Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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attività economiche

Convivenza uomo e grandi carnivori: una strada impercorribile

Nel numero del 1° agosto di Vita Trentina vi sono due pagine dedicate a lupi e orsi. L’atteggiamento complessivo degli articoli e delle interviste è quello di favorire la buona convivenza tra uomo e grande carnivoro, un atteggiamento “politicamente corretto”  bene espresso da un’operatrice della comunicazione che lavora presso il MUSE. Il fondamento di tale atteggiamento sta nell’assunzione che vi è una pluralità di interessi in campo, che vanno contemperati: “allevatori, agricoltori, cacciatori, pastori, escursionisti”. Per realizzare tale contemperamento un articolo ricorda misure di prevenzione  di  predazioni, come “reti, recinti, cani da guardiania” fino ai box abitativi in quota, portati in elicottero, recente iniziativa della Provincia, per ospitare i guardiani degli animali domestici al pascolo.

Due osservazioni sul taglio dato da VT alle due pagine. La prima riguarda l’eclissi di ogni considerazione di “bene comune”, ridotto alla visione liberale di “contemperamento di interessi” privati. Non ogni interesse merita la medesima tutela. Se in gioco vi sono “beni comuni”, gli interessi che concorrono a realizzarli dovrebbero essere prioritari. Nel caso dei grandi predatori si sta già verificando la rinuncia di allevatori, specie di aree agricole marginali, a monticare i loro animali domestici per l’accresciuto rischio di farli diventare prede di lupi e orsi. La propaganda del “politicamente corretto” afferma che la Provincia interviene economicamente per finanziare l’acquisto di reti e per pagare i danni.  Sufficiente per evitare il ritiro dall’uso del territorio? Non pare. Di reti si finanzia solo quella (una o due) per la custodia notturna, non quelle necessarie per recintare una porzione di terreno a pascolo e gli indennizzi per le predazioni non pagano il danno morale di vedere animali curati tutto l’anno dilaniati dai predatori.  L’uso del territorio previene il suo abbandono e ciò realizza bene comune. Fuorviante equiparare l’interesse degli allevatori a quello degli escursionisti e degli animalisti, che hanno solo interesse a sapere che ci sono ancora lupi e orsi che girano per boschi e pascoli, uccidendo altri animali.

La seconda osservazione riguarda l’assoluta mancanza di attenzione alle attività agricole su territori marginali. L’antropizzazione dei territori nelle aree alpine è stata ampia. Il territorio trentino, come in generale quello della Alpi centrali, è costellato di piccole aree prative, con connesse strutture edilizie rurali, un tempo usate per la fienagione e per il pascolo nelle stagioni intermedie tra estate e inverno. Si tratta di un enorme patrimonio paesaggistico che altrove non c’è mai stato o  è andato perduto (Alpi orientali e Alpi occidentali). L’agricoltura meccanizzata cura le grandi superfici, la pastorizia i grandi pascoli. Senza agricoltori e allevatori marginali part-time, che non possono sostenere spese aggiuntive per cani da guardiania o per pagare qualche pastore di paesi poveri,  le piccole superfici, i piccoli masi, sarebbero abbandonati. Si può dire che conservarne l’uso, e non solo quello semi-turistico in poche aree, è “bene comune”? Penso di sì. L’operatrice di LifeWolfsAlp EU non ne fa cenno. Si pensa a far apparire “buono” e semplicemente selvatico il lupo, per ridurne la paura,  a tutela forse di qualche raccoglitore di funghi o di qualche turista spaventato  memore della favola di “cappuccetto rosso”, ma sulle conseguenze paesaggistiche e più largamente ecologiche dell’abbandono delle aree a prato marginali non una parola.

