Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Orari esercizi commerciali e festività

di il 15 Luglio 2020 in COMMERCIO, famiglia, religione con Nessun commento

Congresso mondiale sulla famiglia a Verona; giuste le critiche di area cattolica di essere troppo di parte?

Penso giusto in una rubrica intitolata “Dialogo aperto”, non limitarsi a dire la propria, ma rispondere a chi esprime critiche a quanto si è detto, sperando che ciò sia la premessa per far crescere il dialogo nella comunità cristiana. Per questo Le scrivo in risposta a una lettera pubblicata su V.T. del 14 aprile a firma di Giuseppe Valentini (che non conosco). La mia lettera pubblicata la settimana precedente, critica nei confronti del Suo editoriale in merito al Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona, gli ha lasciato “ l’amaro in bocca”. Vengo accusato, assieme all’autrice di un’altra lettera, di non “leggere la parola fondante della famiglia stessa: amore e accoglienza”. Non capisco il nesso con quanto avevo rilevato criticamente, ossia l’accusa da Lei mossa al Congresso di Verona di essere “di parte” e il rilievo prioritario che i cattolici dovrebbero dare al problema demografico anziché ai problemi dell’aborto e della natura della famiglia, unione stabile di uomo e donna aperta alla procreazione. Perché quanto da me rilevato sarebbe trascurare il fondamento della famiglia, ossia amore e accoglienza, o addirittura espressione di “supponenza se non odio”?

Il problema, per Valentini, starebbe nel non essere “accoglienti” verso le diversità. Certamente ho cercato e cerco di educare i miei cinque figli e le mie quattro figlie a vivere la loro sessualità in modo normale, vale a dire in accordo con il loro sesso genetico e biologico e mi dispiacerebbe se ciò non accadesse. Se ci fossero dei problemi (per ora grazie a Dio non ci sono), cercherei di aiutarli per superarli, come mi auguro che cultura, scienza e politica cerchino di aiutare a superarli coloro che ne soffrono. Lo stesso vale per le scelte di fare famiglia; cerco di far capire ai miei figli che i rapporti sessuali non sono un gioco erotico, ma vanno riservati alla coppia che ha assunto le sue responsabilità reciproche e verso i figli. Da cristiani i rapporti sessuali assumono in più un significato ancora più grande, quello di essere “sacramento di Grazia” l’uno per l’altro. E cerco di conseguenza che cultura e politica si pongano l’obiettivo di favorire la stabilità della famiglia, la fedeltà tra i coniugi, e cerco che la Chiesa non abbia timore a dire, come fece un vescovo di New York, Fulton Sheen, che è bene “essere in tre per sposarsi” (e il terzo è Dio) e che ha un grande valore la verginità prima del matrimonio, tra l’altro occasione per approfondire i rapporti di coppia anche sul piano spirituale e culturale, premessa per la stabilità futura. E per questo sarei sordo ai principi morali dell’accoglienza e dell’amore?

Ancor più strano il richiamo di tali principi che Valentini fa a proposito dell’aborto in caso di gravidanza indesiderata o di una gravidanza in presenza di una anomalia del nascituro. Mi sembrerebbe di poter dire che se si è animati da amore e accoglienza, per prima cosa si dovrebbero accogliere i figli già vivi nel grembo materno anche se indesiderati o se con delle anomalie. Forse che essi non sono esseri umani, e per di più inermi, in stato di debolezza? Dov’è la coerenza con i principi morali di amore e accoglienza se si legittima l’uccisione di un essere umano, perché scomodo? O almeno si ha “comprensione” per tale uccisione? Ci si scandalizza, da ipocriti, per l’evidenza di una statuina che riproduce il feto d’uomo a pochi mesi dal concepimento e si tace sul fatto che la realtà nei reparti di ginecologia, sostenuti con i denari di tutti, è assai peggiore, con feti d’uomo estratti fatti a pezzi e poi messi tra i “rifiuti speciali”. E si viene a dire che in fondo va bene perché si evitano aborti clandestini? Certo mi impegno per evitare che tali uccisioni “seriali” trovino il sostegno dei pubblici poteri e della cultura dominante. E mi permetto di criticare il mio settimanale diocesano quando scrive in un editoriale che il dire chiaramente queste cose è “di parte”, anche se l’accusa di essere di parte è dovuta, come credo, al fatto che l’iniziativa non era stata presa dalle organizzazioni ecclesiali ufficiali, come molte prese di posizione critiche e di presa di distanza lasciano intuire. “Io sono di Paolo e io sono di Apollo”: il quadro condannato da San Paolo si è ripetuto e la Chiesa Italiana ne è stata vittima. E il risultato è il disorientamento perfino su principi morali fondamentali. Bene!, Anzi male, malissimo.

scritto 14 aprile 2019

Proteste professori per sospensione corsi di ideologia “gender”: giustificate?

