Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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democrazia rappresentativa

Proposta di alcuni sindaci per una formazione civica in Trentino: elementi da chiarire

LA PROPOSTA CIVICA DI ALCUNI SINDACI: VALUTAZIONI PROVVISORIE
Si parla spesso di una prospettiva “civica”, che dovrebbe sostituire gli approcci politici, specie a livello locale, basati su ideologie. Cosa si intenda per formazione civica, lista civica, riferimento ai valori del civismo è divenuto, tuttavia, sempre meno chiaro. Il documento presentato da alcuni sindaci trentini nei giorni scorsi chiarisce solo in parte. Cos’è l’ideologia, alla quale il civismo è alternativo? Se ideologia è il mascheramento “culturale” di interessi più o meno nascosti, il civismo vuole giustamente essere in modo opposto rapporto diretto con gli interessi popolari (ma solo questo il senso del popolarismo richiamato?).Se ideologia è l’elaborazione culturale di orientamenti di valore per una loro traducibilità in scelte politiche, il civismo non può evitare di adottare prospettive ideologiche. Quali sono? Delle tre parole d’ordine del documento dei sindaci passate sulla stampa, popolarismo, autonomismo e laicismo, le ultime due e forse anche la prima riguardano questioni di metodo; solo il popolarismo potrebbe esprimere contenuti, ma se non è inteso solo come “rapporto con il popolo”, ma come esperienza storica ispirata al pensiero sociale cristiano. Non è utile rimanere nell’ambiguità. L’autonomismo dice dei livelli territoriali di libertà di decidere (principio di sussidiarietà, di natura “regolativa”) e il “laicismo” (assai meglio parlare di “laicità”, cosa diversa dal laicismo) dice dell’autonomia da dare a Cesare, senza metter di mezzo Dio o le Chiese.
In Trentino vi è una lunga tradizione di liste civiche, espressione dello spirito comunitario locale, che rifiutava le divisioni connesse alla dialettica ideologica nazionale. Esso è stato espressione della cultura comunitaria, caratterizzata dall’importanza assegnata alla religione, alla solidarietà familiare e al legame con il territorio locale. E’ a questo civismo che si ispirano i sindaci?. Nella cultura della comunità trentina è però cresciuta la secolarizzazione, si è infragilita la famiglia, è diminuita la portata del sentimento di appartenenza al luogo e alla comunità locale. Se in precedenza il riferimento ai valori era implicito nel semplice riferimento al civismo locale, con la modernizzazione in atto non lo è più, essendo la cultura dei trentini divisa in ragione dell’accettazione o meno delle direzioni di cambiamento in atto come obiettivi da perseguire. Serve chiarezza al riguardo.
Diverso il civismo ridotto a metodo nella costruzione delle decisioni politico-amministrative dal civismo orientato a valori, che prende “parte” (diventa “partito”?), la parte che ritiene importante che le nuove generazioni non crescano solo nella ricerca del “benessere” materiale, che la famiglia non diventi sempre più fragile, che la vita umana sia tutelata e difesa sempre, che la solidarietà comunitaria cresca, che vi siano possibilità di studio e lavoro per tutti.
L’auspicio è che l’iniziativa civica di alcuni sindaci esca dalla genericità, che chiarisca come il popolarismo del loro civismo ha lo stesso sapore di quello che espresse Luigi Sturzo, che era anche autonomista e rispettoso della laicità della politica. Porre la questione al riguardo di “a chi servirà l’iniziativa civica”, se al centrodestra o al centrosinistra, è una trappola che immiserisce.

Legge elettorale per la rappresentatività del Parlamento, dialogo tra forze politiche per la governabilità

Sul Trentino del 31 gennaio l’editoriale di Francesco Jori denuncia acre l’incapacità dell’attuale classe politica di dare all’Italia una legge elettorale adeguata a garantire rappresentatività e governabilità. Il motivo sarebbe nel fatto che, secondo le previsioni, non vi sarebbe né singolo partito, né coalizione, in grado di ottenere la maggioranza in Parlamento e quindi sarebbe necessario ricorrere, per avere una maggioranza e un governo, ad accordi e mediazioni al ribasso, intessuti di ricatti e veti incrociati. Aggiunge una critica ai sostenitori del no al recente referendum costituzionale, perché incapaci di proporre una legge elettorale adeguata. A parte quest’ultima considerazione, non pertinente in quanto dire di no a un cambiamento della Costituzione non implica anche dover elaborare una comune proposta di legge elettorale, è l’insieme delle argomentazioni a non essere convincente.

