Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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La degenerazione tecnocratica della cooperazione trentina

di il 30 Dicembre 2019 in cooperazione con Nessun commento

Nel commento a una lettera di Giuliano Preghenella pubblicata martedì 23 aprile sul Trentino Lei, Direttore, mette a nudo alcuni problemi vitali per il futuro della cooperazione trentina: non solo la sua evoluzione tecnocratica, come rilevava Preghenella, ma anche la carenza di spirito di solidarietà, che rafforza i sentimenti di appartenenza.

Leggendo lettera e commento mi è venuto alla memoria un testo assai noto di sociologia, quello di Thomas e Znaniecki dal titolo (in italiano), “Il contadino polacco in Europa e in America”, il cui primo volume, sulla realtà rurale polacca di un centinaio d’anni fa, analizzava la crisi della comunità rurale, che non aveva trovato nuovi parametri riorganizzativi di fronte all’incalzare delle forze della modernizzazione che introducevano come “progresso” l’individualismo, l’edonismo e la secolarizzazione. Secondo il paradigma volto a comprendere il cambiamento sociale adottato dai due sociologi, le reazioni delle forze di difesa della tradizione comunitaria si dimostravano inefficaci e le azioni di lotta al vecchio ordine capaci solo di distruggere, ma non di ricostruire. Per ricostruire servivano leader contadini (non gli intellettuali, neppure se di origine contadina) che sapessero trovare una sintesi tra tradizione e modernità. E una delle strade suggerite riguardava proprio la cooperazione. Se nella società tradizionale questa era il modo nel quale la comunità si attivava per affrontare problemi di tutta la comunità, essendo condivisa la “definizione della situazione” e il primato dell’interesse della comunità su quello individuale, nella società nuova essa diventava lo strumento con il quale venivano meglio raggiunti gli interessi individuali dei singoli cooperatori.

E’ passato un secolo dalla formulazione di queste analisi, e quanto previsto si è verificato. La stessa cooperazione trentina, salvo eccezioni, è divenuta sostanzialmente il modo attraverso il quale i singoli realizzano meglio i loro interessi individuali, come del resto fanno i normali imprenditori singoli o associati in varie forme di società di persone e di capitale. Lei ripropone, per contro, la ricetta della cooperazione comunitaria pre-moderna, ma in un contesto nel quale l’individualismo, l’edonismo e la secolarizzazione sono divenuti tratti dominanti della cultura e della socialità contemporanea. Si fa bene a sostenere lo spirito di solidarietà, ma bisogna sapere che sarà improbabile che molti seguano l’invito a rinunciare ai propri interessi per quelli degli altri. Si sono demolite le basi culturali, con l’edonismo che induce a dare priorità al principio del piacere anziché a quello del dovere e con la secolarizzazione che ha privato i richiami etici del loro fondamento religioso. Inutile predicare la solidarietà con gli altri, quando in nome dell’interesse individuale sono culturalmente legittimate le uccisioni nel grembo materno di essere umani indesiderati, sono culturalmente legittimate le violazioni degli impegni di fedeltà, di amore, di sostegno al coniuge, quando al sofferente che fatica a continuare a vivere si offre la scorciatoia dell’eutanasia o dell’assistenza al suicidio, che libera parenti e società dagli oneri della cura.

