impossibile. A mio avviso è da riflettere sul fatto che l’esimente dell’abitudine, della consolidata situazione, della convinzione che insegnamenti morali della Chiesa siano erronei è applicata al campo delle relazioni sessuali, nelle modalità che vedono in alcune parti del mondo più distanza da quanto la Chiesa ha insegnato fino a ieri (si va dalla masturbazione ai rapporti sessuali pre-matrimoniali, dalla convivenza pre-matrimoniale a quella con già sposati) ed ora, leggo, anche al campo del precetto della messa festiva. Tale esimente non viene applicata per comportamenti che la cultura dominante condanna: si pensi al furto, alla violenza, alla corruzione, all’evasione fiscale, alla contraddizione di ecclesiastici tra chiamata alla povertà e vita troppo agiata, alla pedofilia, al rifiuto dello straniero (e si potrebbe continuare). Come mai questa disparità? Eppure ci sono abitudini a rubare, a essere violenti, ad aggirare con corruzione le norme, ad evadere le imposte, a sentirsi invaghiti sessualmente di un ragazzino o di una ragazzina, praticando approcci sessuali, a sentire distanza sociale verso gli stranieri, ecc. Pur esse non sono facili da correggere, ma non mi sembra che l’insegnamento di Papa e vescovi, oggi, ritenga che tutto sommato nel giudicare occorre tener conto delle difficoltà a correggersi. Anzi, il giudizio è rimasto duro, senza appello.

Allora a mio avviso la differenza di trattamento sta nella sensibilità (di chi discrimina tra abitudini da considerare con qualche indulgenza e altre da condannare con durezza) alle tendenze al permissivismo etico nelle nostre società secolarizzate, permissivismo largo e in crescita nel settore della sessualità e della vita umana ai suoi confini e invece trasformato in intransigenza (almeno nelle dichiarazioni) a quanto può essere definito “etica civica”. Tale diversità di sensibilità etica nelle società in cui viviamo è documentata dalle più serie indagini sociologiche in materia, e in particolare dalla serie di indagini dell’European Values Study. E’ giusto per le autorità della Chiesa Cattolica adattare l’etica a sensibilità non cristiane o cristiane secolarizzate e relativiste? Se responsabili della conduzione della Chiesa Cattolica lo ritengono, per una sorta di realismo che vuole evitare contrapposizioni, lo dovrebbero dire. Il dire, invece, che la dottrina resta la medesima, che i principi morali non cambiano, tacendo che per alcuni si applica indulgenza in nome delle abitudini e per altri si accentuano dichiarazioni di condanna, sembra ispirato a quello che nel gergo comune si definiva stile “gesuitico”, ossia un mascherare con parole un cambiamento vero: una adattamento dell’insegnamento morale alla sensibilità del tempo, in società secolarizzate e relativiste.

Struttura culturale diocesana a Trento e scelta di una coordinatrice di un dibattito sull’utero in affitto assai “comprensiva”

i giornali locali del 9 marzo scorso hanno dato ampio spazio a un’iniziativa di Religion today, la programmazione del film-documentario “Mother India” presso il Polo Culturale Diocesano di via Endrici, con successivo dibattito. Non sono andato a vedere il film dopo che ho letto che la conduttrice del dibattito, la ricercatrice Lucia Galvagni, nell’intervista che ha dato ai giornali, ha rilasciato dichiarazioni vicine alle tesi dei sostenitori dell’”utero in affitto”. Laureata alla Cattolica di Milano, è ricercatrice alla Fondazione Kessler.

Mi chiedo se tra le finalità del nuovo Polo Culturale Diocesano vi sia quella di farsi megafono di tesi etiche che contrastano in modo netto con il pieno rispetto della vita umana, dei figli e delle donne. La ricercatrice afferma che, dopotutto, in India “la maternità surrogata è diffusa da sempre, ed è largamente accettata” e questo non può che farci constatare come su questo punto “le culture hanno punti di vista molto diversi”. Non ammesso e non concesso che la capacità indiana “da sempre” abbia saputo compiere pratiche di fecondazione artificiale necessarie alla pratica della maternità surrogata (altra cosa cedere un proprio figlio- magari adulterino- al padre o ad altra famiglia, come in passato poteva essere accaduto, peraltro in gran segreto e di nascosto, per lo più da parte di madri povere), sorprende che si adotti un criterio etico totalmente relativista; ho conosciuto in Africa culture che avevano praticato e praticavano sacrifici umani e in Asia sud-orientale che avevano praticato il cannibalismo (con capanne che avevano all’esterno la gabbia per il nemico da mangiare). Credo che, almeno in ambito diocesano, chi guida i dibattiti debba saper giudicare eticamente anche le culture.