Prima osservazione: se una legge elettorale garantisce rappresentatività, la governabilità non può derivare da essa, bensì dalla capacità di una forza politica o di una coalizione di ottenere la maggioranza dei voti. Se si vuole garantire che comunque anche una minoranza, la più grande, possa avere la maggioranza degli eletti, viene mortificata la rappresentatività delle altre forze politiche.

Seconda osservazione: l’aver ottenuto la maggioranza degli eletti non garantisce la governabilità, essendo sempre possibile che una parte degli eletti cambi opinione e schieramento nel corso della legislatura. E’ accaduto sovente in questi ultimi anni. E non sempre si è trattato di trasformismo di singoli parlamentari, ma di cambiamenti politici motivati che hanno riguardato componenti rilevanti di un partito o di una coalizione.

Terza osservazione: più i sistemi elettorali premiano in termini di rappresentanza il partito o la coalizione che raggiunga una determinata soglia di voti (oppure anche l’elezione di candidati in collegi uninominali) maggiore è l’incentivo a costruire liste di partito o coalizioni inclusive di identità politiche diverse, con la conseguente maggiore fragilità sia delle maggioranze, sia delle formazioni di minoranza. L’incoraggiamento all’inclusione si traduce in accordi, spartizioni, ecc. quale che sia il sistema elettorale.

Ciò premesso, non v’è sistema elettorale che risolva il problema di come si arrivi a comporre la varietà di opinioni politiche presenti in un quadro di stabilità. Serve sempre un dialogo tra gruppi di opinione politica diversa, sia prima delle elezioni, sia dopo, sia durante la legislatura. Che il risultato sia una mediazione “alta” o meramente spartitoria di posti di governo, sottogoverno, in Parlamento, dipende dalla qualità delle formazioni politiche. Questa a sua volta dipende dal fondamento sul quale si basa la forza politica (motivazioni più o meno altruistiche dei politici, loro competenza tecnica e loro capacità di rapportarsi con le forze sociali, economiche e culturali, elaborazione ideologica riferita a valori, che dà stabilità di orientamento nelle scelte).

Per tutte queste ragioni, si può dire che un sistema elettorale proporzionale (magari con soglia minima per scoraggiare frammentazioni artificiose), con libertà totale di scelta tra i candidati serve a garantire meglio di altri la rappresentatività, mentre la governabilità si può raggiungere solo con accordi, prima o dopo le elezioni, tra forze politiche sulla base di programmi condivisi. E’ quanto accade in Germania, in Austria, in molti altri paesi ed è quanto è accaduto in Italia fino al 1994, dapprima con governi di derivazione CLN, poi centristi, poi di centro-sinistra, poi di “compromesso storico” e infine ancora di “pentapartito”. Cambiavano spesso i governi, ma non le maggioranze che davano stabilità al quadro politico, divenuto progressivamente più inclusivo, secondo un modello politico “comunitario” che valorizza l’apporto di tutti o quasi (come accade tuttora per es. regolarmente in Svizzera). Perché non mettere nel conto il fatto che compito della politica è anche quello di costruire convergenze su una comune piattaforma? Se il bipolarismo è finito in Italia, è inutile ricostruirlo artificialmente con meccanismi elettorali che mortificano la rappresentanza; meglio pensare a dialogo per costruire accordi, tenendo conto della rappresentatività di ciascuna forza politica.

Avvenire e Vita Trentina su referendum costituzionale: mancano riferimenti a dottrina sociale cristiana

Lettera al Direttore di Vita Trentina Diego Andreatta.
Quando uscirà il prossimo numero di Vita Trentina l’esito del referendum costituzionale sarà già stato acquisito e commentato. Il suo editoriale sul numero del 4 dicembre, così come la linea in merito seguita da Avvenire, mi ha sollecitato una riflessione. Nonostante che l’Adige del 2 dicembre legga nel suo editoriale un implicito invito a votare SI’ (sinceramente non l’ho colto, neppure nei riferimenti agli effetti del voto sul contesto europeo), l’atteggiamento suo e di Avvenire, come il richiamo del Segretario della Conferenza Episcopale Italiana a badare con razionalità ai contenuti, mi sono apparsi “neutrali”, al di là delle convinzioni personali. Ciò che mi ha sorpreso è, però, che nella valutazione dei contenuti della legge costituzionale non si sia fatto riferimento ai principi, ai valori, proclamati dalla dottrina sociale della Chiesa, anche quella degli anni dopo il Concilio Vaticano II. A mio avviso due principi guida del pensiero sociale cristiano erano chiaramente rilevanti nelle valutazioni da dare, quello di una democrazia partecipativa e quello della sussidiarietà verticale. Non che manchino, nel suo riferire delle diverse posizioni, a favore o contro, citazioni della democrazia partecipativa e (indirettamente, parlando di centralismo e regioni) del principio di sussidiarietà, ma è mancato l’esplicito invito ai cristiani di valutare i contenuti della legge costituzionale a partire dalla coerenza con la dottrina sociale cristiana. Il togliere competenze alle regioni per concentrarle nello Stato, il potere dello Stato di intervenire sulle residue competenze regionali, semplicemente “dichiarando” l’interesse nazionale, sono misure coerenti con il principio di sussidiarietà? A me non pare, ma doveva essere questo il punto di partenza per una valutazione da parte dei cristiani. E’ sufficiente aver creato un Senato con rappresentanze di Consigli regionali e Comuni per far dire che nel complesso il bilancio in termini di rispetto della sussidiarietà è positivo, se si tiene conto delle competenze assai ridotte affidate al Senato e poco connesse con i problemi da affrontare in sede regionale?

