Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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famiglia

Omicidio di Agitu: colpa della concezione patriarcale della famiglia?

di il 6 Gennaio 2021 in famiglia, migrazioni con Nessun commento
Caro Direttore, nelle pagine della rubrica “Opinioni” del Trentino di fine anno è pubblicato un articolo di Paola Morini, esponente di un osservatorio sulle violenze contro le donne. L’articolo sostiene che l’omicidio della signora Agitu Ideo Gudeta da parte di un suo operaio agricolo del Ghana è dovuto alla cultura patriarcale, che legittimerebbe l’uso della violenza degli uomini sulle donne, percepite come “inferiori”. La tesi mi appare poco convincente. La violenza omicida nel caso della pastora di origine etiope nulla ha a che fare con la struttura familiare. L’omicida non ha motivato il suo atto per affermare la supremazia come maschio in un rapporto familiare, ma per una mensilità non corrisposta (a suo dire) dalla sua datrice di lavoro. Rapporti di lavoro, non rapporti familiari. In base alle mie esperienze d’Africa, talune anche drammatiche, è la facilità o meno al ricorso alla violenza a far la differenza, mancando in molte culture africane subsahariane la millenaria esperienza europea di civiltà cristiana, che insegna l’amore e il rispetto dell’altro, mancando in molte realtà africane uno spirito civico che riconosce solo allo stato, e dopo procedure prestabilite, il diritto a stabilire torti e ragioni e ad impiegare la forza per far rispettare le ragioni. E così il farsi giustizia da sé è costume che nel migliore dei casi è regolato dalla tradizione o dal consiglio degli anziani. Nella regione ugandese che ho conosciuto lo Stato era pressoché assente, mancavano apparati statali di controllo appena un po’ efficaci, comprese le prigioni dove custodire i colpevoli. Forse nel Ghana, luogo da dove proviene l’omicida, la situazione è migliore, ma non certo tale da assomigliare alla situazione delle società europee. Che la struttura patriarcale della famiglia possa non avere un ruolo nel generare omicidi della donna potrebbe essere provato esaminando dati statistici al riguardo. L’Osservatorio di cui è esponente Paola Marini potrebbe condurre qualche analisi. La cultura patriarcale stabilisce gerarchie di potere decisionale, tra l’altro diverse a seconda del campo delle decisioni da prendere; esiste un capo-famiglia. La riforma del diritto di famiglia, voluta in Italia da un parlamento per iniziativa sostenuta da forte presenza democratico-cristiana, ha sancito la parità tra i coniugi anche nello stabilire gli indirizzi della vita familiare, ed è stato un progresso, ma non so se abbia ridotto conflittualità e violenze tra uomo e donna. Le radici dell’uso della violenza sono ben più profonde e non mi pare attingano linfa e nutrimento dalle religioni, che per questo dovrebbero liberarsi dal “fardello della tradizione patriarcale” come invece afferma Morini. L’apostolo Paolo e più in generale la Bibbia condividevano l’idea che la famiglia avesse un capo-famiglia, ma non mi pare che a ciò si possano attribuire colpe per l’uso della violenza, specie fra estranei come nel caso della pastore etiope e dell’operaio agricolo ghanese. Rendere omaggio a luoghi comuni, come frequente in certi ambienti intellettuali e politici, non mi pare renda un buon servizio allo sradicamento dell’uso della violenza.

Inviato al Trentino ma non pubblicato

Orari esercizi commerciali e festività

di il 15 Luglio 2020 in COMMERCIO, famiglia, religione con Nessun commento

Congresso mondiale sulla famiglia a Verona; giuste le critiche di area cattolica di essere troppo di parte?

Penso giusto in una rubrica intitolata “Dialogo aperto”, non limitarsi a dire la propria, ma rispondere a chi esprime critiche a quanto si è detto, sperando che ciò sia la premessa per far crescere il dialogo nella comunità cristiana. Per questo Le scrivo in risposta a una lettera pubblicata su V.T. del 14 aprile a firma di Giuseppe Valentini (che non conosco). La mia lettera pubblicata la settimana precedente, critica nei confronti del Suo editoriale in merito al Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona, gli ha lasciato “ l’amaro in bocca”. Vengo accusato, assieme all’autrice di un’altra lettera, di non “leggere la parola fondante della famiglia stessa: amore e accoglienza”. Non capisco il nesso con quanto avevo rilevato criticamente, ossia l’accusa da Lei mossa al Congresso di Verona di essere “di parte” e il rilievo prioritario che i cattolici dovrebbero dare al problema demografico anziché ai problemi dell’aborto e della natura della famiglia, unione stabile di uomo e donna aperta alla procreazione. Perché quanto da me rilevato sarebbe trascurare il fondamento della famiglia, ossia amore e accoglienza, o addirittura espressione di “supponenza se non odio”?