Il Trentino di giovedì scorso 4 aprile ritorna sulla presa di posizione di alcuni colleghi professori dell’Università di Trento contro la decisione della Provincia Autonoma di Trento di sospendere i corsi integrativi sul “genere” e contro il convegno che in merito ha più recentemente organizzato la stessa Provincia. Si aggiungono ora anche professori di liceo. Il suo giornale parla di “rivolta dei professori contro la giunta”.

Non occorre molto per capire le dinamiche che si sono messe in atto. Ci sono stati anni nei quali una firma su un documento critico non si negava a nessuno, e questa volta era in gioco la figura di un pro-rettore, che un suo collega invano ha cercato di far ragionare anche sul “Trentino”. Un pro-rettore di quelli tosti e bene introdotti negli ambienti di sinistra se gli (le) è stata offerta la candidatura per l’elezione suppletiva alla Camera per il collegio di Trento.

Non ho mai visto nessuno dei colleghi professori protestare per i convegni a tesi organizzati dalla Provincia quando a governarla c’era la sinistra, a cominciare dal Festival del’Economia, spesso travalicato in festival della politica di sinistra. Alcuni prendevano la loro parte di gloria, grati. Ora si accusa la Giunta di riportare ad “epoche buie”, di dare “segnali e atteggiamenti di chiara impronta autoritaria e fascista”. Ridicolo. Solo perché chi ha la responsabilità della scuola pubblica di fronte ai genitori e alla comunità ha inteso evitare che, in nome della lotta al pregiudizio, si considerasse doveroso educare tutti i bambini e i giovani all’”ideologia del gender” (mascherata) e perché ha voluto organizzare un convegno che chiamasse esperti che di questa ideologia non fossero espressione, dato che a proporre questa da anni c’erano coloro che sostenevano i corsi integrativi. Ma dove sta scritto che una comunità non abbia la libertà di sentire una voce diversa, dopo che per anni ne ha sentito altre e ha dato ad esse spazio? Si ripete l’intolleranza dimostrata dalla sinistra nei confronti del recente Congresso Mondiale delle Famiglie a Verona. Nessuno osi prendere posizioni contrarie all’ideologia dominante e se lo fa, deve dare spazio anche ad esponenti dell’ideologia dominante, altrimenti è un fascista e autoritario.

Ma poco convincente anche la “rivolta dei professori” per l’intervento delle forze dell’ordine a garantire un ordinato svolgimento del convegno. A negare ai partecipanti e ai relatori la libertà di dire la propria erano i “contestatori” e la magistratura dirà se per farlo hanno sfondato una porta secondaria. Quante volte mi sono sentito negare il permesso di entrare per il rispetto di norme sulla sicurezza, data la capienza di una sala. Chi ama la libertà e lo stato di diritto non vuole imporsi con la forza e se vuole protestare per la carenza di posti, lo può fare “democraticamente”, non con lo stile da “fascismo (autoritarismo) rosso” cui contestatori di sinistra ci hanno abituato per decenni a partire dal 1968.

Spiace vedere bravissimi colleghi professori allinearsi a proteste di chiaro sapore politico, mascherate da lotta al fascismo e all’autoritarismo. Forse un po’ meno di conformismo alla cultura dominante su temi eticamente sensibili non avrebbe guastato per degli intellettuali. Caro Direttore, conoscendo alcuni di essi stento a credere che siano dei “rivoltosi”; semplicemente molti o non hanno approfondito la questione e non se la sono sentita di dire di no a un pro-rettore (pro-rettrice) su un tema che profuma di “progressismo”. Non sia mai! L’università è per il progresso, anche a costo di mettere tra parentesi lo spirito critico.

scritto 4 aprile 2019

In memoria di Riccarda Rossaro

di il 31 Dicembre 2019 in COMMERCIO con Nessun commento

Il 4 novembre ho partecipato al funerale di Riccarda Rossaro, di Pedersano, mia coetanea. Come sempre accade nelle piccole comunità rurali, la chiesa era piena di gente e oltre al giovane parroco celebravano anche missionari comboniani, di uno dei quali, ormai defunto, Riccarda era nipote. Tra la gente anche rappresentanti dell’Associazione italo-tedesca di sociologia (tra i quali il prof. Lauro Struffi), associazione che ha sede presso l’Università di Trento e che da molti anni edita la rivista bilingue “Annali di Sociologia – Soziologisches Jahrbuch”, fondata dal prof. Franco Demarchi e da alcuni anni da me diretta, in collaborazione con altri docenti italiani e tedeschi e con i co-direttori prof. Arnold Zingerle (Bayreuth) e Raimondo Strassoldo (Udine).