Simile il problema per quanto concerne il principio di democrazia partecipativa. Di fronte alla crisi della funzione della rappresentanza parlamentare, sempre più soggiogata alle decisioni dell’Esecutivo, va in direzione del valorizzare la democrazia partecipativa l’aumentare il potere del Governo di dettare l’ordine del giorno del Parlamento, non più solo con decreti legge per i quali non esistono i presupposti, non più solo con l’uso di leggi delegate estremamente generiche, non più solo con l’uso di maxi-emendamenti sui quali porre la fiducia per stroncare ogni possibilità dei parlamentari di vedere discussi degli emendamenti, ma anche con il potere di dettare l’agenda parlamentare semplicemente dichiarando “importante” una legge? A me non pare. E’ sufficiente a compensare ciò la possibilità di indire forme consultive di referendum e garantire ai disegni di legge di iniziativa popolare di essere discusse (pur rendendo più difficile presentarli, essendo necessario il triplo di firme? A me pare di no. Anche ora le opposizioni hanno il diritto (per Regolamento parlamentare) di veder discussi propri disegni di legge, ma il tutto si traduce nel metterli all’ordine del giorno per poi rapidamente bocciarli. Sono parziale nel mio giudizio? Se ne discuta, ma a partire dal valore della democrazia partecipativa enunciato e fatto proprio dalla dottrina sociale cristiana. Poi in quanto laici cristiani ciascuno agirà come richiede giusto in coscienza, ma questa va “illuminata”, quanto meno richiamando i principi di etica sociale cristiana.

E’ bene che le diocesi si impegnino in corsi di dottrina sociale, è bene che tra i compiti della Consulta dei laici vi sia anche quello di valutare situazioni e iniziative politiche alla luce della dottrina sociale cristiana, ma se, di fronte a una sfida che divide, anche i cristiani, non si lavora per cercare valutazioni coerenti con il pensiero sociale cristiano, preferendo soluzioni che richiamano il comportamento di Ponzio Pilato, per evitare di scontentare una parte o l’altra, la portata dei corsi e delle poche riunioni della Consulta rimane sterile.

