Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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L’uso del termine razza non implica razzismo; l’ibridazione delle razze non è necessariamente un obiettivo da condividere

di il 19 gennaio 2018 in comunità, etica pubblica, migrazioni con 3 Commenti

In questi giorni vi sono state molte reazioni di scandalo per l’uso, in una trasmissione radiofonica, della parola “razza” da parte del candidato della Lega per la Presidenza della Regione Lombardia. L’accusa è di razzismo, avendo egli espresso il timore che un’immigrazione incontrollata, senza limitazioni, possa portare la “razza bianca” a diventare minoranza in Europa.
Al di là della fondatezza dell’affermazione (essa dipende dall’orizzonte temporale che si assume e dall’andamento delle economie e delle demografie), le reazioni, anche al netto delle strumentalizzazioni tipiche di un periodo di campagna elettorale, confermano una difficoltà italiana (e non solo, anche tedesca) ad usare il termine “razza”, certamente dovuta alla criminale persecuzione su base razziale, specie anti-ebraica, realizzata dal nazismo e che ha trovato parziale rispondenza anche nell’Italia dell’ultimo periodo fascista.
Nelle indagini sociologiche e nel linguaggio sociologico il concetto di razza è usato normalmente. Nel mondo anglosassone e nordamericano il termine “race relations” (relazioni razziali) designa anche una disciplina universitaria di insegnamento, oltre che sezioni di associazioni scientifiche di scienze sociali. L’uso del termine ”razza” non implica l’essere razzisti, quindi. Lo è chi su base razziale stabilisce diversità di stato giuridico, come è avvenuto nel XX secolo in Sud Africa o negli stessi Stati Uniti, o , in senso più lato, non riconosce a tutti gli uomini, indipendentemente dalla razza o dal colore della pelle, la medesima dignità.
Che l’uso del termine razza da parte di un politico contraddica il “politicamente corretto” in Italia non significa che le differenze razziali non siano di fatto tema oggetto di attenzione anche da parte di coloro che, anziché dirsi preoccupati per la crescente quota di non bianchi, si dicono a favore della “ibridazione”, sostenuta in questi giorni anche da autorevoli ecclesiastici, che altro non è che il risultato di riproduzione umana derivante da genitori di razza diversa. Parlare di ibridazione presuppone che ci siano uomini e donne diversi per razza che procreano insieme.
C’è poi chi considera razzista chi usa il termine razza perché in realtà biologicamente si constatano “continua” di caratteri tra le cosiddette “razze”, per cui le “razze” biologicamente non esisterebbero. Lo stesso colore della pelle, il carattere più evidente della differenziazione razziale, mostra una grande gradualità di sfumature, e non solo nei casi di “ibridazione”.
Nessun motivo per dubitare delle ricerche scientifiche in campo biologico-antropologico, ma, come dicono due autorevoli padri della sociologia, come Thomas e Znaniecki, anche se la “definizione di una situazione” fosse non corrispondente alla realtà, essa ha conseguenze reali, e l’esistenza di differenti razze umane fa parte in tutta l’umanità della “definizione della situazione”. Che i confini tra razze non siano netti non smentisce, peraltro, il fatto che tra bianchi, neri, gialli e rossi (per usare termini di uso comune) vi siano differenze riconoscibili. E da quando mondo è mondo è altresì noto che in generale i simili amano stare con i propri simili e tra i criteri di somiglianza vi sono lingua, costume, tradizioni, religione, etnia o nazione, status socio-economico e anche colore della pelle o conformazione somatica (dai piccoli pigmei e ottentotti ai glabri gialli, ai robusti mongoli ai longilinei nord-europei e negri nilotici dell’Africa centro-orientale e così via.
C’è chi reputa insopportabile vivere con i propri simili perché ama avere diversità attorno a sé? Legittimo. Ma non imponga le sue preferenze a tutti. E’ sufficiente garantire a tutti uguale dignità, che non implica mescolanze e indifferenziazioni delle collettività che si organizzano per provvedere al loro comune futuro.

Un monumento a Trento per Mauro Rostagno? Quali le sue virtù nel periodo trentino?