Al ricordo in chiesa da parte di uno dei padri comboniani vorrei aggiungere quello mio, a nome della Direzione, del Comitato Scientifico e della Redazione della Rivista, dei quali Riccarda Rossaro è stata Segretaria, oltre che Segretaria dell’Associazione presieduta da anni dal prof. Antonio Scaglia, rappresentato alle esequie dalla consorte, dati suoi impegni inderogabili. La Rossaro è stata l’anima dell’iniziativa di dialogo tra sociologia italiana e sociologia di area culturale tedesca, dapprima in stretta collaborazione con il prof. Demarchi, aiutandolo soprattutto nella parte amministrativa (con essa Demarchi era poco familiare) e poi con me e con il prof. Scaglia, mantenendo i contatti con i sociologi italiani e tedeschi autori degli articoli, con i traduttori, con coloro che facevano la supervisione e con chi contribuiva da linguista a spiegare la più opportuna traduzione italo-tedesca dei concetti.
La sua non fu solo una collaborazione tecnica. Quando per il venir meno del sostegno economico di socio fondatore dell’Istituto Trentino di Cultura (scaricando con ciò sull’Associazione i costi di un ricercatore a tempo pieno assunto inizialmente con i fondi dell’ITC), l’attività dell’Associazione subì un forte rallentamento nella pubblicazione della rivista, ai contributi economici personali del prof. Demarchi, Riccarda aggiunse di sua iniziativa la sospensione per molti mesi del suo stipendio di impiegata, consentendo all’Associazione di superare la crisi, anche con l’aiuto, poi, della Regione Autonoma Trentino – Alto Adige/Suedtirol, della Provincia di Trento e della stessa Università, altri soci fondatori dell’Associazione.

Anche pensionata, Riccarda Rossaro non fece mancare il suo aiuto al segretario che l’ha sostituita, il dott. Manuel Beozzo, sociologo con doppia laurea a Trento e a Eichstaett (Baviera) e da poco ricercatore presso quest’ultima università. Non manca l’attenzione dell’opinione pubblica verso il tema del lavoro. Riccarda Rossaro è stata testimone di un rapporto con il lavoro di pieno coinvolgimento, di piena responsabilizzazione, esemplare. E a ciò ha aggiunto un’impegnativa assistenza in casa alla madre a lungo ammalata. Per questo merita un ricordo particolare in un ambito più largo di quello dei parenti e dei membri della piccola comunità locale dove viveva.

scritto 5 novembre 2019

In memoria di mons. Silvio Gilli

di il 31 Dicembre 2019 in COMMERCIO, Persone con Nessun commento

L’Adige del 30 marzo pubblica un ricordo di don Silvio Gilli scritto da Giampaolo Andreatta: episodi di vita che arricchiscono la descrizione di un prete un po’ “speciale”, sia per lo stile di comportamento sia per la missione che ha svolto in Vaticano. Aggiungo anch’io un episodio personale: neo-eletto alla Camera dei Deputati nel 1994, un po’ spaesato quanto a sistemazione alloggiativa, telefonai a don Silvio, in Vaticano, se poteva indicarmi qualche sistemazione un qualche struttura ricettiva religiosa, meno cara e meno soggetta all’incertezza delle prenotazioni di un albergo. In un attimo telefonò e mi trovò la camera presso un convento di suore, alle spalle del Vaticano. Purtroppo l’ora del rientro serale non era spesso compatibile con gli impegni e così, dopo poche settimane, scelsi di andare in albergo presso i Fori Imperiali, gestito dai frati di padre Massimiliano Kolbe, finché poi non trovai una sistemazione stabile in una camera d’affitto. Sento ancora riconoscenza per la cortesia usatami da don Silvio, che ogni tanto rivedevo a Trento per la visita di un collega sociologo che lo aveva conosciuto in uno dei viaggi in Cina organizzati da don Demarchi.

