Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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famiglia

I silenzi dell’editoriale abortista del quotidiano T

di il 9 Maggio 2024 in etica pubblica, famiglia, sanità con 1 Commento

Egregio Direttore dott. Casalini, 
il numero del 3 maggio del giornale da Lei diretto affida l’editoriale a una professoressa associata di scienza politica, Alessia Donà, che considera diritto della donna incinta abortire e si esprime negativamente sulla possibilità che nei consultori familiari vi sia una presenza associativa motivata a rimuovere gli ostacoli che una donna può incontrare nel portare a termine la sua gravidanza. Da trentino che ha subito apprezzato la presenza in Trentino di un quotidiano autonomo espressione di forze sociali ed economiche locali mi chiedo se vi sarà occasione di leggere un editoriale che non dimentichi in tema di tutela della vita umana quanto la professoressa Donà tace e che non tratti da reazionario, come viene fatto per la ministra Eugenia Rocella, chi ricorda che la legge 194 è intitolata in primis come tutela della maternità e consente l’aborto solo a certe condizioni. Se fosse un diritto delle donne disporre della vita e della morte del bambino o bambina che portano in grembo, non avrebbe senso sottoporre l’autorizzazione ad abortire a procedure complesse e se proprio si vuole insistere a chiamarlo “diritto”, si dovrebbe onestamente aggiungere che è un diritto condizionato. Si dovrebbe anche aggiungere che se un medico o un’infermiera possono rifiutarsi di metterlo in pratica perché ciò violerebbe la loro coscienza, vuol dire che se anche lo si vuole chiamarlo diritto, non è certo un diritto che la coscienza di molti considera tale, ma considera uccisione di un essere umano. Se i favorevoli a chiamare “diritto” tale uccisione sono ostili a presenze di associazioni di sostegno alla maternità, pur previste anche dalla legge 194, perché susciterebbero nella donna che decide di abortire “sensi di colpa”, ciò significa che è un diritto del cui esercizio si potrebbe anche vergognarsi, essendo chiara la sua natura di soppressione di un essere umano in formazione. Non è facile convincersi che è solo gestione del proprio corpo, come anche l’editorialista sostiene, mai mettendosi dalla parte di chi viene soppresso. Costa così tanto riconoscere la verità? Mi permetterei di suggerire alla prof. Donà di leggere i risultati delle ricerche di Donatella Cavanna, anche lei già docente di psicologia a Trento e poi pofessoressa ordinaria all’Università di Genova. La coscienza della donna si ribella anche non volendo all’esperienza di abortire. Abortire viola l’essre profondo di chi abortisce. Perché tacerne? Si fa proprio un servizio ai diritti delle donne o si mascherano ferite difficili e lunghe da sanare?

Finora non pubblicata,

Omicidi in famiglia: bastano le deprecazioni e le manifestazioni?

