Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Che senso ha dare diritto di voto agli adolescenti?

Mi chiedo quali siano le ragioni per le quali i responsabili delle politiche nazionali, europee e globali hanno tributato enorme attenzione e testimoniato grande accondiscendenza alle manifestazioni che giovani teen-ager hanno tenuto in molti paesi, specie occidentali, per denunciare la necessità di cambiare modello di sviluppo, dando molta più importanza alle tematiche ambientali, con particolare attenzione ai cambiamenti climatici. In Italia è poi bastato che un ex-presidente del Consiglio del PD, ritiratosi dalla politica attiva, proponesse di dare il diritto di voto ai sedicenni per sentire un coro entusiasta di consensi, dalla sinistra alla destra, con rivendicazioni di primogeniture nella proposta.

Se in una famiglia i figli adolescenti fanno valutazioni critiche sulla conduzione familiare, di solito i genitori o i fratelli o sorelle maggiori cercano di esporre le ragioni per le quali si sono adottate certe condotte o fissato certe regole. Se gli adulti della famiglia seguissero entusiasti le critiche dei familiari adolescenti verrebbe da chiedersi se hanno quello che in trentino si direbbe un po’ di “scraiz”, ossia un po’ di intelligente buon senso nell’esercitare il loro ruolo educativo.

Sociologia, psicologia, antropologia culturale sono unanimi nel riconoscere che nella società moderna si diventa adulti molto più tardi di un tempo. I nostri genitori e molti di quelli di noi con i capelli grigi, a 14 anni (ma informalmente anche prima) andavano a lavorare, contribuendo alle spese della famiglia di origine e mettendo da parte risorse per la propria futura. Le ragazze preparavano la dote. Fatto il servizio militare si pensava a metter su famiglia, entrando nel mondo degli adulti. Ora l’istruzione obbligatoria, in varie forme, arriva ai 18 anni di età, percentuali alte proseguono gli studi e si arriva a superare i cinque lustri prima di affacciarsi al mondo del lavoro. Se ci sono difficoltà per il lavoro, si vive da disoccupati o precari per anni. Per farsi una famiglia c’è tempo, la sessualità è largamente gestita in forma ludica e provvisoria, senza assumersi la responsabilità verso il partner e verso figli. Troppo chiedere decisioni definitive e stabili. E’ di fatto un’adolescenza prolungata. Ebbene, non si capisce perché di fronte a un’età adulta che ritarda, anche psicologicamente, debba invece essere anticipata la responsabilità di determinare le scelte collettive, da sempre prerogativa dello status di adulto, che ha imparato ad assumersi almeno la responsabilità di un lavoro e di formarsi una famiglia. Dapprima la maggiore età era a 21 anni, poi si è portata a 18. Ed ora è difficile che si possa pensare che, dando il diritto di voto a 16 anni, non si debba riconoscere a 16 anni la maturità propria della maggiore età, con grandi conseguenze sociali.

Ritorna la domanda: per quali ragioni persone di ogni orientamento politico vogliono dare il diritto di decidere sul futuro della comunità locale, nazionale ed europea ad adolescenti che non hanno ancora dimostrato di sapersi assumere responsabilità di adulti?

La spinta è certamente venuta dalle manifestazioni ambientaliste guidate da una sedicenne del Nord Europa, molto partecipate. Si è scambiata la mobilitazione di teen-ager che ha le stesse caratteristiche di quella che avviene per una concerto all’aperto di un cantante alla moda per segnale di maturità politica. La comunicazione detta “social” (ma l’altra cos’è?) rende facile ritrovarsi per qualche happening. E’ bello fare qualcosa di inconsueto. Che molti autorevoli scienziati italiani (ma non solo) abbiano richiamato la prudenza nello spiegare le variazioni climatiche come effetto delle attività umane (senza considerare i cicli dell’attività solare) è per tali giovani irrilevante, eppure dicono che bisogna seguire gli scienziati!

Se non ricordo male, negli anni Sessanta i giovani pensavano ai 3M (mestiere, moglie, macchina) e ciò era giudicato un po’ troppo conformista e “materialista”. Oggi i seguaci della sedicenne nordica pensano a studiare senza sapere che mestiere faranno, rimandano a dopo i trent’anni il tentare di fare una famiglia, almeno provvisoria, ma non rinunciano alla macchina con i soldi di papà. E si adattano anche a una che usa petrolio, nonostante il denunciato “effetto serra”. Ma si credono non conformisti; a New York per l’ONU la loro portabandiera va in barca a vela (e il ritorno?). Possibile che tanti adulti non capiscano la portata di effimero che hanno le mode adolescenziali?

scritto 3 ottobre 2019

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