Ai funerali a Gardolo, oltre ai tantissimi preti con il vescovo emerito e tanta folla, il vescovo in carica mons. Tisi ha delineato la figura di don Gilli in modo appassionato (era stato, ha detto, suo confessore), insistendo sulla sua mitezza e sul grande amore per la Chiesa. Una sua nipote lo ha ricordato con grande affetto: sapeva “tenere insieme” la famiglia. Un esponente della San Vincenzo e un altro dell’Apostolato della Preghiera ne hanno ricordato le attività, carità e preghiera. Nessuno ha fatto cenno al suo impegno come assistente ecclesiastico dell’Associazione Famiglie Numerose, trasformata poi in Associazione Trentina della Famiglia, rette da una figura di spicco del Trentino, il prof. Sisto Plotegheri (del quale sono stato successore), aiutato da soci sostenitori, anche finanziariamente, come Tullio Odorizzi.

Sono stati gli anni nei quali l’Associazione era tra i promotori in Italia del referendum sulla legge che introduceva in Italia il divorzio e di quello, successivo, sulla legge che legalizzava l’aborto. Seguirono convegni europei in materia, uno dei quali tenuto, guarda caso, a Verona, e l’Associazione presieduta da Plotegheri era co-organizzatrice. Ebbene, don Gilli non aveva remore nel sostenere tali iniziative e, a differenza della chiesa trentina di oggi, che critica il Congresso Mondiale sulle Famiglie di Verona perché “odora” politicamente di destra, poco gli importava che a favore della stabilità della famiglia e per la difesa della vita vi fossero, in entrambe lo occasioni, oltre alla Democrazia Cristiana, un partito di destra (quella vera e storica): ciò che contava erano i contenuti, era la sostanza delle posizioni sostenute. E non taceva per la paura di “andare contro” su temi allora assai divisivi. Altra tempra di cristiano e di prete, che sapeva unire mitezza, preghiera e impegno per principi fondamentali in merito a vita e famiglia.

Avrei desiderato ricordare ciò al funerale di don Silvio, ma non sarebbe stato certamente gradito. Mi affido a l’Adige, sperando che ritenga giusto completare il profilo di un prete mite e umile, ma non fino al punto di tacere su principi fondamentali o di criticare chi li difende perché poco gradito politicamente.

