Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Concessioni idroelettriche in Trentino: gestione pubblica per più autonomia delle comunità

di il 28 Gennaio 2021 in autonomia, energia con Nessun commento
Caro Direttore,
l’Adige di sabato 23 gennaio ha pubblicato due interventi significativi sulla questione del rinnovo delle concessioni idroelettriche, una di Gianfranco Pederzolli, presidente del BIM del Sarca e un tempo storico esponente della DC della valle dei Laghi e una di Alessio Manica, consigliere provinciale del PD, entrambi favorevoli a una gestione pubblica dell’uso dell’acqua per la produzione di energia elettrica. Esprimo il mio forte apprezzamento per questa posizione. Finalmente si sta incrinando il sostegno alle privatizzazioni o comunque alla scelta di forme di gestione anche di SpA a presenza pubblica analoghe a quelle del privato, interessate ai dividendi della produzione e della distribuzione dell’energia idroelettrica, sostegno che è derivato da posizioni ideologiche neo-liberiste fatte proprie da almeno trent’anni anche dal maggiore partito della sinistra e dall’Unione Europea.

In Trentino e in Alto Adige la competenza in merito alle concessioni è, dopo lunghe battaglie politiche anche parlamentari, delle due Province Autonome. In uno studio su tutte le regioni alpine, da quelle francesi a quelle slovene e croate, promosso dal Comitato per la Cooperazione tra le Regioni dell’Arco Alpino, studio coordinato e finanziato dalla Regione Trentino – Alto Adige, i cui risultati sono stati presentati al Convegno di Lugano del 1988 e pubblicati nello stesso anno dalla Jaca Book, risultava evidente come la possibilità di decidere sull’uso dell’acqua a scopo energetico è un indicatore potente del grado di autonomia non solo politica, ma anche economica e sociale di una collettività. Dove tale autonomia è mancata per logiche nazionaliste o privatiste, è tutta l’autonomia a soffrirne gravemente. Da Presidente della competente Commissione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa a suo tempo avevo ottenuto l’approvazione dell’Assemblea di una Risoluzione che impegnava a ridare alle collettività locali i poteri per la gestione della risorsa acqua anche a scopo di produzione elettrica. Il Governo ha impugnato la legge provinciale che regola le concessioni, sulla base di posizioni anti-autonomiste che altro non riconoscono che il mercato globale e il criterio del profitto. E’ l’occasione, come scrivono i due interventi citati, per intraprendere con decisione la strada della gestione pubblica totale, ridivenuta ammessa dalle norme europee, come già per le concessioni autostradali. I possibili vantaggi derivanti da collaborazioni con società private del settore possono essere conseguiti con scelte di partnership industriale.

Credo sia utile sottolineare che tale scelta non deve portare a un’unica società pubblica provinciale, sottraendo la gestione della risorsa idrica a scopo di produzione di energia alle comunità locali sulle quali gravano i costi ambientali dell’uso idroelettrico. Ci sono state lunghe battaglie tra le comunità locali periferiche e quelle urbane centrali in Trentino per costruire, pur in un contesto difficile, un sistema societario che rispetti, almeno laddove ci sono già presenze autonome, le comunità di valle o di bacino imbrifero con i loro comuni. Si potrebbe innovare al riguardo, come già in passato mi sono permesso di proporre, costruendo un sistema di società idroelettriche pubbliche di valle o di bacino, che possono raggiungere i vantaggi di economie di dimensione a livello provinciale con una società consortile o con partenship di secondo livello. La crisi di progettazione del futuro dell’autonomia trentina che alcuni denunciano potrebbe trovare una parziale risposta in un sistema di autonomia diffusa che valorizzi le appartenenze di valle, ambito che struttura fisicamente percorsi d’acqua e loro portate.
Cordiali saluti,
Renzo Gubert

Inviato a L’Adige e finora non pubblicato

Riforma autonomie locali in Trentino

di il 6 Novembre 2020 in autonomia, comunità con Nessun commento

Caro Direttore Mantovan

apprezzo molto il dibattito da Lei aperto sul Trentino in merito alle autonomie locali. Il 28 ottobre una lettera di Aldo Collizzolli coglie nel segno nel parlare di “lacrime di coccodrillo” a proposito dei ripensamenti di decisioni passate, che si rivelano negative. Il coccodrillo in realtà era uno, mentre gli altri si adattavano in gran parte ai suoi voleri, pena esclusione dai premi “margherita”. Peraltro sulla destra e sulla sinistra c’erano altri che, pur di combattere l’assetto socio-politico che reggeva da decenni il Trentino, spingevano il coccodrillo ad andare oltre, proponendo di eliminare le autonomie delle piccole comunità e predicando la concentrazione del potere in un “capo”, eletto direttamente dal popolo, con potere di dissolvere la possibilità partecipativa dei soci del capo o di ogni altra espressione di opposizione al capo, e proponendo di concentrare l’amministrazione delle piccole comunità in pochi comuni.
Lei ha avuto il merito di “costringere” il coccodrillo e altri fiancheggiatori od oppositori a versare lacrime, aprendo lo spazio a ripensamenti, impossibili da non mettere nel conto data la situazione di destrutturazione socio-amministrativa che è in corso.