Democrazia e vincoli sul sesso nelle preferenze

Su l’Adige del 15 settembre scorso Giorgia De Paoli, già attiva in un istituto delle Nazioni Unite per il progresso delle donne, cerca di addurre ragioni per l’introduzione anche nel Trentino-Alto Adige di vincoli nella libertà di esprimere le preferenze nelle votazioni comunali e provinciali-regionali. Il vincolo che ritiene giusto, e che il Consiglio Provinciale di Trento sta discutendo, consiste nel concedere la possibilità di esprimere due preferenze solo se una è a un uomo e l’altra a una donna, ritenendo che tale vincolo favorisca l’elezione di donne, dato che “spontaneamente” gli elettori e le elettrici tendono a preferire uomini, anche se nelle liste vi sono molte candidate.
Già in altre occasioni avevo espresso la mia contrarietà a introdurre vincoli nella libertà di voto che tendano a favorire l’elezione di appartenenti a qualche categoria. Se si percorre tale strada, si apre la porta a vincoli che favoriscano la rappresentanza di giovani, dato che tra gli eletti sono sottorappresentati, la rappresentanza di coloro che hanno un’istruzione non superiore a quella dell’obbligo, dato che sono sottorappresentati, la rappresentanza di operai, di contadini, di discendenti di immigrati, e così via per altre categorie, dato che sono sottorappresentati. La non giustificazione di tali vincoli appare più chiaramente per le donne, dato che tra gli elettori, sono la maggioranza, non certo impedite, quindi, di votare una buona rappresentanza di donne.
Nella società tradizionale gli affari pubblici sono generalmente gestiti dagli uomini e quelli domestici più spesso dalle donne. Tant’è vero che perfino nell’Italia liberale, fino a settant’anni fa, le donne non potevano neppure votare. La società moderna reclama la parità di diritti tra uomo e donna e l’ha pienamente realizzata: perché “forzare” con vincoli l’esito delle libere scelte di uomini e donne?
Chi sostiene tali “forzature” afferma che servono “misure di discriminazione positiva” per accelerare mutamenti nella direzione che si ritiene più opportuna. Ma il giudizio di opportunità non appare scontato e univoco. L’articolo di Giorgia De Paoli cerca di dare fondamenti obiettivi all’opportunità che in politica ci siano molte donne, ma sono proprio tali fondamenti a mostrare estrema debolezza. E la debolezza consiste in un’ingenuità imperdonabile per un ricercatore: l’attribuzione di valenza causale a semplici concomitanze. Il constatare che in comuni, regioni, stati dove ci sono più donne in politica si registrano anche fatti positivi (più acqua potabile, più assistenza all’infanzia, più congedi parentali, ecc.) non prova che essi siano dovuti proprio alla maggior presenza di elette donne. Si potrebbero trovare altre concomitanze con fatti negativi. Se fosse così chiaro che è vantaggioso avere molte donne elette, non si capisce perché uomini e donne non preferiscano eleggere donne anziché uomini. E Giorgia De Paoli non tiri in campo le discriminazioni contro le donne presenti in alcuni paesi! In Italia queste non hanno influenza alcuna, come non l’ha la regolazione del diritto di voto in Vaticano.
Bisognerebbe invece chiedersi per quale ragione la maggiore propensione degli uomini ad occuparsi dicerti ambiti della vita e la maggiore propensione delle donne ad occuparsi di altri ambiti non possano essere semplicemente espressione della diversità di uomini e donne, non solo fisica, ma anche psicologica e sociale. E bisognerebbe chiedersi perché tale diversità non possa variare da paese a paese, da regione a regione, da città e villaggi, senza dover giudicare negativamente quanto si discosta da un proprio modello, pur se fatto proprio da istituzioni internazionale sulle cui posizioni intervengono lobbies che tale diversità avversano.
Se il Trentino-Alto Adige seguisse un modello diverso da quello seguito da altri, potrebbe semplicemente dare un segnale di “autonomia culturale” nei confronti di spinte conformistiche verso un modello che nega la libertà di articolare una composizione dei ruoli di uomini e donne secondo le preferenze spontanee delle popolazioni.

Referendum costituzionale e gli interessi schierati per il sì

Si moltiplicano in crescendo le prese di posizione a sostegno dell’approvazione dei cambiamenti della Costituzione che gli italiani saranno chiamati ad ottobre a valutare e l’Adige le riporta dedicando ampio spazio. Nel solo numero di martedì scorso due lunghi interventi di Ugo Rossi e di Carlo Ancona, il primo che illustra i grandi vantaggi delle nuove norme per il Trentino e il secondo di critica ai magistrati e ai giuristi che si sono pronunciati motivatamente per il no al referendum.

Resto confuso di fronte alle argomentazioni del Presidente della Giunta Provinciale, che ripete quello che ha già detto la ministra Boschi. Capisco, però, che un Presidente la cui permanenza in ruolo dipende dal partito che comanda a Roma e che, via Governo, ha imposto i cambiamenti, si sia acconciato a lodare, tacendo, invece, sulle gravi lesioni che le modificazioni costituzionali prevedono per la nostra autonomia. Rossi tace sul fatto che la subordinazione dell’entrata in vigore delle nuove norme, se approvate dal referendum, alla revisione degli Statuti delle regioni ad autonomia speciale, non toglie il dovere di adeguare tali Statuti alle nuove norme costituzionali, che sottraggono competenze cruciali (si pensi ad ambiente e a energia) a tutte le regioni, comprese quelle ad autonomia speciale. Rossi ancora tace sul fatto che le nuove norme prevedono la possibilità che il Governo invochi “l’interesse nazionale” per intervenire sulla legislazione di tutte le regioni (comprese quelle ad autonomia speciale), un arretramento che riporta al centralismo di un tempo, il cui superamento era stato giustamente presentato come un grosso passo avanti dell’autonomia. Rossi vanta il permanere del principio dell’ ”intesa” per le modifiche statutarie, ma come ben sa, il principio dell’intesa non dà potere di veto; le autonomie speciali dovranno cedere qualcosa nel campo delle loro competenze attuali, anche se c’è il principio dell’intesa, come anche il caso della Valdastico ha dimostrato. Resto confuso perché non riconosco nelle considerazioni di Rossi, del PATT, uno spirito autonomista chiaro e verace.