Il problema, per Valentini, starebbe nel non essere “accoglienti” verso le diversità. Certamente ho cercato e cerco di educare i miei cinque figli e le mie quattro figlie a vivere la loro sessualità in modo normale, vale a dire in accordo con il loro sesso genetico e biologico e mi dispiacerebbe se ciò non accadesse. Se ci fossero dei problemi (per ora grazie a Dio non ci sono), cercherei di aiutarli per superarli, come mi auguro che cultura, scienza e politica cerchino di aiutare a superarli coloro che ne soffrono. Lo stesso vale per le scelte di fare famiglia; cerco di far capire ai miei figli che i rapporti sessuali non sono un gioco erotico, ma vanno riservati alla coppia che ha assunto le sue responsabilità reciproche e verso i figli. Da cristiani i rapporti sessuali assumono in più un significato ancora più grande, quello di essere “sacramento di Grazia” l’uno per l’altro. E cerco di conseguenza che cultura e politica si pongano l’obiettivo di favorire la stabilità della famiglia, la fedeltà tra i coniugi, e cerco che la Chiesa non abbia timore a dire, come fece un vescovo di New York, Fulton Sheen, che è bene “essere in tre per sposarsi” (e il terzo è Dio) e che ha un grande valore la verginità prima del matrimonio, tra l’altro occasione per approfondire i rapporti di coppia anche sul piano spirituale e culturale, premessa per la stabilità futura. E per questo sarei sordo ai principi morali dell’accoglienza e dell’amore?

Ancor più strano il richiamo di tali principi che Valentini fa a proposito dell’aborto in caso di gravidanza indesiderata o di una gravidanza in presenza di una anomalia del nascituro. Mi sembrerebbe di poter dire che se si è animati da amore e accoglienza, per prima cosa si dovrebbero accogliere i figli già vivi nel grembo materno anche se indesiderati o se con delle anomalie. Forse che essi non sono esseri umani, e per di più inermi, in stato di debolezza? Dov’è la coerenza con i principi morali di amore e accoglienza se si legittima l’uccisione di un essere umano, perché scomodo? O almeno si ha “comprensione” per tale uccisione? Ci si scandalizza, da ipocriti, per l’evidenza di una statuina che riproduce il feto d’uomo a pochi mesi dal concepimento e si tace sul fatto che la realtà nei reparti di ginecologia, sostenuti con i denari di tutti, è assai peggiore, con feti d’uomo estratti fatti a pezzi e poi messi tra i “rifiuti speciali”. E si viene a dire che in fondo va bene perché si evitano aborti clandestini? Certo mi impegno per evitare che tali uccisioni “seriali” trovino il sostegno dei pubblici poteri e della cultura dominante. E mi permetto di criticare il mio settimanale diocesano quando scrive in un editoriale che il dire chiaramente queste cose è “di parte”, anche se l’accusa di essere di parte è dovuta, come credo, al fatto che l’iniziativa non era stata presa dalle organizzazioni ecclesiali ufficiali, come molte prese di posizione critiche e di presa di distanza lasciano intuire. “Io sono di Paolo e io sono di Apollo”: il quadro condannato da San Paolo si è ripetuto e la Chiesa Italiana ne è stata vittima. E il risultato è il disorientamento perfino su principi morali fondamentali. Bene!, Anzi male, malissimo.

scritto 14 aprile 2019

Proteste professori per sospensione corsi di ideologia “gender”: giustificate?

Il Trentino di giovedì scorso 4 aprile ritorna sulla presa di posizione di alcuni colleghi professori dell’Università di Trento contro la decisione della Provincia Autonoma di Trento di sospendere i corsi integrativi sul “genere” e contro il convegno che in merito ha più recentemente organizzato la stessa Provincia. Si aggiungono ora anche professori di liceo. Il suo giornale parla di “rivolta dei professori contro la giunta”.

Non occorre molto per capire le dinamiche che si sono messe in atto. Ci sono stati anni nei quali una firma su un documento critico non si negava a nessuno, e questa volta era in gioco la figura di un pro-rettore, che un suo collega invano ha cercato di far ragionare anche sul “Trentino”. Un pro-rettore di quelli tosti e bene introdotti negli ambienti di sinistra se gli (le) è stata offerta la candidatura per l’elezione suppletiva alla Camera per il collegio di Trento.