Concerti in grandi “arene”: strada di rafforzamento della massificazione veleno dell’autonomia

L’Adige del 12 febbraio pubblica un ampio intervento del consigliere provinciale Alessio Manica, del PD, che enuncia le inopportunità dell’intervento della Provincia, in precedenza evidenziate anche da altri scritti già pubblicati, per costruire la Trento Music Arena per il concerto previsto a maggio di Vasco Rossi, primo di quelli che dovrebbero essere eventi di massa. Trovo tuutte le inopportunità elencate assai rilevanti e condivisibili. Mi dispiace che promotore di questa iniziativa sia un Presidente della Provincia che io personalmente e la lista UDC-Centro Popolare abbiamo sostenuto. Tale intervento non era nel programma e neppure è compatibile con i criteri generali di tipo politico e programmatico adottati. A quanto scritto da Manica e anche da Francesco Borzaga aggiungerei altre considerazioni, in parte già pubblicate da l’Adige. La prima e più importante è l’incoerenza di tale direzione di politica culturale con strategie di potenziamento dell’autonomia del popolo trentino. E’ un passo in avanti verso la massificazione eterodiretta, che toglie anima ai fondamenti culturali dell’autonomia, già erosi di per sè da fenomeni non controllabili e massificanti. C’è da chiedersi se non abbiano ragione coloro che rilevavano in ciò una carenza di cultura autonomista specifica della Lega, che ha avuto e ha fondamenti al riguardo diversi da quelli dello spirito autonomista autoctono trentino. Un sintomo non rilevante è lo stesso nome dato alla struttura, una denominazione inglese, come si conviene a chi si adegua ai processi di massificazione contemporanei. Il Presidente della Giunta Provinciale in un suo intervento istituzionale ha vantato la capacità della Giunta di dire sì, evitando gli immobilismi di chi pratica la cultura del no. Spero che si sia trattato di un discorso dettato da nervosismo. Non si può difendere una scelta politica solo per non dire sempre dei no. Le motivazioni politiche devono essere di altro spessore culturale, ma mancano. Conta solo attrarre gente, non importa come e perché. Coalizione popolare autonomista si è denominata la maggiorasnza di governo quando si è presentata agli elettori. Il popolarismo e l’autonomismo aborrono le massificazioni, tanto più se hanno il sapore di dipendenza da culture esterne. Avevo acquistato a suo tempo nelle vicinanze della futura Arena un terreno per costruire un’abitazione per la famiglia. Comune e Provincia hanno cambiato in fretta le norme urbanistiche che lo consentivano e rallentato i processi decisionali della domanda di concessione per impedire la realizzazione del progetto, motivando i dinieghi, anche successivi in occasioni di varianti, con la scelta di non favorire l’edificazione nello spazio fra la città e Mattarello. Constato che anche i più severi cirteri di pianificazione cedono il passo quando di mezzo non c’è una giovane famiglia con figli e e basso reddito, ma gli interessi politici di persone che contano.