Ancora, la ricercatrice afferma che, sebbene ci siano posizioni diverse in materia, “non sembrino emergere reali problemi” dal fatto che i bambini, con la pratica dell’utero in affitto, siano cresciuti in unioni di persone o famiglie diverse da quelle del padre e della madre: quello che conta sarebbero “le interazioni interpersonali”. E’ esattamente la posizione dei sostenitori dell’adozione di figli da parte di coppie o singoli che ricorrono all’utero in affitto. La ricercatrice non spende una parola per giustificare tale affermazione conclusiva e tace sulle molte risultanze di indagini scientifiche che provano il contrario. Per la ricercatrice invitata a guidare il dibattito al Polo Culturale Diocesano non risulta neppure chiaro, secondo la bioetica, che un bambino abbia diritto a conoscere chi sono i suoi genitori biologici. La fecondazione assistita, afferma, “e’ un modo per aiutare le famiglie, come i “modi alternativi per procreare dei figli e trasmettere la vita”.

Non mi meraviglia che una ricercatrice, anche se laureata alla Cattolica e iscritta a un centro costituito in un’università cattolica gesuita di Washington, sostenga posizioni come quelle enunciate: rientra nella sua libertà. Mi meraviglia che una persona con tali posizioni etiche e culturali sia incaricata di guidare un dibattito in un ambiente diocesano e nell’ambito di un’iniziativa culturale che dalla diocesi ha sempre avuto sostegno. E’ stato voluto o è stato un infortunio? In entrambi i casi ai comuni membri della comunità cristiana non resta che tristezza.

PS Il responsabile del Polo culturale diocesano su Vita Trentina rifiuta critiche

utero in affitto e solidarietà: ma per chi?

Sul penultimo numero di Vita Trentina padre Livio Passalacqua, nella sua rubrica, affronta il tema dell’”utero in affitto”. Chiara la sua valutazione negativa della mercificazione della donna connessa alla pratica dell’affitto dell’utero per avere un figlio. La sua lucidità mi pare persa, però, se alla base della “gestazione per altri” vi sono motivazioni non venali. Vi sono casi che, per padre Passalacqua, inducono sentimenti di umana comprensione, che lo portano a riprendere quella frase del Papa in un’intervista, per la verità manipolata, sugli omosessuali: “chi sono io per giudicare?”, aggiungendo che al riguardo “individuare il confine tra il bene e il male oggettivamente è arduo”.

Ricordo come, quando in Parlamento venne discussa la legge sulla fecondazione artificiale, era chiaro che la fecondazione artificiale, secondo l’insegnamento della Chiesa, era moralmente un male, anche se omologa; che ora per padre Passalacqua non si possa dire “oggettivamente” un male la fecondazione artificiale eterologa accompagnata da uso di una donna come incubatrice suona quanto meno strano. Il “chi sono io per giudicare” può valere per la dimensione “soggettiva”; se viene usato anche, come egli scrive, per quella morale “oggettiva”, della “materia”, come si sarebbe detto una volta, contravveniamo all’insegnamento della Chiesa, che al riguardo si è chiaramente pronunciata.

Padre Passalacqua elenca casi nei quali la “comprensione”, l’astensione dal giudizio morale sulla “materia”, sono più appropriati della condanna anche solo sul piano “oggettivo”. Sorprende che nel descrivere questi casi, che per la verità mi appaiono tutt’altro che atti a giustificare la “pratica” (la gestazione surrogata per una sorella o una figlia, per pietà di una donna senza ovaie, per superare una urgenza economica drammatica, per superare la solitudine, per rendersi utile, per solidarietà con gli omosessuali, per generare senza dover poi tenersi il figlio con l’ansietà di doverlo crescere), mai padre Passalacqua metta nel conto il figlio, che viene generato violando i suoi diritti ad avere un padre e una madre veri, ad avere una sua identità non scissa e conoscibile. Tali diritti sono violati indipendentemente dalle motivazioni della maternità surrogata, siano esse accompagnate da pagamenti o da sentimenti. E ciò non mi pare fatto di poco conto per un giudizio. L’empatia che invoca padre Passalacqua non vale per il figlio?

