Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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etica pubblica

Teoria gender e programmi integrativi nelle scuole:sbagliato evitarlo?

Sul Trentino del 31 dicembre sono riportate dichiarazioni del cons.Ghezzi e della cons. Ferrari, duramente critiche nei confronti della Giunta provinciale per aver sospeso corsi integrativi scolastici inerenti parità di genere al fine di verificare se tali corsi non fossero lo strumento per educare bambini e ragazzi alla “teoria del gender”, ossia la teoria secondo la quale l’identità sessuale sarebbe una “costruzione sociale”.

Mi auguro che la passata Giunta provinciale non abbia avallato per anni programmi scolastici integrativi che propongano agli alunni simili posizioni culturali, ma certo la veemenza con la quale i due consiglieri sopra citati hanno reagito fanno sospettare che gli amministratori di sinistra della scorsa legislatura abbiano paura che la loro operazione culturale, volta a somministrare, anche in dosi omeopatiche, la teoria del gender, venga disvelata. E per cominciare negano che una “teoria del gender” esista, il modo che ritengono più efficace per non farne scoprirne gli elementi in alcuni programmi da loro finanziati.

L’accusa alla Giunta Fugatti e agli assessori competenti al riguardo, sarebbe di essere un Giunta etica. Sorprende che uomini di cultura non abbiano coscienza del fatto che l’etica è connaturata alla politica. Questa persegue il bene comune. E il giudizio su ciò che è bene o non lo sia è proprio un giudizio etico. Quanto Ghezzi e Ferrari sostengono, ossia l’educazione degli alunni a sfuggire agli elementi di identità sessuale dovuti alla “costruzione sociale”, per essi è un bene, mentre è un male non farlo. La loro scelta, come tutte quelle politiche, deriva da valutazioni etiche. La differenza tra la Giunta Fugatti e i responsabili delle politiche relative alla scuola e alla parità uomo-donna della precedente legislatura è che differisce l’etica. E se si approfondisce un po’, a voler imporre le proprie valutazioni etiche nel proprio agire amministrativo, erano stati questi ultimi, mentre la Giunta Fugatti vuole salvaguardare la primaria responsabilità educativa dei genitori, riconsegnando a loro, come la Costituzione vuole, le decisioni circa l’educazione sessuale.

La cons. Ferrari giustamente cita la diversità di uomo e donna, che merita anche per lei rispetto; tuttavia nega che da questa diversità possano discendere scelte diverse tra uomo e donna. Si tratta di una posizione ideologica di stampo vetero-femminista. Corrisponde all’esperienza comune, fondata anche su ricerche scientifiche, che le diversità tra uomo e donna nel cervello, nei ritmi biologici in età fertile, nella configurazione somatica, nelle potenzialità generative, ecc., che vi siano diversità medie tra uomini e donne, diversità che aprono a complementarietà uomo-donna che danno fondamento solido al rapporto di coppia e influiscono sui rapporti educativi, ma non solo, tra padre, madre e figli. Il constatare che tali diversità uomo-donna hanno conseguenze in parte diverse in società diverse non autorizza a considerare da rimuovere tali differenze, come fossero un condizionamento negativo. Saranno le autonome dinamiche sociali a produrre i cambiamenti, ma senza la pretesa che essi non siano a loro volta “costruzioni sociali” basati su differenze che costruzioni sociali e stereotipi non sono.

Sono i corsi miranti a cambiare, per via politico-amministrativa, i modi di interpretare la propria identità sessuale, ad essere di impronta autoritaria. Ed è quanto fatto dai sostenitori della “teoria del gender”. Bene, quindi, ha fatto la Giunta Fugatti a cautelarsi al riguardo, proprio per non continuare in un’impostazione autoritaria.

Presepi, crocefissi: contro laicità ed espressione di strumentalizzazione?

Sui giornali locali si ripetono prese di posizione critiche di orientamenti assunti dalla nuova Giunta Provinciale, in particolare dal suo Presidente Fugatti e dall’assessore Bisesti, in merito a sorveglianza della Chiesa di Santa Maria Maggiore a Trento, chiesa che fu adibita ad aula del Concilio di Trento, e all’invito a mantenere i simboli della civiltà cristiana nelle scuole, quali il crocefisso e, per il periodo natalizio, il presepe.

Due i rilievi per lo più mossi dai critici: la laicità dello stato e l’indegnità morale di coloro che mentre valorizzano luoghi e simboli del cristianesimo, di questo negherebbero fondamentali principi morali nel modo nel quale è regolato il fenomeno migratorio e il trattamento degli immigrati. Nel suo stesso editoriale dell’ultimo numero di VT pare indirettamente dire che le nuove regole non rispetterebbero i fondamentali diritti umani, richiamando la celebrazione del 70°anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani.

