Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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migrazioni

L’uso del termine razza non implica razzismo; l’ibridazione delle razze non è necessariamente un obiettivo da condividere

di il 19 gennaio 2018 in comunità, etica pubblica, migrazioni con 3 Commenti

In questi giorni vi sono state molte reazioni di scandalo per l’uso, in una trasmissione radiofonica, della parola “razza” da parte del candidato della Lega per la Presidenza della Regione Lombardia. L’accusa è di razzismo, avendo egli espresso il timore che un’immigrazione incontrollata, senza limitazioni, possa portare la “razza bianca” a diventare minoranza in Europa.
Al di là della fondatezza dell’affermazione (essa dipende dall’orizzonte temporale che si assume e dall’andamento delle economie e delle demografie), le reazioni, anche al netto delle strumentalizzazioni tipiche di un periodo di campagna elettorale, confermano una difficoltà italiana (e non solo, anche tedesca) ad usare il termine “razza”, certamente dovuta alla criminale persecuzione su base razziale, specie anti-ebraica, realizzata dal nazismo e che ha trovato parziale rispondenza anche nell’Italia dell’ultimo periodo fascista.
Nelle indagini sociologiche e nel linguaggio sociologico il concetto di razza è usato normalmente. Nel mondo anglosassone e nordamericano il termine “race relations” (relazioni razziali) designa anche una disciplina universitaria di insegnamento, oltre che sezioni di associazioni scientifiche di scienze sociali. L’uso del termine ”razza” non implica l’essere razzisti, quindi. Lo è chi su base razziale stabilisce diversità di stato giuridico, come è avvenuto nel XX secolo in Sud Africa o negli stessi Stati Uniti, o , in senso più lato, non riconosce a tutti gli uomini, indipendentemente dalla razza o dal colore della pelle, la medesima dignità.
Che l’uso del termine razza da parte di un politico contraddica il “politicamente corretto” in Italia non significa che le differenze razziali non siano di fatto tema oggetto di attenzione anche da parte di coloro che, anziché dirsi preoccupati per la crescente quota di non bianchi, si dicono a favore della “ibridazione”, sostenuta in questi giorni anche da autorevoli ecclesiastici, che altro non è che il risultato di riproduzione umana derivante da genitori di razza diversa. Parlare di ibridazione presuppone che ci siano uomini e donne diversi per razza che procreano insieme.
C’è poi chi considera razzista chi usa il termine razza perché in realtà biologicamente si constatano “continua” di caratteri tra le cosiddette “razze”, per cui le “razze” biologicamente non esisterebbero. Lo stesso colore della pelle, il carattere più evidente della differenziazione razziale, mostra una grande gradualità di sfumature, e non solo nei casi di “ibridazione”.
Nessun motivo per dubitare delle ricerche scientifiche in campo biologico-antropologico, ma, come dicono due autorevoli padri della sociologia, come Thomas e Znaniecki, anche se la “definizione di una situazione” fosse non corrispondente alla realtà, essa ha conseguenze reali, e l’esistenza di differenti razze umane fa parte in tutta l’umanità della “definizione della situazione”. Che i confini tra razze non siano netti non smentisce, peraltro, il fatto che tra bianchi, neri, gialli e rossi (per usare termini di uso comune) vi siano differenze riconoscibili. E da quando mondo è mondo è altresì noto che in generale i simili amano stare con i propri simili e tra i criteri di somiglianza vi sono lingua, costume, tradizioni, religione, etnia o nazione, status socio-economico e anche colore della pelle o conformazione somatica (dai piccoli pigmei e ottentotti ai glabri gialli, ai robusti mongoli ai longilinei nord-europei e negri nilotici dell’Africa centro-orientale e così via.
C’è chi reputa insopportabile vivere con i propri simili perché ama avere diversità attorno a sé? Legittimo. Ma non imponga le sue preferenze a tutti. E’ sufficiente garantire a tutti uguale dignità, che non implica mescolanze e indifferenziazioni delle collettività che si organizzano per provvedere al loro comune futuro.

Immigrati: accoglienza incondizionata nuovo comandamento per i cattolici? Lettera ad Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana

di il 14 gennaio 2018 in etica pubblica, migrazioni, religione con 2 Commenti

al Direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio
Avvenire, insieme a larga parte delle autorità ecclesiali, a cominciare da Papa Bergoglio, non cessa di richiamare i cristiani e le autorità civili all’accoglienza di coloro che lasciano la propria terra in cerca di un futuro migliore. Evidente il riferimento, tra gli altri, ai criteri, secondo il racconto evangelico, del giudizio di Dio l’ultimo giorno o al comandamento dell’amore del prossimo.