Il Trentino del 20 dicembre dedica due intere pagine a Mauro Rostagno. Se ne analizzano le “mille vite”, una o due delle quali a Trento, se ne ricorda la condanna per aver creato le condizioni , al circolo Macondo, dell’uso di stupefacenti, le sue varie esperienze successive che si sono concluse con il suo assassinio probabilmente per la sua lotta alla mafia. Essendo la fonte principale delle informazioni Marco Boato, leader studentesco prima a lui alternativo, ma poi suo compagno di Lotta Continua, il quadro per quanto concerne l’esperienza trentina non poteva che essere “laudativo” come quello, in altre occasioni, fornito dai contestatori sessantottini. Tuttavia una pagina e mezza del suo giornale aiuta a tracciare un profilo di interesse, senza acritiche eccessive santificazioni.

Si stacca da questo taglio la mezza pagina del Trentino con la quale si accusa Trento di “perdere tempo” nell’erigere a Rostagno un monumento (su iniziativa di un gruppo di nostalgici di Rostagno), mentre invece Torino lo celebra. Se la celebrazione torinese è quel murale riportato in foto nel suo giornale, mi sembra più espressione dei dipintori notturni di pareti spoglie che un riconoscimento pubblico, che semmai si coglie nell’intitolazione di un piazzale (immagino di periferia; siamo lontani dalle celebrazioni di Cavour, Garibaldi, Vittorio Emanuele, e altri, che hanno stravolto anche in Trentino la toponomastica tradizionale pre-annessione). In ogni caso che ragioni avrebbe Trento di celebrare Rostagno? Unica possibile ragione positiva la sua lotta antimafia in Sicilia, come molti, anche vittime, non celebrati a Trento da monumenti. Ve ne sono altre di negative e proprio riguardanti il periodo passato da Rostagno a Trento.

Di quali virtù Rostagno sarebbe testimone a Trento? Non certo di studente modello, se ha fatto saltare le luci a Sociologia per poter copiare, con i suoi compagni, una prova d’esame di matematica; non certo di esponente modello della protesta studentesca contro l’autoritarismo accademico (peraltro episodico a Trento), se in riunioni a Villa Tambosi cercava di porre rivendicazioni alle quali le autorità accademiche non potessero dare risposta positiva, perché il suo obiettivo non era di rendere meno autoritaria l’università, bensì quella di fare la rivoluzione politica; non certo di residente trentino amante della città di Trento, se il suo giudizio su Trento e i trentini era sprezzante (come quello di quasi tutti i contestatori di allora), non comprendendone, invece, i tratti di una cultura civile di lunga tradizione; non certo di democratico, viste le prevaricazioni autoritarie di assemblee e occupazioni; e per finire, non certo di giovane esemplare nella propria vita privata familiare, riconosciuto utilizzatore di numerose infatuazioni femminili “compagne rivoluzionarie”. Ma si sa, i numerosi “amori” per qualcuno, sono un tratto della “grandezza” di una persona! Ma per fortuna ci sono altre grandezze, anche nella vita privata, come quelle di Degasperi e Moro.

Rostagno ha lasciato Trento prima di terminare gli studi per andare a Milano a far la rivoluzione. Trento non era per lui il posto adatto, troppo piccola, poco industriale, culturalmente arretrata. E ha trascinato con sé compagni e compagne. L’amicizia con Curcio, della quale parla il giornale, non mi sembrava poi così visibile, anzi. Tra i due diverso era l’approccio politico, anche nelle assemblee, più sensibile a Freud quello di Curcio. Curcio studente viveva lavorando nella segreteria di un vicesindaco socialista di Trento mentre Rostagno non si sapeva di che cosa vivesse (si diceva che fosse pagato dal PSIUP). Uno studente che a Trento si occupava solo di sollevare la protesta col fine della rivoluzione di che cosa viveva? Più esemplari i molti studenti-lavoratori che lavoravano per poter studiare o quelli che vivevano del pre-salario, che perdevano se non ottenevano risultati sopra la media agli esami, e guai perderne uno. Curcio ha avuto il difetto di fare quello che Rostagno diceva: usare la violenza, anche armata, per la rivoluzione. Erano in tanti a dirlo tra i contestatori di allora: alcuni coerenti lo hanno fatto; altri, più furbastri, lo hanno solo detto, altri ancora negano di averlo mai detto. E Marco Boato ne è testimone.

