Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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attività economiche

Concessioni idroelettriche in Trentino: gestione pubblica per più autonomia delle comunità

di il 28 Gennaio 2021 in autonomia, energia con Nessun commento
Caro Direttore,
l’Adige di sabato 23 gennaio ha pubblicato due interventi significativi sulla questione del rinnovo delle concessioni idroelettriche, una di Gianfranco Pederzolli, presidente del BIM del Sarca e un tempo storico esponente della DC della valle dei Laghi e una di Alessio Manica, consigliere provinciale del PD, entrambi favorevoli a una gestione pubblica dell’uso dell’acqua per la produzione di energia elettrica. Esprimo il mio forte apprezzamento per questa posizione. Finalmente si sta incrinando il sostegno alle privatizzazioni o comunque alla scelta di forme di gestione anche di SpA a presenza pubblica analoghe a quelle del privato, interessate ai dividendi della produzione e della distribuzione dell’energia idroelettrica, sostegno che è derivato da posizioni ideologiche neo-liberiste fatte proprie da almeno trent’anni anche dal maggiore partito della sinistra e dall’Unione Europea.

In Trentino e in Alto Adige la competenza in merito alle concessioni è, dopo lunghe battaglie politiche anche parlamentari, delle due Province Autonome. In uno studio su tutte le regioni alpine, da quelle francesi a quelle slovene e croate, promosso dal Comitato per la Cooperazione tra le Regioni dell’Arco Alpino, studio coordinato e finanziato dalla Regione Trentino – Alto Adige, i cui risultati sono stati presentati al Convegno di Lugano del 1988 e pubblicati nello stesso anno dalla Jaca Book, risultava evidente come la possibilità di decidere sull’uso dell’acqua a scopo energetico è un indicatore potente del grado di autonomia non solo politica, ma anche economica e sociale di una collettività. Dove tale autonomia è mancata per logiche nazionaliste o privatiste, è tutta l’autonomia a soffrirne gravemente. Da Presidente della competente Commissione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa a suo tempo avevo ottenuto l’approvazione dell’Assemblea di una Risoluzione che impegnava a ridare alle collettività locali i poteri per la gestione della risorsa acqua anche a scopo di produzione elettrica. Il Governo ha impugnato la legge provinciale che regola le concessioni, sulla base di posizioni anti-autonomiste che altro non riconoscono che il mercato globale e il criterio del profitto. E’ l’occasione, come scrivono i due interventi citati, per intraprendere con decisione la strada della gestione pubblica totale, ridivenuta ammessa dalle norme europee, come già per le concessioni autostradali. I possibili vantaggi derivanti da collaborazioni con società private del settore possono essere conseguiti con scelte di partnership industriale.

Credo sia utile sottolineare che tale scelta non deve portare a un’unica società pubblica provinciale, sottraendo la gestione della risorsa idrica a scopo di produzione di energia alle comunità locali sulle quali gravano i costi ambientali dell’uso idroelettrico. Ci sono state lunghe battaglie tra le comunità locali periferiche e quelle urbane centrali in Trentino per costruire, pur in un contesto difficile, un sistema societario che rispetti, almeno laddove ci sono già presenze autonome, le comunità di valle o di bacino imbrifero con i loro comuni. Si potrebbe innovare al riguardo, come già in passato mi sono permesso di proporre, costruendo un sistema di società idroelettriche pubbliche di valle o di bacino, che possono raggiungere i vantaggi di economie di dimensione a livello provinciale con una società consortile o con partenship di secondo livello. La crisi di progettazione del futuro dell’autonomia trentina che alcuni denunciano potrebbe trovare una parziale risposta in un sistema di autonomia diffusa che valorizzi le appartenenze di valle, ambito che struttura fisicamente percorsi d’acqua e loro portate.
Cordiali saluti,
Renzo Gubert

Inviato a L’Adige e finora non pubblicato

Mercanti nel tempio? Dubbi in merito a un articolo sugli interessi per prestiti di Bruni su Avvenire

Avvenire di domenica 27 dicembre pubblica un lungo articolo di Luigino Bruni intitolato “Quando e perché i mercanti poterono occupare il tempio”. Il tema affrontato è di interesse non solo per gli storici, ma anche per l’etica economica e sociale contemporanea. Il titolo allude alla cacciata dei mercanti dal tempio da parte di Gesù, a Gerusalemme e propone la tesi di fondo, ossia il cedimento della Chiesa agli interessi dei mercanti e dei banchieri al tempo della Signoria Medici a Firenze e anche successivamente con riferimento al culto dei Re Magi. Mi ha colpito il contrasto tra le analisi del Bruni in quest’ultimo contributo e le lezioni che, studente di Sociologia a Trento nel 1965-66, frequentavo del prof. Gino Barbieri, eminente professore di Storia economica, (Legnago, VR, 1913-1989), formatosi alla Cattolica di Milano, allievo di Amintore Fanfani.