D’altro lato sempre le autorità ecclesiali hanno richiamato e richiamano i cristiani al dovere di contribuire al perseguimento del bene comune, anche tramite l’impegno politico. Risulta assai dubbio che il bene comune, sia nelle società di partenza che in quelle di arrivo dei migranti, consista nel non regolare i flussi di persone. E regolare implica anche stabilire dei filtri, quanto meno in entrata. E stabilire dei filtri in entrata significa non accogliere, respingere, accogliere per poi rimandare indietro. Inoltre il perseguire il bene comune richiede anche un impegno per lo sviluppo di tutti i popoli (“Populorum progressio” di Paolo VI) in modo che sia rispettato il diritto a non dover emigrare, diritto richiamato non spesso da Papa Bergoglio, ma che lo fu diffusamente da parte dei parroci e dei vescovi all’epoca dell’emigrazione italiana a cavallo tra XIX e XX secolo, che rimproveravano gli amministratori pubblici di non essere attivi nel creare le condizioni per evitare decisioni migratorie.

Infine vi è la questione del rispetto della legalità. Non vale per chi non rispetta le regole fissate per poter immigrare? Va da sè che nel caso di rifugiati l’unica legge è quella dell’obbligo di soccorso, ma non si ha nulla da dire verso il costume di rivendicare lo status di rifugiato in mancanza dei presupposti o quello di inviare i propri figli minori, alla soglia della maggiore età, per godere dello status di “minore non accompagnato”?

Sarebbe un aiuto ai laici cristiani, e non solo a quelli impegnati in politica, se le autorità ecclesiali e lo stesso Avvenire spiegassero come si possono comporre i diversi criteri di comportamento, tutti fondati sui principi cristiani. E’ stato fatto per adattare i principi di fratellanza universale all’economia di mercato (si veda ad es. l’annosa questione degli interessi sul capitale prestato). Possibile che non si possa fare per adattarli all’esigenza di governare i flussi di popolazione?

NB Lettera non pubblicata finora; è la seconda dopo che alla prima Tarquinio mi ha telefonato lamentandosi delle mie critiche. (Sono abbonato da molti anni ad Avvenire e non uso disturbare il giornale, ma la sua unilateralità sul tema immigrazione è ormai insopportabile)

Le mistificazioni sul diritto fondamentale di ciascuno a migrare dove vuole e sui vantaggi dell’immigrazione

di il 24 maggio 2017 in migrazioni con Nessun commento

Vita Trentina del 23 aprile scorso dedica due intere pagine al fenomeno migratorio, tutte improntate ad esaltare le migrazioni come fattore di progresso, benché siano causate da guerre, carestie, ecc.. Riprendo i titoli in sequenza: “il diritto al futuro per tutti”, “la migrazione motore dell’umanità”, “arrivederci mondo vecchio, benvenuto mondo nuovo” , “migrare: perché?”. “oltre il confine?”.

Poiché, anche e soprattutto come sociologo, e non solo per aver letto ricerche e libri altrui, ma anche per averne fatte di persona assieme a colleghi dell’Università, ho maturato valutazioni in contrasto con quelle propugnate da Vita Trentina, se lo consentirà, vorrei elencare alcune obiezioni.

Prima tesi: il diritto a migrare è nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sottoscritta da tutti gli stati aderenti all’ONU. Quindi ciascuno avrebbe il “diritto ad avere i documenti per accedere a un paese straniero”. Mi chiedo perché l’autrice trasformi il diritto di muoversi liberamente entro lo il proprio paese e di lasciare il proprio paese (articolo 13 della Dichiarazione) nel diritto ad entrare liberamente in un altro paese. Una cosa è l’obbligo degli stati a lasciare libertà di movimento ai propri cittadini, compreso quella di lasciare il proprio paese e di ritornarvi (libertà negata spesso in stati autoritari e totalitari) e altra cosa è l’obbligo di ogni stato a lasciar entrare nel paese chiunque lo desideri. Tale obbligo non c’è e quindi non c’è il diritto di immigrazione. Mi chiedo ancora perché l’autrice dell’articolo ometta di citare l’art. 29 della medesima Dichiarazione che afferma come tutti i diritti e le libertà riconosciute, lo sono nel rispetto delle leggi di ciascuno stato volte tra l’altro a “ soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica”. Spiace che si faccia disinformazione.