Dobbiamo, quindi, a mio avviso, fare i conti con una cooperazione fatta di somma di “egoismi”. Cosa resta per renderla una modalità di vita economica e sociale diversa da quelle praticate da stato e mercato? Resterebbe ciò a cui fa riferimento Preghenella, la democrazia, col suo principio di “una testa, un voto”. E’ un principio cui si è già più volte derogato, dall’introduzione di vincoli che rendono complicato candidarsi per poter essere eletti a incarichi all’introduzione di un diritto di voto legato al capitale versato, sia di imprese private (da ultimo con la nuova legge sul credito cooperativo) che da imprese cooperative di servizio o di secondo e terzo livello. Ma non v’è chi abbia partecipato ad assemblee di cooperative, con alta numerosità di soci, che non possa attestare come l’esercizio della democrazia sia in esse solo formale, sia per la difficoltà dei soci a valutare tecnicamente quanto proposto all’approvazione, sia per l’interesse dei dirigenti e dei responsabili amministrativi a rendere i soci veramente partecipi delle decisioni. Si creano “cupole” di tecnici e “cupole” di amministratori, spesso legate tra loro da comuni interessi all’autoconservazione, che mal sopportano che dei semplici soci o un amministratore fuori “cupola” possano mettere in questione quanto da esse previsto. Quanto accaduto di recente alla Federazione Trentina della Cooperazione dà l’impressione che la dinamica si sia ripetuta.
Può il richiamo alla democrazia avere più ascolto di quello alla solidarietà? Certamente no, se esso non diventa un obiettivo esplicito perseguito, con apposite iniziative formative dei soci, degli amministratori, e con modifiche delle strutture di governo di cooperative che abbiano molti soci. Non basta il richiamo alla democrazia formale. Ciò che regge la cooperazione ancor oggi è il “senso del noi”, del non essere alla mercé di privati. Ma se questo “senso del noi” svanisce per pratiche decisionali oligarchiche, di una “cupola”, della cooperazione non resta più nulla, almeno di quella che abbiamo conosciuto in Trentino. Tra il senso di estraneità nei confronti di un privato che agisce per il suo profitto e quello nei confronti di vertici di imprese cooperative che puntano all’autoconservazione del loro ruolo la differenza non è poi tanta; solo l’omaggio e il rinfresco alle assemblee.

scritto 23 aprile 2019

Gruppo banche cooperative: non solo rischi, ma compromissione di identità

di il 28 Novembre 2018 in banche, cooperazione con Nessun commento

Su l’Adige di mercoledì scorso 28 novembre è pubblicato un articolo di Carlo Borzaga a difesa delle scelte compiute dal sistema di credito cooperativo, stanti norme di legge fatte da Padoan-Renzi, peraltro negoziate con i rappresentanti dello stesso credito cooperativo. Sarebbe a suo dire sbagliato evidenziare i rischi creati da tali scelte, come hanno fatto alcuni interventi sulla stampa, trascurando, invece i vantaggi, che a suo dire sarebbero cospicui e nettamente prevalenti. E li elenca, ripetendo quanto presidenti, direttori e rappresentanti di Cassa Centrale Banca SpA hanno illustrato nelle assemblee dei soci, prima di quelle che hanno deciso l’adesione al gruppo guidato da Cassa Centrale Banca e poi in queste settimane di quelle che hanno approvato le modifiche di Statuto di ogni cassa rurale.

Nessuna delle argomentazioni proposte si misura con i caratteri identitari delle cooperative di credito di tipo Raiffeisen, come sono quelle trentine (e anche le altre italiane). Uno di questi caratteri è il sistema di decisione delle banche: ciascun socio conta come ogni altro: una testa un voto. Con i nuovi gruppi le decisioni sono prese nella società capogruppo e in ciascuna cassa rurale anche da soci “capitalisti”, che pesano in base al capitale conferito, come nelle società per azioni, pur con un limite massimo. Si è scelta la scorciatoia di poter ricorrere ai soci capitalisti per potenziare la cassa rurale, ma ciò è uno stravolgimento di un elemento fondamentale di identità. Si può dire che è una sconfitta? Questa modifica di Statuto è una realtà, non è un “rischio”.