Non ho mai visto nessuno dei colleghi professori protestare per i convegni a tesi organizzati dalla Provincia quando a governarla c’era la sinistra, a cominciare dal Festival del’Economia, spesso travalicato in festival della politica di sinistra. Alcuni prendevano la loro parte di gloria, grati. Ora si accusa la Giunta di riportare ad “epoche buie”, di dare “segnali e atteggiamenti di chiara impronta autoritaria e fascista”. Ridicolo. Solo perché chi ha la responsabilità della scuola pubblica di fronte ai genitori e alla comunità ha inteso evitare che, in nome della lotta al pregiudizio, si considerasse doveroso educare tutti i bambini e i giovani all’”ideologia del gender” (mascherata) e perché ha voluto organizzare un convegno che chiamasse esperti che di questa ideologia non fossero espressione, dato che a proporre questa da anni c’erano coloro che sostenevano i corsi integrativi. Ma dove sta scritto che una comunità non abbia la libertà di sentire una voce diversa, dopo che per anni ne ha sentito altre e ha dato ad esse spazio? Si ripete l’intolleranza dimostrata dalla sinistra nei confronti del recente Congresso Mondiale delle Famiglie a Verona. Nessuno osi prendere posizioni contrarie all’ideologia dominante e se lo fa, deve dare spazio anche ad esponenti dell’ideologia dominante, altrimenti è un fascista e autoritario.

Ma poco convincente anche la “rivolta dei professori” per l’intervento delle forze dell’ordine a garantire un ordinato svolgimento del convegno. A negare ai partecipanti e ai relatori la libertà di dire la propria erano i “contestatori” e la magistratura dirà se per farlo hanno sfondato una porta secondaria. Quante volte mi sono sentito negare il permesso di entrare per il rispetto di norme sulla sicurezza, data la capienza di una sala. Chi ama la libertà e lo stato di diritto non vuole imporsi con la forza e se vuole protestare per la carenza di posti, lo può fare “democraticamente”, non con lo stile da “fascismo (autoritarismo) rosso” cui contestatori di sinistra ci hanno abituato per decenni a partire dal 1968.

Spiace vedere bravissimi colleghi professori allinearsi a proteste di chiaro sapore politico, mascherate da lotta al fascismo e all’autoritarismo. Forse un po’ meno di conformismo alla cultura dominante su temi eticamente sensibili non avrebbe guastato per degli intellettuali. Caro Direttore, conoscendo alcuni di essi stento a credere che siano dei “rivoltosi”; semplicemente molti o non hanno approfondito la questione e non se la sono sentita di dire di no a un pro-rettore (pro-rettrice) su un tema che profuma di “progressismo”. Non sia mai! L’università è per il progresso, anche a costo di mettere tra parentesi lo spirito critico.

scritto 4 aprile 2019

Festival della Famiglia a Trento; anche il centro-destra a guida Lega schiavo del “politicamente corretto” in materia di aborto quale causa di crisi della natalità e di ruolo educativo e di cura della madre nei primi mesi di vita dei figli: sempre silenzio su aborto e asili nido per mandare le madri subito al lavoro fuori casa

Lunedì scorso, 2 dicembre, a Trento ho assistito all’incontro di apertura del Festival della Famiglia, che si è svolto all’insegna della continuità con i precedenti. Forse eccezioni parziali un Presidente nazionale del Forum delle Famiglie con un po’ più di coraggio, un assessore della Regione Lombardia, governata dal centro-destra, anziché dell’Emilia-Romagna governata dalla sinistra, una rappresentante della Federazione europea delle associazioni delle famiglie numerose che ha avuto il coraggio di lodare il governo ungherese per le sue politiche familiari, governo giudicato assai negativamente dal centro-sinistra. Non è molto, ma meglio di nulla per segnalare la presenza in Trentino di un “governo popolare autonomista del cambiamento”. Ciò che è mancato dal lungo pomeriggio da lei condotto con la consueta maestria professionale e cortesia verso tutti è il coraggio di sfidare, nelle relazioni e negli interventi, alcune posizioni ormai acquisite nel patrimonio del “politicamente corretto”, costruito soprattutto dal centro-sinistra.
Le propongo qualche esempio. Il primo e più evidente è stato il silenzio su una delle scelte possibili per uno dei componenti della coppia, assai più spesso della donna, di scegliere come propria occupazione la cura dei propri familiari, cura anche educativa per i figli. Il fatto che dopo la nascita del primo figlio molte donne lascino il posto di lavoro alle dipendenze di qualcuno per un altro lavoro, quello di cura del figlio, è visto come un fatto assai negativo cui rimediare. La ministra ha addirittura detto che per i primi 1000 giorni di vita di un bambino è essenziale la disponibilità di asili nido. Almeno per i primi 700 poteva prevedere la possibilità generalizzata di congedo lungo in parte retribuito, come la Regione, sotto la spinta della DC e in particolare di Pino Morandini, oltre che mio e di Paola Vicini Conci, fu realizzato anni fa. Sottostante a questa posizione la versione tradizionale femminista che la donna si realizza solo se lavora fuori della famiglia, anche se il tipo di lavoro è magari il medesimo, quello di cura.
Connessa a tale orientamento, vi è anche la sottolineatura di come il lavorare fuori casa sia una condizione favorevole per fare più figli. Lo si deduce dal fatto che i tassi di fecondità sono più alti nei paesi nei quali la quota di donne che lavora fuori casa è la più alta. Basterebbero cognizioni elementari di statistica per capire che una correlazione non equivale a un rapporto causa-effetto. Fa specie che simili errori siano ripetuti anche da coloro dalle cui decisioni dipendono le politiche sociali.