La sfida antropologica: una risposta all’on. Tonini, PD

di il 30 Dicembre 2019 in COMMERCIO, famiglia con Nessun commento

Su l’Adige del 27 marzo u.s. un articolo dell’on. Giorgio Tonini invita a rivedere il modo nel quale si affrontano temi delicati come la famiglia e la sessualità, prendendo spunto dai recenti episodi di cronaca riferiti alla sospensione in Trentino di corsi scolastici sul “genere” e al convegno di approfondimento in merito organizzato dalla Provincia con esperti, contestato da molta parte delle sinistre politiche e sindacali.
Giustamente Tonini, richiamando Aldo Moro, sostiene che non basti parlare di diritti, ma occorre anche parlare di doveri. E’ una presa di distanza netta da coloro che contestano con proteste e manifestazioni, in questi giorni, non solo il Convegno provinciale sulle differenze tra uomo e donna, ma anche il Congresso mondiale sulle famiglie che si terrà a fine settimana a Verona, prese di posizione ossessive in alcune reti TV come TV7, con la Gruber. Ma è anche un richiamo a non rendere l’insistenza sui doveri il modo di disconoscere rilievo pubblico a forme di relazione sessuale e forme di convivenza perché non appartenenti alla “natura”, dato che questa nell’uomo è interpretata e modificata dalla cultura.
L’approccio sostenuto da Tonini, moderato, può apparire convincente, ma nasconde la profondità e la portata della “sfida antropologica” che la questione sessualità e famiglia (e si può aggiungere la tutela della vita umana) pone.
Tra diritti e doveri vi sono incompatibilità. Si prenda il cosiddetto “diritto di aborto” rivendicato da chi teme iniziative legislative in merito. La legge 194 non stabilisce che l’abortire sia un diritto, anzi, esclude che possa essere usato come mezzo di controllo delle nascite. Consente l’aborto solo se questo contraddice (anche un po’) un altro diritto, quello alla salute della madre e impegna a prevenire le cause che possono indurre la madre a uccidere il figlio che porta in grembo. Eppure le parti politiche e sindacali di sinistra e i laicisti più intransigenti, oltre che i principali mass-media, non fanno che parlare di diritto all’aborto. Che considerazione hanno avuto quei cittadini che invece sottolineano l’importanza del diritto alla vita anche del concepito nel grembo materno e l’importanza del dovere di tutelarlo? Nessuna, anzi derisione, accuse di essere retrogradi, accuse ai medici obiettori, censura sulle azioni di volontariato per aiutare le madri in difficoltà.
Si prenda la legge sulle unioni civili, celebrata anche da Tonini. Non si è potuto riconoscere tali unioni, specie tra persone dello stesso sesso, come “famiglia”, ma solo come “formazione sociale”. Eppure i partiti, i sindacati, altre forze sociali e culturali di sinistra continuano a parlare di “famiglie” ( o di “famiglie arcobaleno”) e hanno voluto che a tali “formazioni sociali” siano riconosciuti i medesimi diritti della famiglia “naturale”, fondata sul matrimonio di uomo e donna, fino a giungere all’aberrazione di voler riconoscere la pratica dell’”utero in affitto” (per ora solo all’estero) pur di consentire alle unioni omosessuali di avere figli. Si è affermato il diritto a due omosessuali di essere “famiglia” e di “comprare” figli per soddisfare un loro desidero diventato “diritto”. Ma come si concilia questo con il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre, il diritto a conoscere la sua identità, e con il corrispettivo dovere di porre il figlio nelle migliori condizioni per una sua crescita equilibrata? Che considerazione hanno avuto e hanno coloro che insistono affinché tali diritti-doveri siano garantiti? Nessuna, anzi, derisione, accuse di essere retrogradi, di non capire che la natura per l’uomo è plasmabile fino a poter mutare il sesso biologico e genetico.
E si potrebbe continuare negli esempi. La sinistra e i super-laicisti al potere hanno imposto la loro visione senza “pietà” per chi la pensava diversamente da loro. Ora che i cittadini hanno dato più forza politica a coloro che intendono tutelare la vita umana anche nel grembo materno e che intendono tutelare, come recita la Costituzione, la famiglia come “società naturale”, si grida allo scandalo, si evoca arretratezza culturale da Medio Evo, si contestano aspramente iniziative culturali, come quelle di Trento e di Verona, negando la legittimità di patrocini pubblici, rivendicati, invece, a gran voce per le feste dei gay. Tonini chiede un contemperamento di diritti e doveri, ma la compatibilità tra alcuni diritti o tra alcuni diritti e alcuni doveri non c’è. O c’è la vita o c’è l’uccisione, o c’è la famiglia fondata sul matrimonio di uomo o donna o c’è la famiglia (unione) di omosessuali che compra figli altrui, o c’è il diritto a sapere di chi si è figli o si nega per non disturbare i compratori di figli. Aldo Moro non avrebbe avuto dubbi sulla posizione da prendere e non può essere strumentalizzato, neppure da Tonini, per avallare ambiguità e compromessi non su scelte ordinarie di politica, ma su valori fondamentali.

scritto 27 marzo 2019

Ragionevole togliere il Crocefisso dalle aule scolastiche?

di il 30 Dicembre 2019 in COMMERCIO con Nessun commento

L’intervento del prof.Roberto Cubelli, docente di Psicologia generale all’Università di Trento, pubblicato su l’Adige di domenica scorsa 17 novembre, relativo alla presenza del crocefisso nelle aule scolastiche (come anche nei tribunali), merita una risposta. La posizione di chi difende tale “arredo” scolastico, che rimanda ai temi dell’identità nazionale e dei valori condivisi da tutti, esposta pochi giorni prima sul suo giornale da Elena Albertini, è discussa e contestata dall’ex collega. Il crocefisso è simbolo di divisione, non di unità del popolo italiano, perché non tutti gli italiani sono cristiani, e se cristiani, non tutti danno ai simboli religiosi e a Cristo stesso il medesimo significato. Quindi i crocefissi vanno tolti da scuole e tribunali in quanto essi non esprimono per tutti l’identità nazionale e non rispettano il valore della laicità dello stato, che impone “mancanza di funzione religiosa” oltre che “neutralità verso le religioni”.

Se si generalizza il principio sostenuto da Cubelli, v’è da chiedersi cosa altro di “ufficiale”vada abolito perché rappresenta o ricorda, alla collettività tutta, fatti di una religione che non è di tutti. L’esempio più chiaro è la numerazione degli anni. Il farla decorrere dal momento della nascita di Cristo sarebbe, seguendo il criterio di Cubelli, una non laica intromissione di elementi religiosi nella vita collettiva regolata dallo stato. Lo stesso si può dire del giorno di riposo fissato di regola la domenica (giorno del Signore, giorno della Resurrezione di Gesù) o delle feste infrasettimanali di tipo religioso, come quelle del patrono, del Lunedì dell’Angelo, di Ognissanti (e in passato, ma ancor oggi in stati laicissimi, le feste di San Giuseppe, di san Pietro e Paolo, del Corpus Domini, dell’Ascensione. Anche le croci poste sulle cime delle montagne andrebbero tolte, perché le montagne sono di tutti, anche dei non cristiani. E così anche in altri luoghi “comunali”, come i cimiteri, vanno tolte cappelle mortuarie cristiane, perché possono essere sgradite ai non credenti. E si potrebbe continuare.