Spero proprio che il Comune di Trento ci ripensi alla celebrazione con monumento: basta e avanza la targa dedicata a Rostagno a Sociologia. Per fortuna, sobria, ma a mio avviso anch’essa di troppo.

Conta lo stupire, più del fare bene il proprio compito.

Le cronache di questi giorni non cessano di stupire: c’è una voglia di far qualcosa fuori dall’ordinario in modo da creare la sensazione della trasgressione, del violare regole e consuetudini. Basti leggere l’Adige del 10 dicembre.

La più strana delle iniziative è quella del MUSE, che organizza per 80 euri a testa una notte in museo, con “veline”, aperitivo con biscotti fatti di grilli (poveri grilli, neppur loro si salvano), discussione sul sesso nelle piante, bivacco notturno con sacchi a pelo. Così fanno noti musei a Londra e a New York; bravo il MUSE trentino: è il primo in Italia! Deve stupire.

Poi c’è chi s’è inventato a Trento la “notte bianca” per la festa dell’Immacolata Concezione; non bastano i mercatini a mercificare Natale; c’è un’altra festa fuori dall’ordinario da utilizzare per far soldi, stupire e divertirsi con musiche e balli, l’Immacolata. Se poi qualche vandalo devasta un presepio in Piazza Vittoria o se qualcuno pesta dei vigili che richiamano all’obbligo di contenere i volumi della musica, tutto sommato si può sopportare. La notte bianca è stata un successo decreta Nicola Maschio in una cronaca del suo giornale, che nella stessa pagina titola in grande “L’aggressione” a vigili e carabinieri. Come si combinino queste cronache è difficile capirlo.

A Primiero le suore cappuccine di clausura non paiono accontentarsi della vita di contemplazione: organizzano una serata con mussulmani sufi e con induisti, con discorsi, musiche, canti della montagna. Bello dialogare con culture diverse, anche se di induisti a Primiero non ne ho visti e i mussulmani, pochi, non mi pare appartengano alla setta dei sufi, mistici di musica e danza fino al “trance”.

A San Giovanni di Fassa, nuovo comune, attrezzano il Municipio con una sala polivalente, sì, ma pensata anche per il ballo. 850.000 euri il costo. “Scelta originale” la definisce l’articolo di cronaca, intitolato “Tutti in municipio a ballare”. Con cucina.

E si potrebbe continuare con altre iniziative durante l’anno, altre “notti magiche”, feste gay, corse funambolesche, palazzi storici importanti destinati alla gastronomia, ….. basta stupire, fare qualcosa fuori dall’ordinario. I musei non si accontentano di essere musei; gli amministratori (e gli esercenti) non si contentano di fornire buoni servizi, ma devono “divertire”, “attrarre”, vedere le città affollate anche quando di norma si dovrebbe stare a casa in compagnia dei propri cari; le feste religiose sono viste come occasione di affari e di consumi, le suore di clausura non si accontentano nel silenzio di pregare, meditare e lavorare per il loro sostentamento; i sindaci vogliono che nel loro municipio si possa suonare e ballare, divertirsi. Ma se si tratta di conservare memoria architettonica della Trento industriale, come le due belle e slanciate ciminiere Italcementi, sfida verticale umana, preoccupano i soldi da spendere; se si tratta di costruire bacini d’acqua per irrigare gli orti della Val di Gresta si aspetta che in mezza valle siano abbandonati, se si tratta di accorciare le liste d’attesa per una visita specialistica, si confida nelle tasche dei cittadini che ne hanno bisogno e vanno a pagamento; se la ricerca umanistica e sociale langue per carenza di fondi, si scarica in modo inefficace l’onere o sullo stato o sull’Unione Europea; se lupi e orsi devastano le attività dei piccoli allevatori marginali ci si limita a votare contro ad assurde norme nazionali-europee, e così via per i molti aspetti della vita “ordinaria”. Ci si accontenta di regole per le preferenze, come se gli elettori e le elettrici che apprezzano il “genio femminile” in politica non avessero potuto già prima votare donne che lo esprimono in modo adeguato. Perché non si accetta la “normalità”?