Seconda tesi: le migrazioni sono un fenomeno molto positivo: “portano vita nuova”, rimediano ai problemi portati dal calo demografico, coprono la necessità di svolgere lavori sgraditi e meno pagati, portano diversità che possono creare qualche problema, ma che sono ricchezza di cultura, “tesori di umanità”. Mi chiedo perché l’autore esalti aspetti positivi e minimizzi quelli negativi. L’emigrazione “forzata” è un dramma prima di tutto per chi la pratica: l’autore cita i successi dell’emigrazione italiana all’estero; credo che abbia avuto poche occasioni di parlare con gli emigrati. La stessa Chiesa, anche in Trentino in passato, quando i trentini emigravano, ha dato il primato al diritto di restare a vivere nella propria patria. C’è calo demografico? Perché non mobilitarsi per mettere in condizione le famiglie di fare i figli che desiderano avere (almeno il doppio di quelli che mediamente hanno) e invece benedire chi, immigrato, si adatta ad essere pagato poco e trattato male? Accoglienza di carità o egoismo mascherato, taciuto, ma praticato? Perché sottovalutare i conflitti tra popolazioni di cultura, etnia, razza, diverse? L’autore ha mai considerato ciò che accade nei paesi con forte immigrazione, con grandi minoranze etnico-linguistiche-razziali? Dagli USA al Brasile, dal’Africa sub-sahariana all’Asia, dalla Francia alla Germania e alla Gran Bretagna è tutto un pullulare di conflitti violenti intrastatali fra tribù, etnie, nazionalità, razze. Non si può minimizzare; anche qui si fa disinformazione.

Terza tesi: l’emigrazione è causata da “dittature, persecuzioni, guerre, genocidi, pulizie etniche e violenze”; si traduce in flussi di manodopera laddove si può vivere meglio e porta benessere ai residenti, che per il loro lavoro vengono pagati meglio, mentre possono giovarsi di prestazioni da parte di immigrati a costo basso; in sintesi “vantaggi per tutti”, autoctoni e immigrati. Mi chiedo innanzitutto per quali ragioni lo stato di rifugiato o equiparato, che è riconosciuto nel caso di persone che sfuggono a persecuzioni, guerre, genocidi, pulizie etniche, emergenze umanitarie, sia invece riconosciuto a un’esigua minoranza degli immigrati “richiedenti asilo”. Perché tacere sul fatto che la maggior parte degli immigrati senza autorizzazione sono giovani, più istruiti della media dei compatrioti, con più disponibilità di denaro degli altri, necessario per pagare i costi del viaggio (comprensivo di compensi per i trafficanti d’uomini senza scrupoli)? Perché tacere del fatto che in tal modo si privano le comunità di origine della componente più giovane, istruita e attiva, lasciando nei villaggi uomini e donne meno attivi, anziani, donne e bambini? L’enciclica “Populorum progressio” di Paolo VI è superata|? Come poi magnificare il fatto che gli autoctoni possano “lucrare” sui bassi salari degli immigrati? E poi se i lavori sgradevoli venissero pagati di più, per compensare la loro sgradevolezza, sicuri che non si trovino tra gli autoctoni persone disposte a farli?

Quarta tesi: “I muri sono bestie odiose”, “il muro non risolve, il muro complica le relazioni, è insostenibile economicamente e inefficace”. L’argomentare è meno apodittico, meno unilaterale, ma la conclusione è una condanna di confini e muri. E’ vero, i muri non piacciono, ma perché non riconoscere che talvolta servono. Per renderli compatibili con le esigenze di andare oltre, senza creare problemi, è utile che siano provvisti di varchi controllati. Perché tacere del fatto che i varchi ci sono, ma non si vuole sottostare alle regole per passarli? Gli emigrati italiani e trentini dal XIX e XX secolo (e anche quelli del XXI) hanno seguito le regole. Le nostre case hanno muri e porte: i muri sono fatti per evitare che in casa entri qualcuno che può creare problemi; le porte per far entrare chi è invitato a entrare, anche se è lui di sua iniziativa a bussare. E le porte ci sono anche col muro tra Messico e USA, tra Spagna e Marocco. Non si può tacere su chi le porte le vuole sfondare e le sfonda. Mi ha sempre colpito come la parte di mondo cattolico che fa della legalità un valore assoluto (in realtà non lo ha), di fronte alla legalità nei processi migratori agisca al contrario, cerchi di eluderla e aiuti a violarla. Le regole di apertura delle porte sono troppo strette? Si agisca politicamente per cambiarle.