Nell’intervento di Dialogo aperto di Ruggero Morandi c’è già traccia di un diverso modo di concepire la laicità rispetto a quella adottata da tanti cristiani, mutuata da quella giacobina francese. E’ il modo nord-americano, già evidenziato da Alexis de Tocqueville. L’apporto alla cultura e alla politica da parte di confessioni religiose non va sterilizzato in nome dello stato fondato su una sorta di religione civile (la “dea ragione”), bensì accolto e valorizzato. Nel caso dell’Italia, dell’Europa e di tutte le culture che hanno vissuto secoli di cristianesimo, si può e si deve andare oltre anche la visione “nord-americana”, in quanto il cristianesimo come civiltà non è una delle confessioni religiose, ma quella che ha costituito la stessa identità culturale e sociale. Qualche lettera pubblicata ha richiamato il patrimonio artistico, e si può dire di ogni arte, dalla pittura alla scultura, dalla musica all’architettura, ma si deve richiamare anche lo stesso calendario ritmato dalle festività, la stessa filosofia e la nascita delle scienze naturali e sociali. Se si dovessero escludere dal legittimo rilievo pubblico tutte le espressioni di cultura che derivano dalla civiltà cristiana, l’Italia, l’Europa e molte altre parti dell’umanità sarebbero private del rilievo pubblico della loro identità. E’ cresciuta la secolarizzazione, ma gli elementi di identità cristiana sono rimasti centrali. Perché chi è deputato a perseguire quella parte di bene comune che pertiene alla politica dovrebbe sentirsi impedito di tutelare tali elementi, pena sentirsi definire clericale, integralista, ecc.? Lo stesso insegnamento della religione cattolica nelle scuole è un’espressione di avveduta laicità.

E passando al secondo rilievo, quello più mosso da alcuni ambienti cattolici, si continua a non capire come sia dovere del cristiano impegnato in politica il perseguimento del bene comune. Leggi e provvedimenti amministrativi devono essere orientati ad assicurare il bene di tutti. L’osservanza delle leggi, specie se assunte in modo democratico, è un dovere morale. Come già ho avuto modo di osservare in altra occasione, la Dichiarazione universale dei diritti umani, non prevede affatto il dovere degli stati di accogliere tutti coloro che desiderano stabilirvisi. Ogni stato può fissare delle regole ed è dovere civile osservarle. Se uno Stato ha firmato delle convenzioni internazionali ha l’obbligo di osservarle, ma non consta che lo Stato italiano le violi, neppure con le ultime decisioni democraticamente assunte. Cosa c’è di immorale, di indegno, se delle forze politiche agiscono secondo la visione di bene comune, tra l’altro condivise da tutti gli stati? Solo una visione integralista del cristianesimo pretende che l’invito all’accoglienza di ogni persona in nome della fratellanza universale si traduca in dovere di emanare norme civili che accolgano tutti coloro che vogliono stabilirsi in una comunità statuale. L’insegnamento della Chiesa, anche quello trasmesso dai Papi, compreso Papa Francesco, ha sempre riconosciuto il dovere degli Stati di determinare i flussi migratori in funzione del bene comune e in una precedente lettera a Vita Trentina li avevo segnalati. Ma anche ammesso, e non concesso, che chi stabilisce tali limiti pecchi contro Dio e contro gli uomini, non deve valere per lui il valore della misericordia? Questo vale solo per chi uccide esseri umani nel ventre materno, mette in crisi per proprio egoismo la propria famiglia, tradisce le promesse di fedeltà al proprio coniuge, non si propone di controllare eventuali pulsioni a vivere una sessualità disordinata, non si cura dell’educazione dei figli, viola i precetti della Chiesa? Più modestamente ci si dovrebbe limitare all’invito a curare in modo adeguato la transizione da un regime a un altro, in modo ragionevole