Il dibattito sull’ammissibilità della riscossione di interessi per i prestiti fu un tema assai dibattuto, confrontandosi le tesi intransigenti che richiamavano comandi della Bibbia del prestare senza esigere interessi e quanto si veniva imponendo nella nuova economia capitalista del prestito con interessi, stabilendo che di usura si poteva parlare solo se il tasso di interesse diventava assai elevato (fissato negli Statuti cittadini). Fu Martino Tomitano nato a Feltre, laureato con lode a Padova e divenuto poi frate minore assumendo il nome di Bernardino (da Feltre, riconosciuto beato dalla Chiesa) che approfondì in modo rilevante e con riflessi operativi l’etica sulla questione, distinguendo il prestito alla povera gente per poter vivere dal prestito come parte del capitale per poter produrre, commerciare e creare ricchezza. Come ricordato in altre parti dei contributi di Bruni pubblicati da Avvenire, il divieto di richiedere interessi valeva per Bernardino da Feltre per per il primo tipo di prestito, non per il secondo. E per i prestiti del primo tipo fondò i Monti di Pietà (il primo a Perugia, nel 1462), nei quali i prestiti ai poveri erano senza interessi.

Per Barbieri si trattò di un avanzamento di riflessione etica da parte del cristianesimo che lo fece uscire dalle secche di un integralismo letterale che applicava una norma motivata per certe situazioni a situazioni nuove, diverse, determinate dall’affermarsi del capitalismo. Non si tratta, quindi, di un cedimento etico, come lascia intendere Bruni in quest’ultimo contributo, ma di un progresso etico. L’usura è certamente rimasta un peccato, ma le condizioni affinché si possa parlare di usura sono state riviste. Semplificare il tutto parlando di mercanti che occupano il tempio, di cedimento della Chiesa che contraddice principi fondamentali, mi sembra tra l’altro non coerente con l’apprezzamento che, in precedenti contributi, Bruni esprime per il “realismo” dimostrato dai francescani, della loro capacità di “discernimento” (a differenza di altri) rispetto alle dinamiche economiche e sociali del loro tempo.

Orari esercizi commerciali e festività

di il 15 Luglio 2020 in COMMERCIO, famiglia, religione con Nessun commento

Congresso mondiale sulla famiglia a Verona; giuste le critiche di area cattolica di essere troppo di parte?

Penso giusto in una rubrica intitolata “Dialogo aperto”, non limitarsi a dire la propria, ma rispondere a chi esprime critiche a quanto si è detto, sperando che ciò sia la premessa per far crescere il dialogo nella comunità cristiana. Per questo Le scrivo in risposta a una lettera pubblicata su V.T. del 14 aprile a firma di Giuseppe Valentini (che non conosco). La mia lettera pubblicata la settimana precedente, critica nei confronti del Suo editoriale in merito al Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona, gli ha lasciato “ l’amaro in bocca”. Vengo accusato, assieme all’autrice di un’altra lettera, di non “leggere la parola fondante della famiglia stessa: amore e accoglienza”. Non capisco il nesso con quanto avevo rilevato criticamente, ossia l’accusa da Lei mossa al Congresso di Verona di essere “di parte” e il rilievo prioritario che i cattolici dovrebbero dare al problema demografico anziché ai problemi dell’aborto e della natura della famiglia, unione stabile di uomo e donna aperta alla procreazione. Perché quanto da me rilevato sarebbe trascurare il fondamento della famiglia, ossia amore e accoglienza, o addirittura espressione di “supponenza se non odio”?

Il problema, per Valentini, starebbe nel non essere “accoglienti” verso le diversità. Certamente ho cercato e cerco di educare i miei cinque figli e le mie quattro figlie a vivere la loro sessualità in modo normale, vale a dire in accordo con il loro sesso genetico e biologico e mi dispiacerebbe se ciò non accadesse. Se ci fossero dei problemi (per ora grazie a Dio non ci sono), cercherei di aiutarli per superarli, come mi auguro che cultura, scienza e politica cerchino di aiutare a superarli coloro che ne soffrono. Lo stesso vale per le scelte di fare famiglia; cerco di far capire ai miei figli che i rapporti sessuali non sono un gioco erotico, ma vanno riservati alla coppia che ha assunto le sue responsabilità reciproche e verso i figli. Da cristiani i rapporti sessuali assumono in più un significato ancora più grande, quello di essere “sacramento di Grazia” l’uno per l’altro. E cerco di conseguenza che cultura e politica si pongano l’obiettivo di favorire la stabilità della famiglia, la fedeltà tra i coniugi, e cerco che la Chiesa non abbia timore a dire, come fece un vescovo di New York, Fulton Sheen, che è bene “essere in tre per sposarsi” (e il terzo è Dio) e che ha un grande valore la verginità prima del matrimonio, tra l’altro occasione per approfondire i rapporti di coppia anche sul piano spirituale e culturale, premessa per la stabilità futura. E per questo sarei sordo ai principi morali dell’accoglienza e dell’amore?