Proposta di alcuni sindaci per una formazione civica in Trentino: elementi da chiarire

LA PROPOSTA CIVICA DI ALCUNI SINDACI: VALUTAZIONI PROVVISORIE
Si parla spesso di una prospettiva “civica”, che dovrebbe sostituire gli approcci politici, specie a livello locale, basati su ideologie. Cosa si intenda per formazione civica, lista civica, riferimento ai valori del civismo è divenuto, tuttavia, sempre meno chiaro. Il documento presentato da alcuni sindaci trentini nei giorni scorsi chiarisce solo in parte. Cos’è l’ideologia, alla quale il civismo è alternativo? Se ideologia è il mascheramento “culturale” di interessi più o meno nascosti, il civismo vuole giustamente essere in modo opposto rapporto diretto con gli interessi popolari (ma solo questo il senso del popolarismo richiamato?).Se ideologia è l’elaborazione culturale di orientamenti di valore per una loro traducibilità in scelte politiche, il civismo non può evitare di adottare prospettive ideologiche. Quali sono? Delle tre parole d’ordine del documento dei sindaci passate sulla stampa, popolarismo, autonomismo e laicismo, le ultime due e forse anche la prima riguardano questioni di metodo; solo il popolarismo potrebbe esprimere contenuti, ma se non è inteso solo come “rapporto con il popolo”, ma come esperienza storica ispirata al pensiero sociale cristiano. Non è utile rimanere nell’ambiguità. L’autonomismo dice dei livelli territoriali di libertà di decidere (principio di sussidiarietà, di natura “regolativa”) e il “laicismo” (assai meglio parlare di “laicità”, cosa diversa dal laicismo) dice dell’autonomia da dare a Cesare, senza metter di mezzo Dio o le Chiese.
In Trentino vi è una lunga tradizione di liste civiche, espressione dello spirito comunitario locale, che rifiutava le divisioni connesse alla dialettica ideologica nazionale. Esso è stato espressione della cultura comunitaria, caratterizzata dall’importanza assegnata alla religione, alla solidarietà familiare e al legame con il territorio locale. E’ a questo civismo che si ispirano i sindaci?. Nella cultura della comunità trentina è però cresciuta la secolarizzazione, si è infragilita la famiglia, è diminuita la portata del sentimento di appartenenza al luogo e alla comunità locale. Se in precedenza il riferimento ai valori era implicito nel semplice riferimento al civismo locale, con la modernizzazione in atto non lo è più, essendo la cultura dei trentini divisa in ragione dell’accettazione o meno delle direzioni di cambiamento in atto come obiettivi da perseguire. Serve chiarezza al riguardo.
Diverso il civismo ridotto a metodo nella costruzione delle decisioni politico-amministrative dal civismo orientato a valori, che prende “parte” (diventa “partito”?), la parte che ritiene importante che le nuove generazioni non crescano solo nella ricerca del “benessere” materiale, che la famiglia non diventi sempre più fragile, che la vita umana sia tutelata e difesa sempre, che la solidarietà comunitaria cresca, che vi siano possibilità di studio e lavoro per tutti.
L’auspicio è che l’iniziativa civica di alcuni sindaci esca dalla genericità, che chiarisca come il popolarismo del loro civismo ha lo stesso sapore di quello che espresse Luigi Sturzo, che era anche autonomista e rispettoso della laicità della politica. Porre la questione al riguardo di “a chi servirà l’iniziativa civica”, se al centrodestra o al centrosinistra, è una trappola che immiserisce.

