Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Osservazioni su un’intervista sulla comunione ai divorziati al card. Coccopalmerio

di il 19 Febbraio 2017 in famiglia, religione con Nessun commento

Di particolare interesse l’intervista su “in Terris” al card. Coccopalmerio, che spiega le ragioni che portano a ritenere degni di accostarsi e ricevere la Comunione coloro che, divorziati, conviventi con divorziati, conviventi senza mai essere stati sposati, sposati civilmente, non frequentanti la messa domenicale, vorrebbero correggere la loro situazione secondo quanto chiesto da Cristo, dalla Tradizione, dalla Scrittura e dal Magistero così come codificato ad es. da ultimo nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ma per le abitudini contratte, per le situazioni sedimentate nel tempo, per giudicare essi non valida una norma morale della Chiesa, non riescono a ( o non ritengono giusto di) modificare i loro comportamenti.

Il nodo sta proprio in questo “non riuscire a modificare” i propri comportamenti, benché riconosciuti sbagliati. Non si chiede più una conversione profonda, un deciso ravvedimento operoso, un forte “proposito” attendibile, un tempo elemento necessario per una valida assoluzione dei peccati. Chi dice che non si possano cambiare abitudini, situazioni consolidate, convinzioni errate o che si possono cambiare solo un po’? E se è difficile, non è impossibile. A mio avviso è da riflettere sul fatto che l’esimente dell’abitudine, della consolidata situazione, della convinzione che insegnamenti morali della Chiesa siano erronei è applicata al campo delle relazioni sessuali, nelle modalità che vedono in alcune parti del mondo più distanza da quanto la Chiesa ha insegnato fino a ieri (si va dalla masturbazione ai rapporti sessuali pre-matrimoniali, dalla convivenza pre-matrimoniale a quella con già sposati) ed ora, leggo, anche al campo del precetto della messa festiva. Tale esimente non viene applicata per comportamenti che la cultura dominante condanna: si pensi al furto, alla violenza, alla corruzione, all’evasione fiscale, alla contraddizione di ecclesiastici tra chiamata alla povertà e vita troppo agiata, alla pedofilia, al rifiuto dello straniero (e si potrebbe continuare). Come mai questa disparità? Eppure ci sono abitudini a rubare, a essere violenti, ad aggirare con corruzione le norme, ad evadere le imposte, a sentirsi invaghiti sessualmente di un ragazzino o di una ragazzina, praticando approcci sessuali, a sentire distanza sociale verso gli stranieri, ecc. Pur esse non sono facili da correggere, ma non mi sembra che l’insegnamento di Papa e vescovi, oggi, ritenga che tutto sommato nel giudicare occorre tener conto delle difficoltà a correggersi. Anzi, il giudizio è rimasto duro, senza appello.

Allora a mio avviso la differenza di trattamento sta nella sensibilità (di chi discrimina tra abitudini da considerare con qualche indulgenza e altre da condannare con durezza) alle tendenze al permissivismo etico nelle nostre società secolarizzate, permissivismo largo e in crescita nel settore della sessualità e della vita umana ai suoi confini e invece trasformato in intransigenza (almeno nelle dichiarazioni) a quanto può essere definito “etica civica”. Tale diversità di sensibilità etica nelle società in cui viviamo è documentata dalle più serie indagini sociologiche in materia, e in particolare dalla serie di indagini dell’European Values Study. E’ giusto per le autorità della Chiesa Cattolica adattare l’etica a sensibilità non cristiane o cristiane secolarizzate e relativiste? Se responsabili della conduzione della Chiesa Cattolica lo ritengono, per una sorta di realismo che vuole evitare contrapposizioni, lo dovrebbero dire. Il dire, invece, che la dottrina resta la medesima, che i principi morali non cambiano, tacendo che per alcuni si applica indulgenza in nome delle abitudini e per altri si accentuano dichiarazioni di condanna, sembra ispirato a quello che nel gergo comune si definiva stile “gesuitico”, ossia un mascherare con parole un cambiamento vero: una adattamento dell’insegnamento morale alla sensibilità del tempo, in società secolarizzate e relativiste.

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