Il pensiero sociale cristiano è sempre stato per una democrazia partecipata e per un sistema di rapporti di potere tra i diversi livelli nei quali si organizza la comunità improntato al principio di sussidiarietà. E così lo pensò la Democrazia Cristiana degli anni Sessanta e Settanta. Poi venne la stagione della verticalizzazione delle relazioni in nome di una “democrazia decidente”, forse in qualcuno di impronta tecnocratica, ma di fatto per i più di marca “populista”. Elezione diretta dei capi-amministrazione, sistema elettorale maggioritario, nei piccoli comuni senza limite alcuno, a turno unico, marginalizzazione dei “consigli elettivi”, concentrazione dei servizi, obbligo di gestioni unificate, incentivi alla unificazione dei comuni, ecc.. Ben venga la lacrimazione!

Servono revisioni. Una di quelle annunciate, ancora avvolta nella nebbia, riguarda l’autonomia amministrativa a livello delle comunità di valle. A suo tempo il Centro-UPD (ora Centro Popolare), per siglare il patto per costruire la “Casa dei trentini”, pose la condizione di riconoscere l’autonomia anche politica a livello di valle, a correzione dei programmi di trasformare i comprensori in meri strumenti organizzativi per alcuni servizi. Dellai con il suo partito e obtorto collo anche il PATT, principali condomini della “casa”, accettarono e nacquero le “Comunità di valle”, così denominate proprio su proposta del Centro-UPD. Accanto a compiti amministrativi e di gestione per alcuni servizi, al nuovo ente che succedeva al Comprensorio venivano conservate due competenze squisitamente politiche, la pianificazione socio-economica e la pianificazione urbanistica. Non si trattava di un “capriccio” di qualcuno, ma di una scelta fondata su razionalità. La tentazione di riportare le decisioni a scala di valle alla Provincia mortificava le autonomie locali; quella (apparentemente opposta) di far decidere in merito ai Comuni riportava al disordine irrazionale nelle scelte sull’uso del territorio e sulle strategie socio-economiche. Qualcuno propone che sia una Conferenza dei sindaci a garantire razionalità, ma l’espereienza è già stata fatta nell’ultimo periodo di vita dei Comprensori, in regime provvisorio. “Io ti lascio fare questo se tu lasci fare quest’altro a me”. La logica spartitoria di piccolo raggio facilmente prevale laddove sono solo i sindaci a decidere, senza rappresentanti delle più grandi comunità sovra-comunali, per lo più a scala di valle. La Provincia ha scelto di nominare dei Commissari. Si poteva fare diversamente con più attenzione alla democrazia partecipativa, ma ciò che conta sarà il disegno di riforma, che non sacrifichi democrazia partecipativa e razionalità nel porre le condizioni per il perseguimento del bene comune a scala di valle. Sono scelte di valore, sulle quali il Centro Popolare aveva insistito anche nella stesura del programma di coalizione popolare autonomista.

Lettera inviata al Trentino e non pubblicata

Sistema elettorale per il Trentino – Alto Adige: il diavolo insegna al centro-sinistra trentino a far le pentole, ma non il coperchio

Molti i commenti sull’esito elettorale del 4 marzo, ma manca l’osservazione sulle conseguenze del particolare sistema elettorale previsto per il collegio plurinominale del Trentino Alto Adige. Per garantirsi l’alleanza con la SVP, il PD ha concesso un rovesciamento dei rapporti tra uninominale e proporzionale previsto in tutta Italia, con conseguenze evidenti specie per le elezioni al Senato. Non due terzi di eletti nel proporzionale e un terzo nel maggioritario, ma l’inverso.

La motivazione addotta è quella della garanzia di tutela della minoranza di lingua tedesca dell’Alto Adige/Suedtirol, ma si tratta di una bugia. Per tutelare la minoranza tedesca in un sistema proporzionale basterebbe la previsione, peraltro introdotta, di una soglia regionale (o anche provinciale) anziché di una nazionale. I collegi c’erano anche col Mattarellum, ma vi era un correttivo, lo scorporo, che lasciava spazio a forze politiche perdenti nei collegi. Invece SVP e PD hanno voluto “strafare”, non prevedendo lo scorporo e riducendo la quota di proporzionale. La SVP metteva fuori gioco liste concorrenti proposte da esponenti della minoranza germanofona, poteva guadagnare l’unico eletto al Senato con metodo proporzionale e scegliersi i parlamentari di lingua italiana (Camera e Senato) in provincia di Bolzano. Il PD godeva dei vantaggi, e ha potuto far eleggere persone estranee alla minoranza italiana dell’Alto Adige che avrebbero avuto difficoltà a farsi eleggere nei loro territori. Poiché, poi, il centro-sinistra autonomista (PD, UPT e PATT) pensava di vincere in Trentino, ha esteso, pronubi i suoi parlamentari, il sistema adottato per la provincia di Bolzano anche alla Provincia di Trento, riducendo in parallelo i posti di parlamentare da assegnare col proporzionale e quindi restringendo le possibilità di rappresentanza delle altre forze politiche.