Ancor più strano il richiamo di tali principi che Valentini fa a proposito dell’aborto in caso di gravidanza indesiderata o di una gravidanza in presenza di una anomalia del nascituro. Mi sembrerebbe di poter dire che se si è animati da amore e accoglienza, per prima cosa si dovrebbero accogliere i figli già vivi nel grembo materno anche se indesiderati o se con delle anomalie. Forse che essi non sono esseri umani, e per di più inermi, in stato di debolezza? Dov’è la coerenza con i principi morali di amore e accoglienza se si legittima l’uccisione di un essere umano, perché scomodo? O almeno si ha “comprensione” per tale uccisione? Ci si scandalizza, da ipocriti, per l’evidenza di una statuina che riproduce il feto d’uomo a pochi mesi dal concepimento e si tace sul fatto che la realtà nei reparti di ginecologia, sostenuti con i denari di tutti, è assai peggiore, con feti d’uomo estratti fatti a pezzi e poi messi tra i “rifiuti speciali”. E si viene a dire che in fondo va bene perché si evitano aborti clandestini? Certo mi impegno per evitare che tali uccisioni “seriali” trovino il sostegno dei pubblici poteri e della cultura dominante. E mi permetto di criticare il mio settimanale diocesano quando scrive in un editoriale che il dire chiaramente queste cose è “di parte”, anche se l’accusa di essere di parte è dovuta, come credo, al fatto che l’iniziativa non era stata presa dalle organizzazioni ecclesiali ufficiali, come molte prese di posizione critiche e di presa di distanza lasciano intuire. “Io sono di Paolo e io sono di Apollo”: il quadro condannato da San Paolo si è ripetuto e la Chiesa Italiana ne è stata vittima. E il risultato è il disorientamento perfino su principi morali fondamentali. Bene!, Anzi male, malissimo.

scritto 14 aprile 2019

Proteste professori per sospensione corsi di ideologia “gender”: giustificate?

Il Trentino di giovedì scorso 4 aprile ritorna sulla presa di posizione di alcuni colleghi professori dell’Università di Trento contro la decisione della Provincia Autonoma di Trento di sospendere i corsi integrativi sul “genere” e contro il convegno che in merito ha più recentemente organizzato la stessa Provincia. Si aggiungono ora anche professori di liceo. Il suo giornale parla di “rivolta dei professori contro la giunta”.

Non occorre molto per capire le dinamiche che si sono messe in atto. Ci sono stati anni nei quali una firma su un documento critico non si negava a nessuno, e questa volta era in gioco la figura di un pro-rettore, che un suo collega invano ha cercato di far ragionare anche sul “Trentino”. Un pro-rettore di quelli tosti e bene introdotti negli ambienti di sinistra se gli (le) è stata offerta la candidatura per l’elezione suppletiva alla Camera per il collegio di Trento.

Non ho mai visto nessuno dei colleghi professori protestare per i convegni a tesi organizzati dalla Provincia quando a governarla c’era la sinistra, a cominciare dal Festival del’Economia, spesso travalicato in festival della politica di sinistra. Alcuni prendevano la loro parte di gloria, grati. Ora si accusa la Giunta di riportare ad “epoche buie”, di dare “segnali e atteggiamenti di chiara impronta autoritaria e fascista”. Ridicolo. Solo perché chi ha la responsabilità della scuola pubblica di fronte ai genitori e alla comunità ha inteso evitare che, in nome della lotta al pregiudizio, si considerasse doveroso educare tutti i bambini e i giovani all’”ideologia del gender” (mascherata) e perché ha voluto organizzare un convegno che chiamasse esperti che di questa ideologia non fossero espressione, dato che a proporre questa da anni c’erano coloro che sostenevano i corsi integrativi. Ma dove sta scritto che una comunità non abbia la libertà di sentire una voce diversa, dopo che per anni ne ha sentito altre e ha dato ad esse spazio? Si ripete l’intolleranza dimostrata dalla sinistra nei confronti del recente Congresso Mondiale delle Famiglie a Verona. Nessuno osi prendere posizioni contrarie all’ideologia dominante e se lo fa, deve dare spazio anche ad esponenti dell’ideologia dominante, altrimenti è un fascista e autoritario.