di il 26 Gennaio 2024 in famiglia, religione con Nessun commento



L’episodio di uccisione e suicidio della coppia Palmieri Moser nelle valli di Cembra e di Fiemme sta interrogando tanti sul come arginare il fenomeno. La ricetta più indicata è quella di sensibilizzare opinione pubblica e agenzie educative al valore del rispetto dell’autonomia reciproca di membri della coppia. Serve insegnare, specie ai maschi, che il partner di una relazione ha tutto il diritto di rifiutare o interrompere o cessare la relazione, indipendentemente dalle conseguenze che ciò può avere su eventuali figli. Ci si può chiedere se non sia rilevante anche il grado di accettazione delle difficoltà di relazione tra i membri della coppia. Nei racconti di come andavano le relazioni un tempo, non era infrequente sentir dire che tra due genitori i rapporti non erano molto positivi, ma che stavano insieme sopportando, soprattutto per amore dei figli. Ma si può andare ancora più in là: occorre che vi sia una adeguata preparazione al matrimonio, o comunque ad iniziare una stabile convivenza. Da giovane sposo ero talvolta chiamato a intervenire nei corsi che la Chiesa Cattolica organizzava (e ancora organizza) in preparazione del matrimonio. Citavo spesso quanto in un volume di Fulton Sheen, arcivescovo di New York, aveva scritto, dal titolo “In tre per sposarsi” e che mi era apparso utile e convincente. Il “terzo” del matrimonio era Dio, il rapporto con il quale consentiva alla coppia di maturare un amore vero e stabile. Il rapporto doveva superare la fase dell’innamoramento, che non dura molto, per arrivare a quella dell’amore-carità, vale a dire di una scelta non più solo emotiva ma anche razionale di voler bene all’altro anche dopo che se ne sono scoperti i difetti, cosa normale nell’evoluzione di un rapporto di coppia. Il “Terzo” è Colui che dà la forza della stabilità della capacità e della decisione di amare nonostante difetti e disillusioni. E senza conoscere il libro di Fulton Sheen, questo è quanto vivevano le coppie. Nei corsi cui contribuivo si insegnava anche che la maturazione dalla fase dell’innamoramento a quella dell’amore, che doveva avvenire prima di sposarsi, era facilitata se nel periodo dell’innamoramento si rinunciava al rapporto sessuale, le cui dinamiche emotive e relazionali ostacolavano altre dimensioni del dialogo di coppia, relative ai valori da condividere e alla capacità di controllare gli istinti. Da quando ero giovane fidanzato e sposo il clima culturale è assai cambiato, anche per effetto dei mezzi di comunicazione di massa e ora elettronici. Ciò che conta è l’innamoramento: solo su di esso possono iniziare i rapporti sessuali prematrimoniali, può iniziare la convivenza e addirittura concepire figli e,di fronte a difficoltà, non si valorizza più l’amare l’altro nonostante i suoi difetti, non si tiene nel conto il bene dei figli eventuali, si deve ricorrere alla separazione e, se sposati, anche al divorzio. Il partner (per lo più il maschio) deve accettare la privazione, il rifiuto di continuare la relazione, poco importa se va in crisi esistenziale. Se la relazione fosse maturata in amore, con il sostegno per i credenti del “Terzo”, sarebbe più facile mettere nel bilancio anche l’altro.

In una società nella quale la cultura dominante rende il piacere criterio regolativo, nella quale la stabilità della convivenza conta assai poco privilegiando provvisorietà, assenza di impegno ufficiale neppure di impronta solo laica, si può certo cercare di arginare le esplosioni di violenza, ma sfilate e articoli sui giornali e interventi nei dibattiti televisivi sono poco per far superare il senso di deprivazione che scaturisce da un abbandono. Meglio poco che niente, sono qualcosa di più di ciò che in trentino si chiama “peti par la toss”, ma i fondamenti del rispetto assoluto per l’altro sono altri.

INVIATO A L’ADIGE E NON PUBBLICATO; PUBBLICATO DA IL T

L’Adige e il suo vaticanista

di il 26 Gennaio 2024 in famiglia, religione con Nessun commento

 

morale sessuale cristiana: sparite le certezze?

di il 16 Ottobre 2023 in famiglia, religione con Nessun commento
Egregio Direttore,

leggo sempre con interesse le pagine di “Noi in famiglia”: rappresentano una guida e una conferma ragionata di principi. Mi ha invece sorpreso quanto pubblicato nell’ultimo numero di domenica scorsa 8 ottobre, in particolare l’articolo sulla “svolta irreversibile del Papa” e l’articolo che valorizza le posizioni “gender” e Lgbtq. La chiave: l’assunzione del principio regolativo del discernimento per il giudizio morale sui comportamenti umani. Una volta si insegnava che la coscienza per essere assunta a giudice morale di condotte deve essere “retta”, vale a dire conforme a verità e ciascuno ha il dovere di formarsi una coscienza retta. Il discernimento frutto della coscienza trova un limite nel legittimare condotte in norme oggettivamente fondate e stabili, ossia irreversibili? Può la coscienza legittimare moralmente condotte quali l’aborto volontario, il divorzio, l’utero in affitto, l’infedeltà coniugale, relazioni sessuali extramatrimoniali, rapporti sessuali con persone dllo stesso sesso e altri comportamenti oggettivamente contrastanti con la morale sessuale “oggettiva”, come tale insegnata anche ufficialmente da sempre dalla Chiesa? Capisco l’ambizione di teologi moralisti di dimostrarsi “moderni” e comprensivi, capisco anche che un Papa si preoccupi di presentare una Chiesa accogliente, ma l’accoglienza del peccatore non può lasciare al giudizio di moralità a una valutazione soggettiva. Non ogni pulsione verso condotte richiede comprensione, ma può richiedere anche l’impegno al suo controllo, non dimenticando che dopo il peccato di Adamo l’uomo è inclinato al male e tale inclinazione va combattuta con energia, magari, anche se non è più di moda, con l’aiuto dei sacramenti, della preghiera, del sostegno della comunità cristiana.