Caro Direttore, se ho bestemmiato merito di essere schiaffeggiato, ma se non ho detto niente di male, perché mi schiaffeggia? Le assicuro che le pagine sulle migrazioni di VT sono suonate schiaffo per cristiani che vedono più degli autori delle pagine citate “il rovescio della medaglia”, da loro ben nascosto.

(lettera a Vita Trentina, non pubblicata perchè definita “ridondante”)

Xenofobia: uso improprio del termine

di il 7 maggio 2016 in migrazioni con Nessun commento

In questi giorni è frequente l’uso del termine “xenofobia” per qualificare la caratteristica dominante di posizioni politiche che propongono limiti più o meno stretti all’entrata di immigrati nel territorio di uno stato. E così giudicato espressione di xenofobia il successo del candidato del Partito Liberale in Austria, come lo sono le decisioni del Governo austriaco circa il controllo del confine del Brennero, ecc.. Anche l’articolo di Gianni Bonvicini su l’Adige del 28 aprile parla di “destra xenofoba” a proposito di partiti che in alcuni paesi (oltre a Austria, Ungheria, Polonia, anche Francia, Gran Bretagna, Svezia, ecc.) hanno consensi crescenti su posizioni di stretto controllo dell’immigrazione. Credo che valga la pena approfondire la natura dei fenomeni che sono a mio avviso indebitamente accomunati come xenofobia.
La “fobia” è una irrazionale, istintiva, paura, fino a giungere al panico. L’esempio più ricorrente e che ho visto in compagni di viaggio è la “claustrofobia”, ossia il forte istintivo disagio nel viaggiare ad es in una lunga galleria o nello scendere in una profondo pozzo di una miniera. Nel caso della xenofobia si sperimenterebbe un forte disagio a stare ad es. in una grande piazza affollata di stranieri. C’è chi prova il disagio anche se si trova nella piazza affollata da connazionali: si parla di “agorafobia”. Si può certamente provare disagio (sento amici che me ne parlano) se in piazza Dante o in alcune vie del centro storico si cammina incontrando solo molte persone straniere: è un sintomo di xenofobia. Non mi pare però che siano queste le ragioni per le quali si chiamano xenofobe le posizioni politiche di chi non desidera che vi sia un’immigrazione numerosa di stranieri. Le ragioni stanno nel voler qualificare negativamente tali posizioni. Al fondo sta la legittimazione o meno dell’autogoverno dei popoli, che sta alla base dello stato moderno (sovranità, popolo, territorio). Generalmente è ancora accettato che le famiglie che abitano in una casa possano chiudere le porte e decidere se e a chi aprirle. E’ invece sempre più messo in questione il diritto di un popolo che vive da sovrano in un territorio di decidere se e chi far entrare nel suo territorio. Tutta l’ideologia dello stato nazionale è basata sul potere di autogoverno di un popolo che parla per lo più la medesima lingua e ha vissuto vicende storiche comuni. Nella dialettica destra-sinistra è certamente la destra a sentire di più il valore della nazione, ma basterebbe ricordare che fu Giuseppe Stalin, che le sinistre hanno celebrato fino a che Kruschev non ne ha denunciato i delitti, a scrivere un saggio che valorizzava la nazione, a correzione del tradizionale “internazionalismo” socialista.

La Costituzione italiana, certo non scritta dalle destre nazionaliste, dichiara che la sovranità appartiene al popolo, e il popolo è la nazione italiana, con un suo proprio territorio “nazionale”. Nelle recenti modifiche approvate in Parlamento la preminenza su ogni autonomia è data “all’interesse nazionale”. Accordi e Trattati internazionali possono essere stabiliti, ma il soggetto che in ultima istanza ha il potere è lo Stato nazionale, anche nell’Unione Europea.

La regolazione dei flussi di persone e beni attraverso i confini è quindi un diritto e un potere senza il quale manca la sovranità, manca il potere di governare la collettività che vive nel territorio. Qualificare l’esercizio di tale diritto come espressione di xenofobia è quindi in definitiva fuorviante, buono per una polemica politica artefatta, ma non per capire la natura dei fenomeni sociali e politici relativi alla gestione dei confini.