Ma poco convincente anche la “rivolta dei professori” per l’intervento delle forze dell’ordine a garantire un ordinato svolgimento del convegno. A negare ai partecipanti e ai relatori la libertà di dire la propria erano i “contestatori” e la magistratura dirà se per farlo hanno sfondato una porta secondaria. Quante volte mi sono sentito negare il permesso di entrare per il rispetto di norme sulla sicurezza, data la capienza di una sala. Chi ama la libertà e lo stato di diritto non vuole imporsi con la forza e se vuole protestare per la carenza di posti, lo può fare “democraticamente”, non con lo stile da “fascismo (autoritarismo) rosso” cui contestatori di sinistra ci hanno abituato per decenni a partire dal 1968.

Spiace vedere bravissimi colleghi professori allinearsi a proteste di chiaro sapore politico, mascherate da lotta al fascismo e all’autoritarismo. Forse un po’ meno di conformismo alla cultura dominante su temi eticamente sensibili non avrebbe guastato per degli intellettuali. Caro Direttore, conoscendo alcuni di essi stento a credere che siano dei “rivoltosi”; semplicemente molti o non hanno approfondito la questione e non se la sono sentita di dire di no a un pro-rettore (pro-rettrice) su un tema che profuma di “progressismo”. Non sia mai! L’università è per il progresso, anche a costo di mettere tra parentesi lo spirito critico.

scritto 4 aprile 2019

In memoria di Riccarda Rossaro

di il 31 Dicembre 2019 in COMMERCIO con Nessun commento

Il 4 novembre ho partecipato al funerale di Riccarda Rossaro, di Pedersano, mia coetanea. Come sempre accade nelle piccole comunità rurali, la chiesa era piena di gente e oltre al giovane parroco celebravano anche missionari comboniani, di uno dei quali, ormai defunto, Riccarda era nipote. Tra la gente anche rappresentanti dell’Associazione italo-tedesca di sociologia (tra i quali il prof. Lauro Struffi), associazione che ha sede presso l’Università di Trento e che da molti anni edita la rivista bilingue “Annali di Sociologia – Soziologisches Jahrbuch”, fondata dal prof. Franco Demarchi e da alcuni anni da me diretta, in collaborazione con altri docenti italiani e tedeschi e con i co-direttori prof. Arnold Zingerle (Bayreuth) e Raimondo Strassoldo (Udine).

Al ricordo in chiesa da parte di uno dei padri comboniani vorrei aggiungere quello mio, a nome della Direzione, del Comitato Scientifico e della Redazione della Rivista, dei quali Riccarda Rossaro è stata Segretaria, oltre che Segretaria dell’Associazione presieduta da anni dal prof. Antonio Scaglia, rappresentato alle esequie dalla consorte, dati suoi impegni inderogabili. La Rossaro è stata l’anima dell’iniziativa di dialogo tra sociologia italiana e sociologia di area culturale tedesca, dapprima in stretta collaborazione con il prof. Demarchi, aiutandolo soprattutto nella parte amministrativa (con essa Demarchi era poco familiare) e poi con me e con il prof. Scaglia, mantenendo i contatti con i sociologi italiani e tedeschi autori degli articoli, con i traduttori, con coloro che facevano la supervisione e con chi contribuiva da linguista a spiegare la più opportuna traduzione italo-tedesca dei concetti.
La sua non fu solo una collaborazione tecnica. Quando per il venir meno del sostegno economico di socio fondatore dell’Istituto Trentino di Cultura (scaricando con ciò sull’Associazione i costi di un ricercatore a tempo pieno assunto inizialmente con i fondi dell’ITC), l’attività dell’Associazione subì un forte rallentamento nella pubblicazione della rivista, ai contributi economici personali del prof. Demarchi, Riccarda aggiunse di sua iniziativa la sospensione per molti mesi del suo stipendio di impiegata, consentendo all’Associazione di superare la crisi, anche con l’aiuto, poi, della Regione Autonoma Trentino – Alto Adige/Suedtirol, della Provincia di Trento e della stessa Università, altri soci fondatori dell’Associazione.

Anche pensionata, Riccarda Rossaro non fece mancare il suo aiuto al segretario che l’ha sostituita, il dott. Manuel Beozzo, sociologo con doppia laurea a Trento e a Eichstaett (Baviera) e da poco ricercatore presso quest’ultima università. Non manca l’attenzione dell’opinione pubblica verso il tema del lavoro. Riccarda Rossaro è stata testimone di un rapporto con il lavoro di pieno coinvolgimento, di piena responsabilizzazione, esemplare. E a ciò ha aggiunto un’impegnativa assistenza in casa alla madre a lungo ammalata. Per questo merita un ricordo particolare in un ambito più largo di quello dei parenti e dei membri della piccola comunità locale dove viveva.