Un secondo carattere identitario è l’autonomia decisionale di ogni cooperativa. Essendo in gioco risparmi, affidamenti e mutui per investimenti, giusto che tale autonomia veda regole di garanzia. Le garanzie erano i revisori dei conti di ciascuna Cassa, la vigilanza delegata alla Federazione Trentina della Cooperazione da parte di Regione-Provincia, la vigilanza della Banca d’Italia. E non è un caso che, pur con la crisi economico-finanziaria degli ultimi dieci anni, il sistema del credito cooperativo abbia retto, attivando per i casi più difficili anche meccanismi di solidarietà interna al sistema. Creando il gruppo capeggiato da Cassa Centrale Banca, l’autonomia di ogni Cassa rurale è ridotta a poco, poco più di quella accordata a una filiale di una banca commerciale o di affari nazionale di tipo capitalista. I criteri di gestione di personale, del credito oltre una certa soglia, di tassi su prestiti e depositi, di istituzioni o chiusure di filiali sono fissati da Cassa Centrale Banca. Borzaga dice che Cassa Centrale Banca non avrà interesse alcuno a mortificare casse rurali efficienti, ma per Statuto i suoi amministratori (e in certi casi gli stessi soci capitalisti) potranno rimuovere gli amministratori non obbedienti di una cassa rurale e far eleggere quegli amministratori da essa scelti, fino ad avere la maggioranza nel CdA. E’ un potere senza controllo da parte delle casse rurali associate, che sono solo sottomesse, senza possibilità di ricorsi o di appello. E’ vero che il cattivo uso di tale potere è solo un rischio, come dice Borzaga, ma la perdita di autonomia non è un rischio è un fatto, già fissato nelle modifiche di Statuto e poi nel contratto di coesione.

Da ultimo le modalità di decisione. I dirigenti di Cassa Centrale Banca, condizionando Presidenti e Direttori delle casse rurali, hanno impostato assemblee dei soci, nelle quali non tutte le alternative possibili sono state presentate e, ancor peggio, la presentazione delle modifiche di Statuto proposte non è stata illustrata. Dai soci si voleva solo il voto favorevole, senza consapevolezza dei contenuti statutari modificati. E per averli si sono illustrati i cosiddetti “vantaggi” dell’operazione, limitandosi a una lettura molto affrettata delle modifiche poste ai voti, senza possibilità di emendare. Non mi pare ciò coerente con i principi identitari della cooperazione, anzi, è stato un loro tradimento. Non partecipazione consapevole ma manipolazione architettata. E se il bel giorno si vede dal mattino, non vedo con quale fiducia Borzaga possa pensare che gli amministratori di Cassa Centrale Banca agiranno in piena coerenza con i valori della cooperazione. Anche per la lesione del principio partecipativo consapevole si tratta di un fatto, non di un “rischio”.

Ho l’impressione che i responsabili delle scelte compiute non abbiano più fiducia nella cooperazione, particolarmente in quella di credito, e quindi abbiano scelto una sua trasformazione che, come dichiarato dal caposindaco della cassa rurale della quale sono socio, la stravolge. Ciò che amareggia è che ai soci tale stravolgimento sia stato mascherato.

Il pifferaio di Hamelin e i topi annegati: il distruttivo futuro delle casse rurali senza autonomia e snaturate

I giornali trentini di queste settimane danno spesso la notizia delle deliberazioni delle assemblee delle casse rurali che cambiano quasi all’unanimità i propri statuti, per consentire poi la firma da parte degli amministratori del “contratto di coesione” con la banca capogruppo, Cassa Centrale Banca, Società per Azioni. Pochissimi i voti contrari o le astensioni.