Per due sindaci corso di formazione su economia montana e presenza lupi

lettera non pubblicata da l’Adige

Caro Direttore,
L’Adige del 1° febbraio pubblica due interviste ai due sindaci di Folgaria e di Brentonico, comuni nei quali i lupi hanno fatto “cronaca”. Se mi consente, vorrei mettere in evidenza l’insufficienza delle loro posizioni sul problema lupi, posizioni che posso così riassumere:
1. attenzione agli interessi degli allevatori con sostegni a sistemi protettivi e rapidità nel pagamento da parte della Provincia dei danni subiti:
2. abbattimento dei lupi problematici;
3. campagna di informazione che tranquillizzi la popolazione, non usando il lupo attaccare l’uomo.
Ciò che colpisce, soprattutto da parte di sindaci di comuni di montagna con ampie superfici a prato e pascolo, è la totale non considerazione dei danni del lupo non immediati, ma nel giro di pochi anni, e non ai soli allevatori, ma all’intera popolazione e all’economia di montagna. In un’intervista a una TV locale il neo Presidente dell’Associazione Allevatori del Trentino, Giacomo Broch, ha insistito con argomentazione appropriate sullo scoraggiamento che la presenza dei lupi esercita sulla pratica di pascolo e indirettamente di taglio dell’erba delle piccole superfici a prato un tempo definite “maggenghi”. I rimedi che i due sindaci hanno ripetuto da dichiarazioni di enti e associazioni animaliste sono solo palliativi assai poco efficaci. I lupi scavalcano reti elettrificate anche le più alte oggi in produzione; il terreno irregolare assai frequente in montagna rende poi più facile il superamento della rete. Nessun allevatore trentino continuerà ad allevare e curare animali per la previsione di rimborso, anche rapido, delle predazioni subite; se le cose non cambiano, pochi anni di pazienza nell’attesa che la situazione cambi e poi smetterà. Le campagne informative hanno scarsa efficacia nel produrre il convincimento dell’innocuità per l’uomo di branchi di lupi affamati, e sempre più affamati quanto più, senza nemici, si moltiplicano rapidamente. Se poi un lupo è problematico o meno lo si sa solo dopo che ha compiuto aggressioni. La storia di Cappuccetto Rosso nessuno se la sarebbe inventata se fosse certo e impensabile che dei lupi affamati (o semplicemente cacciatori per istinto e divertimento) non aggredirebbero mai un essere umano, specie se non in grado di difendersi, come un bambino o un anziano o un handicappato nei movimenti.
Folgaria e Brentonico sono comuni montani ad alto sviluppo turistico. Tutti gli esperti di turismo vedono nella cura dell’ambiente rurale montano un fattore attrattivo. L’inselvaticamento delle valli osservabile in molta parte delle Alpi occidentali, specie francesi, ha ridotto l’attrattività turistica alle grandi stazioni alberghiere d’alta quota per gli sport invernali. Forse la campagna informativa della Provincia andrebbe fatta per i sindaci dei comuni montani, incapaci di vedere le conseguenze future dell’aver tolto ai lupi l’unico “vertice” che ne controlla la diffusione e che per secoli e millenni era stato l’uomo.
Cordiali saluti,
Renzo Gubert (allevatore a tempo parziale di asini e capre, già segretario della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, già Presidente della Commissione Agricoltura, Ambiente ed Enti locali dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, già professore ordinario all’Università di Trento di Sociologia urbano-rurale e professore a contratto di Sociologia delle Comunità locali)

Concessioni idroelettriche in Trentino: gestione pubblica per più autonomia delle comunità

di il 28 Gennaio 2021 in autonomia, energia con Nessun commento
Caro Direttore,
l’Adige di sabato 23 gennaio ha pubblicato due interventi significativi sulla questione del rinnovo delle concessioni idroelettriche, una di Gianfranco Pederzolli, presidente del BIM del Sarca e un tempo storico esponente della DC della valle dei Laghi e una di Alessio Manica, consigliere provinciale del PD, entrambi favorevoli a una gestione pubblica dell’uso dell’acqua per la produzione di energia elettrica. Esprimo il mio forte apprezzamento per questa posizione. Finalmente si sta incrinando il sostegno alle privatizzazioni o comunque alla scelta di forme di gestione anche di SpA a presenza pubblica analoghe a quelle del privato, interessate ai dividendi della produzione e della distribuzione dell’energia idroelettrica, sostegno che è derivato da posizioni ideologiche neo-liberiste fatte proprie da almeno trent’anni anche dal maggiore partito della sinistra e dall’Unione Europea.

In Trentino e in Alto Adige la competenza in merito alle concessioni è, dopo lunghe battaglie politiche anche parlamentari, delle due Province Autonome. In uno studio su tutte le regioni alpine, da quelle francesi a quelle slovene e croate, promosso dal Comitato per la Cooperazione tra le Regioni dell’Arco Alpino, studio coordinato e finanziato dalla Regione Trentino – Alto Adige, i cui risultati sono stati presentati al Convegno di Lugano del 1988 e pubblicati nello stesso anno dalla Jaca Book, risultava evidente come la possibilità di decidere sull’uso dell’acqua a scopo energetico è un indicatore potente del grado di autonomia non solo politica, ma anche economica e sociale di una collettività. Dove tale autonomia è mancata per logiche nazionaliste o privatiste, è tutta l’autonomia a soffrirne gravemente. Da Presidente della competente Commissione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa a suo tempo avevo ottenuto l’approvazione dell’Assemblea di una Risoluzione che impegnava a ridare alle collettività locali i poteri per la gestione della risorsa acqua anche a scopo di produzione elettrica. Il Governo ha impugnato la legge provinciale che regola le concessioni, sulla base di posizioni anti-autonomiste che altro non riconoscono che il mercato globale e il criterio del profitto. E’ l’occasione, come scrivono i due interventi citati, per intraprendere con decisione la strada della gestione pubblica totale, ridivenuta ammessa dalle norme europee, come già per le concessioni autostradali. I possibili vantaggi derivanti da collaborazioni con società private del settore possono essere conseguiti con scelte di partnership industriale.