scritto 5 novembre 2019

In memoria di mons. Silvio Gilli

di il 31 Dicembre 2019 in COMMERCIO, Persone con Nessun commento

L’Adige del 30 marzo pubblica un ricordo di don Silvio Gilli scritto da Giampaolo Andreatta: episodi di vita che arricchiscono la descrizione di un prete un po’ “speciale”, sia per lo stile di comportamento sia per la missione che ha svolto in Vaticano. Aggiungo anch’io un episodio personale: neo-eletto alla Camera dei Deputati nel 1994, un po’ spaesato quanto a sistemazione alloggiativa, telefonai a don Silvio, in Vaticano, se poteva indicarmi qualche sistemazione un qualche struttura ricettiva religiosa, meno cara e meno soggetta all’incertezza delle prenotazioni di un albergo. In un attimo telefonò e mi trovò la camera presso un convento di suore, alle spalle del Vaticano. Purtroppo l’ora del rientro serale non era spesso compatibile con gli impegni e così, dopo poche settimane, scelsi di andare in albergo presso i Fori Imperiali, gestito dai frati di padre Massimiliano Kolbe, finché poi non trovai una sistemazione stabile in una camera d’affitto. Sento ancora riconoscenza per la cortesia usatami da don Silvio, che ogni tanto rivedevo a Trento per la visita di un collega sociologo che lo aveva conosciuto in uno dei viaggi in Cina organizzati da don Demarchi.

Ai funerali a Gardolo, oltre ai tantissimi preti con il vescovo emerito e tanta folla, il vescovo in carica mons. Tisi ha delineato la figura di don Gilli in modo appassionato (era stato, ha detto, suo confessore), insistendo sulla sua mitezza e sul grande amore per la Chiesa. Una sua nipote lo ha ricordato con grande affetto: sapeva “tenere insieme” la famiglia. Un esponente della San Vincenzo e un altro dell’Apostolato della Preghiera ne hanno ricordato le attività, carità e preghiera. Nessuno ha fatto cenno al suo impegno come assistente ecclesiastico dell’Associazione Famiglie Numerose, trasformata poi in Associazione Trentina della Famiglia, rette da una figura di spicco del Trentino, il prof. Sisto Plotegheri (del quale sono stato successore), aiutato da soci sostenitori, anche finanziariamente, come Tullio Odorizzi.

Sono stati gli anni nei quali l’Associazione era tra i promotori in Italia del referendum sulla legge che introduceva in Italia il divorzio e di quello, successivo, sulla legge che legalizzava l’aborto. Seguirono convegni europei in materia, uno dei quali tenuto, guarda caso, a Verona, e l’Associazione presieduta da Plotegheri era co-organizzatrice. Ebbene, don Gilli non aveva remore nel sostenere tali iniziative e, a differenza della chiesa trentina di oggi, che critica il Congresso Mondiale sulle Famiglie di Verona perché “odora” politicamente di destra, poco gli importava che a favore della stabilità della famiglia e per la difesa della vita vi fossero, in entrambe lo occasioni, oltre alla Democrazia Cristiana, un partito di destra (quella vera e storica): ciò che contava erano i contenuti, era la sostanza delle posizioni sostenute. E non taceva per la paura di “andare contro” su temi allora assai divisivi. Altra tempra di cristiano e di prete, che sapeva unire mitezza, preghiera e impegno per principi fondamentali in merito a vita e famiglia.

Avrei desiderato ricordare ciò al funerale di don Silvio, ma non sarebbe stato certamente gradito. Mi affido a l’Adige, sperando che ritenga giusto completare il profilo di un prete mite e umile, ma non fino al punto di tacere su principi fondamentali o di criticare chi li difende perché poco gradito politicamente.