Controllare i flussi di immigrazione non è manifestazione di razzismo

di il 11 Settembre 2018 in etica pubblica, migrazioni con Nessun commento

Varie misure di controllo dell’immigrazione ed episodi di aggressioni, anche in Italia, a persone non bianche sono state occasione per lanciare l’allarme di un nascente razzismo italiano, assai pericoloso dati i precedenti storici che hanno portato a persecuzioni e a gravi discriminazioni verso persone definite di “razza diversa”, di “razza inferiore”. Si citano le politiche al riguardo del nazismo tedesco (cui anche l’Italia fascista ha in parte ceduto), dei bianchi in Sud Africa prima dell’indipendenza, ma anche dei bianchi nei confronti dei neri negli USA fino alle lotte di Martin Luther King.
Capisco che chi si oppone alle misure di controllo dell’immigrazione tenda a qualificarle come espressione di razzismo: il giudizio generalmente molto negativo nei confronti di questo viene fatto riverberare sulle politiche di controllo dell’immigrazione Tuttavia per onestà intellettuale si dovrebbe a mio avviso distinguere bene due fenomeni, quello del razzismo e quello del controllo dei flussi migratori. Il razzismo, oltre a enfatizzare le differenze “razziali” tra le persone, afferma la superiorità di una razza su tutte le altre o su una o più delle altre e ciò fornisce la legittimazione di misure discriminatorie nei confronti di chi è ritenuto di razza inferiore. Il controllo dei flussi migratori, invece, è espressione della volontà di una comunità (etnica, nazionale, territoriale) di decidere chi è ammesso a farne parte e quali sono le procedure per farlo. Lo stato moderno valorizza le comunanze etnico-nazionali e la residenza territoriale, ma in altre epoche la cittadinanza aveva altri principi organizzativi. Per rifarsi a un esempio noto a molti, Paolo di Tarso, a differenza di Pietro, aveva la cittadinanza romana, pur essendo entrambi ebrei.
Confondere il razzismo con la volontà di controllare i confini di appartenenza a una comunità civile è un’operazione intellettualmente errata (quando non è disonesta). Si può, certo, desiderare che tra gli uomini scompaiano tutti i confini, che gli uomini si sentano tutti membri di un’unica comunità civile (stato universale). Ma di fatto tra gli uomini si parlano lingue diverse, seguono religioni diverse, hanno fini diversi, vivono costumi diversi, per cui il convivere più vicini con chi parla la stessa lingua, crede nella medesima religione, ha la medesima concezione del come regolare le scelte collettive, e così via, è finora parsa la soluzione che meglio garantisce la pacifica convivenza. Troppa diversità di cultura. di storia, crea difficoltà maggiori e conflitti. Stabilire dei confini tra comunità politiche e controllare i flussi di persone, cose, messaggi attraverso essi è stata una soluzione intelligente. Altrimenti si tornerebbe a movimenti incontrollati, come nelle epoche delle crisi dei sistemi politici; si pensi per es.ai flussi di popolazioni al tramonto dell’impero romano, incontrollabili e causa di rovine.
Diversità culturali possono associarsi a diversità comunemente definite come “razziali”, perché così sono percepite principalmente in base al colore della pelle. Razzismo sarebbe stabilire regole diverse solo a seconda dell’appartenenza razziale. Ma non è razzismo se il controllo dei flussi in base a comunanze o lontananze culturali, di lingua, di costume, di religione, ecc. porta a distinguere chi è ammesso e chi no a far parte della comunità politica. Ovviamente fatti salve le convenzioni tra comunità politiche a tutela del diritto alla vita.
L’Europa a fatica cammina verso una riduzione della portata dei confini tra gli stati che ne fanno parte. Si discute tra sovranisti ed europeisti. I processi di fusione o di confederazione delle comunità politiche sono lenti e possono subire rallentamenti e fallimenti. Sbagliato qualificare di espressione di razzismo le misure che gli stati e l’Unione Europea assumono per controllare i flussi di persone attraverso i loro confini. Neppure la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, massima espressione di “universalismo”, prevede che uno stato non possa regolare i flussi in entrata di popolazioni. Immagino che non si possa giungere a qualificare tale Dichiarazione come “razzista”!

Reticenze nell’ammettere di aver indebitamente accreditato l’attendibilità di un’indagine sulla religiosità

Lettera al direttore del giornale Trentino Alberto Faustini,
leggo sul Trentino del 24 gennaio la lettera da me inviatale quasi una ventina di giorni fa in merito a quanto il giornale da Lei diretto riportava, il 7 gennaio, con grande rilievo, dei risultati di un’indagine sulla religiosità in Italia condotta da Community Media Research e la ringrazio. Ho dubitato che intendesse pubblicarla, date le critiche che avanzavo.
Avrei la colpa di non conoscere (o di non voler conoscere, lei sospetta) il prof. Marini, direttore dell’agenzia di ricerca. Sul sito web dell’agenzia che dirige apprendo che è un professore associato a Padova, con multiforme attività di ricerca e come giornalista. Sarà a causa della mia avanzata età che mi porta a non partecipare che occasionalmente a convegni di sociologia dove si conoscono i colleghi, ma non sono uso a valutare i risultati di indagini dal nome di chi le dirige.

Altra colpa che mi addebita, quella di non essermi informato sul metodo seguito dalla ricerca di Community Media Resarch, pubblicato sul sito della stessa. Le sarei grato se mi fornisce l’indirizzo web giusto; su quello che ho trovato, intitolato proprio all’agenzia, ho trovato solo articoli di giornale. Del resto, a merito del Trentino, avevo notato che le notizie sul metodo erano state pubblicate in calce all’articolo sui risultati, cosa non fatta frequentemente.

Lei specifica, nella nota di commento alla mia lettera, il significato delle sigle sulle tecniche usate per le interviste, tutte fatte via mezzi elettronici. Mi fa rilevare che la tecnica CATI (intervista telefonica) è usata per ovviare ai difetti degli altri metodi via computer. Peccato che non garantisca la non selettività. Pensi a quante telefonate riceviamo quasi quotidianamente da persone non conosciute; il più delle volte non si risponde, infastiditi. E quanti non sono negli elenchi, o hanno solo un portatile? E del resto che le persone intervistate siano state poco più di un decimo delle persone contattate è la riprova più evidente dell’operare di fattori selettivi. Se si aggiunge, poi, la necessità di ponderare i risultati per rispettare delle quote, riproporzionamento reso necessario dal non rispetto della stratificazione della popolazione secondo alcuni caratteri, non resta che insistere sulla assenza di garanzie probabilistiche sulle rappresentatività del campione e sul margine di errore. Mi sarei atteso che almeno il numero di intervistati nel Trentino -Alto Adige, meglio se distinto per italiani e tedeschi, lo avesse scritto nella sua nota. Non si vuole renderlo noto? Che sia più alto che in altre indagini nulla toglie alla mia obiezione. Se il numero è molto basso, come del tutto probabile in un campione nazionale, presentare solo percentuali serve a ingannare il lettore; l’affidabilità di quelle percentuali è propria bassissima.