Credo sia utile sottolineare che tale scelta non deve portare a un’unica società pubblica provinciale, sottraendo la gestione della risorsa idrica a scopo di produzione di energia alle comunità locali sulle quali gravano i costi ambientali dell’uso idroelettrico. Ci sono state lunghe battaglie tra le comunità locali periferiche e quelle urbane centrali in Trentino per costruire, pur in un contesto difficile, un sistema societario che rispetti, almeno laddove ci sono già presenze autonome, le comunità di valle o di bacino imbrifero con i loro comuni. Si potrebbe innovare al riguardo, come già in passato mi sono permesso di proporre, costruendo un sistema di società idroelettriche pubbliche di valle o di bacino, che possono raggiungere i vantaggi di economie di dimensione a livello provinciale con una società consortile o con partenship di secondo livello. La crisi di progettazione del futuro dell’autonomia trentina che alcuni denunciano potrebbe trovare una parziale risposta in un sistema di autonomia diffusa che valorizzi le appartenenze di valle, ambito che struttura fisicamente percorsi d’acqua e loro portate.
Cordiali saluti,
Renzo Gubert

Inviato a L’Adige e finora non pubblicato

Mercanti nel tempio? Dubbi in merito a un articolo sugli interessi per prestiti di Bruni su Avvenire

Avvenire di domenica 27 dicembre pubblica un lungo articolo di Luigino Bruni intitolato “Quando e perché i mercanti poterono occupare il tempio”. Il tema affrontato è di interesse non solo per gli storici, ma anche per l’etica economica e sociale contemporanea. Il titolo allude alla cacciata dei mercanti dal tempio da parte di Gesù, a Gerusalemme e propone la tesi di fondo, ossia il cedimento della Chiesa agli interessi dei mercanti e dei banchieri al tempo della Signoria Medici a Firenze e anche successivamente con riferimento al culto dei Re Magi. Mi ha colpito il contrasto tra le analisi del Bruni in quest’ultimo contributo e le lezioni che, studente di Sociologia a Trento nel 1965-66, frequentavo del prof. Gino Barbieri, eminente professore di Storia economica, (Legnago, VR, 1913-1989), formatosi alla Cattolica di Milano, allievo di Amintore Fanfani.

Il dibattito sull’ammissibilità della riscossione di interessi per i prestiti fu un tema assai dibattuto, confrontandosi le tesi intransigenti che richiamavano comandi della Bibbia del prestare senza esigere interessi e quanto si veniva imponendo nella nuova economia capitalista del prestito con interessi, stabilendo che di usura si poteva parlare solo se il tasso di interesse diventava assai elevato (fissato negli Statuti cittadini). Fu Martino Tomitano nato a Feltre, laureato con lode a Padova e divenuto poi frate minore assumendo il nome di Bernardino (da Feltre, riconosciuto beato dalla Chiesa) che approfondì in modo rilevante e con riflessi operativi l’etica sulla questione, distinguendo il prestito alla povera gente per poter vivere dal prestito come parte del capitale per poter produrre, commerciare e creare ricchezza. Come ricordato in altre parti dei contributi di Bruni pubblicati da Avvenire, il divieto di richiedere interessi valeva per Bernardino da Feltre per per il primo tipo di prestito, non per il secondo. E per i prestiti del primo tipo fondò i Monti di Pietà (il primo a Perugia, nel 1462), nei quali i prestiti ai poveri erano senza interessi.