Come dice il proverbio, il diavolo insegna a far le pentole, ma non il coperchio. La SVP e il PD hanno ottenuto quel che volevano in Alto Adige, ma in Trentino il centro-sinistra autonomista si è visto rovesciati i vantaggi pensati per la loro pentola nella pentola del centro-destra. E’ il centro-sinistra a pagare per la riduzione delle quote proporzionali e il centro-destra a trarre vantaggi. Non è male che sia stata data una lezione a chi ha voluto fare regole a proprio vantaggio! Riflettano Dellai, Panizza, Nicoletti, e gli altri parlamentari trentini (che pagano lo scotto) e rifletta anche la SVP, che dalla scelta “blockfrei” è passata all’alleanza strategica con il PD. Che non convenga anche al gruppo tedesco sudtirolese lasciare che la minoranza italiana possa scegliersi la propria rappresentanza parlamentare? E lasciare aperture di rappresentanza politica pluralistica anche al gruppo tedesco? Gli errori di ingordigia si potrebbero pagare!

Indipendenza della Catalogna: impossibile una soluzione negoziata?

di il 23 Novembre 2017 in autonomia con Nessun commento

Le vicende relative all’unilaterale dichiarazione di indipendenza della Catalogna ad opera del suo Parlamento, dopo l’esito di un referendum positivo, hanno messo in luce una questione fondamentale nell’organizzazione politica di una comunità: quali sono le modalità per avere un cambiamento nell’assetto dei poteri.
Vi può essere un generale accordo per il cambiamento. E’ avvenuto per es. con la divisione della Cecoslovacchia in Repubblica Ceca e in Slovacchia o per la divisione dell’Unione Sovietica.. In un certo senso è avvenuto con la cessione di sovranità da parte degli stati dell’Unione Europea all’Unione stessa; sarebbe avvenuto, se vi fosse stato consenso maggioritario nel referendum, per l’indipendenza della Scozia. Questa strada è stata chiusa dalla Spagna nei confronti della Catalogna.
Qualora un accordo non ci sia, vi sono strade diverse per il cambiamento? La prima e principale è la rottura unilaterale degli accordi precedenti, più o meno voluti o subiti. C’è chi ne denuncia l’illegalità, richiamando il dovere di rispettare gli impegni sottoscritti (nel caso catalano la Costituzione spagnola) e pertanto attiva o sostiene meccanismi di repressione tramite apparati di controllo (magistratura e polizia). Ma veramente la rottura degli accordi pregressi è inaccettabile? Essi stessi sono nati dopo la rottura di accordi precedenti. La formazione degli stati nazionali è avvenuta con rottura degli accordi vigenti negli stati pre-nazionali. In Italia tale rottura, ripetuta e rinforzata dall’uso delle armi, anche straniere (si vedano gli interventi armati francesi), è celebrata come “risorgimento”, compiuto con la sanguinosa prima guerra mondiale della quale ricordiamo il centenario.
Sarebbe interessante sapere dai critici delle decisioni catalane in nome della legalità spagnola come legittimino le diverse rotture dell’ordine costituzionale attraverso le quali il regno piemontese si è allargato fino a divenire regno d’Italia. Oppure come essi giudichino i più recenti violenti processi di secessione avvenuti nell’area jugoslava. Qual è poi la legittimità dell’intervento dell’Unione Europea quando ha creato, con la guerra Nato alla Serbia, un nuovo stato, il Kossovo, consentendogli di usare come moneta l’euro.
Con il trascorrere dei decenni le situazioni cambiano e un’organizzazione politica deve prevedere regole per il suo mutamento, senza dover ricorrere ad azioni violente. L’uscita pacifica della Gran Bretagna dall’Unione Europea testimonia che simili regole si possono istituire. Basta che i principi regolatori cui ci si ispira siano quelli della sussidiarietà dell’organizzazione politica di un certo livello per i livelli politici di livello inferiore. Invece permangono principi ispirati al nazionalismo, secondo i quali l’unità nazionale è “sacra”, ossia intoccabile, e non un prodotto storico che è soggetto a possibilità di mutamento. La sovranità va ripartita tra i diversi livelli di organizzazione politica, da quelli locali a quello globale e tale ripartizione deve sempre poter essere rinegoziata.
Se tali nuove regole per il mutamento non vuole darsele uno stato che è ancora strumento politico “sacro” al servizio di una nazione (quella prevalente al suo interno), siano esse un obiettivo per l’Unione Europea. Altro che nascondersi dicendosi solo espressione di “stati sacri”!
Cordiali saluti,

Mentana e la legittimazione dell’autonomia speciale trentina; ma lo stato nazionale quale legittimazione?

Il Trentino ha dato largo spazio al dibattito sulla persistenza delle ragioni dell’autonomia speciale dopo le affermazioni di Enrico Mentana, giornalista, in un dibattito tenutosi a Trento. A preoccupare sono stati soprattutto gli applausi tributati a Mentana quando questi ha affermato che l’autonomia speciale trentina è ormai un anacronismo.