PS Sull’ultimo numero di Vita Trentina padre Passalacqua ha risposto, preannunciando un chiarimento sulla sua posizione.

Chiesa cattolica (Papa Bergoglio) e nullità del matrimonio: nuovo rito processuale o allargamento casi di nullità del matrimonio?

di il 25 febbraio 2016 in famiglia, religione con 1 Commento

Sull’ultimo numero di Vita Trentina si dà notizia di una riunione di vescovi del Nord-est italiano per studiare la riforma, voluta da Papa Bergoglio, sui processi dei tribunali ecclesiastici in merito alla nullità dei matrimoni celebrati in chiesa. Non è dato sapere se i vescovi siano entrati nel merito delle nuove norme. Da quanto ho potuto leggere, oltre a una semplificazione delle procedure, si sono specificate cause di nullità del matrimonio come sacramento che si prestano a facili strumentalizzazioni. Tra esse quelle che mi hanno colpito di più sono la “mancanza di fede” di uno dei coniugi, ancor più la non piena consapevolezza di che cosa sia un sacramento e il perdurare di una relazione extraconiugale all’atto del matrimonio. E’ a tutti ovvio come si possa sempre dire, da parte di uno dei contraenti matrimonio, che in chiesa per il matrimonio ci è andato per far contento l’altro coniuge, si può sempre dimostrare che non si è esperti in teologia dei sacramenti e si può trovare un’amico/a che testimoni di aver avuto una relazione con uno dei coniugi anche all’epoca del suo matrimonio.
Non ho la competenza sufficiente per dare un giudizio sulle condizioni affinché il sacramento del matrimonio sia valido e certamente Papa Bergoglio, gesuita, ne sa. Quello che mi fa più problema è trasferire la pronuncia di nullità del sacramento alla nullità del matrimonio. Questo ha un suo fondamento naturale, richiamato anche da Gesù quando disse a proposito del divorzio concesso da Mosè che “all’inizio non fu così”. Se un consenso dato in chiesa non aveva le condizioni per essere considerato “sacramento”, non per questo non non può essere considerato valido come impegno sul piano della natura, della creazione, che non richiede competenze teologiche cristiane, né fede cristiana. Come, allora, può essere dichiarata la nullità del matrimonio? Si dovrebbe dichiarare solo la nullità del sacramento “matrimonio”, senza implicazioni per lo stato civile. Invece la pronuncia del tribunale ecclesiastico sulla nullità, dichiara nullo non solo il sacramento, ma proprio il matrimonio come tale e, in virtù delle norme concordatarie, tale pronuncia ha conseguenze civili, addirittura peggiori, se non erro, della pronuncia di un divorzio, in quanto la nullità decorre dall’inizio della vita comune e quindi priva il coniuge dichiarato “nullo” ossia “mai stato coniuge” dalle tutele date al divorziato. Era solo una coppia di fatto, priva tra l’altro delle garanzie pattizie di natura privata che questa può darsi.
Sui media si è parlato a proposito delle nuove norme ecclesiastiche di “divorzio cattolico”; certamente non lo è in “teoria”; di fatto lo può diventare per la facilità di dichiarare nullo un matrimonio: un solo grado di giudizio, per di più con procedura accelerata e facilità di motivazione.
I vescovi triveneti hanno detto qualcosa al riguardo?