Gli unici simboli legittimati in uno stato laico sarebbero, per il prof. Cubelli, la foto del Presidente della Repubblica e la bandiera italiana. Non si capisce perché per questi non valga il criterio indicato per il crocefisso, ossia l’essere simbolo di divisione. Si è mai chiesto il prof. Cubelli come sentano la bandiera italiana coloro che sono in Italia per conquista militare, contro la quale, sotto altre bandiere, hanno magari combattuto. Ricordo che mio padre, uomo di Azione Cattolica, sempre DC, cantava “Salvi Iddio de l’Austria il regno” e non “Fratelli d’Italia”. E anche per il Presidente della Repubblica vi possono essere e vi sono divisioni di giudizio sul suo operato (anche se meno per l’attuale), che in talune circostanze è giudicato da alcuni fortemente negativo. Basta la forza della legge per far sentire come simbolo della nazione ogni Presidente della Repubblica?

E poi, bandiera e Presidente della Repubblica sono simboli di valori così forti da sostenere sentimenti di appartenenza nazionale o statale? Non servono valori etici e religiosi? L’esempio polacco negli anni Novanta (ma anche assai prima) è ricordabile da tutti. E’ vero che vi possono essere porzioni di popolazione che non condividono i valori e i simboli, ma non sono tali porzioni che, se minoritarie, possono precludere il manifestarsi dell’identità della maggior parte della popolazione. E finora non mi consta che vi sia vasto disagio per i crocefissi nelle aule scolastiche o nei tribunali, come non vi è per i presepi nelle scuole. Anzi.

Al prof. Cubelli direi di considerare anche quanto molti economisti e molti sociologi sono arrivati a concludere; una società secolarizzata, priva di fondamenti forti dell’agire etico (come il fondamento religioso) si incammina verso la dissoluzione, la mancanza generalizzata di rispetto delle regole, dei contratti, non a sufficienza garantito dall’uso della forza legittima da parte dello stato. Per questo la laicità in alcuni stati, come negli USA, non esclude la valorizzazione della religione prevalente della popolazione, pur garantendo libertà di espressione a ogni religione. Non si comprenderebbe altrimenti il giurare del Presidente sulla Bibbia, né l’iniziare le sedute del parlamento inglese (ma non solo) con una preghiera, né la Regina capo della Chiesa Anglicana. Rimansugli di una tradizione da eliminare? Può darsi, ma evitiamo di restare vittime della concezione francese della laicità, che fa divieto a un dipendente pubblico perfino di indossare una collanina con l’immagine del Madonna o con una piccola croce.

scritto 19 novembre 2019

Corpus Domini e chiacchere in chiesa, come si fosse a un teatro

di il 30 Dicembre 2019 in COMMERCIO con Nessun commento

La prossima festa del Corpus Domini, in Italia da tempo non più ritenuta degna di meritare un giorno di festa autonomo, di giovedì, mi suggerisce una riflessione sulla crescente disattenzione verso il “Corpo del Signore” presente sotto la specie del pane azzimo e posto nel tabernacolo.

E’ vero che da qualche anno si è ripresa l’usanza di portare in processione il “Corpo del Signore” nella sua festa spostata alla domenica, ma è anche vero che l’attenzione a tale forma reale di presenza di Cristo è rara, al di fuori della celebrazione eucaristica.