Premesso che Mentana non ha fatto altro che dire ciò che molti già dicono, peraltro in modo superficiale, sulla base di stereotipi e pregiudizi (da un giornalista con le sue responsabilità al TG7 ci si poteva aspettare affermazioni più circostanziate), non ci si può limitare a condanne. Personalmente ho trovato di particolare interesse l’articolo del collega Nevola e dell’on.Ballardini, entrambi disposti ad accettare che l’assetto istituzionale possa cambiare nel tempo, mutando le condizioni storiche. Il prof. Nevola sottolinea il concetto di legittimazione; l’autonomia speciale non è di per sé eterna: è un prodotto storico. La sua sussistenza va continuamente rilegittimata. E dopo settant’anni dalla sua istituzionalizzazione, le ragioni che l’hanno giustificata possono aver perso valore. L’on. Ballardini fa un passo oltre, mettendo nel conto che, con i poteri dello stato nazionale ceduti all’Unione Europea, vada ridiscusso tutto l’assetto dei poteri, non escludendo, di fronte alla perdita di ruolo dello stato nazionale, un più incisivo ruolo delle entità regionali, per noi anche transfrontaliere, in un rapporto nuovo con stato nazionale e Unione europea.

Nevola non mette in questione la legittimazione dello stato nazionale; i particolari poteri delle autonomie speciali vanno certo legittimati e non lo sono una volta per tutte, ma neppure i poteri dello stato nazionale sono legittimati una volta per tutte. Gli eventi della Catalogna lo stanno a dimostrare, ma lo hanno dimostrato anche quelli del referendum scozzese, quelli della divisione tra Boemia e Moravia da un lato e la Slovacchia dall’altra, quelli della dissoluzione jugoslava, e così via. La legittimazione dello stato nazionale sta giuridicamente nel patto costituzionale, come per l’autonomia speciale trentino-sudtirolese sta nel patto Degasperi-Gruber. Se non valgono gli impegni giuridici per l’autonomia regionale-provinciale trentino-sudtirolese, perché contano altre ragioni storiche, perché dovrebbe valere il patto costituzionale dello stato italiano? In fondo si può sempre ricordare che l’annessione del Trentino – Alto Adige all’Italia fu un atto di conquista militare come esito di una guerra. E’ adeguata legittimazione questa?

Devono i trentini prendere atto che la situazione è cambiata e che il quadro giuridico non tiene più? E perché dovrebbe invece tenere a livello nazionale, sia nella configurazione delle autonomie interne, sia nei rapporti tra stati confinanti dell’Unione Europea? L’on. Ballardini fa intravedere piste di cambiamento, e se ne parla da anni. Poteri fondamentali dello Stato sono il battere moneta, l’amministrare la giustizia, disporre di apparati militari, regolare il prelievo fiscale statale. Ormai molti di essi sono in ultima istanza dell’Unione Europea o lo stanno per diventare. Uno potrebbe chiedersi: ha ancora senso lo stato nazionale? Politologi come Herz se lo sono già chiesto oltre sessant’anni fa. Non equivale tale domanda a porre la legittimazione “politica” (non giuridica) dello stato nazionale? Non conviene alla comunità nazionale e allo Stato svalutare la legittimazione giuridica delle autonomie speciali; potrebbe ritorcersi contro. Non bastano gli applausi di alcuni giovani a un giornalista per ritenere facilmente praticabile un ritorno al periodo liberale e fascista succeduto all’annessione e neppure allo stato regionale ad autonomia ordinaria previsto dalla Costituzione vigente e malamente messo in atto. Fra i trentini l’attaccamento all’autonomia speciale è forte. La sua legittimazione giuridica è garanzia di pace. Pericoloso negarne la validità.

Proposta di alcuni sindaci per una formazione civica in Trentino: elementi da chiarire

LA PROPOSTA CIVICA DI ALCUNI SINDACI: VALUTAZIONI PROVVISORIE
Si parla spesso di una prospettiva “civica”, che dovrebbe sostituire gli approcci politici, specie a livello locale, basati su ideologie. Cosa si intenda per formazione civica, lista civica, riferimento ai valori del civismo è divenuto, tuttavia, sempre meno chiaro. Il documento presentato da alcuni sindaci trentini nei giorni scorsi chiarisce solo in parte. Cos’è l’ideologia, alla quale il civismo è alternativo? Se ideologia è il mascheramento “culturale” di interessi più o meno nascosti, il civismo vuole giustamente essere in modo opposto rapporto diretto con gli interessi popolari (ma solo questo il senso del popolarismo richiamato?).Se ideologia è l’elaborazione culturale di orientamenti di valore per una loro traducibilità in scelte politiche, il civismo non può evitare di adottare prospettive ideologiche. Quali sono? Delle tre parole d’ordine del documento dei sindaci passate sulla stampa, popolarismo, autonomismo e laicismo, le ultime due e forse anche la prima riguardano questioni di metodo; solo il popolarismo potrebbe esprimere contenuti, ma se non è inteso solo come “rapporto con il popolo”, ma come esperienza storica ispirata al pensiero sociale cristiano. Non è utile rimanere nell’ambiguità. L’autonomismo dice dei livelli territoriali di libertà di decidere (principio di sussidiarietà, di natura “regolativa”) e il “laicismo” (assai meglio parlare di “laicità”, cosa diversa dal laicismo) dice dell’autonomia da dare a Cesare, senza metter di mezzo Dio o le Chiese.
In Trentino vi è una lunga tradizione di liste civiche, espressione dello spirito comunitario locale, che rifiutava le divisioni connesse alla dialettica ideologica nazionale. Esso è stato espressione della cultura comunitaria, caratterizzata dall’importanza assegnata alla religione, alla solidarietà familiare e al legame con il territorio locale. E’ a questo civismo che si ispirano i sindaci?. Nella cultura della comunità trentina è però cresciuta la secolarizzazione, si è infragilita la famiglia, è diminuita la portata del sentimento di appartenenza al luogo e alla comunità locale. Se in precedenza il riferimento ai valori era implicito nel semplice riferimento al civismo locale, con la modernizzazione in atto non lo è più, essendo la cultura dei trentini divisa in ragione dell’accettazione o meno delle direzioni di cambiamento in atto come obiettivi da perseguire. Serve chiarezza al riguardo.
Diverso il civismo ridotto a metodo nella costruzione delle decisioni politico-amministrative dal civismo orientato a valori, che prende “parte” (diventa “partito”?), la parte che ritiene importante che le nuove generazioni non crescano solo nella ricerca del “benessere” materiale, che la famiglia non diventi sempre più fragile, che la vita umana sia tutelata e difesa sempre, che la solidarietà comunitaria cresca, che vi siano possibilità di studio e lavoro per tutti.
L’auspicio è che l’iniziativa civica di alcuni sindaci esca dalla genericità, che chiarisca come il popolarismo del loro civismo ha lo stesso sapore di quello che espresse Luigi Sturzo, che era anche autonomista e rispettoso della laicità della politica. Porre la questione al riguardo di “a chi servirà l’iniziativa civica”, se al centrodestra o al centrosinistra, è una trappola che immiserisce.