Altro tema taciuto è quello del contributo che alla denatalità ha dato e dà la legalizzazione e il finanziamento con pubblico denaro delle pratiche abortive, violando sistematicamente le norme (la legge 194) che in Italia hanno regolato il fenomeno dell’aborto. Ciò equivale a legittimare senza riserva alcuna il diritto di vita o di morte su essere umani nella loro prima fase di crescita. Quanto meno della necessità di prevenire l’aborto rispettando la vita, già prevista dalla legge vigente, si poteva parlare.
Ma c’è una domanda da lei ripetutamente posta, alla quale nessuno ha saputo o voluto rispondere, perché la risposta avrebbe esposto a critiche: come mai il tema della famiglia è ritenuto un tema di “destra”? Si è svicolati dicendo che la famiglia e la denatalità sono temi di tutti. Ma si poteva pur dire che nella cultura tradizionale, poco stimata dalla sinistra che adora invece il cosiddetto “progresso”, la triade “Dio, patria e famiglia” riassume una parte importante di orientamenti di valore. Per quarant’anni e più ho svolto indagini sui valori in molte parti del mondo e ovunque tale sindrome si presenta, particolarmente condivisa dai ceti di più basso status socio-economico, di età più avanzata, dalle donne, dagli abitanti delle aree rurali. E sono i ceti che poco hanno a che fare con la destra “economica”, che politicamente è anche a sinistra. Sono i ceti meno “modernizzati”, ma la crisi della modernità ha aperto anche ad adesioni di ceti più istruiti, urbani, di sesso maschile, più giovani, connotati dal post-materialismo, del quale anche recenti movimenti giovanili, e non solo, portano le tracce. E allora il tema famiglia è sentito da chi alla tradizione si sente legato e chi dalla modernità individualista si sente disilluso. Con meraviglia di chi aveva puntato in nome del progresso al superamento della famiglia come luogo primario di educazione e di esperienza stabile di solidarietà interpersonale. Come non riandare alle posizioni dei “sessantottini”? E lo si poteva dire, rivendicando una posizione culturale.