Note su posizioni di uomini di Chiesa su migrazioni e su ineluttabilità della fine della comunità (parrocchiale)

di il 24 maggio 2017 in comunità, religione con Nessun commento

Accanto ai complimenti per una Vita Trentina sempre più ricca di contenuti e all’augurio che, “via la pietra”, (bel titolo dell’ultimo numero del 16 aprile) riscopriamo l’importanza anche per la nostra speranza di vita, del sepolcro vuoto per la resurrezione di Cristo, mi permetto qualche osservazione.
La prima riguarda l’intervento di Gian Carlo Perego direttore generale della Fondazione Migrantes e vescovo eletto – ma i vescovi non sono nominati?- di Ferrara-Comacchio. Nel valutare criticamente alcuni recenti orientamenti del Governo in merito agli immigrati senza visto di ingresso (volti a rendere un po’ meno lenta e un po’ meno inefficace la procedura di valutazione delle richieste di asilo), sembra non distinguere chiaramente i casi di coloro che fuggono da morte e persecuzione (meritevoli di asilo) da coloro che immigrano eludendo le procedure di legge al solo scopo di migliorare le loro condizioni di vita. In virtù di accordi internazionali ai primi vanno riconosciuti “diritti”, mentre i secondi sono tenuto a osservare le leggi che regolano l’immigrazione. Di questo dovere, di questo rispetto della “legalità” non c’è traccia nell’intervento di Gian Carlo Perego, che, anzi, invita a trovare modalità di eluderla, quasi che vi sia un diritto universale di migrare dove si desidera e un diritto di chi ha tale convinzione di facilitare l’entrata irregolare di vuole immigrare.

Accanto al giusto richiamo a rafforzare la cooperazione internazionale per offrire opportunità di vita migliori nei paesi di partenza dei migranti, il Direttore della Fondazione Migrantes auspica anche che si sospenda la vendita di armi a certi paesi. Vi è già una regolazione della materia e se vi sono violazioni di essa serve intervenire, ma occorre prendere atto che la vendita di armi da parte di un paese non per definizione porta a un aumento di conflitti armati in altri paesi. Le armi possono servire a mantenere l’ordine sociale e la pace interna e internazionale e comperarle invece di costruirsele in casa non è un male di per sé.

Anche sull’accoglienza dei minori non accompagnati servirebbe qualche prudenza in più: nulla da dire su chi si dice strumentalmente appena sotto i diciotto anni per sfruttare un diritto pensato per situazioni più drammatiche di abbandono?

La seconda osservazione riguarda l’intervento di Piergiorgio Cattani, molto articolato. Alla comunità parrocchiale, in crisi, non più capace di fornire “un’educazione alla fede” andrebbe per Cattani sostituita una parrocchia di grandi dimensioni (con più preti), articolata in piccoli e piccolissimi gruppi diversificati. E’ suo anche il dubbio che tale proposta possa trovare realizzazione. Vorrei, da “sociologo delle comunità locali” far notare che da molti decenni ormai alla scuola di pensiero sulla “dissoluzione” (individualista) delle comunità locali, (cui sembra ispirarsi Cattani) se ne affianca un’altra, “comunitarista”, secondo la quale la comunità può essere “costruita” proprio a partire anche dalla “prossimità residenziale”. Molti anni fa invitai a Trento il sociologo americano Edward Shils, a parlare proprio su tale prospettiva. Perché la fede non può aiutare a costruire comunità tra chi ha la stessa scuola materna per i figli, la medesima scuola elementare, i medesimi giardini pubblici, i medesimi negozi di vicinato, il medesimo bar, il medesimo impianto sportivo, ecc.? Ciò non esclude che siano attivi piccoli gruppi e movimenti magari a scala territoriale più ampia, ma da sociologo vorrei invitare a riflettere sulla diffusione di tale associazionismo, certamente più selettivo, meno adatto a interessare il comune fedele, che si accontenta di partecipare alla messa festiva, di far battezzare i figli, educarli a giovarsi e giovarsi personalmente dei sacramenti della penitenza, dell’eucarestia, della cresima, del matrimonio e dell’unzione degli infermi, di chiedere la presenza del prete nel momento della morte e della sepoltura di un proprio caro, di impegnarsi occasionalmente in qualche attività di carità o di testimonianza. E’ troppo poco? Sinceramente mi pare molto, ed è il molto che già offre l’attuale parrocchia. Ridotta a semplice erogatrice di servizi, come afferma Cattani? Mi pare ingeneroso verso i parroci e i loro preti collaboratori (un mio figlio è uno di questi) e ingeneroso verso i “fratelli di fede”, cristiani “ordinari”.