La situazione mi ricorda quella del pifferaio olandese che col suo suono dolce porta tutti i topi ad annegarsi. I topi sono allegri e lietamente vanno incontro al loro destino, affascinati dalle note della melodia. Sono proprio i cooperatori a creare le premesse per la morte delle cooperative di credito. A suonare il piffero sono i dirigenti di Cassa Centrale Banca: la legge voluta dal Governo Renzi e dal ministro Padoan, dopo le Banche Popolari, vuol consegnare alle banche nazionali (ma non solo) già guidate da banche straniere, anche le banche cooperative, adducendo a motivo la messa in sicurezza dei risparmiatori che di esse si avvalgono; tuttavia non è riuscito ad evitare che per le banche cooperative dell’Alto Adige, per gran parte in mano alla minoranza di lingua tedesca, possano organizzarsi in modo autonomo. Per simmetria storica, la stessa possibilità è data anche alle casse rurali trentine. Ma Cassa Centrale Banca, i suoi dirigenti, ha ambizioni più grandi, che vanno oltre il Trentino. Anche alcune Casse Rurali in aree provinciali di confine hanno interessi fuori Trentino: hanno aperto pochi sportelli e filiali in Veneto e in Lombardia e non vi vogliono rinunciare. Altre società per azioni create dal sistema cooperativo, con funzioni strumentali, hanno un mercato più ampio del Trentino. La scelta di un gruppo autonomo trentino non viene neppure considerata tra le alternative tra le quali scegliere, e neppure quella, possibile, di fare un unico gruppo regionale autonomo. E alle Casse rurali trentine si è proposta solo la scelta di fare di Cassa Centrale Banca la capogruppo di un gruppo nazionale, in competizione con la proposta di ICCREA di un unico gruppo nazionale. E così tutte le casse rurali trentine hanno fatto la scelta proposta. Tale scelta è stata fatta senza dire ai soci i contenuti del “contratto di coesione”, le cui conseguenze sugli Statuti sono state rese note, con letture frettolose e senza spiegazioni preliminari, nella seconda ondata di assemblee di queste settimane.

Qual è la dolce melodia suonata? Il gruppo di Cassa Centrale Banca, società con sede a Trento e guidata da due trentini, diventerà uno dei primi dieci gruppi bancari italiani! Evviva. Ma la dolce melodia porta ad annegare: le casse rurali non sono più solo fatte da soci cooperatori, ma anche da soci finanziatori (che possono essere anche altre banche o fondi di natura capitalista). Idem Cassa Centrale Banca, società per azioni, che di fronte ad offerte allettanti non potrà dire di no a soci finanziatori, grandi imprese , fondi speculativi o grandi banche, anche straniere o controllate da stranieri. La dolce melodia porta ad annegare le casse rurali nello stagno oscuro della perdita dell’autonomia nelle decisioni che contano (scelte degli amministratori, dei criteri di gestione di personale, filiali e credito). Ma i topi sono ammaliati: non è colpa loro; per le complesse questioni del credito si sono fidati e si fidano dei loro amministratori. Ma gli amministratori? Sono stati anch’essi ammaliati dai grandi pifferai di Cassa Centrale Banca? Ne dubito assai. Forse condizionati dalla situazione non facile della propria Cassa Rurale, forse incapaci di predisporre un’alternativa fattibile, forse semplici aiutanti dei grandi pifferai per debiti di riconoscenza o per consuetudine amicale, magari non convinti, hanno suonato anch’essi il piffero. Ma il pifferaio di Hamelin liberava gli abitanti del villaggio dai troppi topi. I pifferai di Cassa Centrale Banca pongono le premesse per togliere ai trentini una costola rilevante della propria identità, la cooperazione di credito che governa quasi la metà del credito e del risparmio secondo i principi delle cooperative Raffeisen. E’ un’iniziativa che si rivolge contro gli abitanti del villaggio. E perché? Quali le ragioni di un tradimento dei principi cooperativi? Quali sono i “trenta denari”? Essi possono svanire: la sede può andare a breve fuori Trentino, i massimi dirigenti potranno essere a breve non trentini, il controllo trentino del 30% del capitale cooperativo potrà essere poca cosa di fronte al resto del capitale cooperativo e al 40% del capitale non cooperativo. Cosa resta? Le ingenti spese per costruire il gruppo e le elevate retribuzioni per alcuni dirigenti, divenuti dirigenti di un significativo gruppo bancario. Perché non ripensarci visto che a Roma Governo e maggioranza concederanno alle casse rurali dell’Alto Adige di evitare lo stravolgimento dell’assetto della cooperazione di credito garantendo i risparmiatori con lo strumento di un fondo di garanzia finanziato dalle stesse banche, e altrettanto potrebbero fare per le casse rurali trentine o per tutte le italiane? Gettare i trenta denari dopo che il processo ha emesso la sua sentenza non servirà a riparare.