Provincia di Trento: peggioramenti per agricoltura marginale

Oggi mi è arrivata la richiesta dell’Azienda Sanitaria Provinciale di pagare una nuova tassa per l’iscrizione (obbligatoria) delle mie poche capre (dieci) all’apposita Anagrafe. A differenza di quanto accade per i debiti verso il fisco per l’IRPEF, da non versare se gli importi sono piccoli, in questo caso si stabilisce un minimo che è stato fissato nell’equivalente di 75 capre (15 euri più IVA più un altro balzello), non importa se uno ne ha una o due o dieci come me. A decidere questa nuova tassa è stata la Giunta Rossi con delibera del luglio 2018, un piccolo “regalo” pre-elettorale ai piccoli allevatori. Ma non basta; bisogna andare da un commercialista, a meno che uno non sia un esperto in materia, per capire come far funzionare il sistema della fatturazione elettronica. Mi chiedo come mai la nuova Giunta Fugatti, giunta popolare-autonomista per il cambiamento, non abbia provveduto a correggere gli odiosi balzelli introdotti dal centro-sinistra. Esistono anagrafi obbligatorie dei cittadini ed esistono anagrafi, sempre obbligatorie, delle api. Ma sono gratuite. Perché quella delle capre da gratuita è divenuta a pagamento? Per “servire” i piccoli allevatori marginali, dopo averli serviti con la presenza sussidiata dall’ente pubblico di orsi e lupi?
Ma non è l’unico peggioramento delle condizioni dei piccoli allevatori che la Giunta nuova ha introdotto o applicato ex novo senza correzioni, nonostante le segnalazioni.
In passato mi è capitato più volte che muoia una capra; con una telefonata si avvisava il Servizio provinciale veterinario e si consegnava  la capra morta alla ditta che provvede al trattamento della salma. Il veterinario pubblico andava dalla ditta per fare eventuali controlli sanitari. Il tutto veniva a costare 4 euri. Da alcuni mesi la procedura è cambiata; qualche settimana fa mi è morta, forse per avvelenamento al pascolo, una capra: non basta più avvisare il servizio veterinario provinciale, ma occorre chiamare un veterinario privato libero professionista (il quale non è subito disponibile) che viene presso il luogo dove è stato messo il cadavere della capra e fa il prelievo per gli accertamenti sanitari ed emette parcella. I peggioramenti sono due: necessità di mettere in qualche luogo il cadavere (che può iniziare a decomporsi se fa caldo e il veterinario privato non può venire o se il tutto accade di sabato e domenica) e pagare la parcella (una quota elevata del valore della capra viva). Fatta questa procedura, bisogna andare al Servizio Veterinario Provinciale (tempo da impiegare e costi) e consegnare l’attestazione del veterinario circa il prelievo fatto assieme al materiale organico prelevato. Poi bisogna contattare la ditta che tratta i cadaveri per la consegna del cadavere, il che può avvenire anche a distanza di giorni. Il peggioramento intervenuto è netto.
Un altro problema merita segnalare. Se muore un asino che hai dichiarato destinato al macello per carne, la PAT, come per le capre, assume l’onere delle spese di consegna del cadavere alla ditta che se ne occupa (salvo 4 euri). Se invece muore un asino che hai destinato alla riproduzione (ossia per tenerlo qualche anno perché produca asinelli), il costo dello smaltimento del cadavere è a carico del proprietario. Un paio d’anni fa, per un’asina morta nel partorire, il costo è stato di circa 300 euri, circa la metà del valore dell’asino vivo. Ma per avere asini da carne si devono pur avere asini per la riproduzione, ossia da vita!
E’ un po’ strano che la PAT da un lato condivida le lagnanze degli allevatori, specie marginali, sottoposti al rischio lupo e orso e dall’altro aggravi di costi e di burocrazia gli stessi allevatori che subiscono la perdita di qualche animale. Se il problema è quello economico, lo si risolva almeno senza aggravi burocratici, davvero eccessivi.
Un ultimo problema con il Servizio Veterinario; mia moglie quest’estate è stata morsa a un braccio dal nostro cane (spaventato dal trattamento anti-zecca). Si è recata al pronto soccorso e ha pagato la medicazione con la tariffa più alta. Giusto. Ma dopo alcune settimane il Servizio Veterinario Provinciale ha mandato un’ingiunzione di pagare circa 20 euri, solo perché qualcuno del Servizio ha telefonato a casa per informarsi sulla eventuale volontà di abbattere il cane. Mi sembra una ingiunzione ingiustificata, che fa arrabbiare chi la deve pagare, dato che non corrisponde ad alcuna prestazione nè ad alcuna osservazione dell’animale, come dichiarato anche nella lettera che trasmette l’ammontare da pagare.
I problemi che la giunta popolare-autonomista per il cambiamento deve affrontare sono certamente più grandi di quelli segnalati, ma si incarichi qualcuno ad occuparsi delle cose di poca importanza o che riguardano persone non molto “pesanti” politicamente, cominciando, almeno dal rispondere alle segnalazioni. Anche questo segnala il cambiamento, anche se il ministro Fraccaro, tempo fa, mi ha accusato di occuparmi di problemi risibili! Saranno risibili per lui, ma non per chi li subisce.

scritto 11 dicembre, inviato a l’Adige e non pubblicato

Ma è proprio vero che è bene che ci sia immigrazione in Italia? Osservazioni a Michele Andreaus

L’Adige del 13 marzo u.s. pubblica un intervento del prof. Michele Andreaus, che ripropone la tesi secondo la quale l’Italia dovrebbe ricorrere all’immigrazione per rimediare agli squilibri demografici derivanti dalla bassa natalità, che carica sugli attivi un onere eccessivo, soprattutto per l’ampliarsi della quota di anziani, il cui costo sociale (pensioni e assistenza sanitaria) risulterebbe eccessivo senza un aumento di attivi tramite l’immigrazione.