Ciò che in un primo momento mi ha sorpreso, ma poi, invece, ho capito che rientra nella piena normalità, è l’appoggio dichiarato alle nuove norme costituzionali da parte di Confindustria e di Coldiretti. Mi è bastato ricordare episodi di storia contemporanea bene analizzati, quando ero studente, dal prof. Giorgio Galli, docente a Trento. Di fronte alle agitazioni sociali del primo dopoguerra (a partire dal 1919), provocati anche dalla crisi economica conseguente alle devastazioni belliche, Mussolini e più in generale i leader fascisti trovarono il sostegno degli industriali e degli agrari. Le organizzazioni di imprenditori si curano più dei propri interessi che dello stato della democrazia. Non a caso la ministra Boschi, a Bolzano, di fronte all’Assemblea degli industriali con il suo presidente nazionale Boccia, ha vantato la rapidità decisionale e la stabilità di governo che le nuove norme garantirebbero. Conta l’efficienza, poco importa se per ottenerla si deve abbassare il livello di democraticità del sistema politico. Agli agrari dei primi anni ’20 si aggiungono ora i Coldiretti, che non sono più solo i “coltivatori diretti”, ma nella classe dirigente, sono titolari di imprese assai simili a quelle degli “agrari” e perciò con i medesimi interessi, cui si aggiungono promesse governative di tutela delle loro produzioni. Spero solo che la medesima posizione non assumano le organizzazioni degli artigiani e dei commercianti, forse meno condizionabili. Capacità di decisione rapida, mettendo in secondo piano il tasso di democraticità, è anche quello che invoca il giudice Carlo Ancona. Vorrei timidamente osservare come le nuove norme non impediscono agli eletti, anche se nominati, di cambiare opinione nel corso dei cinque anni di legislatura: possono costituire gruppi autonomi che non obbediscono più a chi li ha nominati. Il principio maggioritario nelle leggi elettorali vige dal 1994 e non è valso a scongiurare crisi di governo e interruzioni di legislatura. Non lo è valso neppure il potere di nomina dei parlamentari da parte dei vertici di partito; si pensi all’attuale legislatura: eletti preordinati nelle liste del medesimo partito che hanno poi costituito partiti e gruppi parlamentari autonomi. All’aver fatto diminuire il livello di democraticità nella scelta dei parlamentari (fino a infrangere la Costituzione) non ha corrisposto un maggior controllo di parlamentari da parte dei leader, alimentando trasformismi indegni. Come si fa a dire che con le nuove norme costituzionali certamente si avrà maggiore stabilità dei Governi?. Certo si saprà chi ha vinto la sera dello spoglio delle schede, ma non si saprà quanto a lungo il Governo durerà.
La macchina della propaganda per il sì è stata avviata con forze soverchianti governative ed economiche. Spero che i giornali e in generale i mass-media diano spazio anche a chi obietta!

(scritto il 7/6/2016)

Pombeni, VitaTrentina e referendum costituzionale

Su Vita Trentina del 29 maggio, rubrica Dialogo aperto, Paolo Pombeni propone sue riflessioni in merito ai cambiamenti della Costituzione che in ottobre verranno sottoposti a conferma o bocciatura da parte del popolo italiano tramite referendum. In altre prese di posizione pubblica Pombeni si è espresso a favore dei cambiamenti, sostanzialmente in nome del principio che la cosa più importante è che si formi un governo, poco importa se sostenuto dalla maggioranza dei cittadini.
Ciò che in particolare mi ha colpito dell’intervento di Pombeni su VT sono l’affermazione che i vescovi italiani abbiano raccomandato di votare a favore di tali cambiamenti e la scarsa considerazione delle obiezioni.
Non ho avuto notizia di pronunciamenti al riguardo dei vescovi italiani (rappresentati nella Conferenza Episcopale Italiana): forse Pombeni potrebbe citare il documento. Non mi pare che neppure nel più ampio magistero sociale della Chiesa vi sia una pronuncia secondo la quale la rappresentatività democratica delle istituzioni politiche deve cedere il passo alla facilità, alla rapidità, con la quale le autorità di governo possono assumere decisioni.
Sorprende anche il fatto che Pombeni riduca le obiezioni a “un mix di pregiudizi e di interessi al mantenimento dello status quo”, cui evidentemente è da lui ricondotto anche il pensiero di “stimati costituzionalisti”, che menziona in precedenza (salvo che non lo consideri irrilevante).
Pombeni dovrebbe sapere che sul fronte critico ci sono anche quelle parti di mondo politico che in modo esplicito e prevalente si ispirano al pensiero sociale cristiano, non certo riconducibili a “politici populisti, rancorosi”. Sono confluite nel “Comitato Popolare per il NO” presieduto da Giuseppe Gargani, parte della Federazione Popolare. Ma vi sono molti altri Comitati per il No, ai cui aderenti le qualificazioni di Pombeni sono del tutto inappropriate.
Forse sarebbe più produttivo per una scelta consapevole dei cittadini entrare non propagandisticamente nei contenuti dei tanti cambiamenti, ma offrire elementi di valutazione, da rapportare ai valori della democrazia rappresentativa e partecipativa. Gli slogan lanciati da Renzi sono per lo più semplificazioni propagandistiche. Non sono tanto alcuni degli obiettivi enunciati da Renzi a sollevare problema, ma la rispondenza delle modifiche a tali obiettivi senza compromettere valori fondamentali, quali la democraticità di un sistema politico e il principio di sussidiarietà, opposto al centralismo statalista che viene ripristinato da Renzi.
Penso che VT avrà occasione, nei mesi prossimi, di fornire tali elementi di valutazione ragionata, evitando di limitarsi a giudizi sommari, come purtroppo sulla questione Paolo Pombeni, ha fatto.