scritto 3 dicembre 2019

La sfida antropologica: una risposta all’on. Tonini, PD

di il 30 Dicembre 2019 in COMMERCIO, famiglia con Nessun commento

Su l’Adige del 27 marzo u.s. un articolo dell’on. Giorgio Tonini invita a rivedere il modo nel quale si affrontano temi delicati come la famiglia e la sessualità, prendendo spunto dai recenti episodi di cronaca riferiti alla sospensione in Trentino di corsi scolastici sul “genere” e al convegno di approfondimento in merito organizzato dalla Provincia con esperti, contestato da molta parte delle sinistre politiche e sindacali.
Giustamente Tonini, richiamando Aldo Moro, sostiene che non basti parlare di diritti, ma occorre anche parlare di doveri. E’ una presa di distanza netta da coloro che contestano con proteste e manifestazioni, in questi giorni, non solo il Convegno provinciale sulle differenze tra uomo e donna, ma anche il Congresso mondiale sulle famiglie che si terrà a fine settimana a Verona, prese di posizione ossessive in alcune reti TV come TV7, con la Gruber. Ma è anche un richiamo a non rendere l’insistenza sui doveri il modo di disconoscere rilievo pubblico a forme di relazione sessuale e forme di convivenza perché non appartenenti alla “natura”, dato che questa nell’uomo è interpretata e modificata dalla cultura.
L’approccio sostenuto da Tonini, moderato, può apparire convincente, ma nasconde la profondità e la portata della “sfida antropologica” che la questione sessualità e famiglia (e si può aggiungere la tutela della vita umana) pone.
Tra diritti e doveri vi sono incompatibilità. Si prenda il cosiddetto “diritto di aborto” rivendicato da chi teme iniziative legislative in merito. La legge 194 non stabilisce che l’abortire sia un diritto, anzi, esclude che possa essere usato come mezzo di controllo delle nascite. Consente l’aborto solo se questo contraddice (anche un po’) un altro diritto, quello alla salute della madre e impegna a prevenire le cause che possono indurre la madre a uccidere il figlio che porta in grembo. Eppure le parti politiche e sindacali di sinistra e i laicisti più intransigenti, oltre che i principali mass-media, non fanno che parlare di diritto all’aborto. Che considerazione hanno avuto quei cittadini che invece sottolineano l’importanza del diritto alla vita anche del concepito nel grembo materno e l’importanza del dovere di tutelarlo? Nessuna, anzi derisione, accuse di essere retrogradi, accuse ai medici obiettori, censura sulle azioni di volontariato per aiutare le madri in difficoltà.
Si prenda la legge sulle unioni civili, celebrata anche da Tonini. Non si è potuto riconoscere tali unioni, specie tra persone dello stesso sesso, come “famiglia”, ma solo come “formazione sociale”. Eppure i partiti, i sindacati, altre forze sociali e culturali di sinistra continuano a parlare di “famiglie” ( o di “famiglie arcobaleno”) e hanno voluto che a tali “formazioni sociali” siano riconosciuti i medesimi diritti della famiglia “naturale”, fondata sul matrimonio di uomo e donna, fino a giungere all’aberrazione di voler riconoscere la pratica dell’”utero in affitto” (per ora solo all’estero) pur di consentire alle unioni omosessuali di avere figli. Si è affermato il diritto a due omosessuali di essere “famiglia” e di “comprare” figli per soddisfare un loro desidero diventato “diritto”. Ma come si concilia questo con il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre, il diritto a conoscere la sua identità, e con il corrispettivo dovere di porre il figlio nelle migliori condizioni per una sua crescita equilibrata? Che considerazione hanno avuto e hanno coloro che insistono affinché tali diritti-doveri siano garantiti? Nessuna, anzi, derisione, accuse di essere retrogradi, di non capire che la natura per l’uomo è plasmabile fino a poter mutare il sesso biologico e genetico.
E si potrebbe continuare negli esempi. La sinistra e i super-laicisti al potere hanno imposto la loro visione senza “pietà” per chi la pensava diversamente da loro. Ora che i cittadini hanno dato più forza politica a coloro che intendono tutelare la vita umana anche nel grembo materno e che intendono tutelare, come recita la Costituzione, la famiglia come “società naturale”, si grida allo scandalo, si evoca arretratezza culturale da Medio Evo, si contestano aspramente iniziative culturali, come quelle di Trento e di Verona, negando la legittimità di patrocini pubblici, rivendicati, invece, a gran voce per le feste dei gay. Tonini chiede un contemperamento di diritti e doveri, ma la compatibilità tra alcuni diritti o tra alcuni diritti e alcuni doveri non c’è. O c’è la vita o c’è l’uccisione, o c’è la famiglia fondata sul matrimonio di uomo o donna o c’è la famiglia (unione) di omosessuali che compra figli altrui, o c’è il diritto a sapere di chi si è figli o si nega per non disturbare i compratori di figli. Aldo Moro non avrebbe avuto dubbi sulla posizione da prendere e non può essere strumentalizzato, neppure da Tonini, per avallare ambiguità e compromessi non su scelte ordinarie di politica, ma su valori fondamentali.

scritto 27 marzo 2019

Naturale il “terzo sesso”? Replica a Donata Borgonovo Re

di il 22 Febbraio 2019 in famiglia con Nessun commento

Su l’Adige dell’11 gennaio scorso è pubblicato con evidenza, fin dalla prima pagina, un articolo di Donata Borgonovo Re, già difensore civico, già relatrice invitata dalla diocesana Consulta dei Laici qualche tempo fa su temi attinenti etica e politica, già consigliera e assessora provinciale del PD, che critica la posizione di alcuni (secondo me dei più) secondo la quale in natura esistono solo maschi e femmine. E porta i casi di alcune tribù “primitive” nelle quali un “terzo sesso” è riconosciuto e in qualche caso tuttora codificato.

Per la verità non occorreva andare a cercare culture “primitive”; basta osservare le nostre società, che non solo codificano la possibilità di cambiare sesso, ma riconoscono più di tre condizioni sessuali, per di più con possibilità di cambiare condizione, con tanto di riconoscimento culturale celebrato in manifestazioni di orgoglio, come quella del “gay pride” e tributato dalla cultura egemone “culturalmente corretta”. La tesi della Borgonovo Re rende evidente una gran confusione di ragionamenti.
Innanzitutto il fatto che persino in tribù primitive esistano accettate forme di identità sessuale diverse da quelle di maschio e femmina non elimina il contributo che a tale accettazione sia dato dalla cultura, anzi. Borgonovo Re è vittima del pregiudizio secondo il quale nelle tribù primitive si sia in uno “stato di natura”. Nulla di più falso e l’antropologia culturale ha da oltre un secolo contribuito a smentirlo.