Cassa Rurale delle Dolomiti e adesione a Cassa Centrale Banca: decisioni manipolate che ne sconvolgono la natura cooperativa

Venerdì 16 ottobre scorso ho partecipato all’Assemblea straordinaria della Cassa Rurale delle Dolomiti (Fassa Primiero e Belluno); all’ordine del giorno il punto fondamentale era sulle variazioni di Statuto necessarie per aderire alla capogruppo Cassa Centrale Banca.

In precedenza all’unanimità l’Assemblea aveva deciso, come tutte le casse rurali trentine, di aderire a tale gruppo. Si erano prospettati i vantaggi, ma nulla si era detto sulle clausole del “contratto di adesione”. Queste non sono state rese note neppure nella recente assemblea, ma si è stati chiamati a decidere sulle modifiche di Statuto necessarie per la firma del contratto di adesione.

Le relazioni di Presidente, Direttore, Caposindaco e rappresentante di Cassa Centrale Banca hanno tutte illustrato le procedure in corso e i vantaggi dell’adesione in termini di “forza” del gruppo. Il materiale visivo era evidentemente stato predisposto da Cassa Centrale Banca. Nessuna delle relazioni ha evidenziato i vincoli e nessuna ha illustrato le modifiche di Statuto da approvare. E’ poi intervenuto un notaio, che ha letto a ritmo accelerato i moltissimi articoli variati dello Statuto, (visibili rapidamente anche in uno schermo, ma senza evidenziazione alcuna delle variazioni, per es. in grassetto). Sono abituato a leggere testi in fretta, ma è stato pressoché impossibile anche a me leggerli bene. Mi sono comunque accorto dello stravolgimento della cooperazione di credito che il contratto di adesione e le conseguenti modifiche di Statuto apportano. Che si sia trattato di uno stravolgimento lo ha detto anche, in un inciso, il Caposindaco.

Provo ad elencare gli elementi principali, a mio avviso, di tale stravolgimento:

1. sia in Cassa Centrale Banca, sia nella Cassa Rurale alla categoria dei soci cooperatori si è aggiunta quella dei soci finanziatori, che votano in base alle azioni comperate e non con il criterio cooperativo di “una testa un voto”. Questi nella capogruppo possono raggiungere il 40% del capitale, una quota che può facilmente consentire di diventare i soci di riferimento, come accade nelle Società per azioni;
2. Cassa Centrale Banca di fatto espropria le singole Casse rurali dell’autonomia di eleggere i propri organi (la maggioranza dei membri, il caposindaco) se a suo insindacabile giudizio non si comportano come Cassa Centrale Banca desidera; va ben oltre lo stabilire criteri di professionalità per l’eleggibilità; può rimuovere presidente e amministratori sgraditi e imporre la nomina di altri in modo da avere il controllo della maggioranza del CdA; nessuno ha il potere di controllare la fondatezza delle motivazioni delle rimozioni o dei vincoli operati della capogruppo;
3. similmente Cassa Centrale Banca interviene in ogni Cassa Rurale su personale, filiali, crediti di un certo importo, criteri di gestione dei depositi e dei crediti;
4. le casse rurali trentine non sono più vincolate ad aderire alla Federazione Trentina della Cooperazione, organo di rappresentanza e di tutela della cooperazione trentina.

Viene vantata la trentinità della capogruppo, “orgoglio per il Trentino”. Ma non viene detto che:

1. non c’è alcun vincolo al mantenimento della sede di Cassa Centrale Banca in Trentino; le casse rurali trentine in essa pesano per il 30%; e oltre alle casse rurali possono determinare la sede di soci finanziatori, probabilmente non trentini e forse di paesi stranieri;

2. è probabile che, superata la fase iniziale, neppure Presidente e Direttore di Cassa Centrale Banca saranno espressi dalle casse rurali trentine.