(scritto il 4/6/2016)

Elezioni comunali a Primiero San Martino di Castrozza: uno sguardo a liste e programmi

Nei giorni scorsi sono state fatte conoscere ai residenti le idee programmatiche delle diverse liste in competizione nelle prossime elezioni del comune di Primiero San Martino di Castrozza. Sono cinque liste civiche, tre in coalizione con lo stesso candidato sindaco.

Dopo la lettura dei vari programmi, mi sono chiesto che cosa differenzi le cinque liste: per gran parte i contenuti sono i medesimi. Ci sono proposte particolari: cito quella della lista in appoggio al candidato sindaco Paolo Simion: impiegare il patrimonio di utili di ACSM (azienda consorziale elettrica e altro dei comuni), ora tenuti in banca (circa 23 milioni), per costituire un fondo di rotazione per investimenti di operatori privati (in effetti nel bilancio consolidato di ACSM non c’è una riga per spiegare se e come tali denari, non pochi, verranno impiegati), ma per lo più vi sono coincidenze.

Abituato a leggere al di sotto dei programmi o in dichiarazioni di principio sensibilità valoriali diverse, si stenta molto a trovarne. Una lista ha forse una sensibilità ambientalista maggiore, ma questa è comune a tutte. Un’altra è un po’ più precisa in merito al sostegno alle famiglie, ma l’affrontare il problema della migliore conciliazione tra lavoro e famiglia è comune. Nessun cenno ai temi divisivi che vanno per la maggiore a livello trentino e nazionale (oltre che europeo).

Parlando con un mio cognato, che conosce meglio di me le parentele dei quattro ex-comuni ora uniti, mi diceva che per la prima volta non vi sarà un voto di parentela: salvo eccezioni di gruppi parentelari senza candidati, le parentele più consistenti sono divise tra più liste e tra più candidati sindaci. Io stesso ho due nipoti (figli di sorelle) candidati in due liste con due candidati sindaci diversi. Altri amici con comuni storie politiche sono in un’altra lista ancora.

Ci si può allora chiedere che cosa motivi la proliferazione di liste: non l’ideologia, non i programmi, non le parentele. Ipotizzerei che il collante sia l’alleanza tra alcuni amici, tali da tempo o tali per aver avuto occasione di stare insieme per qualche attività. L’obiettivo: poter dire la propria, poter mettersi alla prova nella comunità più ampia, evitare che persone poco stimate governino la comunità locale, in qualche caso potersi spartire un po’ di “rendita politica” (cariche, incarichi, contratti, scelte urbanistiche, ecc.). L’immagine di ciascuna lista può essere diversa: ex-amministratori di maggioranza degli ex comuni, operatori economici, “giovani”, ambientalisti, “ex-oppositori”, ma essa rimanda più alle ragioni del coagulo interpersonale che a diversità di scelte politico-amministrative. L’aumentare poi il numero dei “coagulati” fino a giungere a completare la lista o ad avere le “donne” necessarie porta a ulteriore “varietà”.

Due considerazioni sulle liste “mancate”: a parte la provocazione per lo più solo mediatica del sindaco di Mezzano, sono quelle che facevano capo a Marco Depaoli e a Walter Taufer. La candidatura di Marco Deapoli aveva certamente un sapore più politico: che sia mancata è un segno della debolezza dell’appartenenza ai partiti, anche a quelli del “centro-sinistra autonomista” (gli altri non hanno neppure provato). Quella di Walter Taufer (amico da molti anni), aveva un sapore più civico, ma ha pagato lo scotto di una presenza quasi esclusiva a Siror: un coagulo di amici troppo limitato, per di più “colpevole” di non aver sostenuto esplicitamente lo scorso anno il progetto di fusione, anche se ora ne prendeva atto e vi si impegnava.