Da ultimo rispondo alla sua curiosità: come mai mi sono interessato solo a questa ricerca di Community Media Research, dato che il Trentino ha pubblicato anche i risultati di altre indagini. La risposta è la più semplice: mi occupo di valori, anche in serie indagini internazionali, da oltre quarant’anni e sono stato responsabile per l’Italia dell’European Values Study e del World Values Survey. Il valore che, in base ai dati, più di altri ha conseguenze su altri orientamenti di valore è la religiosità. L’agenzia di ricerca che Lei segue si occupa per lo più di argomenti che sono assai periferici per i miei interessi scientifici. Ovvia, quindi, l’attenzione ai risultati di una ricerca sulla religiosità, tanto più che presenta risultati come “rappresentativi” con stretto margine di errore. Purtroppo, invece, l’affidabilità di quella ricerca non è statisticamente controllabile. Per i gruppi di ricerca scientifica seria, come quello citato dell’EVS, vi è un team di metodologi della ricerca tra i più competenti in Europa e per massimizzare l’attendibilità dei risultati ha fatto seguire procedure adeguate (le più adeguate possibile) non quelle che costano meno.

Mi dispiace che abbia preso un po’ di traverso i miei rilievi. Le assicuro che li ho fatti “in scienza e coscienza”.

Malcostume di pubblicare risultati di sondaggi vantandone l’attendibilità scientifica

Al direttore de l’Adige Pierangelo Giovanetti,
Lei nell’editoriale di domenica 21 gennaio giustamente denuncia la lamentevole situazione della comunità trentina nel garantirsi buona capacità politica a livello nazionale nella scelta delle candidature al Parlamento. Vorrei dirle che le cose non vanno diversamente quanto ad attendibilità delle notizie che vengono diffuse su giornali e riviste in merito a risultati di ricerche cosiddette “scientifiche” in campo sociologico.
Sui giornali, anche locali, non è raro imbattersi in ampi spazi dedicati alla presentazione di risultati di indagini sociologiche, in particolare quando questi possono colpire l’attenzione dei lettori o confermerebbero dinamiche sociali gradite a direttori ed editori.
Quasi mai i giornali si fanno carico di rendere noti i metodi di ricerca impiegati (campioni e tecniche di somministrazione di questionari o interviste) e quando lo fanno perché chi ha fatto l’indagine vanta attendibilità dei dati, spesso proprio la metodologia impiegata dimostra esattamente il contrario, ossia l’inattendibilità dei risultati. Se lo si fa rilevare al direttore, questi ringrazia, ma non pubblica i rilievi critici.
Ho avuto modo di curare, in posizione di responsabilità per l’Italia, più rilevazioni novennali dell’indagine sui valori dell’European Values Study e una rilevazione del World Values Survey e sono venuto a diretto contatto con il mondo delle varie “agenzie di ricerca” che si offrono di eseguire rilevazioni per conto di committenti. Alcune si rifiutano di farle seguendo criteri di affidabilità scientifica e altre accettano di farlo, ma con costi assai più elevati del normale. I preventivi sono così alti che anche committenti scientifici (università, enti di ricerca) rinunciano talora all’attendibilità dei risultati.
L’attendibilità (sempre probabilistica), di una survey, studiata dalla metodologia della ricerca e dalla statistica inferenziale, si basa su requisiti di base senza i quali nulla possono dire tali discipline: la principale è la casualità con la quale si scelgono le persone da intervistare (o altre entità delle quali si studiano i caratteri, come ad es. i comuni). Anche se si parte da un campione rappresentativo, le procedure possono portare ad alterarla in modo irrimediabile. In un’indagine nazionale cui un quotidiano ha recentemente dedicato attenzione, per es. su 13.413 contatti con persone, solo 1561 sono andati a buon fine, ossia poco più del 10%. Non si dice se le oltre tredicimila persone contattate siano state scelte con criteri di casualità (se ne può dubitare), ma anche lo fossero, i fattori selettivi intervenuti, per cui solo una persona su 10 è stata poi inclusa nel campione, toglie agli intervistati qualsiasi rappresentatività controllabile scientificamente.
Nella stessa indagine, come in moltissime curate da agenzie di ricerca, si usano, poi, sistemi di intervista tramite mezzi elettronici (telefono, posta elettronica, altri metodi con uso di computer e smartphone), che già da soli implicano una netta selezione degli intervistati, privilegiando i più istruiti, i più giovani, i più reperibili. Altro metodo quello di andare per strada o di casa in casa scegliendo persone che si incontrano o che sono reperibili e disposte a spendere parte del proprio tempo per l’intervista. Si stabiliscono quote di persone da intervistare per sesso, età, forse istruzione, ma ciò non elimina la selettività delle persone. Si ponderano i risultati in modo da rimediare ad es. alle basse quote intervistate di alcune categorie di persone (per sesso, età, istruzione, cittadinanza), ma anche ciò non rimedia al fatto che le minori quote relative ad alcune categorie non siano rappresentative. Non è che, ad es, raddoppiando o triplicando il peso dei pochi anziani intervistati si considerino gli anziani che non hanno computer o smartphone, ma essi possono avere opinioni e situazioni diverse dagli altri. Non rappresentativi, quindi, i risultati e ridicolo calcolare margini massimi probabilistici di errore sulla base della scienza statistica.
Altro errore nascosto e non rilevato è il riportare dati di un’indagine nazionale, sezionandola per regione o per provincia. Si presentano percentuali, senza dire che al di sotto di certe numerosità e in carenza di rappresentatività regionale o provinciale, quei dati non sono affidabili. La buona rappresentatività, fosse anche garantita a livello nazionale, non lo è a livello infra-nazionale, salvo che le numerosità e i criteri di campionamento e di rilevazione non fossero stati previsti con tale scopo, fatto di solito non previsto per indagini nazionali per gli alti costi. E per il Trentino Alto Adige i subcampioni sono così piccoli da non consentire attendibilità alcuna. Eppure si pubblicano e se ne vanta l’attendibilità.
In periodo di frequente uso di indagini sulle preferenze elettorali, un’avvertenza in proposito ai lettori mi sembra utile. La sensibilità di agenzie di rilevazione agli interessi di chi le paga è più che possibile, e. come si sa, chi le paga sa che nella vita sociale operano meccanismi di “profezia che si autoadempie”.

