Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Convivenza uomo e grandi carnivori: una strada impercorribile

Nel numero del 1° agosto di Vita Trentina vi sono due pagine dedicate a lupi e orsi. L’atteggiamento complessivo degli articoli e delle interviste è quello di favorire la buona convivenza tra uomo e grande carnivoro, un atteggiamento “politicamente corretto”  bene espresso da un’operatrice della comunicazione che lavora presso il MUSE. Il fondamento di tale atteggiamento sta nell’assunzione che vi è una pluralità di interessi in campo, che vanno contemperati: “allevatori, agricoltori, cacciatori, pastori, escursionisti”. Per realizzare tale contemperamento un articolo ricorda misure di prevenzione  di  predazioni, come “reti, recinti, cani da guardiania” fino ai box abitativi in quota, portati in elicottero, recente iniziativa della Provincia, per ospitare i guardiani degli animali domestici al pascolo.

Due osservazioni sul taglio dato da VT alle due pagine. La prima riguarda l’eclissi di ogni considerazione di “bene comune”, ridotto alla visione liberale di “contemperamento di interessi” privati. Non ogni interesse merita la medesima tutela. Se in gioco vi sono “beni comuni”, gli interessi che concorrono a realizzarli dovrebbero essere prioritari. Nel caso dei grandi predatori si sta già verificando la rinuncia di allevatori, specie di aree agricole marginali, a monticare i loro animali domestici per l’accresciuto rischio di farli diventare prede di lupi e orsi. La propaganda del “politicamente corretto” afferma che la Provincia interviene economicamente per finanziare l’acquisto di reti e per pagare i danni.  Sufficiente per evitare il ritiro dall’uso del territorio? Non pare. Di reti si finanzia solo quella (una o due) per la custodia notturna, non quelle necessarie per recintare una porzione di terreno a pascolo e gli indennizzi per le predazioni non pagano il danno morale di vedere animali curati tutto l’anno dilaniati dai predatori.  L’uso del territorio previene il suo abbandono e ciò realizza bene comune. Fuorviante equiparare l’interesse degli allevatori a quello degli escursionisti e degli animalisti, che hanno solo interesse a sapere che ci sono ancora lupi e orsi che girano per boschi e pascoli, uccidendo altri animali.

La seconda osservazione riguarda l’assoluta mancanza di attenzione alle attività agricole su territori marginali. L’antropizzazione dei territori nelle aree alpine è stata ampia. Il territorio trentino, come in generale quello della Alpi centrali, è costellato di piccole aree prative, con connesse strutture edilizie rurali, un tempo usate per la fienagione e per il pascolo nelle stagioni intermedie tra estate e inverno. Si tratta di un enorme patrimonio paesaggistico che altrove non c’è mai stato o  è andato perduto (Alpi orientali e Alpi occidentali). L’agricoltura meccanizzata cura le grandi superfici, la pastorizia i grandi pascoli. Senza agricoltori e allevatori marginali part-time, che non possono sostenere spese aggiuntive per cani da guardiania o per pagare qualche pastore di paesi poveri,  le piccole superfici, i piccoli masi, sarebbero abbandonati. Si può dire che conservarne l’uso, e non solo quello semi-turistico in poche aree, è “bene comune”? Penso di sì. L’operatrice di LifeWolfsAlp EU non ne fa cenno. Si pensa a far apparire “buono” e semplicemente selvatico il lupo, per ridurne la paura,  a tutela forse di qualche raccoglitore di funghi o di qualche turista spaventato  memore della favola di “cappuccetto rosso”, ma sulle conseguenze paesaggistiche e più largamente ecologiche dell’abbandono delle aree a prato marginali non una parola.