Il sistema delle casse rurali trentine poteva scegliere la strada scelta dalle casse rurali altoatesine, con proprio gruppo autonomo, cui sta per essere accordato, con emendamento parlamentare, di poter sostituire il sistema escogitato da chi governa banche e Banca d’Italia per il controllo del sistema delle casse rurali con un Fondo di Garanzia alimentato dalle stesse banche, come già fatto in Austria e in Germania. Tale soluzione, né quella del gruppo trentino, né quella del fondo di garanzia, non è mai stata prospettata ed ora i “poteri forti” e i vertici della cooperazione vogliono impedire che il Parlamento dia questa possibilità. Il potere, pur se subordinato, fa gola anche a loro. Vedremo se il “governo del cambiamento” si piegherà.

Sono stato tra i pochi a votare contro le modifiche di Statuto, sia per il metodo manipolatorio usato nella gestione dell’Assemblea (le modifiche non sono state spiegate, nonostante l’impegno ufficiale a “favorire la partecipazione dei soci”, ma solo lette scandalosamente in fretta e messe a disposizione su un sito internet), sia ancor più per i contenuti. Non mi sorprende il gran numero di soci che vota come i dirigenti propongono, mi sorprende che chi aveva in mano le redini del credito cooperativo abbia assecondato il tradimento dei principi fondamentali della cooperazione, senza che la comunità fosse messa sul “chi va là”. Anche in questo caso “acquiescenza” passiva? O hanno giocato un ruolo i “trenta denari” che gli interessi finanziari forti hanno fatto balenare? Spero che qualcosa giunga in extremis ad evitare che il tradimento porti alla crocefissione della cooperazione di credito trentina e italiana; gettare i “trenta denari” nel tempio, a crocefissione avvenuta serve a poco. Se ne era accorto anche Giuda.

La fine della cooperazione trentina è un destino ineluttabile?

di il 24 Novembre 2018 in cooperazione con Nessun commento

Sul Trentino del 1° ottobre l’editoriale di Paolo Mantovan riprende l’analisi di un tema sul quale in queste settimane anche altri, compreso il candidato Presidente della Provincia on. Maurizio Fugatti, avevano posto attenzione: il futuro della cooperazione trentina.

La diagnosi di Mantovan è impietosa: la cooperazione di credito è snaturata anche per effetto di fusioni continue e della sua inclusione in un gruppo che ha natura di SpA nazionale, inclusione retta da regole che fanno perdere autonomia alle casse rurali; la cooperazione di consumo è in grande difficoltà sia per la sua struttura di secondo livello, il SAIT, sia per quella di base in aree che non siano favorite dalla clientela turistica; la cooperazione agricola vede grandi strutture cooperative che si sanno attrezzare meglio della Federazione, i cui servizi sarebbero per essa in sostanza pressoché inutili; la cooperazione sociale dipende troppo dai pubblici finanziamenti a sostegno della spesa sociale. Per Mantovan la cooperazione come l’abbiamo conosciuta, quella cioè, di don Guetti e di don Panizza, è ormai finita e serve qualcosa di nuovo.

Utilissimo invitare a ripensamenti, riprogettazioni. Non penso, però, che la fine della cooperazione trentina sia un destino ineluttabile. Il “contratto di adesione” delle casse rurali al gruppo nazionale, che, così come attualmente formulato, prevede una gravissima perdita di autonomia, non è stato ancora deliberato dalle assemblee delle singole casse rurali. La clausola che prevede il potere della capo-gruppo Cassa Centrale Banca SpA, di revocare gli amministratori delle casse rurali, non solo in caso di mala gestione, ma anche perché non “obbedienti” alle direttive della capogruppo, è inaccettabile. Per il principio di sussidiarietà, patrimonio del pensiero sociale cristiano cui le casse rurali e tutto il sistema cooperativo di tradizione “bianca” si ispirano, le strutture di secondo e terzo livello sono di sostegno a quelle di primo livello, quelle di base. E invece tale clausola rovescia tale rapporto: le unità di base sono vincolate a sostenere la struttura di più elevato livello qualsiasi siano le scelte di questa. Se non lo fanno, la base viene espropriata del diritto di scegliersi gli amministratori. La libertà di uscita da un sistema non più rispondente alle proprie scelte va certamente regolamentata, ma non può essere tolta, come la libertà di scelta aziendale non può essere fortemente sanzionata destituendo gli amministratori. Anche le fusioni delle casse rurali non sono un destino. Raggiunta una dimensione di valle, dimensione che consente ancora forme reali di partecipazione dei soci, non serve andare oltre secondo logiche solo aziendalistiche private, anzi è nocivo. Fusioni che lo fanno possono essere bloccate dalle assemblee dei soci. Servono iniziativa e coraggio.