Cinque liste e tre candidati sindaci danno l’impressione di una comunità divisa; in realtà è divisa solo per le reti fiduciarie interpersonali, necessariamente di “piccolo gruppo”, cui sono connesse parzialmente moderate divisioni di interessi (spartizione della rendita politica). Non è divisa, invece, sui valori e sugli obiettivi da raggiungere. E questo è importante per avere qualche incidenza sulle scelte politiche provinciali. Galleria e non variante di percorso per l’accesso al Rolle, miglioramento della strada dello Schener, circonvallazione dell’abitato multicentrico comunale di fondovalle, autonomia nell’uso delle risorse energetiche (no a incorporazioni di ACSM e Primiero Energia), investimenti nel sistema impiantistico e nel collegamento San Martino-Rolle, mantenimento dei servizi scolastici, sono solo alcuni dei temi nel quali Primiero si presenta unita nel confronto con la Provincia, titolare di competenze e denaro pubblico per esercitarle. E’ un fatto positivo.

L’inferma politica trentina: mancano i leoni e le volpi non sono scaltre

Non è una bella stagione per la qualità della politica trentina, stando alle valutazioni che si rincorrono sui giornali locali. Non si sa disegnare il futuro sia dell’economia che dell’assetto istituzionale ed emergono le “magagne” dell’amministrazione “ordinaria”, stretta dalla contraddizione tra gli ideali di buona amministrazione orientata in termini universalistici al bene comune e le pratiche di appropriazione della “rendita politica” offerta dal ricoprire posizioni di potere.

Non sono problemi di oggi. Da quando per vantaggi di potere (accordo elettorale-politico con la SVP) chi governava il Trentino ha posto le basi per rendere il Trentino più solo, distruggendo la dimensione regionale, non è più chiaro come conciliare la persistenza della Regione, necessaria per la legittimazione della speciale autonomia trentina, con la razionalità dell’assetto istituzionale, che poco giustifica enti senza competenze di qualche rilievo. E così oggi si annaspa, mettendo in campo procedure per il “Terzo Statuto” senza prospettive chiare.

Anche per il futuro economico mancano prospettive di medio-lungo periodo: la locomotiva industriale su cui si basava il primo piano urbanistico di Kessler è da tempo ferma e se ne smontano i pezzi; altre attività come quella turistica segnano il passo e con esso l’artigianato e l’edilizia che vi sono connessi; il terziario pubblico deve fare i conti con risorse calanti; gli sforzi di creare imprenditorialità in settori del “terziario avanzato” interessano pochi. L’agricoltura vive la crisi del latte. Valorizzazione di produzioni locali hanno successo, ma restano pur sempre insufficienti a creare una base economica adeguata. Molta cooperazione, specie nel settore del consumo e del credito, soffre crisi economica e di ideali.

E’ sentimento diffuso che questo stato di cose sia il riflesso locale di una crisi generale, che attraversa molta parte della società occidentale, quella che non è all’avanguardia nei processi di innovazione: la fabbrica del mondo è in Cina e in altri paesi asiatici, mentre la capacità di innovare, creando vantaggi competitivi basati sul miglioramento delle conoscenze scientifiche e tecniche, è in ristrette aree dell’Occidente.

Ci si dovrebbe, allora, consolare, vantando la buona amministrazione: onestà, competenza, orientamento al bene comune. E invece anche in Trentino emergono usi del potere politico-amministrativo che testimoniano la permeabilità dell’agire amministrativo agli interessi privati, particolaristici, connessi a amicizie, parentele, clientele. Forse il grado di permeabilità è minore che ad altre latitudini o forse le tecniche di mascheramento di tali interferenze sono più efficaci, come ci insegnano i paesi ritenuti più “corretti”. Basta aver vissuto un po’ di esperienza politica per accorgersi, però, che ovunque la competizione politica porta con sé lotta per appropriarsi della “rendita politica” (contratti, incarichi, cariche in enti e società para-pubbliche, cariche di mero prestigio), la quale viene distribuita in cambio di consenso politico, già avuto (ricompensa) o sperato (caparra). Sociologia e scienza politica lo attestano. E ciò vale anche in qualche misura nei momenti rivoluzionari dei “leoni”, oltre che, con maggior forza, in quelli delle “volpi” come chiamava Pareto i due diversi tipi di leader.