Fondamento autonomia speciale del Trentino: accordo Degasperi Gruber assai più che identità e storia di autogoverno

di il 24 Maggio 2017 in autonomia con Nessun commento

Su l’Adige del 15 marzo Gianni Poletti commenta quanto il sito della Provincia di Trento afferma quali fondamenti della speciale autonomia del Trentino, la lunga tradizione di autogoverno e la tutela della lingua e della cultura dei gruppi che convivono nel “quadro regionale”. Quest’ultimo fondamento, che giustifica bilinguismo e proporzionale (nel pubblico impiego), non sarebbe però a suo avviso sufficiente, pesando a suo avviso forse di più la capacità di autonoma organizzazione sociale messa in campo nei secoli e che ha trovato espressione non solo nel principato vescovile, ma anche nel saper far da sé, di cui è espressione anche il movimento cooperativo (ma si potrebbe aggiungere le scuole materne di comunità, il mantenimento delle proprietà collettive e comunitarie, gli usi civici, le mutue, ecc.).

Se si dovesse fare l’analisi dei processi decisionali che hanno portato all’autonomia speciale, non vi sono dubbi che il fattore decisivo siano state l’inclusione nello Stato italiano, a seguito della prima guerra mondiale, di una parte del Tirolo germanofono, le successive politiche di italianizzazione forzata e la richiesta delle popolazioni germanofone di essere comprese nello Stato austriaco dopo la seconda guerra mondiale. Le potenze vincitrici non vollero cambiare i confini italiani a nord (fu fatto ad est) e l’Accordo Degasperi-Gruber annesso al trattato di pace consentì una soluzione praticabile, quella della speciale autonomia regionale nell’ambito dello Stato italiano a garanzia del gruppo tirolese germanofono.

Nessun dubbio che la tradizione secolare di autogoverno dei trentini non abbia avuto un qualche ruolo nei processi decisionali; semmai è stata di aiuto quando si è tradotta in un movimento politico autonomista, con l’ASAR. Ma mai decisivo. Ai trentini l’autonomia è arrivata grazie all’inclusione del Trentino nel “quadro regionale”, e tuttora è così nonostante la fortissima riduzione della portata di tale “quadro” motivata da parte del gruppo germanofono dell’Alto Adige dal non voler condeterminare le proprie scelte con i trentini e dai trentini, per gran parte, da un gretto egoismo provinciale vestito da autonomia. Ben poco ha pesato la presenza ladina, la cui costruzione come “minoranza linguistica” è per gran parte recente, specie in Val di Fassa. E lo stesso si dica per i pochi trentini germanofoni di Valle del Fersina e di Luserna. Piccole minoranze etnico-nazionali ci sono in molte regioni ad autonomia ordinaria (si pensi ai croati, agli albanesi nell’Italia meridionale o ai germanofoni del Veneto).

Ciò precisato, in base a indagini compiute su campioni rappresentativi ormai anni fa, non mi sentirei di negare che a fondamento dell’autonomia vi sia una specifica identità etnica trentina, seppur variegata da valle a valle. E tale specificità è proprio quanto, non volendolo, illustra in modo interessante anche Gianni Poletti, ossia l’essere, dei trentini, mezzi italiani e mezzi tedeschi. Si tratta di specificità di identità culturale (mescolanze), ma anche di identità etnica, derivante da migrazioni e successive integrazioni. Potrebbero aiutare ricerche sui cognomi e sui matrimoni. E specificità culturale ed etnica sono la base del sentimento dei trentini di essere “popolo”. Certamente la forte immigrazione da altre regioni specie a Trento rende i cittadini di Trento meno consapevoli di essere “popolo” con una sua identità, ma nelle valli la situazione è diversa.