Lettera inviata ad Avvenire e non pubblicata fino ad oggi

Il pluralismo sessuale é naturale? Osservazioni a un editoriale del quotidiano T

di il 7 Giugno 2023 in famiglia con Nessun commento

Egregio Direttore.

l’editoriale del 4 giugno del T, firmato da Sara Heiazi, che si qualifica antropologa e ricercatrice, afferma fin dal titolo che “il pluralismo sessuale è naturale”. Cosa vuol dire che è naturale? Se vuol dire che è riscontrabile nei comportamenti osservabili, non v’è dubbio. Se invece vuol dire che è “secondo natura” la prima smentita viene dal considerare le differenze tra corpo maschile e corpo femminile. La natura ha provvisto diversità di organi sessuali e riproduttivi di maschi e femmine, tant’è vero che solo interventi chirurgici e chimici innaturali possono cambiarli. Tant’è vero che la procreazione di figli avviene solo per l’incontro di cellule maschili e femminili. Ciò che può cambiare da società a società è la configurazione dei ruoli sociali di maschi e femmine, anche se, come in genere nei mammiferi, il ruolo di cura dei figli nella prima infanzia, per natura, è in netta prevalenza della madre, anche in ragione della capacità femminile di allattamento. Difficile affermare che rapporti sessuali tra maschi o tra femmine siano “secondo natura”, tant’è vero che fino a non molti anni fa l’omosessualità era considerata una “malattia” anche da organismi internazionali. Le conoscenze scientifiche hanno messo in evidenza basi ormonali della forza con la quale si accentuano mascolinità e femminilità come condizione psicologica. Da sociologo posso aggiungere condizioni sociali che favoriscono il manifestarsi più o meno forte di tendenze omosessuali, ma da questo non si desume che l’omosessualità e varianti connesse sia secondo natura e non si desume che sia sbagliato cercare di controllarle, come un uomo e una donna siano chiamati a controllare molte altre tendenze istintuali, tutte naturali ma non per questo buone o desiderabili. Sorprende un po’ che un’antropologa e ricercatrice indichi nelle pratiche sessuali degli umani prima del neolitico il vero modello di natura autentica. L’umanità ha compiuto passi notevoli di progresso grazie alla cultura, dando fondamenti scientifici e normativo-filosofici a cosa sia “secondo natura”. Deve essere buttato tutto a mare per assecondare l’orgoglio degli omosessuali, che non si preoccupano della lesione dei diritti di bambini cui è tolta la madre o è reso sconosciuto il padre?

INVIATO AL QUOTIDIANO T E FINORA NON PUBBLICATO

disciplinare la sessualità è un artefatto della borghesia?

di il 20 Maggio 2023 in famiglia con Nessun commento

Egregio sig. Direttore,

se l’editoriale comunica l’orientamento di chi dirige un giornale, mi permetto, da abbonato, di capire le ragioni per le quali per chi dirige il giornale sia liberazione il venir meno della disciplina dell’esercizio della sessualità, come recita il titolo di un articolo di una professoressa di Scienza della Politica all’Università di Trento Alessia Donà, che non ebbi l’occasione di conoscere quando alla medesima università insegnavo. La tesi sostenuta dall’editoriale è che il considerare normale che una persona di un sesso abbia relazione stabile con persona dell’altro sesso, formando una famiglia, nel cui grembo nascono e crescono i figli è stato un artefatto delle classi borghesi che hanno voluto costruire lo stato-nazionale, combattendo contro la dissolutezza delll’aristocrazia. L’etica borghese si sarebbe poi estesa a tutta la società. Per la scienziata politica, grazie ai movimenti di omosessuali e transsessuali la società contemporanea occidentale ha dapprima smesso di considerare l’omosessualità una malattia e poi sostiene politiche culturali che la celebrino con orgoglio. L’editorialista infine raccomanda ai lettori trentini di partecipare alla prossima manifestazione dell’orgoglio gay a Trento.