Per due sindaci corso di formazione su economia montana e presenza lupi

lettera non pubblicata da l’Adige

Caro Direttore,
L’Adige del 1° febbraio pubblica due interviste ai due sindaci di Folgaria e di Brentonico, comuni nei quali i lupi hanno fatto “cronaca”. Se mi consente, vorrei mettere in evidenza l’insufficienza delle loro posizioni sul problema lupi, posizioni che posso così riassumere:
1. attenzione agli interessi degli allevatori con sostegni a sistemi protettivi e rapidità nel pagamento da parte della Provincia dei danni subiti:
2. abbattimento dei lupi problematici;
3. campagna di informazione che tranquillizzi la popolazione, non usando il lupo attaccare l’uomo.
Ciò che colpisce, soprattutto da parte di sindaci di comuni di montagna con ampie superfici a prato e pascolo, è la totale non considerazione dei danni del lupo non immediati, ma nel giro di pochi anni, e non ai soli allevatori, ma all’intera popolazione e all’economia di montagna. In un’intervista a una TV locale il neo Presidente dell’Associazione Allevatori del Trentino, Giacomo Broch, ha insistito con argomentazione appropriate sullo scoraggiamento che la presenza dei lupi esercita sulla pratica di pascolo e indirettamente di taglio dell’erba delle piccole superfici a prato un tempo definite “maggenghi”. I rimedi che i due sindaci hanno ripetuto da dichiarazioni di enti e associazioni animaliste sono solo palliativi assai poco efficaci. I lupi scavalcano reti elettrificate anche le più alte oggi in produzione; il terreno irregolare assai frequente in montagna rende poi più facile il superamento della rete. Nessun allevatore trentino continuerà ad allevare e curare animali per la previsione di rimborso, anche rapido, delle predazioni subite; se le cose non cambiano, pochi anni di pazienza nell’attesa che la situazione cambi e poi smetterà. Le campagne informative hanno scarsa efficacia nel produrre il convincimento dell’innocuità per l’uomo di branchi di lupi affamati, e sempre più affamati quanto più, senza nemici, si moltiplicano rapidamente. Se poi un lupo è problematico o meno lo si sa solo dopo che ha compiuto aggressioni. La storia di Cappuccetto Rosso nessuno se la sarebbe inventata se fosse certo e impensabile che dei lupi affamati (o semplicemente cacciatori per istinto e divertimento) non aggredirebbero mai un essere umano, specie se non in grado di difendersi, come un bambino o un anziano o un handicappato nei movimenti.
Folgaria e Brentonico sono comuni montani ad alto sviluppo turistico. Tutti gli esperti di turismo vedono nella cura dell’ambiente rurale montano un fattore attrattivo. L’inselvaticamento delle valli osservabile in molta parte delle Alpi occidentali, specie francesi, ha ridotto l’attrattività turistica alle grandi stazioni alberghiere d’alta quota per gli sport invernali. Forse la campagna informativa della Provincia andrebbe fatta per i sindaci dei comuni montani, incapaci di vedere le conseguenze future dell’aver tolto ai lupi l’unico “vertice” che ne controlla la diffusione e che per secoli e millenni era stato l’uomo.
Cordiali saluti,
Renzo Gubert (allevatore a tempo parziale di asini e capre, già segretario della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, già Presidente della Commissione Agricoltura, Ambiente ed Enti locali dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, già professore ordinario all’Università di Trento di Sociologia urbano-rurale e professore a contratto di Sociologia delle Comunità locali)

Accademia Europea di Bolzano: adeguata la sua ricerca valutativa della chiusura estiva del Passo Sella?

Sul Trentino di mercoledì scorso 25 ottobre in cronaca regionale il titolo recita “Passi chiusi, soddisfatto il 97% dei turisti” e il riferimento era alla chiusura per un giorno alla settimana, in estate, del Passo Sella. A fornire lo spunto per il titolo, una ricerca compiuta dall’Accademia Europea di Bolzano sui turisti che in bicicletta o a piedi o con l’autobus sono saliti al passo nel giorno di chiusura al traffico. Sono citate riserve, ma solo degli operatori economici del passo. Gli assessori competenti delle due province, presenti alla presentazione dei risultati, si dichiarano incoraggiati ad estendere l’iniziativa a più giorni e a più passi.

Da ricercatore da cinquant’anni non posso che far rilevare l’enorme scarto tra quanto i ricercatori dell’Eurac hanno trovato con la loro ricerca e le conclusioni cui cronista, titolista e assessori pervengono.

Si può dire che è soddisfatta la quasi totalità dei turisti, se non si è intervistato un campione di tutti i turisti del periodo considerato, e non solo di quelli che il mercoledì sono saliti al Passo Sella? Una ricerca valutativa seria avrebbe dovuto considerare l’insieme dei turisti, anche coloro che il mercoledì non hanno potuto o voluto salire al Sella a piedi o in bici o in autobus. Come nasce l’iniziativa dell’Eurac? Chi ha voluto limitare l’indagine solo a quella parte di turisti?

Una ricerca valutativa seria avrebbe poi dovuto considerare non solo l’opinione dei turisti, ma anche dei residenti o dei transitanti non turisti che hanno dovuto fare a meno di una strada che loro serviva per le loro attività o per le loro relazioni.

Pare di capire che sono stati intervistati gli operatori economici che hanno la loro attività sul passo, ma nessun dato sulle loro risposte è stato reso noto, almeno nella pagina di giornale dedicata alla ricerca. Come mai? O si è trattato solo di impressioni e dichiarazioni non trattabili come rilevanti per un approccio scientifico? Nessun dato, tra l’altro, è stato fornito sul metodo di scelta del campione di turisti che sono saliti al passo nel giorno di chiusura al transito. Il dubbio che, dato il contesto, non si possa dire che si tratti di campione rappresentativo è difficile da fugare.