I “minimi” fuori mercato: un mondo da valorizzare

di il 24 maggio 2017 in agricoltura, comunità con Nessun commento

Leggo su l’Adige del giorno della Festa della Liberazione una lettera di Michele Lucianer, che ho conosciuto personalmente al funerale di suo padre Dario Lucianer, uno dei “grandi vecchi” della DC (poi Centro Popolare), il quale in modo simpatico alla Festa dei partigiani vorrebbe aggiungere quella della liberazione dalle lettere di Gubert, pubblicando le quali Lei continua ad affliggere i lettori. Come può un professore di sociologia rurale trasformarsi in un “uomo della gastronomia primordiale” si chiede e chiede a me Lucianer? E della primordialità della gastronomia sarebbero indicatori la polenta fatta sul “spolèr”, per dirla alla primierotta, le “luganeghe de musat”, da gustare al maso, rimasto di sua proprietà non avendogli tolto la nuova politica che una parte modesta dei soldi “privilegiati” che gli servono per pagare il mutuo per la sua ristrutturazione.

Capisco che per uno che vive nel “golfo della pianura padana” com’è la Val D’Adige, che è cresciuto in una famiglia di commercianti, io possa costituire un “caso clinico” da studiare; non credo di esserlo per quella parte di trentini che abitano nelle valli più scoscese e periferiche e che provengono da famiglia contadina, per di più povera. Gli animali a fine carriera non si facevano (e non si fanno) incenerire, il cibo non veniva cotto e la cucina non veniva riscaldata con il petrolio o il gas trasportato per migliaia di chilometri con costi a carico del destinatario, ma con la legna “da fare” ogni anno nel bosco, di proprietà o più spesso di uso civico, il maso di mezza montagna non si usava come “buen retiro” (personalmente non lo ho mai usato come tale), ma come base per far pascolare i pochi animali specie in autunno e soprattutto per tagliare l’erba e seccarla in fieno per l’inverno. Se Lucianer vuole fare ogni tanto un’esperienza di fatica, gli offro di venire a tagliare l’erba e a portare il fieno nel fienile nel “buen retiro”, alias “maso”, sopra Pieve, (per il quale ho pagato per gennaio e febbraio 40 euri di bolletta elettrica senza neppure accendere una lampadina) a servizio di un prato ripidissimo, diviso un tempo fra tre proprietari (uno dei quali una mia nonna, Turra Orsola), del quale è stato evitato il degrado grazie al mutuo di cui sopra.

Michele Lucianer pensa che il movente principale del mio scrivere siano modesti interessi personali; questi non sono che lo spunto per richiamare l’attenzione dei responsabili delle scelte che gravano su un “mondo minore”, specie agricolo, specie orientato all’autoconsumo, scelte che penalizzano tale mondo in nome della “modernità” che vede positivamente solo tutto ciò che passa per il mercato. La “post-modernità” da decenni ha evidenziato le unilateralità della modernità. E così la qualità fa premio sulla quantità, il mercato “a chilometri zero” fa premio sul mercato globalizzato. Se ne sono accorti in molti, ma restano pur sempre i “minimi”, quelli fuori mercato, che pure svolgono funzioni importanti per il benessere collettivo, magari anche solo ambientale e paesaggistico (quanti prati abbandonati se si dovesse fare affidamento solo sugli agricoltori per il mercato!), quelli che non hanno uffici studi e addetti alla pubbliche relazioni o sindacato di categoria che ne salvaguardano gli interessi. Perché un sociologo che viene da questo mondo di “minimi”, visto che Lei, Direttore, è aperto, specie un sociologo rurale che ha visto tale attenzione sviluppata anche altrove in Europa (come non ricordare Pierre Boisseau, in Francia), dovrebbe tacere di fronte a scelte che lo penalizza? Per evitare che uomini con altra esperienza ne fraintendano quanto dice o scrive, riducendo tutto a gretto egoismo e a primordiale gastronomia?