Prima questione riguarda se sia proprio così negativo il disciplinamento, almeno a livello etico e culturale, dell’esercizio della sessualità. Se esso è solo un artefatto, magari al servizio di un progetto di potere, come afferma l’editorialista, esiste la necessità che si pongano dei limiti alle modalità della sua espressione? Seconda questione: se la natura ha reso i mammiferi esseri viventi distinti tra maschi e femmine, ciascuno provvisto di organi per la copulazione e la riproduzione, non è che per caso sia un artefatto sociale la legittimazione di uso dei genitali in modo difforme da quello naturale proprio dei mammiferi? Terza questione: in tutte le società che nei decenni di ricerche sociologiche in tutti i continenti ho avuto modo di conoscere, la normalità deil’espressione della sessualità è quella del rapporto sessuale tra uomo e donna, talvolta sotto forma anche di famiglie con più donne per un uomo e, più raramente, di più uomini per una donna. Solo in alcuni piccoli segmenti secolarizzati della società post-industriale occidentale ha una qualche diffusione il rapporto di coppia omosessuale. Non è per caso che sia questo un artefatto socio-culturale, deviante dalla norma di “natura”? Ultima nota: le dure condanne che nella Bibbia sono contenute nei confronti della pratica dell’omosessualità non pongono nessun interrogativo a chi finora non ha preso le distanze dal messaggio cristiano? Prima di dire che la condanna della disciplina della sessualità è un artefatto borghese a fini politici consiglierei alla editorialista del giornale di leggere non solo qualche pamphlet della lobby LGBT, ma anche la Bibbia, per capire che il disciplinamento dell’esercizio della sessualità ha radici ben più profonde e antiche di quelle delle esigenze di controllo sociale da parte della borghesia di Ottocento e Novecento.

INVIATO A T QUOTIDIANO E FINORA NON PUBBLICATO

l’Adige contro le donne che fanno figli

di il 20 Aprile 2023 in famiglia con 1 Commento



Egregio Direttore,

l’Adige di sabato 8 aprile pubblica con rilievo un articolo di Maria Teresa Fossati sulla denatalità, avvertendo che insistervi costituisce indirettamente un rimprovero alle donne che, per natura o per scelta, non fanno figli. Si tratta di un’osservazione da non trascurare, ma accompagnata da altre che mi appaiono fuori luogo. La più rilevante è che le donne che hanno avuto molti figli “non riuscivano a dare amore” …”incapaci di regalare al figlio un sorriso, di scambiare con lui indispensabili sguardi di affetto e di gioia”. Probabilmente l’autrice ha sofferto di una madre “snaturata” o è vittima di pregiudizio. Sono il primogenito di undici figli e direi il falso se la figura di mia madre fosse quella descritta dalla Fossati. Ci sono donne capaci di amare gli altri e donne che non lo sono e forse sono proprio quelle che per scelta non vogliono l’incomodo di un figlio o di un secondo o terzo figlio che hanno più difficoltà a donarsi all’altro. Mia moglie ha avuto nove figli, ma non percepisco da parte di alcuno dei miei nove figli carenze di affetto da parte della madre. Per le madri di un tempo “era irrilevante – scrive la Fossati – che fossero desiderati o no”. Certo che era irrilevante, per fortuna. Come si può pensare di amare meno un figlio perché è stato concepito senza “desiderio di averlo”. Quando uomo o donna in chiesa contraevano matrimonio veniva loro chiesto dal sacerdote se erano disposti ad “accogliere i figli che Dio vorrà loro concedere” e la risposta era un sì. L’apertura alla vita non era paragonata all’aquisto di un bene desiderato, ma era una disponibilità ad accogliere il frutto del rapporto d’amore. La sterilità vede insoddisfatta tale disponibilità, ma la fecondità richiede di essere accompagnata da responsabilità, in considerazione delle condizioni di salute, fisica e psichica, ed economiche dei genitori. La saggezza di Papa Montini è stata illuminata al riguardo con una sua lettera enciclica. E se le condizioni economiche e psicologiche lo richiedono, per non far gravare troppo il costo di curare ed educare i figli sui genitori, è giusto che i pubblici poteri, anche sostenendo iniziative di privato sociale, diano un aiuto. Lo prevede anche la nostra Costituzione, citando la particolare attenzione dovuta alla famiglie numerose. In Trentino era stata fondata negli anni Cinquanta l’Associazione delle famiglie numerose, divenuta poi Associazione Trentina delle Famiglie. Negli anni Ottanta si è aggiiunto il Sindacato delle Famiglie a livello nazionale. Non si adonti nessuno, se sterile, se c’è chi si preoccupa di sostenere la famiglia. Da ultimo la nota critica della Fossati sui “bimbi affidati a sorelle maggiori costrette a rinunciare a scuola e giochi per badare, in qualche modo, ai più piccoli”. E’ proprio sicura che le sorelle maggiori non siano cresciute più ricche di umanità nell’assumersi un ruolo di cura del fratellino o della sorellina per aiutare mamma e papà, anziché passare il tempo con videogiochi o altri passatempi? Ma vale anche per i fratelli maggiori. Il Centro Studi Rezzara di Vicenza molti anni fa mi chiese di scrivere un articolo sui vantaggi della famiglia numerosa. Non ci sono solo costi, ma anche vantaggi educativi, all’altruismo, alla responsabilità, al rispetto del fratello o della sorella di sesso diveso dal proprio, all’impegno alla collaborazione, alla disponibilità al sacrificio, a superare egocentrismi. Chieda la signora Fossati alcune valutazioni di figli unici sulla loro esperienza. E chieda dell’oppressione che a volte su uno o due figli grava per soddisfare le attese eccessive dei genitori nei loro confronti o al contrario di eccessiva accondiscendenza dei genitori per timore di contrariare il figlio nei suoi capricci, da quelli alimentari ad altri.