In secondo luogo la natura presenta situazioni normali e situazioni anomale. L’umanità ha fatto grandi progressi medici nelle scienze biologiche e umane, lungo la storia, per correggere le condizioni anomale considerate negative. La valutazione se siano negative o positive ha una componente culturale e quindi può variare tra società e nel tempo. Ma alle condizioni giudicate negative si cerca di porre rimedio. Il giudicare negativa una condizione non implica giudicare moralmente in modo negativo il portatore di anormalità, attribuendogli colpevolezza. A differenza della stragrande maggioranza delle persone, nella stragrande maggioranza delle culture, identità sessuali non corrispondenti alla sessualità biologica (criterio ultimo quello genetico), hanno trovato nella nostra società o negazione di anormalità o giudizio positivo o comunque non negativo. Donata Borgonovo Re è quanto meno nella prima posizione.

Credo che Donata Borgonovo Re debba rispettare, senza trinciare giudizi di ignoranza e di insopportabilità, coloro (e mi annovero fra questi), che giudicano negativo che l’identità sessuale si maturi in modo difforme da quella biologica e che per evitare tale negatività si cerchi di creare le condizioni perché essa non sia alimentata, specie nel periodo delicato della socializzazione (famiglia, scuola, politiche culturali). E che nelle scuole italiane siano stati avviati corsi formativi che mirano a far mutare il giudizio verso tali condizioni da negativo a positivo è testimoniato in moltissimi casi, per non parlare di finanziamenti pubblici e privati a tante altre iniziative culturali, produzioni televisive e cinematografiche. Si cerca di far cambiare i giudizi culturali ed etici. Dov’è il progresso se si passa al considerare un’anomalia da accettare una condizione che altri reputano da correggere? Forse che qualcuno desidera che uno dei suoi figli maturi un’identità sessuale difforme da quella biologica? I più certamente no. Semmai i più possono non ritenere moralmente colpevole tale condizione, ma non desiderabile. E se non è desiderabile, perché non agire per evitarla? La società non è innocente in merito al tasso di anormalità che in essa si esprime, proprio perché la natura tende a agire in modo uniforme (pur con eccezioni). Se in alcune società i tassi di anomalia sono più alti che in altre, è perché in esse si considera “normale” ciò che in altre non lo è o, se pur si considera anormale, non è più giudicato negativamente. Per lo più non è un fatto di natura (anche se vi sono ipotesi al riguardo circa il tramonto delle civiltà), ma un “fatto sociale”, di cui chi ha potere di incidere sulla società porta responsabilità, non assolta con la sola umiltà nei giudizi, come pare concludere l’articolo in questione.

Teoria gender e programmi integrativi nelle scuole:sbagliato evitarlo?

Sul Trentino del 31 dicembre sono riportate dichiarazioni del cons.Ghezzi e della cons. Ferrari, duramente critiche nei confronti della Giunta provinciale per aver sospeso corsi integrativi scolastici inerenti parità di genere al fine di verificare se tali corsi non fossero lo strumento per educare bambini e ragazzi alla “teoria del gender”, ossia la teoria secondo la quale l’identità sessuale sarebbe una “costruzione sociale”.

Mi auguro che la passata Giunta provinciale non abbia avallato per anni programmi scolastici integrativi che propongano agli alunni simili posizioni culturali, ma certo la veemenza con la quale i due consiglieri sopra citati hanno reagito fanno sospettare che gli amministratori di sinistra della scorsa legislatura abbiano paura che la loro operazione culturale, volta a somministrare, anche in dosi omeopatiche, la teoria del gender, venga disvelata. E per cominciare negano che una “teoria del gender” esista, il modo che ritengono più efficace per non farne scoprirne gli elementi in alcuni programmi da loro finanziati.