Anche la perdita di funzione di molte cooperative di consumo non è un destino. La crisi del SAIT è stata dovuta anche a un rovesciamento del principio di sussidiarietà. Erano le singole cooperative a doversi fare carico dell’equilibrio economico del SAIT e non il SAIT a fare di tutto per rendere le cooperative di consumo più utili ai soci e ai clienti. Le uscite dal SAIT di alcune cooperative di consumo, per aderire ad altra organizzazione cooperativa di secondo livello, sono state l’evidenza di questo rovesciamento. Le nuove forme di organizzazione del mercato a vantaggio dei clienti come i gruppi di acquisto, possono offrire prospettive di sviluppo da considerare. Le fusioni a scala di valle e il sostegno pubblico a forme “multiservizio” del presidio commerciale di base possono costituire vie di uscita alla vitalità delle presenze cooperative di consumo anche nei piccoli paesi non turistici.

Mantovan identifica due elementi senza i quali la cooperazione entra in crisi, la mutualità e la vitalità della cooperazione di terzo livello rappresentato dalla Federazione. Quest’ultima è elemento certamente rilevante, ma deve pur sempre adattarsi al suo ruolo in un sistema di “cooperazione bianca”, un ruolo di sussidiarietà ai livelli primo e secondo. Il che richiede certamente elasticità organizzativa. Diversa la tradizione della “cooperazione rossa”, dove la grande struttura è (o era) funzionale a un disegno di costruzione di un diverso sistema socio-economico, quello “socialista”. La mutualità non si può misurare con le assunzioni della manodopera licenziata da una struttura andata in crisi da parte di altre strutture non in crisi. La mutualità si misura prima di tutto dalle regole di comportamento di ogni singola cooperativa, cassa rurale, famiglia cooperativa, cooperativa agricola, per la casa, sociale. E cosi la mutualità tra cooperative di primo livello si misura sulle regole di comportamento della cooperazione di secondo livello. La prima mutualità sta nella regola che ogni socio conta come ogni altro, ricco che sia, istruito che sia. Il principio di base dell’economia cooperativa sta nella partecipazione dei soci in condizioni di parità di diritti e di doveri. Poi è utile che la cooperazione formi un sistema, al suo interno solidale e solidale pure con la più ampia comunità. Con ciò rafforza si l’autonomia della comunità stessa. Ma fare sistema non può voler dire diventare strumento governabile dal potere politico. E’ (o era) la “cooperazione rossa” a volerlo fare; quella “bianca”, di origini e tradizioni cattoliche, si pone altri obiettivi. E forse un elemento di crisi della cooperazione trentina ai livelli superiori è stata la confusione, voluta, tra i due modelli storici presenti in Italia.

Fondere in un’unica cassa rurale tutte le casse rurali del Trentino rafforza l’autonomia?