La denatalità è un impoverimento, è l’indicatore più facile e sicuro del declino delle civiltà. E per ora si cerca su supplire alle sue conseguenze negative importando figli nati da paesi a più alta natalità. Ma non basterà, come non bastò il rinsaguamento della popolazione dell’Impero romano conseguito con l’immigrazione di popoli di etnia germanica o slava. Invertire la rotta si può.

Renzo Gubert

NB l’Adige ha rifiutato la pubblicazione, nonostante l’articolista abbia offeso tutti coloro che, come me e mia moglie, vengono da una famiglia numerosa e hanno una famiglia con più figli. Ha pubblicato la lettera l’Agenzia giornalistica opinione cui dopo giorni l’ho inviata

Scuola dell’infanzia e compiti di cura: inversioni

di il 11 Febbraio 2023 in famiglia, scuola, servizi pubblici con Nessun commento

l’Adige ha ospitato prese di posizione in merito al prolungamento oltre l’emergenza covid dell’apertura delle scuole d’infanzia per il mese di luglio, impegnando ovviamente il personale. Da ultimo due interventi più approfonditi, che non si riducono a questione contrattuale, di un ampio gruppo di maestre e il 7 febbraio della consigliera provinciale Lucia Maestri. Da bambino ho frequentato tre anni di scuola materna (come allora si chiamava), da genitore ho mandato i miei nove figli alla scuola d’infanzia e sono stato Presidente del Comitato di Gestione in una scuola per più mandati, sono stato consulente per molti anni della Federazione Provinciale delle Scuole Materne, pubblicando al riguardo molti articoli e dei volumi in collaborazione in merito al rapporto tra genitori e comunità e all’autonomia scolastica, accompagnando con altri colleghi docenti universitari, pedagogisti e sociologi e con esperti dipendenti della citata Federazione, il progetto di “scuola di comunità” guidato dal prof. Gino dalle Fratte, che ha avuto dopo anni di impegno nazionale, anche il riconoscimento legislativo con le norme sull’autonomia scolastica. Quanto esposto dalle maestre è del tutto congruente con tutto il lavoro che a Trento, e non solo, è stato svolto dalla Federazione, che gestisce la maggior parte delle scuole d’infanzia della provincia di Trento, testimonianza ancora vitale, tra le poche rimaste, della capacità di autonomia della società trentina. Non Le scrivo, peraltro, per evidenziare esperienze, ma per mettere in luce inversioni di posizione riscontrabili nel dibattito in corso. Come Presidente del Comitato di Gestione e come esponente dell’Associazione Trentina della Famiglia e del Sindacato delle Famiglie, nonché della DC e del Movimento Popolare ho sempre sostenuto, assieme a molti altri, ad altre associazioni cattoliche, che la scuola dell’infanzia non poteva essere ridotta a servizio di custodia dei figli piccoli (come fosse un asilo nido). Il puntare ad es. sul tempo pieno, sul prolungamento d’orario, su un ampliamento del tempo e del calendario di didattica per il personale insegnante, ci sembrava ridurre il tempo educativo in famiglia e nelle iniziative formative che la comunità era in grado di offrire. La scuola dell’infanzia non poteva ridursi a “parcheggio” dei figli. La famiglia non esaurisce il suo ruolo nel mettere al mondo i figli, consegnandoli poi alla collettività, all’ente pubblico. Le misure da prendere per venire incontro a bisogni di cura dei figli dovevano essere altre, e allora si è lottato, con assessori come Pino Morandini o Paola Vicini Conci, responsabile scuola della DC, per il riconoscimento economico (assegno, trattamento fiscale) e previdenziale del lavoro di cura di chi, per farlo, rinunciava a un lavoro fuori casa, per la concessione per chi lavorava fuori casa del “congedo lungo” per maternità e prima infanzia o la possibilità di orario part-time. Da allora anche la politica nazionale ha fatto qualche timido passo in avanti e per