Il Trentino non ha più leoni, ma anche le volpi sono insufficientemente scaltre nel mascherare le loro trame, facendole apparire “buona amministrazione”, onesta, competente, solo orientata al bene comune. Viene il dubbio che di leoni non ne nascano perché la secolarizzazione e il relativismo etico hanno sterilizzato ideali forti e che manchi anche la capacità di avere chiaro cosa sia onesto o disonesto, ciò che sia utile alla comunità tutta, e quale sia la modalità più efficace di realizzarlo.
La sfida da affrontare è quindi prima di tutto culturale, etica e scientifica.

popolarismo e liste civiche

il Trentino del 23 dicembre pubblica un ampio intervento di Elena Albertini in merito al possibile raccordo tra formazioni civiche ed espressioni politiche del popolarismo, analizzandone le condizioni. I riferimenti sono fondamentalmente alla realtà trentina, ma il tema si sta ponendo anche su scala nazionale. Al seminario di Orvieto del 28 e 29 novembre scorsi (che ha approvato il Patto di Orvieto) partecipavano non solo formazioni politiche di ispirazione popolare, ma anche esponenti di esperienze elettorali civiche rilevanti anche a livello regionale (es. in Puglia, in Umbria). Si sta assistendo a un processo di riorganizzazione politica dell’area che alcuni chiamano “moderata” (come se quella egemonizzata da PD di Renzi non lo sia), ma che preferirei definire di ispirazione popolare, che trova radici nell’umanesimo cristiano, liberale nel senso di Rosmini e Sturzo ma anche sociale (dottrina sociale della Chiesa, mutualismo, cooperazione, sindacato, economia sociale di mercato), quell’umanesimo che ha informato di sé la Costituzione italiana.

Elena Albertini condiziona la ripresa di tale presenza politica all’emergere di un leader che sappia coagulare e attrarre consensi. Per ora tale leader non emerge, ma credo che il processo possa essere costruito ugualmente. Uno dei fattori che ha facilitato tale processo sta nella convinzione che il valore della democrazia come partecipazione non debba essere posposto alla rapidità dei processi decisionali garantiti dalla concentrazione del potere in una persona, in qualsiasi modo essa sia stata scelta direttamente alle elezioni. Tale posposizione era avvenuta prima con Berlusconi ed ora con Renzi. Tutta l’esperienza democratica della Repubblica fino ai primi anni Novanta era connotata dalla partecipazione, coinvolgendo le varie formazioni sociali; non era limitata al momento elettorale, peraltro pur esso attento alla rappresentatività, alla corrispondenza tra suffragi ottenuti e rappresentanza nelle istituzioni deliberative, principio regolativo essenziale della democrazia. La partecipazione motivava anche il rispetto delle autonomie, sociali e territoriali. Il movimento delle liste civiche esprime il desiderio di poter partecipare alle scelte di interesse della comunità, disconoscendo i partiti affermatisi negli ultimi vent’anni come strumenti efficaci per realizzare tale desiderio. E il fatto che quote rilevanti dei cittadini sentano tale movimento come positivo lascia sperare che la situazione possa cambiare. A ben pensare anche il rifiuto di votare è sintomo di distacco da un sistema politico verticista, come lo è l’innamoramento per metodi di partecipazione elettronica tipica del Movimento 5 Stelle, pur essendo tali metodi altamente selettivi, lasciando fuori dai processi partecipativi la grande maggioranza dei cittadini.

A livello nazionale le formazioni politiche interessate alla ricostruzione del popolarismo stanno orientandosi a sostenere il NO al prossimo referendum sulla riforma costituzionale voluta da Renzi (peraltro non ancora approvata in seconda lettura). La Albertini si chiede se forze politiche trentine che sostengono Renzi siano veramente ispirate al popolarismo. Il medesimo interrogativo a livello nazionale si può porre per “Area Popolare”, il gruppo parlamentare che unisce UDC (quel che resta) e NCD e che sostiene Renzi. Qualcuno si accontenta del fatto che Renzi, da giovane, è stato un popolare, ma le posizioni in tema di democrazia partecipata che egli ha espresso ed esprime (da ultimo sulle elezioni spagnole) fanno dire che semmai il valore della democrazia partecipata è espresso più dalla vera sinistra, non a caso a lui in opposizione.

Il terreno primo di incontro tra movimenti civici e movimenti ispirati al popolarismo di Sturzo e Degasperi, a livello locale e nazionale, è quindi, a mio avviso, quello della concezione della democrazia. Senza democrazia partecipata non c’è popolarismo e non c’è civismo. C’è tecnocrazia o elitismo vestiti da parvenze democratiche, che del resto non sono per lo più mancate neanche nei regimi più autoritari. Come si ricava dalle ricerche europee sui valori (EVS) è il culto dell’efficacia, della rapidità decisionale, della competenza tecnica il tarlo che sta corrompendo le democrazie oggi: popolarismo e civismo sono chiamati ad essere l’antitarlo.

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