L’uso del termine razza non implica razzismo; l’ibridazione delle razze non è necessariamente un obiettivo da condividere

di il 19 Gennaio 2018 in comunità, etica pubblica, migrazioni con 3 Commenti

In questi giorni vi sono state molte reazioni di scandalo per l’uso, in una trasmissione radiofonica, della parola “razza” da parte del candidato della Lega per la Presidenza della Regione Lombardia. L’accusa è di razzismo, avendo egli espresso il timore che un’immigrazione incontrollata, senza limitazioni, possa portare la “razza bianca” a diventare minoranza in Europa.
Al di là della fondatezza dell’affermazione (essa dipende dall’orizzonte temporale che si assume e dall’andamento delle economie e delle demografie), le reazioni, anche al netto delle strumentalizzazioni tipiche di un periodo di campagna elettorale, confermano una difficoltà italiana (e non solo, anche tedesca) ad usare il termine “razza”, certamente dovuta alla criminale persecuzione su base razziale, specie anti-ebraica, realizzata dal nazismo e che ha trovato parziale rispondenza anche nell’Italia dell’ultimo periodo fascista.
Nelle indagini sociologiche e nel linguaggio sociologico il concetto di razza è usato normalmente. Nel mondo anglosassone e nordamericano il termine “race relations” (relazioni razziali) designa anche una disciplina universitaria di insegnamento, oltre che sezioni di associazioni scientifiche di scienze sociali. L’uso del termine ”razza” non implica l’essere razzisti, quindi. Lo è chi su base razziale stabilisce diversità di stato giuridico, come è avvenuto nel XX secolo in Sud Africa o negli stessi Stati Uniti, o , in senso più lato, non riconosce a tutti gli uomini, indipendentemente dalla razza o dal colore della pelle, la medesima dignità.
Che l’uso del termine razza da parte di un politico contraddica il “politicamente corretto” in Italia non significa che le differenze razziali non siano di fatto tema oggetto di attenzione anche da parte di coloro che, anziché dirsi preoccupati per la crescente quota di non bianchi, si dicono a favore della “ibridazione”, sostenuta in questi giorni anche da autorevoli ecclesiastici, che altro non è che il risultato di riproduzione umana derivante da genitori di razza diversa. Parlare di ibridazione presuppone che ci siano uomini e donne diversi per razza che procreano insieme.
C’è poi chi considera razzista chi usa il termine razza perché in realtà biologicamente si constatano “continua” di caratteri tra le cosiddette “razze”, per cui le “razze” biologicamente non esisterebbero. Lo stesso colore della pelle, il carattere più evidente della differenziazione razziale, mostra una grande gradualità di sfumature, e non solo nei casi di “ibridazione”.
Nessun motivo per dubitare delle ricerche scientifiche in campo biologico-antropologico, ma, come dicono due autorevoli padri della sociologia, come Thomas e Znaniecki, anche se la “definizione di una situazione” fosse non corrispondente alla realtà, essa ha conseguenze reali, e l’esistenza di differenti razze umane fa parte in tutta l’umanità della “definizione della situazione”. Che i confini tra razze non siano netti non smentisce, peraltro, il fatto che tra bianchi, neri, gialli e rossi (per usare termini di uso comune) vi siano differenze riconoscibili. E da quando mondo è mondo è altresì noto che in generale i simili amano stare con i propri simili e tra i criteri di somiglianza vi sono lingua, costume, tradizioni, religione, etnia o nazione, status socio-economico e anche colore della pelle o conformazione somatica (dai piccoli pigmei e ottentotti ai glabri gialli, ai robusti mongoli ai longilinei nord-europei e negri nilotici dell’Africa centro-orientale e così via.
C’è chi reputa insopportabile vivere con i propri simili perché ama avere diversità attorno a sé? Legittimo. Ma non imponga le sue preferenze a tutti. E’ sufficiente garantire a tutti uguale dignità, che non implica mescolanze e indifferenziazioni delle collettività che si organizzano per provvedere al loro comune futuro.