Tale specificità di identità non è certo la ragione decisiva della speciale autonomia, come non lo è le capacità di autonomia sociale, la tradizione secolare di autogoverno e il forte senso di appartenenza provinciale, ma tutti questi elementi sono come un volano che consente di superare i “punti morti” del motore dell’autonomia istituzionale, dando motivazioni anche per non arrenderci alle tendenze presenti a livello nazionale di fare passi indietro nell’autonomia istituzionale. Certo è un volano che può perdere peso se la comunità trentina non attiva un progetto che contrasti il processo in atto di italianizzazione, pur esso documentato da indagini compiute. La responsabilità delle forze culturali, sociali, politiche ed economiche è chiamata in causa. Il futuro non è già scritto, non è un destino.

PATT “sacrifica” la sua identità: l’espulsione di Kaswalder segno di debolezza e di miopia o perdita della “fede”?

di il 2 Febbraio 2017 in autonomia, partiti politici con Nessun commento

Su l’Adige di lunedì 23 gennaio si leggono due interventi riguardanti in qualche modo il PATT, uno del suo segretario sen. Panizza e uno di un lettore, Gianni Rizzoli di Verla, che si aggiunge a un paginone di cronaca sul PATT. Sarebbe normale per esponenti politici di altri partiti, come nel mio caso, osservare e tacere, rispettando l’autonomia di ogni partito per le sue vicende interne. Proprio la lettera di Gianni Rizzoli, che dichiara di non essere mai stato elettore del PATT, mi spinge a proporre alcune riflessioni, come sociologo e come trentino.

Da un lato il sen. Panizza, che auspica un ampliamento delle competenze delle Province Autonome al campo della riscossione delle entrate fiscali anche statali; dall’altro un lettore non del PATT che si rammarica per l’espulsione dal partito autonomista di Walter Kaswalder, che nel PATT ha ricoperto per lungo tempo cariche importanti e che è venuto a rappresentare, dopo precedenti espulsioni o allontanamenti, l’area più tradizionale del partito, più interessata a mantenerne l’identità, fissata anche nello Statuto. Chi ha più meriti per l’autonomia? Chi opera per allargare le competenze amministrative del Trentino o chi opera per conservare una più chiara identità? I due obiettivi non sono di per sé contraddittori, ma lo sono nelle circostanze attuali. Per incidere di più sulle competenze è utile l’alleanza provinciale, regionale e nazionale con il centro-sinistra, che ha consentito e consente al PATT di avere la guida del governo provinciale e, assieme alla SVP, di pesare di più a livello nazionale. Ciò, però, richiede di sacrificare all’intesa con forze di tradizione non autonomista (specie con la sinistra), e per di più non di esplicita e non prevalente ispirazione cristiana (la sinistra), elementi chiari di identità del PATT, che nello Statuto dichiara di ispirarsi al pensiero sociale cristiano oltre che, evidentemente, al mantenimento dei tratti identitari “trentino-tirolesi” (non di rado perfino irrisi nei loro aspetti più visibili di folclore), e alla difesa delle autonomie locali sub-provinciali.

Walter Kaswalder (ma con lui anche pochi altri ed esponenti di rilievo dei “sizzeri”) è entrato in conflitto con l’area “governativa” del PATT principalmente su questioni di coerenza con l’ispirazione al pensiero sociale cristiano (si veda ad es. la questione “omofobia”) e con la difesa delle periferie (si veda ad es. la questione “punti di nascita” negli ospedali periferici). Non si è trattato e non si tratta di questioni secondarie, ma importanti per l’identità del partito. La scelta dell’organo di disciplina del PATT, l’espulsione di Kaswalder, segnala a mio avviso una grave miopia a medio-lungo termine. A breve scoraggia eventuali tentazioni di derogare alla disciplina di partito (o di gruppo) da parti di altri che si trovino a disagio (per la verità nei partiti democratici è sempre ammesso il voto in dissenso per motivi di coscienza) e quindi potenzia la posizione di governo, ma a medio-lungo termine costituisce indebolimento della specifica identità, senza la quale un partito diventa un’aggregazione elettorale che dura finché c’è il collante del potere e delle sue rendite.

Avendo avuto il ruolo di segretario di un partito in periodo di forte turbolenza, comprendo il disagio di chi ha responsabilità politica a dover far fronte a contestazioni e voti in dissenso. Mi chiedo, però, se il PATT non fosse nelle condizioni di sopportare tali contestazioni senza far venire meno il suo ruolo “governativo”, mettendo invece sul piatto della bilancia, in positivo, il tener viva nel partito la vocazione identitaria trentino-tirolese, di difesa delle autonomie di villaggio e di valle, di coerenza con l’ispirazione cristiana. Il non averlo fatto è evidente segno, nel migliore di casi, di debolezza, ma forse anche di non essere più sensibile al mantenimento e allo sviluppo della specificità della sua identità.

La “modernizzazione” del Trentino, specie la sua secolarizzazione, unite alla sua “italianizzazione” crescente può aver indotto i responsabili attuali del PATT a non credere più nella proponibilità ai trentini della sua specifica identità. Sarebbe una perdita per tutti i trentini, poiché un’autonomia che perda il suo fondamento identitario ha le gambe corte. Uomini come Kaswalder e donne come Linda Tamanini, (che lo ha difeso) non servono l’autonomia certamente meno di chi “al potere” ha capacità di incidere sulla sua portata amministrativa. E ciò dovrebbe far sopportare qualche “inconveniente” che può infastidire chi guida o gli alleati di governo.