Per Barbieri si trattò di un avanzamento di riflessione etica da parte del cristianesimo che lo fece uscire dalle secche di un integralismo letterale che applicava una norma motivata per certe situazioni a situazioni nuove, diverse, determinate dall’affermarsi del capitalismo. Non si tratta, quindi, di un cedimento etico, come lascia intendere Bruni in quest’ultimo contributo, ma di un progresso etico. L’usura è certamente rimasta un peccato, ma le condizioni affinché si possa parlare di usura sono state riviste. Semplificare il tutto parlando di mercanti che occupano il tempio, di cedimento della Chiesa che contraddice principi fondamentali, mi sembra tra l’altro non coerente con l’apprezzamento che, in precedenti contributi, Bruni esprime per il “realismo” dimostrato dai francescani, della loro capacità di “discernimento” (a differenza di altri) rispetto alle dinamiche economiche e sociali del loro tempo.

Orari esercizi commerciali e festività

di il 15 Luglio 2020 in COMMERCIO, famiglia, religione con Nessun commento

Congresso mondiale sulla famiglia a Verona; giuste le critiche di area cattolica di essere troppo di parte?

Penso giusto in una rubrica intitolata “Dialogo aperto”, non limitarsi a dire la propria, ma rispondere a chi esprime critiche a quanto si è detto, sperando che ciò sia la premessa per far crescere il dialogo nella comunità cristiana. Per questo Le scrivo in risposta a una lettera pubblicata su V.T. del 14 aprile a firma di Giuseppe Valentini (che non conosco). La mia lettera pubblicata la settimana precedente, critica nei confronti del Suo editoriale in merito al Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona, gli ha lasciato “ l’amaro in bocca”. Vengo accusato, assieme all’autrice di un’altra lettera, di non “leggere la parola fondante della famiglia stessa: amore e accoglienza”. Non capisco il nesso con quanto avevo rilevato criticamente, ossia l’accusa da Lei mossa al Congresso di Verona di essere “di parte” e il rilievo prioritario che i cattolici dovrebbero dare al problema demografico anziché ai problemi dell’aborto e della natura della famiglia, unione stabile di uomo e donna aperta alla procreazione. Perché quanto da me rilevato sarebbe trascurare il fondamento della famiglia, ossia amore e accoglienza, o addirittura espressione di “supponenza se non odio”?

Il problema, per Valentini, starebbe nel non essere “accoglienti” verso le diversità. Certamente ho cercato e cerco di educare i miei cinque figli e le mie quattro figlie a vivere la loro sessualità in modo normale, vale a dire in accordo con il loro sesso genetico e biologico e mi dispiacerebbe se ciò non accadesse. Se ci fossero dei problemi (per ora grazie a Dio non ci sono), cercherei di aiutarli per superarli, come mi auguro che cultura, scienza e politica cerchino di aiutare a superarli coloro che ne soffrono. Lo stesso vale per le scelte di fare famiglia; cerco di far capire ai miei figli che i rapporti sessuali non sono un gioco erotico, ma vanno riservati alla coppia che ha assunto le sue responsabilità reciproche e verso i figli. Da cristiani i rapporti sessuali assumono in più un significato ancora più grande, quello di essere “sacramento di Grazia” l’uno per l’altro. E cerco di conseguenza che cultura e politica si pongano l’obiettivo di favorire la stabilità della famiglia, la fedeltà tra i coniugi, e cerco che la Chiesa non abbia timore a dire, come fece un vescovo di New York, Fulton Sheen, che è bene “essere in tre per sposarsi” (e il terzo è Dio) e che ha un grande valore la verginità prima del matrimonio, tra l’altro occasione per approfondire i rapporti di coppia anche sul piano spirituale e culturale, premessa per la stabilità futura. E per questo sarei sordo ai principi morali dell’accoglienza e dell’amore?