Immigrati: accoglienza incondizionata nuovo comandamento per i cattolici? Lettera ad Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana

di il 14 Gennaio 2018 in etica pubblica, migrazioni, religione con 2 Commenti

al Direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio
Avvenire, insieme a larga parte delle autorità ecclesiali, a cominciare da Papa Bergoglio, non cessa di richiamare i cristiani e le autorità civili all’accoglienza di coloro che lasciano la propria terra in cerca di un futuro migliore. Evidente il riferimento, tra gli altri, ai criteri, secondo il racconto evangelico, del giudizio di Dio l’ultimo giorno o al comandamento dell’amore del prossimo.

D’altro lato sempre le autorità ecclesiali hanno richiamato e richiamano i cristiani al dovere di contribuire al perseguimento del bene comune, anche tramite l’impegno politico. Risulta assai dubbio che il bene comune, sia nelle società di partenza che in quelle di arrivo dei migranti, consista nel non regolare i flussi di persone. E regolare implica anche stabilire dei filtri, quanto meno in entrata. E stabilire dei filtri in entrata significa non accogliere, respingere, accogliere per poi rimandare indietro. Inoltre il perseguire il bene comune richiede anche un impegno per lo sviluppo di tutti i popoli (“Populorum progressio” di Paolo VI) in modo che sia rispettato il diritto a non dover emigrare, diritto richiamato non spesso da Papa Bergoglio, ma che lo fu diffusamente da parte dei parroci e dei vescovi all’epoca dell’emigrazione italiana a cavallo tra XIX e XX secolo, che rimproveravano gli amministratori pubblici di non essere attivi nel creare le condizioni per evitare decisioni migratorie.

Infine vi è la questione del rispetto della legalità. Non vale per chi non rispetta le regole fissate per poter immigrare? Va da sè che nel caso di rifugiati l’unica legge è quella dell’obbligo di soccorso, ma non si ha nulla da dire verso il costume di rivendicare lo status di rifugiato in mancanza dei presupposti o quello di inviare i propri figli minori, alla soglia della maggiore età, per godere dello status di “minore non accompagnato”?

Sarebbe un aiuto ai laici cristiani, e non solo a quelli impegnati in politica, se le autorità ecclesiali e lo stesso Avvenire spiegassero come si possono comporre i diversi criteri di comportamento, tutti fondati sui principi cristiani. E’ stato fatto per adattare i principi di fratellanza universale all’economia di mercato (si veda ad es. l’annosa questione degli interessi sul capitale prestato). Possibile che non si possa fare per adattarli all’esigenza di governare i flussi di popolazione?

NB Lettera non pubblicata finora; è la seconda dopo che alla prima Tarquinio mi ha telefonato lamentandosi delle mie critiche. (Sono abbonato da molti anni ad Avvenire e non uso disturbare il giornale, ma la sua unilateralità sul tema immigrazione è ormai insopportabile)

Il malcostume di dire “rappresentative della popolazione” indagini che non lo sono- l’esempio di un’indagine sulla religiosità pubblicata dal Trentino

