Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Esito elezioni in Trentino: popolarismo morto, civismo liquefatto, leader solo ras locali?

di il 24 novembre 2018 in elezioni, partiti politici con Nessun commento

Sul Trentino di lunedì scorso 29 ottobre Paolo Mantovan propone una sua analisi del voto del 21 ottobre, concludendo che il popolarismo è morto, che il civismo si è liquefatto e che c’è stata una feudalizzazione territoriale del voto. Il tono generale dell’analisi non induce a ottimismo circa il futuro.

Capisco che si possano leggere i risultati nel modo di Paolo Mantovan. E’ una lettura dall’”esterno”. Nel 2013 ho avuto la ventura, a nome del Centro Popolare, di partecipare alla nascita e alla stesura dei documenti preparatori alle elezioni di Civica Trentina. Nel 2018, sempre a nome del Centro Popolare, ho partecipato ai lavori programmatici della Coalizione Popolare Autonomista per il Cambiamento (CPAC), in accordo con l’UDC. Nell’intervallo, in occasione delle elezioni comunali di Trento e del referendum costituzionale di fine 2016, sempre a nome del Centro Popolare, ho collaborato con Progetto Trentino. Sono state esperienze di “partecipazione osservante” come le chiamerebbero i metodologi della ricerca. E le conclusioni che mi pare di poter trarre non sono le stesse di quelle di Mantovan.

Il popolarismo sarebbe morto e lo dimostrerebbero i magri risultati elettorali di UPT e di UDC (con Centro Popolare). Eppure entrambe le maggiori coalizioni si sono definite “popolari”, senza opposizioni note. L’una ha aggiunto l’aggettivo “autonomista” e l’altra “democratica”. Se il popolarismo fosse morto, come mai queste due autodefinizioni? Evidentemente non è morto, ma si è diffuso, superando i confini dei piccoli partiti che ad esso in modo esplicito, non sempre nella denominazione, si richiamavano. Ad es. si provi ad esaminare il programma che più direttamente ho seguito nella sua formulazione: i suoi contenuti sono del tutto compatibili con il pensiero sociale cristiano, per non dire che ne sono in larga parte espressione. Del resto il contributo di partenza ha visto un ruolo rilevante di Progetto Trentino, i cui leader erano nella DC o comunque ad essa vicini, e successivi contributi sono venuti da formazioni dove i “popolari” non sono marginali, come Civica Trentina, oltre a Centro Popolare-UDC, la cui identità “popolare e democratico cristiana” è dichiarata in modo esplicito, come del resto quella degli “autonomisti popolari”. E si può dire che il partito di Claudio Cia non si ispiri al pensiero sociale cristiano? Da parte della stessa Lega è venuto apprezzamento, segno che proprio distante non è, anzi, si sono registrate molte convergenze nelle rispettive proposte. Non bastano denominazioni e programmi per dire che il popolarismo vive in salute, ma certo non si può dire che sia morto. E qualcuno potrebbe rivendicare contenuti del popolarismo anche in altre proposte politiche, con candidati, a cominciare da Rossi, Tonini, Ghezzi, che con il mondo cattolico e il popolarismo hanno avuto a che fare.

Anche il civismo non si è liquefatto. Non bastano le mancate presenze della formazione elettorale dei sindaci civici o quella di Geremia Gios per dire che il civismo è sparito liquido in un tombino. Il contenuto esplicito dell’ispirazione civica è la centralità del rapporto con i cittadini, con i loro bisogni, superando approcci ideologici che limitano tale rapporto. Ho già avuto modo di scrivere come non sia sempre opportuno per raggiungere il bene comune prescindere da orientamenti di valore, che stanno alla base di ideologie politiche. In ogni caso esistono contiguità tra orientamento civico e popolarismo. E liste civiche sono state presenti nelle elezioni: alcune esistenti da vari anni (Civica Trentina, Progetto Trentino, Unione per il Trentino) ed altre nuove, come Agire per il Trentino e altre create da persone che hanno avuto un ruolo sociale e politico rilevante e che si sono proposte come indipendenti. La somma dei voti di queste liste è tutt’altro che così piccola da scivolare, come liquido, tra le fessure di un tombino.

Infine il terzo rilievo, la scomparsa di leader di tutto il Trentino, restando nel ceto politico solo rappresentanti di valle. Il rilievo di Mantovan coglie una realtà difficilmente contestabile. Peraltro anche in passato senza una base locale nel voto di preferenza era difficile essere eletti. Riuscivano ad esserlo coloro che, per il ruolo che avevano o avevano avuto, e non solo in campo politico, ma anche economico o sociale o culturale, erano sentiti come espressione dell’intera comunità provinciale. In queste elezioni poteva vantare un ruolo simile il presidente uscente Rossi, ma nessun altro; ma è mancato l’accordo sulla sua leadership. Si aggiunga la giovane età di molti candidati, la numerosità nuova di candidate, il cui ruolo provinciale nelle condizioni attuali è mediamente meno probabile. Diamo quindi tempo al tempo: per costruire leader di livello provinciale ci vuole tempo e ci vogliono risultati largamente apprezzati. Non ci sono, quindi, processi degenerativi di feudalizzazione della politica trentina; c’è solo il travaglio del grande ricambio e le persone qualificate nella prova del tempo sapranno diventare leader dell’intera comunità trentina.

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