Avvenire e Vita Trentina su referendum costituzionale: mancano riferimenti a dottrina sociale cristiana

Lettera al Direttore di Vita Trentina Diego Andreatta.
Quando uscirà il prossimo numero di Vita Trentina l’esito del referendum costituzionale sarà già stato acquisito e commentato. Il suo editoriale sul numero del 4 dicembre, così come la linea in merito seguita da Avvenire, mi ha sollecitato una riflessione. Nonostante che l’Adige del 2 dicembre legga nel suo editoriale un implicito invito a votare SI’ (sinceramente non l’ho colto, neppure nei riferimenti agli effetti del voto sul contesto europeo), l’atteggiamento suo e di Avvenire, come il richiamo del Segretario della Conferenza Episcopale Italiana a badare con razionalità ai contenuti, mi sono apparsi “neutrali”, al di là delle convinzioni personali. Ciò che mi ha sorpreso è, però, che nella valutazione dei contenuti della legge costituzionale non si sia fatto riferimento ai principi, ai valori, proclamati dalla dottrina sociale della Chiesa, anche quella degli anni dopo il Concilio Vaticano II. A mio avviso due principi guida del pensiero sociale cristiano erano chiaramente rilevanti nelle valutazioni da dare, quello di una democrazia partecipativa e quello della sussidiarietà verticale. Non che manchino, nel suo riferire delle diverse posizioni, a favore o contro, citazioni della democrazia partecipativa e (indirettamente, parlando di centralismo e regioni) del principio di sussidiarietà, ma è mancato l’esplicito invito ai cristiani di valutare i contenuti della legge costituzionale a partire dalla coerenza con la dottrina sociale cristiana. Il togliere competenze alle regioni per concentrarle nello Stato, il potere dello Stato di intervenire sulle residue competenze regionali, semplicemente “dichiarando” l’interesse nazionale, sono misure coerenti con il principio di sussidiarietà? A me non pare, ma doveva essere questo il punto di partenza per una valutazione da parte dei cristiani. E’ sufficiente aver creato un Senato con rappresentanze di Consigli regionali e Comuni per far dire che nel complesso il bilancio in termini di rispetto della sussidiarietà è positivo, se si tiene conto delle competenze assai ridotte affidate al Senato e poco connesse con i problemi da affrontare in sede regionale?

Simile il problema per quanto concerne il principio di democrazia partecipativa. Di fronte alla crisi della funzione della rappresentanza parlamentare, sempre più soggiogata alle decisioni dell’Esecutivo, va in direzione del valorizzare la democrazia partecipativa l’aumentare il potere del Governo di dettare l’ordine del giorno del Parlamento, non più solo con decreti legge per i quali non esistono i presupposti, non più solo con l’uso di leggi delegate estremamente generiche, non più solo con l’uso di maxi-emendamenti sui quali porre la fiducia per stroncare ogni possibilità dei parlamentari di vedere discussi degli emendamenti, ma anche con il potere di dettare l’agenda parlamentare semplicemente dichiarando “importante” una legge? A me non pare. E’ sufficiente a compensare ciò la possibilità di indire forme consultive di referendum e garantire ai disegni di legge di iniziativa popolare di essere discusse (pur rendendo più difficile presentarli, essendo necessario il triplo di firme? A me pare di no. Anche ora le opposizioni hanno il diritto (per Regolamento parlamentare) di veder discussi propri disegni di legge, ma il tutto si traduce nel metterli all’ordine del giorno per poi rapidamente bocciarli. Sono parziale nel mio giudizio? Se ne discuta, ma a partire dal valore della democrazia partecipativa enunciato e fatto proprio dalla dottrina sociale cristiana. Poi in quanto laici cristiani ciascuno agirà come richiede giusto in coscienza, ma questa va “illuminata”, quanto meno richiamando i principi di etica sociale cristiana.

E’ bene che le diocesi si impegnino in corsi di dottrina sociale, è bene che tra i compiti della Consulta dei laici vi sia anche quello di valutare situazioni e iniziative politiche alla luce della dottrina sociale cristiana, ma se, di fronte a una sfida che divide, anche i cristiani, non si lavora per cercare valutazioni coerenti con il pensiero sociale cristiano, preferendo soluzioni che richiamano il comportamento di Ponzio Pilato, per evitare di scontentare una parte o l’altra, la portata dei corsi e delle poche riunioni della Consulta rimane sterile.

Voto NO al referendum costituzionale: vere le conseguenze negative per il Trentino?

L’editoriale di Pierangelo Giovanetti su l’Adige del 7 dicembre rappresenta assai bene la reazione della maggior parte dei leader di opinione trentini alla vittoria del NO al recente referendum costituzionale: rileva il NO ma rileva soprattutto la diversità di voto fra Trentino e Alto Adige. Le conseguenze che se ne traggono non sono a mio avviso convincenti.