Al Direttore del “Trentino” Alberto Faustini,
mi scuserà se già in altre occasioni mi sono sentito in dovere di ricorrere al sapere della mia professione di sociologo per ridimensionare quanto qualcuno riporta come dati “rappresentativi” dati che emergono da sondaggi che invece rappresentativi non sono. Mi pare un servizio ai lettori.
Sul Trentino di domenica 7 gennaio è dato ampio spazio ai risultati di una ricerca di Community Media Research (che non conosco) che dimostrerebbe l’affievolimento della dimensione del sacro, riportando dati sulle tre Venezie. A parte evidenti errori di impaginazione come nel caso della quota di cattolici nel Friuli-Venezia Giulia (scritta al 33,3%, invertendola con quella di coloro che dicono di non aver nessuna religione, 62,9%), ciò che preoccupa è che, grazie alla doverosa nota metodologica pubblicata in calce, mancano i minimi requisiti per qualificare i risultati come “rappresentativi” della popolazione italiana di maggiore età. La società Questlab, che ha curato la metodologia della ricerca, ha reso un cattivo servizio a Community Media Research. La questione fondamentale sta nel non aver assicurato nell’indagine la casualità nella scelta delle persone da contattare. E senza casualità non c’è modo di assicurare rappresentatività. Se su 13.413 contatti sono andati a buon fine 1.561, ossia poco più del 10%, è certo, che hanno operato fattori selettivi dei rispondenti veramente imponenti anche solo rispetto ai contattati. Ma neppure i contatti sono stati casuali, in quanto selezionati tra quelli che sono dotati di computer o altri metodi di contatto elettronico. Ma non tutti gli italiani sono dotati di computer e non tutti quelli dotati di computer sono in grado di interloquire su un questionario sottoposto. Basti pensare agli anziani, a coloro che hanno basso o bassissimo livello di istruzione o basso o bassissimo status occupazionale o a coloro che diffidano di intervistatori sconosciuti.
La doppia presenza di effetti selettivi non casuali delle persone contattate e tra esse di quelle intervistate, evidente a tutti, sarebbe stata rimediata, secondo la nota, dal “riproporzionamento” del campione intervistato in base ad alcuni caratteri (sesso, età, istruzione, professione, territorio), ma non basta dare più peso ad es, agli anziani intervistati per rimediare al fatto che quegli anziani intervistati non rappresentano l’insieme degli anziani. Il riproporzionamento dà l’illusione di ottenere dati affidabili, può contribuire ad ovviare ad alcune distorsioni, ma non rimedia affatto alle distorsioni provocate da effetti selettivi che hanno escluso dall’indagine determinate persone. Il dare più peso ai pochi anziani del campione, ad es., non elimina il fatto che tra gli anziani intervistati non vi siano coloro che non usano il computer per essere intervistati. Del tutta fasullo, quindi, il margine di errore del 2,5% dichiarato.
Si aggiunga un’altra considerazione: se su tutta Italia sono stati intervistate circa 1500 persone, quante sono quelle intervistate in Trentino-Alto Adige? Non basta presentare percentuali, se i valori assoluti di persone intervistate sono esigui. E il milione e poco più di abitanti della nostra regione non sono che un sessantesimo degli italiani, pari a circa 25 persone intervistate (magari solo ricostruite su una base ancora minore). Come si fa a presentare dati percentuali su basi assolute così esigue, senza nemmeno avvertire di ciò il lettore? E poi erano trentine o altoatesine, e queste italiane o del gruppo tedesco? Le varie realtà regionali differiscono molto in fatto di religiosità. Da oltre trent’anni seguo e curo le ricerche dell’European Values Study e pur avendo campioni nazionali anche più ampi, per presentare dati regionali di qualche senso, ho sempre provveduto ad aggregare tutte e tre le Tre Venezie.
A scusante di chi ha presentato i dati, posso solo dire che quanto fatto è quello che offre di norma il mercato delle agenzie che curano surveys, attente più a far soldi che a fornire dati attendibili, complice anche l’interesse dei committenti (non tutti) a credere di dire qualcosa sulla realtà a poco prezzo. Ma avendo Trento in casa un Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, potrebbe essere prudente avvalersi delle sue competenze scientifiche, quanto meno per avvertire e servire meglio i lettori.
NB Lettera non pubblicata finora dal “Trentino”

Un monumento a Trento per Mauro Rostagno? Quali le sue virtù nel periodo trentino?

Il Trentino del 20 dicembre dedica due intere pagine a Mauro Rostagno. Se ne analizzano le “mille vite”, una o due delle quali a Trento, se ne ricorda la condanna per aver creato le condizioni , al circolo Macondo, dell’uso di stupefacenti, le sue varie esperienze successive che si sono concluse con il suo assassinio probabilmente per la sua lotta alla mafia. Essendo la fonte principale delle informazioni Marco Boato, leader studentesco prima a lui alternativo, ma poi suo compagno di Lotta Continua, il quadro per quanto concerne l’esperienza trentina non poteva che essere “laudativo” come quello, in altre occasioni, fornito dai contestatori sessantottini. Tuttavia una pagina e mezza del suo giornale aiuta a tracciare un profilo di interesse, senza acritiche eccessive santificazioni.

Si stacca da questo taglio la mezza pagina del Trentino con la quale si accusa Trento di “perdere tempo” nell’erigere a Rostagno un monumento (su iniziativa di un gruppo di nostalgici di Rostagno), mentre invece Torino lo celebra. Se la celebrazione torinese è quel murale riportato in foto nel suo giornale, mi sembra più espressione dei dipintori notturni di pareti spoglie che un riconoscimento pubblico, che semmai si coglie nell’intitolazione di un piazzale (immagino di periferia; siamo lontani dalle celebrazioni di Cavour, Garibaldi, Vittorio Emanuele, e altri, che hanno stravolto anche in Trentino la toponomastica tradizionale pre-annessione). In ogni caso che ragioni avrebbe Trento di celebrare Rostagno? Unica possibile ragione positiva la sua lotta antimafia in Sicilia, come molti, anche vittime, non celebrati a Trento da monumenti. Ve ne sono altre di negative e proprio riguardanti il periodo passato da Rostagno a Trento.

Di quali virtù Rostagno sarebbe testimone a Trento? Non certo di studente modello, se ha fatto saltare le luci a Sociologia per poter copiare, con i suoi compagni, una prova d’esame di matematica; non certo di esponente modello della protesta studentesca contro l’autoritarismo accademico (peraltro episodico a Trento), se in riunioni a Villa Tambosi cercava di porre rivendicazioni alle quali le autorità accademiche non potessero dare risposta positiva, perché il suo obiettivo non era di rendere meno autoritaria l’università, bensì quella di fare la rivoluzione politica; non certo di residente trentino amante della città di Trento, se il suo giudizio su Trento e i trentini era sprezzante (come quello di quasi tutti i contestatori di allora), non comprendendone, invece, i tratti di una cultura civile di lunga tradizione; non certo di democratico, viste le prevaricazioni autoritarie di assemblee e occupazioni; e per finire, non certo di giovane esemplare nella propria vita privata familiare, riconosciuto utilizzatore di numerose infatuazioni femminili “compagne rivoluzionarie”. Ma si sa, i numerosi “amori” per qualcuno, sono un tratto della “grandezza” di una persona! Ma per fortuna ci sono altre grandezze, anche nella vita privata, come quelle di Degasperi e Moro.