L’accusa alla Giunta Fugatti e agli assessori competenti al riguardo, sarebbe di essere un Giunta etica. Sorprende che uomini di cultura non abbiano coscienza del fatto che l’etica è connaturata alla politica. Questa persegue il bene comune. E il giudizio su ciò che è bene o non lo sia è proprio un giudizio etico. Quanto Ghezzi e Ferrari sostengono, ossia l’educazione degli alunni a sfuggire agli elementi di identità sessuale dovuti alla “costruzione sociale”, per essi è un bene, mentre è un male non farlo. La loro scelta, come tutte quelle politiche, deriva da valutazioni etiche. La differenza tra la Giunta Fugatti e i responsabili delle politiche relative alla scuola e alla parità uomo-donna della precedente legislatura è che differisce l’etica. E se si approfondisce un po’, a voler imporre le proprie valutazioni etiche nel proprio agire amministrativo, erano stati questi ultimi, mentre la Giunta Fugatti vuole salvaguardare la primaria responsabilità educativa dei genitori, riconsegnando a loro, come la Costituzione vuole, le decisioni circa l’educazione sessuale.

La cons. Ferrari giustamente cita la diversità di uomo e donna, che merita anche per lei rispetto; tuttavia nega che da questa diversità possano discendere scelte diverse tra uomo e donna. Si tratta di una posizione ideologica di stampo vetero-femminista. Corrisponde all’esperienza comune, fondata anche su ricerche scientifiche, che le diversità tra uomo e donna nel cervello, nei ritmi biologici in età fertile, nella configurazione somatica, nelle potenzialità generative, ecc., che vi siano diversità medie tra uomini e donne, diversità che aprono a complementarietà uomo-donna che danno fondamento solido al rapporto di coppia e influiscono sui rapporti educativi, ma non solo, tra padre, madre e figli. Il constatare che tali diversità uomo-donna hanno conseguenze in parte diverse in società diverse non autorizza a considerare da rimuovere tali differenze, come fossero un condizionamento negativo. Saranno le autonome dinamiche sociali a produrre i cambiamenti, ma senza la pretesa che essi non siano a loro volta “costruzioni sociali” basati su differenze che costruzioni sociali e stereotipi non sono.

Sono i corsi miranti a cambiare, per via politico-amministrativa, i modi di interpretare la propria identità sessuale, ad essere di impronta autoritaria. Ed è quanto fatto dai sostenitori della “teoria del gender”. Bene, quindi, ha fatto la Giunta Fugatti a cautelarsi al riguardo, proprio per non continuare in un’impostazione autoritaria.

Fisco in Italia: le spese per un figlio non sono detraibili se il figlio guadagna 8 euri al giorno

di il 28 Luglio 2018 in famiglia, fisco con Nessun commento

Il 23 luglio scade il termine di consegna, per i più, della dichiarazione dei redditi tramite il modello 730 e da anni viene in tale occasione in evidenza un problema, cui neppure per i redditi 2017, è stato trovata una qualche soluzione. Si tratta del limite di reddito oltre il quale un figlio non risulta più a carico dei genitori. Esso da anni è sempre di poco più di 2800 euri lordi all’anno (esattamente 2840,51). Se un figlio studente si è laureato bene, viene conteggiato ai fini di tale soglia, anche l’eventuale premio che spesso le casse rurali danno agli studenti meritevoli.
Chiunque abbia figli, capisce che con quella cifra un figlio continua ad essere a carico dei genitori anche se non vi sono spese straordinarie (sono meno di 8 euri al giorno). Ma il problema si fa molto più evidente se il figlio frequenta l’università: le tasse universitarie sono ovunque cresciute e se non vi sono situazioni di povertà, raggiungono alcune migliaia di euri all’anno anche nelle università statali, in dipendenza dell’università e dei tipo di corso di studi. Può capitare anche che il figlio abbia bisogno di cure del dentista; un apparecchio per correggere la posizione dei denti costa migliaia di euri. Possono servire medicine o visite specialistiche, che, per evitare i lunghissimi tempi di attesa del servizio pubblico in alcune specialità, devono essere a pagamento, se solo non si vogliono correre brutti rischi per la salute.
C’è qualcuno che può sostenere che con i pochi redditi che, stando alla legislazione fiscale, rendono un figlio non più a carico dei genitori, il figlio può non solo mantenersi, ma anche pagare le tasse universitarie e le spese mediche? Ovvio che a pagare gli oneri siano i genitori o uno di essi. C’è qualcuno che può dire che sia ragionevole impedire ai genitori che hanno sostenute tale spese di detrarle dai loro redditi? I figli non possono detrarre gli oneri perché non hanno sufficienti redditi (incapienza) e i genitori nemmeno, perché per legge tali figli non sono più fiscalmente a loro carico! Ma dove siamo? Il trattamento fiscale della famiglia in Italia è veramente scandaloso. E alla questione segnalata si aggiunge a un’altra assai più generale, quella della non considerazione della diminuzione di capacità contributiva derivante dall’avere delle persone a carico, qualunque sia il livello di reddito. A parità di reddito, avere più persone a carico diminuisce la capacità contributiva. Attualmente ci sono detrazioni per figli a carico, solo per redditi medio-bassi e comunque in misura non corrispondente ai costi effettivi di mantenimento. Il minimo vitale di ogni figlio o di ogni altra persona a carico deve essere considerato non imponibile: la progressività, qualsiasi sia la forma nella quale essa è realizzata, non può essere maggiore tanto più quanto più una famiglia ha più persone a carico; è contro in modo esplicito a un paio di articoli della Costituzione (su famiglie numerose e su imposizione fiscale commisurata alla capacità contributiva). Da decenni il problema è sollevato dalle organizzazioni familiari e da qualche parlamentare, ma si trova sempre il modo per evitare che tale ingiusta progressività venga corretta, facendo pagare di meno chi ha figli e di più a chi non ne ha. Non si tratta di aumentare il deficit, riducendo le entrate, ma solo di distribuire in modo giusto le imposte. Che il nuovo Ministro della Famiglia, Lega Nord, riesca a fare finalmente qualcosa? Inutile altrimenti lamentarsi che gli italiani non fanno più figli, non garantendo la stabilità della popolazione e l’equilibrio tra giovani e anziani!