La prima conseguenza che Giovanetti segnala ai lettori è la dimostrazione che ai trentini interessi meno che ai sudtirolesi (di lingua tedesca) la difesa dell’autonomia, assumendo come dato incontrovertibile che la nuova legge costituzionale fosse una difesa “degli interessi territoriali” dell’identità e dell’autonomia. Non so da dove tragga questa certezza. Il rimando per le regioni ad autonomia speciale a una revisione statutaria fatta “di intesa” fra Stato e Regioni non certifica certo che il senso della “revisione” sia inteso in direzione di potenziamento dell’autonomia, quando le modifiche costituzionali per le altre regioni andava proprio in direzione opposta. Se la legge avesse voluto non applicare alle regioni ad autonomia speciale le nuove norme, lo avrebbe potuto dire, ma non lo ha fatto. Di fronte a una proposta governativa dell’obbligo di “adeguare” gli Statuti, i parlamentari delle regioni ad autonomia speciale avevano ottenuto l’obbligo di “revisione”, “di intesa”, ma senza che la procedura dell’intesa comporti per le autonomie speciali diritto di veto in caso di disaccordo. Il prezzo di tale concessione procedurale è stato il sostegno alla legge anche in fase di referendum. I sudtirolesi hanno obbedito alla SVP, i trentini non hanno fatto altrettanto nella stessa misura nei confronti del PD e del PATT. Questione di “disciplina”, non di attaccamento all’autonomia. E’ la sua seconda considerazione, condivisibile e confermata dai fatti e non solo in questa occasione.

Ma a questa il Direttore de l’Adige aggiunge quella che la “diversità trentina” rispetto al resto del Nord Italia sarebbe sparita. In realtà è da tempo che in indagini condotte su identità e orientamenti di valore dei trentini, i cui risultati sono pubblicati, viene constatata la progressiva “italianizzazione” del Trentino. A una debole specificità di identità ha fatto finora da correttivo, da parziale compensazione, un forte sentimento di appartenenza provinciale-regionale. L’anomalia “trentina” da Giovanetti evocata solo in termini di voto politico (citando la diversità di scelte elettorali in epoca di “berlusconismo trionfante” – ma nel 1994 non è andata così) è semplicemente legata alla scelta della SVP , dopo la crisi della DC, di allearsi con la sinistra, trascinando (con qualche resistenza) anche il PATT, e ciò in rapporto ai difficili rapporti in Alto Adige con partiti come AN e FI. Si può aggiungere una temporanea sopravvivenza del sistema DC più forte che altrove (vedasi Dellai), che ha più a che fare con la capacità di garantire rendita politica che con una “diversità” culturale trentina.

Senza un progetto identitario specifico, ebbi modo di scrivere a conclusione di tali indagini, rischia di essere compromesso a lungo termine anche il forte sentimento di appartenenza e di autonomia, ma non mi pare che si possa dire che il risultato del voto referendario dimostri che tale processo sia già compiuto.

E vengo alla terza considerazione di Giovanetti: la difformità di comportamento elettorale renderebbe chiara la diversità di situazione fra Trentino e Alto Adige. Sinceramente non credo che a Roma o a Milano non si siano finora accorti di tale diversità: basta osservare i risultati di tutte le elezioni politiche o basta ricordare il conflitto degli anni Sessanta. Che il Trentino sia parte della nazione italiana e che i sudtirolesi di lingua tedesca siano parte della nazione austriaca ce lo ricordano uomini come Degasperi e Piccoli, trentini leader nella nazione italiana; ce lo ricordano uomini come Magnago, la storica avversione all’unità regionale e lo stesso Statuto della SVP, che rivendica ancora il diritto all’autodeterminazione. Non si possono dissimulare le diversità con un desiderato voto simile a un referendum. Serve, invece, mantenere vitale la Regione, legame istituzionale tra “diversi” a seguito del patto Degasperi Gruber. Non è sostituibile da nessuna “euregio”, data la vigente configurazione dei poteri, delle sovranità.
Per questo penso che se l’esito del referendum è il “de profundis” della Consulta e della Convenzione per arrivare a un “Terzo Statuto” è solo una “benedizione”. Di fronte alla prospettiva di indebolire ancora la Regione, configurandola solo come organismo di collaborazione tra le due Province, meglio mantenere la Regione com’è, cessando lo sconcio della sua spartizione di fatto di guida politica (l’alternanza dei Presidenti delle Province) e di risorse. Si celebra l’apprezzamento di Kompatscher per la collaborazione fra le due Province, ma esso è come il bacio della morte: tale collaborazione non necessita di un Regione vitale; va bene, ma da sola rappresenta la morte della Regione, che resta, se resta, simulacro solo formale (l’unicità formale dello Statuto).

Da ultimo la considerazione di Giovanetti sulle “colpe” dei partiti che ufficialmente erano per il SI, ma con parti dissenzienti. Può darsi che il PD non sia il “baricentro della politica e del sistema autonomistico insieme alla SVP” (il ruolo che aveva un tempo la DC), ma questo non certo perché una sua parte ha testimoniato un attaccamento alla Costituzione, a una concezione partecipativa della democrazia, a una Repubblica che valorizza le autonomie (tutte, non solo quelle del proprio orto). Questa parte dissenziente (come quella entro il PATT) non ha sacrificato i principi, i valori della Costituzione, alle convenienze di potere. E probabilmente il suo servizio alla comunità è stato migliore!

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