Il voluta cecità degli intellettuali di fronte al Family Day: lettera al “Trentino” su Paolo Pombeni

di il 4 febbraio 2016 in famiglia con Nessun commento

Caro Direttore,
vedo che il Trentino continua (a parte qualche breve lettera) una linea di netta contrarietà a chi, in Italia, non accetta l’impostazione che al “regime” delle coppie omosessuali prevede di dare il disegno di legge Cirinnà, in questi giorni in discussione al Senato. L’ultimo esempio (ad oggi, 3 febbraio) è l’articolo di Paolo Pombeni, direttore dell’Istituto Storico Italo Germanico della Fondazione Kessler. Fa il paio con l’intervento alla Rete 7 di De Rita la sera precedente e con i molti di Cacciari, già sindaco di sinistra di Venezia. Avendo sempre apprezzato l’equilibrio e la capacità di penetrazione critica di Paolo Pombeni (in comune, da studenti, l’esperienza di GS di don Giussani, che precedette CL), mi ha sorpreso che da qualche tempo abbia cambiato impostazione. Un esempio di ciò, a mio avviso, è il giudizio sul Family Day, centrato sulla richiesta di tutela del bambino e della donna “affittata” di fronte alla pratica diffusa dell’”utero in affitto”. La quasi totalità degli interventi al Family Day riguardavano tale richiesta. Quando Pombeni afferma che è dubbia la volontà del popolo in merito, evidentemente egli non ha preso conoscenza dei sondaggi di ogni tendenza, che mostrano una contrarietà alle adozioni del figliastro del compagno omosessuale che oscilla tra il 70 e l’80% degli italiani. Ed è proprio l’oggettivo incentivo al ricorso all’utero in affitto (pur se solo all’estero) che rende la stragrande maggioranza degli italiani contrari all’adozione prevista dal ddl Cirinnà. Su che base Pombeni afferma che la “piazza” del Family Day rappresentava “minoranze integraliste”?

Seconda presa di posizione di Pombeni: perché concentrare l’attenzione sul ddl Cirinnà e non sulle carenze delle politiche familiari italiane? A parte che le associazioni che hanno preso l’iniziativa di indire il “Family Day” sono quelle che più si battono per serie politiche di sostegno della famiglia, sarebbe comunque curioso che di fonte a un principio di incendio di una casa, i suoi occupanti si preoccupassero di sistemare le fondamenta che magari danno qualche segno di cedimento. La cosa ragionevole è darsi da fare per spegnere l’inizio di incendio. Capziosa, quindi, la critica.

Terza qualificazione poco comprensibile che Pombeni dà del problema posto dal ddl Cirinnà è quella di “problema pseudo-etico”, accomunato in ciò, secondo lui, a quello dei risparmiatori truffati delle banche. Mi chiedo se i temi della configurazione della famiglia e delle condizioni per la filiazione si possano considerare estranei all’etica. TV e giornali hanno spesso chiamato nei dibattiti persone che negavano rilievo etico a questi temi, riconducendo il tutto a normali prassi e cambiamenti sociali. Stando alla posizione di Pombeni, i vescovi italiani, Papa Bergoglio, illustri giuristi già Presidenti della Corte Costituzionale, l’enorme folla del Circo Massimo si sarebbero occupati di un tema “pseudo-etico”!

Poco conta che la successiva diagnosi di Pombeni circa i mali del sistema politico derivanti dalla perdita di funzione di mediazione socio-politica da parte dei partiti sia condivisibile; prendere tale considerazione a pretesto per demolire con affermazioni senza fondamento il fenomeno sociale del Family Day, autentica espressione di un popolo che si mobilita per i diritti dei più deboli, non mi sembra un’operazione intellettuale-politica degna di quell’intellettuale onesto e perspicace che avevo conosciuto, operazione assai più deludente della recente e poco critica conversione al “renzismo”.
Cordiali saluti,

Ddl Cirinnà e diritti: quali?

di il 4 febbraio 2016 in famiglia con Nessun commento

sabato 23 gennaio diversi movimenti e associazioni hanno promosso in molte città manifestazioni per rivendicare parità di diritti tra coppie omosessuali e coppie unite in matrimonio. Al di là delle differenti valutazioni sul numero di partecipanti (gli organizzatori parlano di un milione e altri di venti-trentamila), ho notato come giornali e TV pubbliche (specie RAI 3) abbiano riproposto l’affermazione che bisogna colmare un ritardo dell’Italia rispetto agli altri paesi europei, che tale parità avrebbero già garantito. In realtà altri paesi hanno legiferato in merito alle coppie di fatto (anche omosessuali), la Corte di Strasburgo ha rilevato la mancanza di una legge italiana in merito, ma dover legiferare non significa dover garantire parità di diritti tra coppie omosessuali e coppie di uomo e donna unite in matrimonio. L’Italia non è affatto tenuta a ciò, senza contare che in materia di famiglia e matrimonio vi è autonomia di ciascuno Stato.

