Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Sinistra e destra: osservazioni a Vincenzo Passerini

di il 28 Agosto 2020 in partiti politici con Nessun commento

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Sul Trentino di giovedì 27 agosto Vincenzo Passerini torna sulla questione delle grandi disuguaglianze economiche, soprattutto a scala globale, evidenziando come solo la sinistra politica tende ad eliminarle, mentre la destra fa l’opposto, ossia le favorisce e le valorizza in quanto “motori della storia”. Si tratterebbe di una differenza ineliminabile fra destra e sinistra, legata al fatto che per la prima esse sono “naturali” , mentre per la seconda sono un prodotto dell’organizzazione economica e politica, cambiando la quale le disuguaglianze possono venir rimosse.

Può sorprendere che dopo i fallimenti di tentativi utopistici e quelli ben più pesanti dei regimi comunisti vi sia ancora qualcuno che ripropone pari pari l’ideologia di Marx ed Engels, che è stata la base dei tentativi di Lenin, Stalin, Mao Tse Tung di realizzare quei cambiamenti strutturali socio-economici che avrebbero prodotto l’uguaglianza, non facendosi scrupoli di usare la violenza e lo sterminio di intere categorie di persone per realizzarli. Forse Vincenzo Passerini, nella foga del sostenere la sinistra in prossimità delle prossime elezioni, si è lasciato prender la mano, riprendendo posizioni tipiche del “sessantottismo” più acritico, per cui le colpe sono del “capitalismo”, che va combattuto come il sistema che genera il massimo “male” sociale.

Anche depurato da riminiscenze sessantottine marxisteggianti, l’intervento di Passerini sollecita ulteriori riflessioni. La prima è la riduzione dello spazio politico alla contrapposizione di destra e sinistra. Da ricerche ripetute la distribuzione delle persone in merito alle preferenze politiche non è dicotomica, ma lungo un continuum, che vede la maggiore concentrazione sulle posizioni centrali, a “campana”. Ed è proprio questa preponderanza del centro che consente di combinare la libertà che consente alle diversità di esprimersi e la solidarietà di evitare che una libertà senza regole e limiti generi disuguaglianze eccessive negative per il buon funzionamento di una società. Il movimento cattolico e quello socialdemocratico sono stati e sono la traduzione politica di queste posizioni di conciliazione, che consentono di beneficiare del dinamismo della libertà e del suo temperamento grazie a solidarietà, istituzionalizzata e non. E si è trattato e si tratta di una scelta, non di un ripiego perché cambiare le strutture economiche è difficile, come afferma Passerini.

Una seconda riflessione riguarda l’enfasi che Passerini e la sinistra che egli desidera danno alla disuguaglianza misurata in entità del patrimonio (e del reddito). La misura dovrebbe essere in “qualità della vita”, della quale patrimonio e reddito sono solo dei componenti. E’ un limite diffuso a ogni livello delle organizzazioni che si occupano di economia, ma che dovrebbe essere evidenziato, come già tenta di fare l’ONU. Continuare a fare del PIL il criterio di giudizio su uguaglianza o disuguaglianza della qualità della vita è un cadere in un economicismo che chi ha una concezione umanistica della qualità della vita dovrebbe evitare. E allora de disuguaglianze potrebbero avere altri sapori e la sapienza biblica, e non solo, dello stato “medio” e della temperanza potrebbe insegnare qualcosa anche nel valutare la qualità della vita di chi ha troppo, magari rendendolo infelice o asservito al denaro e al possedere, come nel valutare quella di chi vive senza grandi patrimoni. Ricordo la mia famiglia di origine, come tante altre, povera di mezzi economici, ma ricca di altre cose che contano. Senza invidie sociali.

Da ultimo una riflessione sull’affermazione di Passerini che il voler ridurre le tasse “vuole aumentare le disuguaglianze”. Dottrinarismo, che dimentica la variabile interveniente più importante, la qualità nell’uso dei proventi della tassazione. Si può ridurre le tasse e migliorare la qualità della vita anche di chi è povero e si possono aumentare le tasse e spendere il ricavato in modo da peggiorare la qualità della vita di chi ha più necessità di aiuto. Troppe tasse inaridiscono la fonte del prelievo fiscale. In effetti la sinistra non lo vuol capire, come per contro senza risorse pubbliche manca uno degli strumenti della solidarietà. L’equilibrio, ancora una volta, sta nelle politiche di centro.

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