queste misure mi sono battuto da parlamentare. Ebbene, allora la sinistra, da quella politica a quella sindacale, si poneva sul fronte opposto e, nel caso specifico, per il tempo pieno gratuito per tutti, per allargare il calendario delle attività didattiche delle maestre, avendo come obiettivo lo sgravio dei genitori e della comunità da impegni educativi, sacrificando la pluralità di modi e di ambienti di socializzazione dei bambini. La scuola materna tendeva ad essere concepita come “istituzione totale”. Oggi siamo all’inversione: una maggioranza di centro-destra spinge per ciò che un tempo voleva la sinistra e la sinistra (vedi la segretaria politica pro-tempore del PD Lucia Maestri) è orientata come un tempo lo era quello che era il centro cattolico. Non è la prima volta che la maggioranza autodefinitasi “popolare autonomista” pratica tali inversioni. Ricordo solo le politiche culturali a favore dei concerti di massa, un tempo tipiche della sinistra (vedi l’Estate Romana). Come mai? Non è per caso che le scelte politiche non siano più confrontate con orientamenti di valore “popolari autonomisti”? Ripetere errori che almeno una parte della sinistra ora evita mi pare sbagliato. L’assessore ha un patrimonio di elaborazioni pedagogiche e sul rapporto scuola-comunità uniche a livello nazionale, produttrice la Federazione Provinciale Scuole Materne. Perché ignorarle?

Lettera indirizzata a l’Adige, non pubblicata

Propaganda gender con un seminario all’Università di Trento


Lettera al quotidiano il T , non pubblicata

Egregio Direttore,

il T del 24 novembre dedica l’intera pagina “Cultura” al convegno Gender R-Evolutions che il Centro studi interdisciplinari di genere dell’Università di Trento organizza per il 25 e il 26 novembre. Al di là della notizia, un grande rilievo è dato a un’intervista a una relatrice, Sara Garbagnoli, che propone come obiettivo da perseguire la “denaturalizzazione di sesso e razza”. Che il concetto di razza sia una semplificazione lo si scrive da tempo (anche se caratteri come colore della pelle, forma di capelli e peluria, statura media, odore del sudore e altro ancora siano caratteri naturali distribuiti per via ereditaria tra le popolazioni umane, tutt’altro che non naturali). Per questo l’intervista è centrata sulla denaturalizzazione del sesso. Il giornalista Mattia Pelli non evita le obiezioni alla tesi dell’intervistata, che “è il genere a creare il sesso biologico”. Il sesso di una persona per la relatrice, anche nella sua dimensione biologica, è una costruzione sociale. E chi continua a pensare che uomo e donna siano diversi per natura è ritenuto mettere a pericolo la democrazia, da contrastare con un “neo-antifascismo”. Credo che non ci sia modo più efficace di mettere in difficoltà l’Università, il cui Rettore, all’inaugurazione dell’anno accademico, ha chiesto più sostegno economico da parte della Provincia Autonoma di Trento, che il dover constatare come questa, attraverso un suo Centro Studi, finanzi convegni nei quali vengono sostenute tesi non solo insostenibili con il metodo del’osservazione della realtà, ma orientate a fare propaganda per movimenti politici che non si possono più nemmeno definire di femminismo estremo. La ricerca è libera, può essere indirizzata con l’uso opportuno del finanziamento pubblico e privato, ma non è libertà di ricerca usare università e centri di ricerca finanziati con denaro pubblico per obiettivi politici, anche distorcendo, come nel caso in esame, il semplice buon senso. Dedicare la pagina Cultura a posizioni del genere ha il merito di rendere evidente il degrado di porzioni delle strutture universitarie, ma mi viene il dubbio che il farlo possa invece favorirne la diffusione. Sono impertinente se le chiedo quale tra questi due obiettivi è quello perseguito dal quotidiano che dirige?