Il segnale è nel diffondersi anche nelle chiese trentine del chiacchiericcio nei minuti che, in chiesa, la domenica, si aspetta che inizi la messa. Non si pensa più che nel tabernacolo della chiesa è presente Cristo. Si chiacchiera con i vicini di banco, come se l’unica cosa che interessa sia l’inizio della messa da parte del sacerdote. Il Corpo di Cristo è ignorato e quel che più colpisce è che il clero o i religiosi presenti non richiamano più al silenzio attento e devoto. C’è un rito e non c’è altro. Quando ero giovane, tra i doveri degli aderenti al movimento Oasi, allora sostenuto dai responsabili della pastorale giovanile di Azione Cattolica, vi era quello di una visita quotidiana in chiesa al Santissimo Sacramento. Nessuno ne parla più, neppure come invito. La messa domenicale era anche in passato l’occasione per scambiare quattro chiacchiere, ma lo si faceva, tra uomini, sul sagrato o anche al bar della piazza cui si affaccia la chiesa. Al memoriale della passione, morte e resurrezione di Gesù di Nazareth si univa la manifestazione di una socialità comunitaria laica, ma si faceva fuori della chiesa. Ora si fa in chiesa. Si tratta certo solo di costume. In altri contesti, come ho visto in Uganda, la chiesa è luogo di ritrovo e di festa anche prima della messa. Ma nel nostro, cristiano da venti secoli, il senso della sacralità del luogo “chiesa” , anche e soprattutto per la presenza del Corpo del Signore, era sentito. Ora si sta perdendo. La chiesa è un luogo di riunione, e mi colpisce come sia diventato normale applaudire, a un funerale, a un canto ben fatto, a un matrimonio o a un battesimo. E il celebrante non di rado chiama l’applauso. Il rito è sempre meno fatto di mistero soprannaturale che chiama meditazione e sempre più un fatto solo sociale.
E’ troppo sperare che almeno nella nostra diocesi vi sia un invito a rispettare col silenzio la presenza misteriosa di Cristo e di Dio nella chiesa?

scritto 19 giugno 2019

Teoria gender e programmi integrativi nelle scuole:sbagliato evitarlo?

Sul Trentino del 31 dicembre sono riportate dichiarazioni del cons.Ghezzi e della cons. Ferrari, duramente critiche nei confronti della Giunta provinciale per aver sospeso corsi integrativi scolastici inerenti parità di genere al fine di verificare se tali corsi non fossero lo strumento per educare bambini e ragazzi alla “teoria del gender”, ossia la teoria secondo la quale l’identità sessuale sarebbe una “costruzione sociale”.

Mi auguro che la passata Giunta provinciale non abbia avallato per anni programmi scolastici integrativi che propongano agli alunni simili posizioni culturali, ma certo la veemenza con la quale i due consiglieri sopra citati hanno reagito fanno sospettare che gli amministratori di sinistra della scorsa legislatura abbiano paura che la loro operazione culturale, volta a somministrare, anche in dosi omeopatiche, la teoria del gender, venga disvelata. E per cominciare negano che una “teoria del gender” esista, il modo che ritengono più efficace per non farne scoprirne gli elementi in alcuni programmi da loro finanziati.

L’accusa alla Giunta Fugatti e agli assessori competenti al riguardo, sarebbe di essere un Giunta etica. Sorprende che uomini di cultura non abbiano coscienza del fatto che l’etica è connaturata alla politica. Questa persegue il bene comune. E il giudizio su ciò che è bene o non lo sia è proprio un giudizio etico. Quanto Ghezzi e Ferrari sostengono, ossia l’educazione degli alunni a sfuggire agli elementi di identità sessuale dovuti alla “costruzione sociale”, per essi è un bene, mentre è un male non farlo. La loro scelta, come tutte quelle politiche, deriva da valutazioni etiche. La differenza tra la Giunta Fugatti e i responsabili delle politiche relative alla scuola e alla parità uomo-donna della precedente legislatura è che differisce l’etica. E se si approfondisce un po’, a voler imporre le proprie valutazioni etiche nel proprio agire amministrativo, erano stati questi ultimi, mentre la Giunta Fugatti vuole salvaguardare la primaria responsabilità educativa dei genitori, riconsegnando a loro, come la Costituzione vuole, le decisioni circa l’educazione sessuale.

La cons. Ferrari giustamente cita la diversità di uomo e donna, che merita anche per lei rispetto; tuttavia nega che da questa diversità possano discendere scelte diverse tra uomo e donna. Si tratta di una posizione ideologica di stampo vetero-femminista. Corrisponde all’esperienza comune, fondata anche su ricerche scientifiche, che le diversità tra uomo e donna nel cervello, nei ritmi biologici in età fertile, nella configurazione somatica, nelle potenzialità generative, ecc., che vi siano diversità medie tra uomini e donne, diversità che aprono a complementarietà uomo-donna che danno fondamento solido al rapporto di coppia e influiscono sui rapporti educativi, ma non solo, tra padre, madre e figli. Il constatare che tali diversità uomo-donna hanno conseguenze in parte diverse in società diverse non autorizza a considerare da rimuovere tali differenze, come fossero un condizionamento negativo. Saranno le autonome dinamiche sociali a produrre i cambiamenti, ma senza la pretesa che essi non siano a loro volta “costruzioni sociali” basati su differenze che costruzioni sociali e stereotipi non sono.