Ancor più strano il richiamo di tali principi che Valentini fa a proposito dell’aborto in caso di gravidanza indesiderata o di una gravidanza in presenza di una anomalia del nascituro. Mi sembrerebbe di poter dire che se si è animati da amore e accoglienza, per prima cosa si dovrebbero accogliere i figli già vivi nel grembo materno anche se indesiderati o se con delle anomalie. Forse che essi non sono esseri umani, e per di più inermi, in stato di debolezza? Dov’è la coerenza con i principi morali di amore e accoglienza se si legittima l’uccisione di un essere umano, perché scomodo? O almeno si ha “comprensione” per tale uccisione? Ci si scandalizza, da ipocriti, per l’evidenza di una statuina che riproduce il feto d’uomo a pochi mesi dal concepimento e si tace sul fatto che la realtà nei reparti di ginecologia, sostenuti con i denari di tutti, è assai peggiore, con feti d’uomo estratti fatti a pezzi e poi messi tra i “rifiuti speciali”. E si viene a dire che in fondo va bene perché si evitano aborti clandestini? Certo mi impegno per evitare che tali uccisioni “seriali” trovino il sostegno dei pubblici poteri e della cultura dominante. E mi permetto di criticare il mio settimanale diocesano quando scrive in un editoriale che il dire chiaramente queste cose è “di parte”, anche se l’accusa di essere di parte è dovuta, come credo, al fatto che l’iniziativa non era stata presa dalle organizzazioni ecclesiali ufficiali, come molte prese di posizione critiche e di presa di distanza lasciano intuire. “Io sono di Paolo e io sono di Apollo”: il quadro condannato da San Paolo si è ripetuto e la Chiesa Italiana ne è stata vittima. E il risultato è il disorientamento perfino su principi morali fondamentali. Bene!, Anzi male, malissimo.

scritto 14 aprile 2019

Proteste professori per sospensione corsi di ideologia “gender”: giustificate?

Il Trentino di giovedì scorso 4 aprile ritorna sulla presa di posizione di alcuni colleghi professori dell’Università di Trento contro la decisione della Provincia Autonoma di Trento di sospendere i corsi integrativi sul “genere” e contro il convegno che in merito ha più recentemente organizzato la stessa Provincia. Si aggiungono ora anche professori di liceo. Il suo giornale parla di “rivolta dei professori contro la giunta”.

Non occorre molto per capire le dinamiche che si sono messe in atto. Ci sono stati anni nei quali una firma su un documento critico non si negava a nessuno, e questa volta era in gioco la figura di un pro-rettore, che un suo collega invano ha cercato di far ragionare anche sul “Trentino”. Un pro-rettore di quelli tosti e bene introdotti negli ambienti di sinistra se gli (le) è stata offerta la candidatura per l’elezione suppletiva alla Camera per il collegio di Trento.

Non ho mai visto nessuno dei colleghi professori protestare per i convegni a tesi organizzati dalla Provincia quando a governarla c’era la sinistra, a cominciare dal Festival del’Economia, spesso travalicato in festival della politica di sinistra. Alcuni prendevano la loro parte di gloria, grati. Ora si accusa la Giunta di riportare ad “epoche buie”, di dare “segnali e atteggiamenti di chiara impronta autoritaria e fascista”. Ridicolo. Solo perché chi ha la responsabilità della scuola pubblica di fronte ai genitori e alla comunità ha inteso evitare che, in nome della lotta al pregiudizio, si considerasse doveroso educare tutti i bambini e i giovani all’”ideologia del gender” (mascherata) e perché ha voluto organizzare un convegno che chiamasse esperti che di questa ideologia non fossero espressione, dato che a proporre questa da anni c’erano coloro che sostenevano i corsi integrativi. Ma dove sta scritto che una comunità non abbia la libertà di sentire una voce diversa, dopo che per anni ne ha sentito altre e ha dato ad esse spazio? Si ripete l’intolleranza dimostrata dalla sinistra nei confronti del recente Congresso Mondiale delle Famiglie a Verona. Nessuno osi prendere posizioni contrarie all’ideologia dominante e se lo fa, deve dare spazio anche ad esponenti dell’ideologia dominante, altrimenti è un fascista e autoritario.