Si tratta di una situazione da superare, orientando gli assetti politici verso uno stato non più nazionale, ma globale, dove i confini interni sono semplici confini amministrativi? Si può coltivare questa prospettiva, ma ho l’impressione che, senza una società e una cultura realmente “globali”, uno stato globale sarebbe in ogni caso fragilissimo, con religioni, valori, lingua, storie, razze (per quanto valga questo concetto) diversi, che favoriscono conflitti e secessioni. Già ci sono difficoltà nella creazione di una società e di una cultura solo “europee”, come si constata anche in questi giorni! E anziché delegittimare chi rivendica un controllo dei confini servirebbe di più un razionale confronto sul regime preferibile di tale controllo.

Controlli frontiere interne tra paesi europei: sbagliato drammatizzare

di il 25 febbraio 2016 in migrazioni con Nessun commento

(lettera al Direttore de l’Adige)
Caro Direttore,
il suo editoriale di domenica scorsa 14 febbraio lancia un grido di forte allarme per il futuro dell’Europa: il ripristino dei controlli dei flussi di persone ai confini tra gli stati dell’Unione (per la precisione, tra gli stati che hanno sottoscritto l’accordo di Schengen, alcuni dei quali non fanno parte dell’Unione Europea, mentre altri che ne fanno parte non sono nell’area Schengen) darebbe un colpo destabilizzante alle fondamenta dell’Europa.
Concordo con le preoccupazioni, ma mi chiedo se il considerare tale ripristino un effetto devastante per l’Unione Europea non produca effetti opposti a quelli intesi da chi lancia l’allarme. Non li produrrebbe se vi fosse una risposta degli stati che consista in una cessione di sovranità all’Unione per quanto concerne il controllo dei confini esterni. Dubito fortemente che ciò possa accadere nel volgere di pochi mesi. Gli stati non hanno voluto cedere sovranità (vale a dire accettare decisioni europee a semplice maggioranza degli stati e del parlamento europeo) in settori come le politiche di difesa e di politica estera o nelle politiche fiscali; che lo facciano per il controllo dei loro confini mi sembra difficile: ciò presuppone che l’Unione Europea si trasformi in vero e proprio Stato (federale o federazione), ma i tempi non mi paiono propizi e in ogni caso sarebbero lunghi.
Pertanto non resta, a mio avviso, che accettare il ripristino dei controlli statali, pur sapendo che è un arretramento nel processo di unificazione europea, senza connettere a tale ripristino l’idea che si vada verso la fine dell’Unione Europea. Chi non è giovanissimo certo si ricorda dei controlli alle frontiere: scomodi, ma certo allora non si pensava che la realizzazione dell’Unione europea fosse impedita da tali controlli. Contavano di più altri “abbattimenti” di barriere, come quelle doganali. Un passo indietro non può far ritenere che tutto il percorso, dagli anni Cinquanta in poi, sia vanificato. Del resto controlli dei documenti e dei bagagli si fanno ovunque anche in altri “check point”, come gli aeroporti, anche per voli interni, ma nessuno fa discendere da ciò conseguenze catastrofiche: solo un costo in termini di tempo per avere più sicurezza. Possiamo ricordare come nel Medio Evo i tanti controlli e dazi tra feudi, anche piccoli, non precludeva l’esistenza di potenti organizzazioni statuali regionali, nazionali e imperiale (europea).
Anche la collaborazione tra entità regionali poste in stati diversi (le euro-regioni) è stata inaugurata oltre cinquant’anni fa, quando i controlli ai confini tra stati venivano fatti. Si pensi per la nostra area all’Euregio , ad Arge Alp e Alpe Adria. Certamente gli abitanti di lingua tedesca dell’Alto Adige-Suedtirol vedono ridare operatività a una frontiera che divide il Tirolo storico; il filo di seta del Brennero diventa un “filo di ferro” e ciò pesa anche simbolicamente, ma è la stessa “potenza tutrice”, l’Austria, a porlo, per una sua tutela. I rapporti tra Alto Adige- Suedtirol e Austria erano divenuti sempre più intensi anche quando l’Austria non era nella Comunità Europea ed esistevano controlli ai confini. L’Accordino stabiliva un’area di scambi agevolati transconfinari sin da dopo la seconda guerra mondiale. E poi esistono modi e modi di fare i controlli: quelli alle frontiere stradali tra gli allora “stati socialisti” dell’Est Europa duravano anche mezze giornate; quelli tra Italia e Austria (e poi anche tra Italia e Jugoslavia) consistevano in un semplice rallentamento per consentire alla polizia di frontiera uno sguardo. Forse a ciò ha pensato anche il Capo del governo austriaco in visita a Roma, quando ha assicurato che il regime dei controlli verrà concordato con l’Italia e le realtà provinciali di confine (Nord-Tirolo e Alto Adige-Suedtirol in particolare).
Pensare a un diritto universale alla libera circolazione delle persone è un’utopia irrealistica; gli uomini si organizzano in comunità politiche, che, per assicurare una vita interna ordinata e avere capacità di governo, debbono poter controllare i confini. E controllare i confini vuol dire applicare dei “filtri” che separano chi può passare e chi no. Finché sono gli stati la forma più forte di organizzazione politica, non può che dipendere da essi il regime delle loro frontiere. Giustamente Lei invoca un passo avanti nel rafforzare come “stato” l’Unione europea; ciò che mi sembra meno produttivo è alimentare l’idea che l’Unione Europea sia in fallimento perché si sta facendo un passo indietro. E’ solo un passo indietro di un percorso di molti passi.
Cordiali saluti,
Renzo Gubert