Due soluzioni alternative sono ritenute da Andreaus inapplicabili per l’Italia: l’aumento di produttività del lavoro (richiederebbe un sistema formativo di livello molto alto in grado di produrre e gestire forme automatizzate di produzione) e l’aumento della natalità (data l’inefficacia rilevata di misure a ciò destinate). Tali opinioni non paiono, peraltro incontrovertibili. L’aumento di produttività tramite l’innovazione tecnologica non è preclusa. Le tecnologie più avanzate possono essere importate. E’ quanto accaduto ad es. in Cina, che è passata da tecnologie arretrate in pochi anni a tecnologie modernissime, grazie all’importazione. I sistemi formativi possono essere migliorati, anche attraverso la mobilità internazionale di docenti, ricercatori e studenti. La natalità può essere aumentata come accaduto in altri paesi con serie politiche a sostegno della natalità e della famiglia, non certo di molto, ma comunque in modo che si avvicini a garantire la stabilità della popolazione. L’Italia è agli ultimi posti per politiche fiscali e tariffarie e per trasferimenti di reddito tali da non penalizzare chi fa figli. E non a caso l’Italia ha tassi di natalità tra i più bassi al mondo. Combinando gli effetti di miglioramento della produttività del lavoro e della eliminazione del peggioramento della qualità della vita (anche solo in termini di reddito) derivante dalla nascita di un figlio, verrebbero a mancare le condizioni per la validità della tesi proposta da Andreaus.

Ma ci sono altri elementi non considerati dall’intervento del collega, che possono mettere in crisi la sua tesi. Non si capisce perché sia necessaria l’immigrazione in Italia, quando c’è un alto tasso di disoccupazione, veramente alto specie tra i giovani. E non pare che il fenomeno sia solo congiunturale, durando da molti anni. Si aggiunga anche il tasso di attività, tra i più bassi in Europa. Non c’è carenza di persone in età di lavoro, e ce ne sono che, non trovando lavoro in Italia, emigrano all’estero. L’immigrazione ora serve solo a poter pagare poco certi lavori, ma non penso che la via per far crescere l’economia italiana sia quella di importare manodopera a basso costo, lasciando disoccupati gli italiani non disposti a lavorare a condizioni così sfavorevoli.

Infine gli squilibri nella piramide dell’età della popolazione si traducono in squilibri della finanza pubblica per le pensioni per il perdurare in Italia di un sistema a ripartizione, per cui i contributi versati da chi lavora vengono usati per pagare chi non lavora, ma questo non è l’unico sistema possibile. V’è il sistema ad accumulazione, per cui ciascuno accumula con i propri contributi la propria pensione (è il sistema usato dalle assicurazioni private e dai “fondi pensione” pubblici o para-pubblici). Non si capisce perché Andreaus liquidi tale sistema come iniquo perché aumenterebbe le disuguaglianze sociali. A parte che esso potrebbe essere integrato con interventi di tipo assistenziale , già ora il sistema previdenziale fa conto dei contributi versati. Non è il sistema a ripartizione che elimina le disuguaglianze sociali, ma il rapporto tra contribuzioni e prestazioni. E per l’assistenza sanitaria, per le cui spese da molti anni si sono aboliti i contributi a carico dei lavoratori e dei datori di lavoro, sostituiti da imposte, non pare così chiaro che gli immigrati ne godano meno o con meno costi. Le ricongiunzioni familiari hanno evidenti effetti sulla spesa sanitaria, che si aggiungono a quelli del lavoratore immigrato. Si aggiungano le spese per assistenza, per gli alloggi pubblici o agevolati. In breve gli immigrati non sono solo contributori netti alle risorse pubbliche, ma sono destinatari di misure sociali, sovente con quote maggiori della loro proporzione nella popolazione.

Si può ancora aggiungere una considerazione che deriva dal pensiero sociale cristiano: è assai più giusto che a spostarsi sia il capitale e non le persone. Se gli apparati produttivi di un paese risultano in eccesso rispetto alla popolazione attiva, mentre altrove essi sono sottodimensionati rispetto alla popolazione, sia il capitale a spostarsi. E ci sarebbe in Italia meno congestione.