Rostagno ha lasciato Trento prima di terminare gli studi per andare a Milano a far la rivoluzione. Trento non era per lui il posto adatto, troppo piccola, poco industriale, culturalmente arretrata. E ha trascinato con sé compagni e compagne. L’amicizia con Curcio, della quale parla il giornale, non mi sembrava poi così visibile, anzi. Tra i due diverso era l’approccio politico, anche nelle assemblee, più sensibile a Freud quello di Curcio. Curcio studente viveva lavorando nella segreteria di un vicesindaco socialista di Trento mentre Rostagno non si sapeva di che cosa vivesse (si diceva che fosse pagato dal PSIUP). Uno studente che a Trento si occupava solo di sollevare la protesta col fine della rivoluzione di che cosa viveva? Più esemplari i molti studenti-lavoratori che lavoravano per poter studiare o quelli che vivevano del pre-salario, che perdevano se non ottenevano risultati sopra la media agli esami, e guai perderne uno. Curcio ha avuto il difetto di fare quello che Rostagno diceva: usare la violenza, anche armata, per la rivoluzione. Erano in tanti a dirlo tra i contestatori di allora: alcuni coerenti lo hanno fatto; altri, più furbastri, lo hanno solo detto, altri ancora negano di averlo mai detto. E Marco Boato ne è testimone.

Spero proprio che il Comune di Trento ci ripensi alla celebrazione con monumento: basta e avanza la targa dedicata a Rostagno a Sociologia. Per fortuna, sobria, ma a mio avviso anch’essa di troppo.

Gay Pride a Trento per celebrare i cinquant’anni di liberazione della sessualità del ’68 a Sociologia: indebito riferimento

E’ di questi giorni la notizia che il Comune di Trento ha autorizzato la manifestazione di Dolomiti Gay Pride (Orgoglio Gay) per il prossimo 9 giugno. Poiché in altre occasioni autorità municipali hanno negato il permesso a manifestazioni per la loro natura giudicata negativa (rispetto ai valori assunti come positivi), sarebbe interessante capire se in questo caso non si è fatta una valutazione su positività-negatività dei valori testimoniati, basando la decisione, in questa occasione, sul criterio di garantire una assoluta libertà di manifestazione oppure se si è dato un giudizio positivo o quanto meno non negativo dei contenuti e degli obiettivi della manifestazione di orgoglio dei gay della regione dolomitica (facendola forse rientrare nella promozione delle Dolomiti?). Aiuterebbe a capire Alessandro Andreatta, sindaco, e la sua Giunta in cui sono presenti esponenti di movimenti cattolici, di popolari e di autonomisti PATT.

Mi è capitato casualmente di assistere a manifestazioni Gay Pride in altre città italiane ed europee. Scena lascive di amoreggiamento omosessuale sono di norma esibite in pubblico. Se lo facessero due normali fidanzati, maschio e femmina, in una via del centro urbano potrebbero essere richiamati o multati dall’autorità addetta al garantire decoro e buon costume. Capisco che dei gay vogliano esibire in pubblico le loro tendenze e i loro comportamenti di coppia (esibizionisti ci sono sempre stati), ma non mi sembra che questo aiuti l’educazione dei bambini, dei ragazzi e dei giovani. Se il fine ufficiale dichiarato dagli organizzatori fosse quello di rivendicare piena accettazione di comportamenti omosessuali in pubblico fino al mimo di rapporti sessuali (come avviene), basterebbe un’indagine sociologica che confronti gli atteggiamenti della gente prima delle manifestazioni gay e dopo per scoprire come, con assoluta probabilità, l’esibizione omosessuale lasciva crei più rifiuto che accettazione. Questo lo sanno anche i promotori, ma il loro obiettivo è rafforzare le repulsioni, per poter poi lamentarsene.

Mi ha sorpreso il richiamo che gli organizzatori del gay pride hanno fatto al ’68 a Trento, del quale ricorre il prossimo anno il cinquantenario. Evidentemente essi (e mi pare che vi sia anche un docente in carica dell’università trentina) non hanno un’immagine giusta del tipo di “liberazione sessuale” predicata e praticata nel ’68 da quella minoranza di studenti che hanno occupato e manifestato. Nelle aule universitarie occupate, come nel Santa Chiara occupato e trasformato in “comune”, si praticava la promiscuità sessuale, rapporti tra studenti e studentesse, con il ben fornito “harem” del “capo dei capi”, cui il Comune di Trento vuole edificare un monumento. L’omosessualità era ancora considerata un’anormalità, praticata in modo nascosto da pochi (ricordo Pasolini a Roma), non qualcosa di cui essere orgogliosi. Si giudicava la famiglia una struttura autoritaria, mentre oggi i movimenti gay rivendicano il diritto degli omosessuali di fare famiglia, un rovesciamento di posizione rispetto al ’68. Lasciamo stare il ’68 a Trento; è una vernice all’orgoglio gay che non attacca, si stacca, per lasciare vedere la nudità povera di una situazione che richiede in molti casi comprensione, ma nessun orgoglio da celebrare.

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