In Italia i diritti degli omosessuali come persone sono stati garantiti da pratiche amministrative e decisioni giurisprudenziali. Semmai potrebbe essere utile un testo unico legislativo che li riunisca. Sono garantite anche le libertà inerenti a scelte relazionali, quali la scelta di persone di fiducia (per rapporti con le istituzioni sanitarie, penitenziali) o la destinazione testamentaria del patrimonio disponibile. Con atti privati notarili due o più persone possono stabilire diritti e doveri reciproci. Non sono, quindi, questi, i diritti di cui parlano gli organizzatori di quelle manifestazioni. Sono diritti aggiuntivi, inerenti non alla libertà individuale, bensì all’acquisizione di quei benefici che la legislazione italiana prevede per le famiglie unite in matrimonio, e che trova fondamento nella Costituzione. Ma la Corte Costituzionale in una recente pronuncia ha stabilito in modo chiaro che la regolazione di relazioni omosessuali non può omologare tali relazioni a quelle matrimoniali, tant’è vero che anche il Presidente della Repubblica ha richiamato ufficiosamente a ciò il Parlamento e si stanno mettendo a punto emendamenti che, almeno formalmente, non rimandino a norme del Codice Civile che regolano la famiglia.

Si può allora affermare che non esiste una lesione del principio di uguaglianza di diritti, essendo diverse le situazioni, quella familiare e quella delle coppie di omosessuali. Ma di ciò nulla si è detto nella gran parte dei mass-media.

Le misure di favore per la famiglia che la Costituzione impegna la Repubblica ad adottare trovano fondamento nel ruolo sociale essenziale che le famiglie svolgono per la società. Non mi pare che analoghe funzioni siano proprie delle coppe omosessuali, come di altri tipi di convivenza non familiare. Se così invece fosse, si dovrebbe sostenere che la Repubblica deve favorire la formazione di coppie omosessuali, ma fino a tanto finora nessuno Stato è giunto. Ne consegue che non ha giustificazione l’impiego di risorse della collettività per sostenere convivenza omosessuali. Tale è il caso della pensione di reversibilità e la riserva al partner superstite del diritto di occupare un alloggio pubblico: modi incongrui di impiego delle risorse pubbliche. Ancor più contestabile è il cambiamento delle norme che riguardano la filiazione: si rivendica una “parità di diritti” al figlio, dimenticando il diritto del bambino a un padre e a una madre e l’aberrazione della pratica dell’utero in affitto, cui necessariamente devono ricorrere le coppie di omosessuali maschi per avere un figlio. Di questo si tace da parte degli organizzatori della manifestazione, salvo anche opporsi a considerare colpevole di reato chi all’estero si fa fare (compra) un figlio, nascondendosi dietro il fatto che in Italia tale pratica è vietata.

Scandalosa una trasmissione radio sul terzo programma Rai, lo scorso lunedì mattina, tutta centrata nel far credere che l’adozione del figliastro rappresenta il raggiungimento di un giusto diritto del bambino. Nessuna menzione dei modi nei quali un omosessuale si può procurare un figlio.

Per questo nella piena consapevolezza che in gioco non è il riconoscimento di diritti della persona, ma uno stravolgimento di rapporti fondamentali familiari, fortemente negativo per il bene comune, sabato 23 gennaio scorso ho partecipato alla dimostrazione, a Trento, delle Sentinelle in piedi e sabato prossimo parteciperò al Family Day a Roma.