Chiude a Primiero il convento dei Cappuccini; si perde un pezzo di identità, ma autorità civili e religiose hanno fatto il possibile?

Con domenica prossima 12 febbraio i frati cappuccini di Primiero salutano i fedeli e lasciano il convento, dopo circa novanta anni di presenza. Lo fanno per decisione, annunciata con una bella lettera, del responsabile della provincia veneta padre (ora fra) Roberto Genoin (alla quale quella trentina è stato aggregata), in difficoltà a mantenere aperti i conventi per la diminuzione di persone che scelgono di essere religiosi della famiglia cappuccina, parte di quella francescana. Si sono già presentate positivamente sulla stampa le suore clarisse cappuccine di Fabriano, che da tempo volevano lasciare Fabriano e che, tra le varie possibilità di scelta, in Trentino e altrove, hanno chiesto insediarsi a Primiero, certamente una località più attrattiva di altre offerte. I danni subiti dal loro convento per i recenti terremoti in Italia centrale hanno indotto ad accelerare di alcuni mesi il trasferimento.
Per alcune generazioni di primierotti la presenza dei cappuccini era ed è significativa. Portando il solo caso personale, lo è stata per mio padre, che accompagnava regolarmente i fratelli cappuccini nella questua per raccogliere, di inverno, su slittoni, legna da ardere e letame per l’orto; lo è stata per me, chierichetto dalla seconda elementare fino ai 15 anni (con il record, d’estate, di 13 messe consecutive di preti e frati ospiti, servite in una mattina, con pausa colazione, a partire dalle 5.30, quando ancora non c’era la concelebrazione) e accompagnatore-facchino per la questua di granoturco da polenta e di fagioli e da molti anni ora lettore alla messa domenicale. Ma tale presenza è stata significativa per tutta la comunità, trovandosi tra l’altro il convento, con la chiesa dedicata a San Antonio da Padova, all’intersezione centrale tra i comuni di Tonadico, Transacqua e Fiera, centro del nuovo comune unificato, in prossimità della sede della Comunità. Si può ricordare come due delle figure dipinte sulla facciata della chiesa della Madonna dell’Aiuto, in centro a Fiera, sono due frati cappuccini del convento, fra Simone, figura storica della presenza cappuccina, e padre Cornelio, figura aristocratica di asceta, intellettuale anche nei suoi sermoni. Ma i frati avevano un ruolo esteso a tutta la valle soprattutto in occasione delle annuali confessioni pasquali: lunghe file di uomini al confessionale, perché i frati si diceva fossero “ più larghi de manega” e soprattutto perché gli uomini non volevano confessare i peccati al loro parroco. Ma la presenza di primierotti era grande anche per le indulgenze del “Perdon di Assisi”. Sempre poi affollatissime le messe nei mesi estivi, e anche negli altri il sabato sera e la domenica alle 11, con presenze nel coro e dietro l’altare. Pure il Movimento dei Focolari ha una delle sue radici nella chiesa dei cappuccini.
Come la stampa ha dato notizia, sono state raccolte circa 1600 firme di fedeli (anche via internet, con l’aiuto del figlio Daniele),per indurre i responsabili a non chiudere il convento , oltre che per ringraziare i cappuccini della loro lunga presenza e queste sono state personalmente portate da Bruno Simion, già sindaco di Fiera, e da me al padre provinciale a Mestre. Non siamo riusciti a far cambiare decisione. Dal colloquio avuto, cordiale ma franco, con il padre provinciale ci è stata illustrata la difficile situazione nella quale versano le presenze cappuccine in Trentino. Abbiamo avuto l’impressione che in altri casi (vedi Terzolas) si siano mosse anche le autorità locali per far riaprire con successo una presenza. Non risultano che lo abbiano fatto le autorità locali, né civili né religiose, di Primiero; queste ultime, anzi, avrebbero garantito il servizio religioso alla comunità di suore, su impegno anche del vescovo, forse per evitare che venissero a mancare anche le suore. Ma se si fosse scoraggiato l’insediamento delle suore, inducendole a sceglierne un altro, magari già vuoto, si ,sarebbe ugualmente chiuso il convento di Primiero, dove ci sono due padri validissimi, non anziani, anzi uno molto giovane? . Non occorre essere sociologi per capire come nel prendere decisioni, che in questo caso spettano ovviamente in piena autonomia ai responsabili dell’ordine religioso, si tenga conto di una pluralità di elementi. Tra questi nel caso di Primiero, è mancata la presenza attiva delle autorità locali. Queste di solito si mobilitano se chiude o si trasferisce un’impresa significativa o qualche servizio alla popolazione; viene il dubbio che la chiusura di un convento sia ritenuta invecedalle autorità civili non importante per una comunità, che pur nella quasi totalità è di religione cattolica. E non si tratta di una sorta di rispetto della laicità dell’amministrazione: il sindaco è esemplarmente presente ed interviene positivamente in occasione di manifestazioni religiose. Spero che almeno alla messa di addio di domenica prossima il sindaco ci sia e possa quanto meno testimoniare la riconoscenza per i molti decenni di presenza cappuccina a Primiero: non lasci questo compito solo alla lettera sottoscritta dai circa 1600 cittadini (di Primiero e alcune anche di ospiti), né pensi di non farlo perché l’iniziativa della raccolta di firme ha visto come protagonista un consigliere di opposizione, Paolo Simion..

