Egregio Direttore,
l’Adige del 28 maggio pubblica un articolo di Paolo Picoli che enumera le ragioni per le quali Dolmiti Energia è destinata alla morte se non decide la quotazione in Borsa. Chi per una vita ha svolto per professione il ruolo di notaio a stretto contatto con i “poteri forti” non può che risentirne, ma Paolo Piccoli ha assunto anche un ruolo politico, di recente come Presidente di una formazione politica “trentina”. Pensando che in questa seconda veste avrà un ruolo importante nelkle decisioni che verranno prese, penso utile, se Lei lo riterrà pubblicandole, analizzare le ragioni della quotazione in Borsa proposte da Piccoli.
La prima: servono grandi investimenti e solo una azienda che li fa non diventerà preda di altre società. Un po’ contraddittorio con le analisi che hanno fatto altre realtà, quella altoatesina-sudtirolese, quella tirolese, quella valdostana. Possibile che quelle realtà siano in grado di avere aziende attive senza mettere in gioco parte del proprio capitale? Se il progetto di quotazione in Borsa di Dolomiti Energia prevede che la maggioranza del capitale resti in mano pubblica, che vantaggio avrebbero i privati a investire in una società governata con criteri pubblici? Solo se viene gabbato per interesse pubblico il realizzare profitti, unico criterio guida degli investimenti privati. Sicuro poi che la soluzione “in house” non sia percorribile? Fanno di ostacolo clienti non trentini? Le norme possono anche cambiare con accorta azione politica?
La seconda:senza quotazione in Borsa si realizza la previsione di Bruno Kessler di un Trentino piccolo e solo. L’alternativa a mantenere la propria natura di strumento dell’autonomia sarebbe quella di diventare dipendenza, per ora non formalmente (il 51 % del capitale resterebbe in mani trentine) ma nei fatti, operando per avere attrattività per ottenere dai privati capitali dai quali guadagnare profitti. Rimanere autonomi non significa poi isolarsi, ma permette di mettersi in rete con altra realtà autonome.
La terza: La maggioranza del capitale resterebbe comuque pubblico. Vero, almeno in un primo momento, ma anche lo fosse, sono i vincoli posti dagli investitori privati per fornire i loro capitali a introdurre il primato del fine del profitto nella gestione aziendale. E il primato del profitto non rispetta l’impiego della risorsa bene comune acqua per altri beni comunitari diversi dal profitto.
La quarta: che il capitale sia in mano, almeno in parte, ai privati è un bene e la vicenda vissuta da Dolomiti Energia lo dimostra. Ma ci sono privati e privati, ci sono privati che sono parte rilevante della società e dell’economia trentina e privati che non ne sono parte, ma sono estranei, con unico fine il profitto aziendale. In Borsa non ci sono filtri, non si possono selezionare gli investitori. Anzi, è probabile che ad investire siano dei Fondi, spesso solo speculativi, che con il Trentino null’altro hanno a che fare.
La quinta:E’ contraddittorio che i politici dicano importante valorizzare la collaborazione pubblico-privato e poi non si voglia farlo per la gestione dell’energia. E no, i privati non sono tra loro tutti uguali, come detto al punto precedente. La collaborazione pubblico-privato è un bene se il privato diventa attore che condivide gli stessi fini pubblici, non se un bene pubblico diventa risorsa per finalità private.
La sesta: i capitali portati dalla Borsa permetteranno di avere un’azienda che garantirà posti di lavoro per i nostri laureati, facendoli anche rientrare dall’estero: ingegneri, fisici, economisti, laureati in legge. Faciliteranno anche il rinnovo delle concessioni, aumento enorme delle entrate della Provincia e dei comuni di Trento e Rovereto, con vantaggio dei cittadini. Forse in questo caso Paolo Piccoli ha esagerato. Provi a fare ragionate stime sulle nuove assunzioni prevedibili; provi a stimare l’incremento delle entrate fiscali per i comuni e quanto di queste verrebbero impiegate per tagliare carichi fiscali e tariffe. E se la società cambiasse sede e andasse a Milano? Metta anche nel conto quanta quota di nuovi assunti sarà trentina. Metterei nel conto anche quanta affezione dell’attuale clientela trentina rimarrà per una società non più tutta trentina e dedita al profitto, affezione che oggi motiva la fedeltà alla propria azienda elettrica.
L’ultima:serve decidere in tempi brevi; riflessioni ulteriori portano a inconcludenza. Peccato che si svaluti come farebbe un non democratico il tempo impiegato per approfondimenti. La fretta fa i gattini ciechi. La fretta può nascondere interessi non pubblicamente dicibili.
Egregio Direttore, il rapporto tra uso del bene pubblici acqua ed autonomia non solo amministrativa è troppo importante per avere fretta. Nelle regioni alpine quelle che hanno più autonomia sono anche quelle che gestiscon in modo autonomo la risorsa acqua.
INVIATO A L’ADIGE E FINORA NON PUBBLICATO