Al Direttore Pierangelo Giovanetti,
il suo editoriale su l’Adige di domenica 2 settembre suggerisce l’unificazione di tutte le casse rurali trentine in un’unica Cassa, che sarebbe più forte, più capace di dare sostegno alla Cassa Centrale Banca, una delle tre organizzazioni che raggruppano le casse rurali italiane in ossequio alle volontà di controllo e omologazione delle banche centrali europea e italiana, cui il governo di centro-sinistra si è adeguato.
Dopo le imposizioni fatte dal Governo Renzi alle banche popolari di trasformarsi in società per azioni, senza coinvolgerle nelle scelte, per le casse rurali si è attivata una parvenza di processo partecipativo, che aveva dato come uno dei risultati la possibilità per le casse rurali trentine e per quelle altoatesine-sudtirolesi di organizzarsi in un gruppo autonomo. I sudtirolesi lo hanno fatto, mentre i trentini no, restii a rinunciare a proiezioni di attività e di servizi, compresa Cassa Centrale Banca, che le casse trentine avevano realizzato in aree confinanti di altre regioni e non solo. Poteva essere l’occasione per realizzare un’autonomia a livello provinciale, che ora non è più garantita perché la Cassa Centrale Banca non è e non sarà mai in maggioranza trentina, al di là, per ora, nella fase di avvio, di sede e dirigenti di più alto livello. Una logica “aziendale” ha prevalso sulla logica dell’autonomia sociale, economica e politica.
Può un’unica Cassa Rurale del Trentino costituire il versante bancario dell’autonomia trentina? Lei lo auspica, ma a mio avviso trascura alcuni aspetti. Il primo è quello dell’autonomia di ogni Cassa Rurale nei confronti della banca capogruppo. Come è noto, le singole Casse Rurali non avranno più la piena libertà di scegliersi i propri amministratori. Sono previste, inoltre, limitazioni attinenti alla libertà di governare il credito. Si è approfittato delle conseguenze negative della crisi economica, tra le quali i tanti crediti a rischio o perduti, per togliere autonomia alle singole casse rurali e per spingere per la loro concentrazione. Cassa Centrale Banca, che non sarà più, a regime, in mani trentine, potrà interferire sull’autonomia anche dell’eventuale Cassa Rurale del Trentino. E’ da notare come la grande dimensione delle banche non abbia garantito la loro buona gestione (vedansi banche in Toscana, in Veneto e altrove, per non pensare agli USA) e come anche piccole casse rurali siano vitali e in equilibrio economico nonostante la crisi. Un conto è la vigilanza, necessaria, e un altro la limitazione strutturale dell’autonomia. Mi ha poi sorpreso che quando l’attuale governo ha dichiarato di voler rivedere le disposizioni sulle banche cooperative, ridando loro più autonomia, sia stata Cassa Centrale Banca, che pur si presentava più “autonomista” nel confronto con la centrale alternativa romana, a protestare, come se una modesta dilazione della realizzazione dei gruppi bancari contasse di più della correzione della riforma in direzione di maggior rispetto dell’autonomia.
Lei prospetta i vantaggi di una Cassa rurale più grande, dominante in Trentino; ma sarebbe pur sempre una piccola banca rispetto a quelle nazionali. Non è sulla dimensione o sulla “dominanza” per sportelli o per masse di denaro raccolte e prestate, che una banca di credito cooperativo si qualifica.
Il secondo ordine di obiezioni alla proposta che ha avanzato riguarda il versante della partecipazione dei soci. I processi di fusione tra casse rurali hanno portato ormai, Lei osserva, a rendere impossibile tale partecipazione. Ed è vero, anche se una dimensione di valle, qual è l’assetto prevalente attuale, permette ancora assemblee con un senso. Impossibile che l’abbia un’assemblea provinciale, come Lei stesso riconosce, ma anche un’assemblea di delegati eletti da assemblee locali non sfugge alla difficoltà. Il caso della mutua ITAS ne è la dimostrazione. Di fatto una Cassa Rurale unica in Trentino vuol dire seppellire la dimensione di “popolo” che la cooperazione di matrice Raffeisen, come quella trentina, ha avuto. Il fatto che ora la partecipazione sia difficile dovrebbe orientare a renderla più efficace, non solo a prenderne atto, camminando in direzione di renderla ancora più difficile. Se non si fa, vuol dire che alla dimensione partecipativa da parte dei soci non si crede più e che un settore della cooperazi

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