Ma poco convincente anche la “rivolta dei professori” per l’intervento delle forze dell’ordine a garantire un ordinato svolgimento del convegno. A negare ai partecipanti e ai relatori la libertà di dire la propria erano i “contestatori” e la magistratura dirà se per farlo hanno sfondato una porta secondaria. Quante volte mi sono sentito negare il permesso di entrare per il rispetto di norme sulla sicurezza, data la capienza di una sala. Chi ama la libertà e lo stato di diritto non vuole imporsi con la forza e se vuole protestare per la carenza di posti, lo può fare “democraticamente”, non con lo stile da “fascismo (autoritarismo) rosso” cui contestatori di sinistra ci hanno abituato per decenni a partire dal 1968.

Spiace vedere bravissimi colleghi professori allinearsi a proteste di chiaro sapore politico, mascherate da lotta al fascismo e all’autoritarismo. Forse un po’ meno di conformismo alla cultura dominante su temi eticamente sensibili non avrebbe guastato per degli intellettuali. Caro Direttore, conoscendo alcuni di essi stento a credere che siano dei “rivoltosi”; semplicemente molti o non hanno approfondito la questione e non se la sono sentita di dire di no a un pro-rettore (pro-rettrice) su un tema che profuma di “progressismo”. Non sia mai! L’università è per il progresso, anche a costo di mettere tra parentesi lo spirito critico.

scritto 4 aprile 2019

In memoria di Riccarda Rossaro

di il 31 Dicembre 2019 in COMMERCIO con Nessun commento

Il 4 novembre ho partecipato al funerale di Riccarda Rossaro, di Pedersano, mia coetanea. Come sempre accade nelle piccole comunità rurali, la chiesa era piena di gente e oltre al giovane parroco celebravano anche missionari comboniani, di uno dei quali, ormai defunto, Riccarda era nipote. Tra la gente anche rappresentanti dell’Associazione italo-tedesca di sociologia (tra i quali il prof. Lauro Struffi), associazione che ha sede presso l’Università di Trento e che da molti anni edita la rivista bilingue “Annali di Sociologia – Soziologisches Jahrbuch”, fondata dal prof. Franco Demarchi e da alcuni anni da me diretta, in collaborazione con altri docenti italiani e tedeschi e con i co-direttori prof. Arnold Zingerle (Bayreuth) e Raimondo Strassoldo (Udine).

Al ricordo in chiesa da parte di uno dei padri comboniani vorrei aggiungere quello mio, a nome della Direzione, del Comitato Scientifico e della Redazione della Rivista, dei quali Riccarda Rossaro è stata Segretaria, oltre che Segretaria dell’Associazione presieduta da anni dal prof. Antonio Scaglia, rappresentato alle esequie dalla consorte, dati suoi impegni inderogabili. La Rossaro è stata l’anima dell’iniziativa di dialogo tra sociologia italiana e sociologia di area culturale tedesca, dapprima in stretta collaborazione con il prof. Demarchi, aiutandolo soprattutto nella parte amministrativa (con essa Demarchi era poco familiare) e poi con me e con il prof. Scaglia, mantenendo i contatti con i sociologi italiani e tedeschi autori degli articoli, con i traduttori, con coloro che facevano la supervisione e con chi contribuiva da linguista a spiegare la più opportuna traduzione italo-tedesca dei concetti.
La sua non fu solo una collaborazione tecnica. Quando per il venir meno del sostegno economico di socio fondatore dell’Istituto Trentino di Cultura (scaricando con ciò sull’Associazione i costi di un ricercatore a tempo pieno assunto inizialmente con i fondi dell’ITC), l’attività dell’Associazione subì un forte rallentamento nella pubblicazione della rivista, ai contributi economici personali del prof. Demarchi, Riccarda aggiunse di sua iniziativa la sospensione per molti mesi del suo stipendio di impiegata, consentendo all’Associazione di superare la crisi, anche con l’aiuto, poi, della Regione Autonoma Trentino – Alto Adige/Suedtirol, della Provincia di Trento e della stessa Università, altri soci fondatori dell’Associazione.