Coppie di omosessuali: nebbie artificiali su riconoscimento e adozione figli

di il 7 gennaio 2016 in famiglia con Nessun commento

la discussione in Senato del disegno di legge Cirinnà (PD) a fine gennaio ha moltiplicato i dibattiti sul riconoscimento da dare ai rapporti di coppia fra omosessuali. Gli schieramenti pro e contro si sono abbastanza delineati. Ed emergono divisioni non solo tra formazioni politiche, ma anche al loro interno. I temi più dibattuti sono la natura di ciò che è riconosciuto e le conseguenze del riconoscimento. Secondo coloro che, sensibili alla tutela della famiglia, militano in gruppi politici che vogliono il riconoscimento delle coppie omosessuali, costituirebbe un fatto positivo il fatto che nel disegno di legge il riconoscimento sarebbe diventato ancorato all’art. 2 della Costituzione (riconosce le formazioni sociali nei quali si sviluppa la personalità) e non all’art. 29 che riguarda la famiglia fondata sul matrimonio. A parte che anche la famiglia è una “formazione sociale”, il fatto che il richiamo sia all’art. 2 e non al 29 ha solo un tenue valore simbolico. Di fatto non cambierà in nulla la percezione sociale di una coppia omosessuale come una delle espressioni della sessualità di coppia, al pari della coppia formata da uomo e donna.
Il fatto trova esplicita immediata conferma proprio nella stessa legge, che prevede che una coppia di omosessuali possa avere dei figli; poiché biologicamente questo può accadere solo per uno dei maschi, si dà la possibilità all’altro di adottare (con formula speciale) il figlio concepito con il seme del compagno. Chi sostiene il disegno di legge afferma che, una volta che il figlio esiste, è meglio per lui che tutti e due i componenti della coppia siano responsabilizzati come “genitori”. L’adozione del figliastro sarebbe quindi il modo di mettere al centro gli interessi del bambino. Non cambia molto la proposta di far precedere l’adozione da un periodo di “affidamento rafforzato”, rafforzato perché non richiede revisione biennale. Si tratterebbe, anche in questo caso, di una differenza dal tenue valore solo simbolico. Di fatto anche questa proposta emendativa, che forse verrà presentata dai “cattolici” del PD, non fa venir meno la principale controindicazione della norma sulla filiazione della coppia omosessuale maschile: l’incentivo a procurarsi un figlio ricorrendo al pagamento di una donna affinché si presti a una gravidanza, il cui figlio verrà poi consegnato, appena nato, al pagatore. I difensori del disegno di legge Cirinnà fingono di non accorgersi dell’incentivo alla maternità su pagamento che deriva da tale legge, affermando che in Italia la pratica dell’”utero in affitto” è vietata. Tacciono sul fatto che in alcuni altri paesi è legale (e quindi utilizzabile anche da italiani) e si oppongono a che la legge italiana consideri reato il ricorso all’utero in affitto anche se compiuto all’estero. Non dicono, inoltre, che quella pratica è antiumana per la donna e per il figlio “prodotto”.E’ l’evidente conferma che la filiazione è considerata coessenziale al riconoscimento della “formazione sociale” coppia omosessuale”. La stessa codificazione di altri diritti, tra i quali la più rilevante e costosa, la “reversibilità” della pensione, rende evidente come la legge Cirinnà introduca in Italia il matrimonio tra omosessuali, chiamandolo in altro modo, “unione civile”.
Gli schieramenti parlamentari fanno prevedere che con i voti PD,M5S, Sinistra, Verdiniani e altri il disegno di legge Cirinnà verrà approvato. Credo che si tratterà di un altro passo in direzione negativa, cui probabilmente nemmeno Sodoma e Gomorra erano arrivate, se non altro per l’indisponibilità delle tecniche di procreazione oggi disponibili. Il rispetto per il bambino e per la donna cedono il passo alla soddisfazione di un desiderio di un figlio da parte di una coppia di soli maschi. Spero, solo, che un referendum possa poi almeno in parte rimediare. Ciò che mi scandalizza è lo scarso valore che alla questione è data dal gruppo parlamentare di “Area Popolare”, il Nuovo Centro-destra e l’UDC insieme, disposti a continuare a far parte di un’alleanza di governo con il PD, principale proponente della legge. V’è da chiedersi quale debba essere la divergenza politica con il PD per mettere in questione la collaborazione di governo. Se su questi valori si è disposti a digerire tutto, vuol proprio dire che nessun valore conta più della rendita politica derivante dal far parte di una maggioranza governativa. E questo mi dispiace particolarmente perché del gruppo parlamentare dell’UDC a lungo ho fatto parte.

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