APPENDICE: COMMENTO A RISPOSTA PICCATA DEL SINDACO DI PRIMIERO S.M.C. Daniele Depaoli pubblicata su l’Adige:
Leggo con piacere, in cronaca di Primiero del 9 febbraio, che, come dichiara il sindaco, l’amministrazione comunale di Primiero San Martino di Castrozza, e gli altri sindaci della valle parteciperanno alla messa delle 11 di domenica prossima, nella chiesa dei Cappuccini, per ringraziare della presenza cappuccina che, dopo una novantina d’anni, si chiude. Verrà offerto persino un pranzo. Mi ha invece negativamente sorpreso l’accusa che il sindaco mi fa di aver voluto strumentalizzare politicamente e demagogicamente la chiusura del convento, ritenendo egli di non dover accettare consigli da nessuno sul cosa fare. Frequentando sempre la chiesa dei cappuccini e parlando con alcuni fedeli, ho rilevato che nessuno aveva presente che il sindaco si fosse attivato per evitare la chiusura del convento, e anzi, qualcuno, mi invitava a fare qualcosa, percependo erratamente un ex-parlamentare, ex già da 11 anni, ancora come uno avente influenza. Ciò che si è saputo pubblicamente è che il sindaco avrebbe risposto a una interrogazione del consigliere di minoranza Simion, senza recepire la sollecitazione ad attivarsi. Poi più niente. Non mi pare neppure che vi sia stato qualche sostegno da parte del sindaco o degli amministratori alla raccolta di firme. Mi sorprende, anche, che il sindaco abbia rinunciato a pressioni dopo che gli è stato detto che la decisione da parte del Provinciale era già stata presa; come ogni persona che si occupa di decisioni, sa che queste possono essere cambiate; è successo e succede, se vi sono pressioni adeguate e ragionevoli. Può anche succedere che si torni sui propri passi. E per sapere se ciò si possa ottenere, non lo si può certo chiedere a chi una decisione l’ha appena presa! Voglio, infine, rassicurare il sindaco che non ho alcuna intenzione di strumentalizzare politicamente una vicenda; se lo si volesse fare, esisterebbero molti altri importanti motivi per farlo, da inadempienze agli impegni presi nello Statuto alle difficoltà di organizzare l’unificazione, per non parlare di problemi gravi aperti di tipo economico e infrastrutturale. Rispetto le difficoltà di un avviamento stentato. Anche se la percezione diffusa tra la gente che il Comune non ha esercitato pressione per ottenere la permanenza dei cappuccini (della quale mi sono fatto portavoce) fosse sbagliata, anziché irritarsi e dichiarare di non tollerare critiche sarebbe stato meglio ringraziare chi ha promosso la raccolta di firme e le ha portate a Mestre: quanto meno ha reso più caldo e popolare il ringraziamento ai cappuccini.

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