Anche pensionata, Riccarda Rossaro non fece mancare il suo aiuto al segretario che l’ha sostituita, il dott. Manuel Beozzo, sociologo con doppia laurea a Trento e a Eichstaett (Baviera) e da poco ricercatore presso quest’ultima università. Non manca l’attenzione dell’opinione pubblica verso il tema del lavoro. Riccarda Rossaro è stata testimone di un rapporto con il lavoro di pieno coinvolgimento, di piena responsabilizzazione, esemplare. E a ciò ha aggiunto un’impegnativa assistenza in casa alla madre a lungo ammalata. Per questo merita un ricordo particolare in un ambito più largo di quello dei parenti e dei membri della piccola comunità locale dove viveva.

scritto 5 novembre 2019

In memoria di mons. Silvio Gilli

di il 31 Dicembre 2019 in COMMERCIO, Persone con Nessun commento

L’Adige del 30 marzo pubblica un ricordo di don Silvio Gilli scritto da Giampaolo Andreatta: episodi di vita che arricchiscono la descrizione di un prete un po’ “speciale”, sia per lo stile di comportamento sia per la missione che ha svolto in Vaticano. Aggiungo anch’io un episodio personale: neo-eletto alla Camera dei Deputati nel 1994, un po’ spaesato quanto a sistemazione alloggiativa, telefonai a don Silvio, in Vaticano, se poteva indicarmi qualche sistemazione un qualche struttura ricettiva religiosa, meno cara e meno soggetta all’incertezza delle prenotazioni di un albergo. In un attimo telefonò e mi trovò la camera presso un convento di suore, alle spalle del Vaticano. Purtroppo l’ora del rientro serale non era spesso compatibile con gli impegni e così, dopo poche settimane, scelsi di andare in albergo presso i Fori Imperiali, gestito dai frati di padre Massimiliano Kolbe, finché poi non trovai una sistemazione stabile in una camera d’affitto. Sento ancora riconoscenza per la cortesia usatami da don Silvio, che ogni tanto rivedevo a Trento per la visita di un collega sociologo che lo aveva conosciuto in uno dei viaggi in Cina organizzati da don Demarchi.

Ai funerali a Gardolo, oltre ai tantissimi preti con il vescovo emerito e tanta folla, il vescovo in carica mons. Tisi ha delineato la figura di don Gilli in modo appassionato (era stato, ha detto, suo confessore), insistendo sulla sua mitezza e sul grande amore per la Chiesa. Una sua nipote lo ha ricordato con grande affetto: sapeva “tenere insieme” la famiglia. Un esponente della San Vincenzo e un altro dell’Apostolato della Preghiera ne hanno ricordato le attività, carità e preghiera. Nessuno ha fatto cenno al suo impegno come assistente ecclesiastico dell’Associazione Famiglie Numerose, trasformata poi in Associazione Trentina della Famiglia, rette da una figura di spicco del Trentino, il prof. Sisto Plotegheri (del quale sono stato successore), aiutato da soci sostenitori, anche finanziariamente, come Tullio Odorizzi.

Sono stati gli anni nei quali l’Associazione era tra i promotori in Italia del referendum sulla legge che introduceva in Italia il divorzio e di quello, successivo, sulla legge che legalizzava l’aborto. Seguirono convegni europei in materia, uno dei quali tenuto, guarda caso, a Verona, e l’Associazione presieduta da Plotegheri era co-organizzatrice. Ebbene, don Gilli non aveva remore nel sostenere tali iniziative e, a differenza della chiesa trentina di oggi, che critica il Congresso Mondiale sulle Famiglie di Verona perché “odora” politicamente di destra, poco gli importava che a favore della stabilità della famiglia e per la difesa della vita vi fossero, in entrambe lo occasioni, oltre alla Democrazia Cristiana, un partito di destra (quella vera e storica): ciò che contava erano i contenuti, era la sostanza delle posizioni sostenute. E non taceva per la paura di “andare contro” su temi allora assai divisivi. Altra tempra di cristiano e di prete, che sapeva unire mitezza, preghiera e impegno per principi fondamentali in merito a vita e famiglia.

Avrei desiderato ricordare ciò al funerale di don Silvio, ma non sarebbe stato certamente gradito. Mi affido a l’Adige, sperando che ritenga giusto completare il profilo di un prete mite e umile, ma non fino al punto di tacere su principi fondamentali o di criticare chi li difende perché poco gradito politicamente.

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