Sono i corsi miranti a cambiare, per via politico-amministrativa, i modi di interpretare la propria identità sessuale, ad essere di impronta autoritaria. Ed è quanto fatto dai sostenitori della “teoria del gender”. Bene, quindi, ha fatto la Giunta Fugatti a cautelarsi al riguardo, proprio per non continuare in un’impostazione autoritaria.

Natale secolarizzato anche nelle chiese: Gesù da messia politico a messia sociale

di il 21 Dicembre 2018 in COMMERCIO con Nessun commento

Su l’Adige del 20 dicembre scorso è pubblicato l’editoriale di Donata Borgonovo Re e tra le lettere una di un gruppo di lettori che sostiene l’appropriatezza del presepe “attualizzato” della Chiesa del Santissimo di Trento. Se Gesù nascesse ora, nascerebbe su un barcone: questa la tesi, volta a sottolineare come Gesù abbia scelto di nascere in povertà tra i poveri. Una volta erano i pastori che sostavano la notte in grotte e ripari precari; ora sono coloro che per immigrare in Europa si imbarcano in barconi precari. Ci sarebbe molto da osservare sulla proponibilità del parallelo, ma non è su questo che volevo richiamare l’attenzione, quanto sull’interpretazione della venuta di Gesù tra gli uomini. Quella proposta si focalizza sulla dimensione sociale: la sua venuta vorrebbe insegnare l’amore per i poveri, ieri i pastori e oggi gli immigrati clandestini.

Non so se i pastori fossero dei poveri, in una società dove la pastorizia era un’attività rilevante, visto l’ambiente del Medio Oriente. Basti pensare ad Abramo, ricco pastore, che si separa da Lot pur egli ricco pastore. E neppure chi oggi impiega qualche migliaio di euri o di dollari per pagare coloro che organizzano le migrazioni clandestine sembra essere nella sua società un povero. I poveri non hanno i soldi per pagarsi il viaggio, né hanno istruzione e strumenti di comunicazione utili durante e dopo il percorso migratorio. Ma, fossero anche poveri, l’interpretazione della venuta di Gesù per insegnare la solidarietà sociale è semplicemente riduttiva, tipica di una società secolarizzata, nella quale concetti come “peccato”, “redenzione” “vita eterna” “salvezza” non hanno più senso e se lo hanno è confinato nell’immanenza, nella dimensione sociale (escluso il concetto di “vita eterna”, che ad essa non si può proprio ridurre, a meno che non si dia a “vita” il significato di perdurare della memoria di un uomo o donna tra gli uomini, come si fa in qualche funerale “laico”).

L’attesa del Messia ai tempi di Gesù, e anche da parte dei suoi seguaci, era riferita a una dimensione politica; ora alcuni (molti) la riferiscono a una dimensione sociale. Ma quanti sono stati i profeti di liberazione politica dall’oppressione e di liberazione sociale dall’ingiustizia e dalla povertà? Si può credere o meno che Gesù sia proprio Dio fatto uomo: in fondo è irrilevante per la comprensione del suo messaggio morale. E così si può celebrare il ricordo della sua venuta sottolineando che ciò che conta è il suo messaggio morale. E per far questo si trasfigura anche la sua nascita come scelta per i più poveri, per i marginali. Si dimentica che Gesù era figlio unico di un artigiano con una giovane moglie devota, che aveva una casa in una cittadina, probabilmente non male attrezzata visto il suo mestiere, e che è nato in una stalla per caso, e non perché Giuseppe non avesse il denaro per pagare una stanza d’albergo, ma perché la città era sovraffollata di gente e gli alberghi avevano le stanze tutte occupate. E’ successo anche a me che a Roma, da giovane docente: non trovavo una stanza d’albergo a morire e ho dormito sotto le pensiline della Stazione Termini. E quanti, a casa mia, una casa agricola a Primiero, negli anni Cinquanta, bussavano per poter passare la notte nel fienile o d’inverno, nella stalla! Nei miei giri di più giorni in bicicletta, da giovane, con gli amici si chiedeva ospitalità ai contadini, nei fienili. E non ci sentivamo miserevoli e reietti. Siamo abili a usare la retorica del povero, dell’eroe, del generoso, se ci serve per non affrontare la realtà così come è e rafforzare e propagandare, invece, le nostre convinzioni.

Il Natale non è la festa della solidarietà, ma è la festa per avere avuto in dono la vita eterna (invece che il nulla eterno, la dannazione eterna), nonostante la nostra miseria di miscredenti. “La tua fede ti ha salvato”, diceva spesso Gesù dopo un miracolo. Ma crediamo ancora, noi cristiani, laici e preti, a Gesù Dio fatto uomo per donarci la vita eterna?

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