scritto 13 marzo 2019

La sfida antropologica: una risposta all’on. Tonini, PD

di il 30 Dicembre 2019 in COMMERCIO, famiglia con Nessun commento

Su l’Adige del 27 marzo u.s. un articolo dell’on. Giorgio Tonini invita a rivedere il modo nel quale si affrontano temi delicati come la famiglia e la sessualità, prendendo spunto dai recenti episodi di cronaca riferiti alla sospensione in Trentino di corsi scolastici sul “genere” e al convegno di approfondimento in merito organizzato dalla Provincia con esperti, contestato da molta parte delle sinistre politiche e sindacali.
Giustamente Tonini, richiamando Aldo Moro, sostiene che non basti parlare di diritti, ma occorre anche parlare di doveri. E’ una presa di distanza netta da coloro che contestano con proteste e manifestazioni, in questi giorni, non solo il Convegno provinciale sulle differenze tra uomo e donna, ma anche il Congresso mondiale sulle famiglie che si terrà a fine settimana a Verona, prese di posizione ossessive in alcune reti TV come TV7, con la Gruber. Ma è anche un richiamo a non rendere l’insistenza sui doveri il modo di disconoscere rilievo pubblico a forme di relazione sessuale e forme di convivenza perché non appartenenti alla “natura”, dato che questa nell’uomo è interpretata e modificata dalla cultura.
L’approccio sostenuto da Tonini, moderato, può apparire convincente, ma nasconde la profondità e la portata della “sfida antropologica” che la questione sessualità e famiglia (e si può aggiungere la tutela della vita umana) pone.
Tra diritti e doveri vi sono incompatibilità. Si prenda il cosiddetto “diritto di aborto” rivendicato da chi teme iniziative legislative in merito. La legge 194 non stabilisce che l’abortire sia un diritto, anzi, esclude che possa essere usato come mezzo di controllo delle nascite. Consente l’aborto solo se questo contraddice (anche un po’) un altro diritto, quello alla salute della madre e impegna a prevenire le cause che possono indurre la madre a uccidere il figlio che porta in grembo. Eppure le parti politiche e sindacali di sinistra e i laicisti più intransigenti, oltre che i principali mass-media, non fanno che parlare di diritto all’aborto. Che considerazione hanno avuto quei cittadini che invece sottolineano l’importanza del diritto alla vita anche del concepito nel grembo materno e l’importanza del dovere di tutelarlo? Nessuna, anzi derisione, accuse di essere retrogradi, accuse ai medici obiettori, censura sulle azioni di volontariato per aiutare le madri in difficoltà.
Si prenda la legge sulle unioni civili, celebrata anche da Tonini. Non si è potuto riconoscere tali unioni, specie tra persone dello stesso sesso, come “famiglia”, ma solo come “formazione sociale”. Eppure i partiti, i sindacati, altre forze sociali e culturali di sinistra continuano a parlare di “famiglie” ( o di “famiglie arcobaleno”) e hanno voluto che a tali “formazioni sociali” siano riconosciuti i medesimi diritti della famiglia “naturale”, fondata sul matrimonio di uomo e donna, fino a giungere all’aberrazione di voler riconoscere la pratica dell’”utero in affitto” (per ora solo all’estero) pur di consentire alle unioni omosessuali di avere figli. Si è affermato il diritto a due omosessuali di essere “famiglia” e di “comprare” figli per soddisfare un loro desidero diventato “diritto”. Ma come si concilia questo con il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre, il diritto a conoscere la sua identità, e con il corrispettivo dovere di porre il figlio nelle migliori condizioni per una sua crescita equilibrata? Che considerazione hanno avuto e hanno coloro che insistono affinché tali diritti-doveri siano garantiti? Nessuna, anzi, derisione, accuse di essere retrogradi, di non capire che la natura per l’uomo è plasmabile fino a poter mutare il sesso biologico e genetico.
E si potrebbe continuare negli esempi. La sinistra e i super-laicisti al potere hanno imposto la loro visione senza “pietà” per chi la pensava diversamente da loro. Ora che i cittadini hanno dato più forza politica a coloro che intendono tutelare la vita umana anche nel grembo materno e che intendono tutelare, come recita la Costituzione, la famiglia come “società naturale”, si grida allo scandalo, si evoca arretratezza culturale da Medio Evo, si contestano aspramente iniziative culturali, come quelle di Trento e di Verona, negando la legittimità di patrocini pubblici, rivendicati, invece, a gran voce per le feste dei gay. Tonini chiede un contemperamento di diritti e doveri, ma la compatibilità tra alcuni diritti o tra alcuni diritti e alcuni doveri non c’è. O c’è la vita o c’è l’uccisione, o c’è la famiglia fondata sul matrimonio di uomo o donna o c’è la famiglia (unione) di omosessuali che compra figli altrui, o c’è il diritto a sapere di chi si è figli o si nega per non disturbare i compratori di figli. Aldo Moro non avrebbe avuto dubbi sulla posizione da prendere e non può essere strumentalizzato, neppure da Tonini, per avallare ambiguità e compromessi non su scelte ordinarie di politica, ma su valori fondamentali.

scritto 27 marzo 2019

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