Omicidio di Agitu: colpa della concezione patriarcale della famiglia?

di il 6 Gennaio 2021 in famiglia, migrazioni con Nessun commento
Caro Direttore, nelle pagine della rubrica “Opinioni” del Trentino di fine anno è pubblicato un articolo di Paola Morini, esponente di un osservatorio sulle violenze contro le donne. L’articolo sostiene che l’omicidio della signora Agitu Ideo Gudeta da parte di un suo operaio agricolo del Ghana è dovuto alla cultura patriarcale, che legittimerebbe l’uso della violenza degli uomini sulle donne, percepite come “inferiori”. La tesi mi appare poco convincente. La violenza omicida nel caso della pastora di origine etiope nulla ha a che fare con la struttura familiare. L’omicida non ha motivato il suo atto per affermare la supremazia come maschio in un rapporto familiare, ma per una mensilità non corrisposta (a suo dire) dalla sua datrice di lavoro. Rapporti di lavoro, non rapporti familiari. In base alle mie esperienze d’Africa, talune anche drammatiche, è la facilità o meno al ricorso alla violenza a far la differenza, mancando in molte culture africane subsahariane la millenaria esperienza europea di civiltà cristiana, che insegna l’amore e il rispetto dell’altro, mancando in molte realtà africane uno spirito civico che riconosce solo allo stato, e dopo procedure prestabilite, il diritto a stabilire torti e ragioni e ad impiegare la forza per far rispettare le ragioni. E così il farsi giustizia da sé è costume che nel migliore dei casi è regolato dalla tradizione o dal consiglio degli anziani. Nella regione ugandese che ho conosciuto lo Stato era pressoché assente, mancavano apparati statali di controllo appena un po’ efficaci, comprese le prigioni dove custodire i colpevoli. Forse nel Ghana, luogo da dove proviene l’omicida, la situazione è migliore, ma non certo tale da assomigliare alla situazione delle società europee. Che la struttura patriarcale della famiglia possa non avere un ruolo nel generare omicidi della donna potrebbe essere provato esaminando dati statistici al riguardo. L’Osservatorio di cui è esponente Paola Marini potrebbe condurre qualche analisi. La cultura patriarcale stabilisce gerarchie di potere decisionale, tra l’altro diverse a seconda del campo delle decisioni da prendere; esiste un capo-famiglia. La riforma del diritto di famiglia, voluta in Italia da un parlamento per iniziativa sostenuta da forte presenza democratico-cristiana, ha sancito la parità tra i coniugi anche nello stabilire gli indirizzi della vita familiare, ed è stato un progresso, ma non so se abbia ridotto conflittualità e violenze tra uomo e donna. Le radici dell’uso della violenza sono ben più profonde e non mi pare attingano linfa e nutrimento dalle religioni, che per questo dovrebbero liberarsi dal “fardello della tradizione patriarcale” come invece afferma Morini. L’apostolo Paolo e più in generale la Bibbia condividevano l’idea che la famiglia avesse un capo-famiglia, ma non mi pare che a ciò si possano attribuire colpe per l’uso della violenza, specie fra estranei come nel caso della pastore etiope e dell’operaio agricolo ghanese. Rendere omaggio a luoghi comuni, come frequente in certi ambienti intellettuali e politici, non mi pare renda un buon servizio allo sradicamento dell’uso della violenza.

Inviato al Trentino ma non pubblicato
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