Gay Pride a Trento per celebrare i cinquant’anni di liberazione della sessualità del ’68 a Sociologia: indebito riferimento

E’ di questi giorni la notizia che il Comune di Trento ha autorizzato la manifestazione di Dolomiti Gay Pride (Orgoglio Gay) per il prossimo 9 giugno. Poiché in altre occasioni autorità municipali hanno negato il permesso a manifestazioni per la loro natura giudicata negativa (rispetto ai valori assunti come positivi), sarebbe interessante capire se in questo caso non si è fatta una valutazione su positività-negatività dei valori testimoniati, basando la decisione, in questa occasione, sul criterio di garantire una assoluta libertà di manifestazione oppure se si è dato un giudizio positivo o quanto meno non negativo dei contenuti e degli obiettivi della manifestazione di orgoglio dei gay della regione dolomitica (facendola forse rientrare nella promozione delle Dolomiti?). Aiuterebbe a capire Alessandro Andreatta, sindaco, e la sua Giunta in cui sono presenti esponenti di movimenti cattolici, di popolari e di autonomisti PATT.

Mi è capitato casualmente di assistere a manifestazioni Gay Pride in altre città italiane ed europee. Scena lascive di amoreggiamento omosessuale sono di norma esibite in pubblico. Se lo facessero due normali fidanzati, maschio e femmina, in una via del centro urbano potrebbero essere richiamati o multati dall’autorità addetta al garantire decoro e buon costume. Capisco che dei gay vogliano esibire in pubblico le loro tendenze e i loro comportamenti di coppia (esibizionisti ci sono sempre stati), ma non mi sembra che questo aiuti l’educazione dei bambini, dei ragazzi e dei giovani. Se il fine ufficiale dichiarato dagli organizzatori fosse quello di rivendicare piena accettazione di comportamenti omosessuali in pubblico fino al mimo di rapporti sessuali (come avviene), basterebbe un’indagine sociologica che confronti gli atteggiamenti della gente prima delle manifestazioni gay e dopo per scoprire come, con assoluta probabilità, l’esibizione omosessuale lasciva crei più rifiuto che accettazione. Questo lo sanno anche i promotori, ma il loro obiettivo è rafforzare le repulsioni, per poter poi lamentarsene.

Mi ha sorpreso il richiamo che gli organizzatori del gay pride hanno fatto al ’68 a Trento, del quale ricorre il prossimo anno il cinquantenario. Evidentemente essi (e mi pare che vi sia anche un docente in carica dell’università trentina) non hanno un’immagine giusta del tipo di “liberazione sessuale” predicata e praticata nel ’68 da quella minoranza di studenti che hanno occupato e manifestato. Nelle aule universitarie occupate, come nel Santa Chiara occupato e trasformato in “comune”, si praticava la promiscuità sessuale, rapporti tra studenti e studentesse, con il ben fornito “harem” del “capo dei capi”, cui il Comune di Trento vuole edificare un monumento. L’omosessualità era ancora considerata un’anormalità, praticata in modo nascosto da pochi (ricordo Pasolini a Roma), non qualcosa di cui essere orgogliosi. Si giudicava la famiglia una struttura autoritaria, mentre oggi i movimenti gay rivendicano il diritto degli omosessuali di fare famiglia, un rovesciamento di posizione rispetto al ’68. Lasciamo stare il ’68 a Trento; è una vernice all’orgoglio gay che non attacca, si stacca, per lasciare vedere la nudità povera di una situazione che richiede in molti casi comprensione, ma nessun orgoglio da celebrare.

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