Di interesse il fatto che operatori economici del passo abbiano dichiarato che alla perdita di incassi nel mercoledì di chiusura corrisponda a parziale compensazione qualche maggiore incasso negli altri giorni; osserva l’articolista che evidentemente chi non può salire al passo in automobile o in moto il mercoledì, lo fa il martedì io il giovedì. Tale constatazione contraddice in modo evidente le valutazioni degli assessori provinciali competenti in materia, che celebrano la tutela ambientale che la chiusura la traffico del mercoledì raggiungerebbe e che, in omaggio alle Dolomiti patrimonio UNESCO, andrebbe estesa. Se questa è compensata, come documentato, con più traffico veicolare privato negli altri giorni, difficile sostenere che vi sia un guadagno ambientale. Più concentrazione di traffico peggiora la qualità ambientale!

Possibile che con due istituzioni universitarie e con qualificate istituzioni di ricerca, prima di estendere un’iniziativa, i responsabili sudtirolesi e trentini non si muniscano dei risultati di una seria ricerca valutativa, come s’usa da parte di amministrazioni bene attrezzate?

Passi Rolle e Sella: vittime di un ambientalismo dogmatico?

Confesso che due fatti che hanno avuto molta attenzione sui giornali locali in questi giorni mi hanno indotto a riflettere: la chiusura al traffico per un giorno alla settimana di Passo Sella e l’entusiasmo di molti di fronte all’idea di un manager de La Sportiva di eliminare da Passo Rolle gli impianti di risalita per lo sci di discesa per rendere Passo Rolle una stazione per relax e pratiche sportive “leggere”, più “naturalistiche”. Strade larghe ed asfaltate per passare da una valle all’altra, conquista degli anni Sessanta, sono viste come strumento di snaturamento della bellezza dei passi alpini. Impianti di risalita per rendere facile la discesa con gli sci, da progresso sono diventati deturpazione del paesaggio per chi alla montagna d’inverno chiede altro. Ciò che cinquanta e più anni fa era progresso, conquista, è diventato un “carico” da eliminare.
Negli anni della mia gioventù con degli amici esploravo il mondo in bicicletta. Le strade per i passi dolomitici erano strette e sterrate( il Rolle da San Martino in su), ed il rischio di cadere per le malformazioni della carreggiata era ricorrente: che sollievo quando si poté utilizzare una strada più larga ed asfaltata, da ultimo per il Passo Gobbera, il Passo Broccon, il Passo Cereda. Tramite il passo si entrava in rapporto con valli vicine. Si cominciò anche a usare del passo per lavoro o per studio nella valle vicina. Ora conta godere il passo di per sé, libero da veicoli, come se per chi non ama vedere strade o impianti di risalita non bastasse spostarsi di un po’ per avere quello che gli piace, senza costringere chi la strada usa a farne a meno o chi dall’impianto ricava utilità (e in montagna non sono tante) o piacere, a rinunciarvi.
Un tempo l’economia montana portava a fare dei corsi d’acqua i confini tra gli spazi delle comunità locali ( e ci sono ancora memorie in molti confini amministrativi, compreso Vanoi e Travignolo per restare a Primiero); la montagna era l’habitat comunitario. Poi l’economia è cambiata, le interdipendenze si sono organizzate lungo i corsi d’acqua e la montagna è divenuta solo ostacolo. Chiudere i transiti dei passi (sia pure per ora temporaneamente) o eliminare attività attrattive sui passi, da rendere più “naturali”, è un ulteriore episodio della separazione tra valli. E Rolle viene incorporato nella val di Fiemme. Decenni di inutili chiacchere per collegarlo con San Martino e Primiero; l’esposizione a valanghe della strada continua a rimanere e il collegamento degli impianti sciistici di San Martino con quelli di Rolle viene prima declassato (non più “mobilità alternativa” per poter godere di finanziamento pubblico), e poi proposto per la sepoltura con l’idea del Passo Rolle libero da impianti. Eppure non sono passati molti anni da quando esperti e politici ne proclamavano l’importanza.
La trasformazione della montagna da spazio antropizzato a “riserva naturale” sta intaccando anche i canali di comunicazione, che appaiono ormai solo “deturpanti” l’ambiente. Si fa il paio con la facilitazione all’insediamento di animali grandi predatori, orsi e lupi per ora, che alla lunga porteranno al ritiro dall’alta montagna fatta di pascoli di coloro che la usano per gli alpeggi di pecore, capre, equini, bovini. E il tutto guidato dalle élite urbane o urbanizzate, da sempre sensibili alla “naturalità” dell’ambiente dove godere il proprio tempo libero. Ma non possono goderselo altrove? Ci sono molti spazi “vergini” in montagna. Vogliono proprio far ritornare a una finta verginità un passo, (il Sella o il Rolle ora, ma poi anche altri), finta perché non propone altro che un nuovo “consumo ambientale” più alla moda per alcuni ceti intellettuali o pseudo-ambientalisti o amanti di “nuove esperienze”?
Credo che serva un momento di riflessione, specie da parte delle élites locali delle aree di montagna; non devono prestarsi a colonizzazioni che sembrano alla moda: la moda di salire su una grande strada asfaltata in bicicletta o quella godere di un paesaggio senza ingombro di impianti proprio su quella piccola parte di territorio che ha sviluppato opportunità diverse e consolidate.

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