accoglienza immigrati: virtù insufficiente

di il 1 settembre 2015 in migrazioni con Nessun commento

“L’accoglienza è ancora una virtù” titola in prima pagina l’ultimo numero di Vita Trentina. Sorprende per certi aspetti l’avverbio “ancora”, come se ci fossero dubbi. E i dubbi ci sono se Vita Trentina applica quel titolo, in modo esplicito, sempre in prima pagina, ai “richiedenti asilo”, una netta minoranza.
Poi, però, nei testi citati nelle pagine interne, anche di esponenti di rilievo nazionale del clero cattolico, il messaggio si fa più generico: l’invito all’accoglienza riguarda ogni tipo di migrante, contrapponendosi in modo anche esplicito a chi, titolare di responsabilità politiche, richiama invece il problema del controllo dei flussi di migranti attraverso i confini nazionali o statali.
Come sovente accade, anche chi ha responsabilità ecclesiali applica meccanicamente e indebitamente principi etici validi per i rapporti interpersonali a questioni attinenti al buon funzionamento (bene comune) della vita collettiva politicamente organizzata. E’ frutto della maturazione politica dell’umanità l’organizzarsi in entità collettive, a base per lo più territoriale. Affinché tale organizzarsi raggiunga i suoi fini di bene comune, tali entità istituzionalizzano dei confini, con regole per filtrare i flussi (di persone, oggetti e messaggi) attraverso di essi. Tali regole possono essere più o meno permissive, ma sono comunque necessarie per il raggiungimento dei fini della comunità politica, tra i quali preminente quello della sicurezza, bisogno fondamentale di ogni essere umano.
Quale è il messaggio che su tali regole dà la comunità cristiana e chi in essa ha responsabilità di guida? Il problema nella sua specificità non è affrontato. Ci si accontenta di proclamare la virtù dell’accoglienza, come se non fosse razionale e doveroso per il bene comune fissare limiti ai flussi immigratori. Se si deve comunque accogliere tutti coloro che lasciano la loro comunità politica per entrare nei territori di un’altra, evidentemente si nega la positività anche etica della regolazione dei flussi. Se non si vuole ciò, bisognerà pur convincersi che non ogni persona può essere accolta in casa propria, nel territorio della propria comunità politica, anche se lo desidera e fa di tutto per realizzare il suo desiderio, anche a rischio della propria vita.
Anziché offendere coloro che richiamano il problema dei controlli dei flussi migratori, come ha fatto in modo inusitato per il ruolo ecclesiale ricoperto il segretario della Conferenza Episcopale Italiana, chi ha responsabilità ecclesiali, particolarmente nel campo dell’etica sociale e politica, dovrebbe, a mio avviso, cercare di affrontare il tema dei controlli dei flussi attraverso i confini delle comunità politiche in modo appropriato, specifico. Il richiamare la virtù dell’accoglienza può avere un suo significato anche a tale livello di riflessione etico-sociale, orientando a regolazioni più aperte. Ma diventa solo un esempio di uso integralista del principio cristiano dell’amore per tutti gli uomini se intende esaurire la questione etico-sociale della regolazione dei flussi.
Tonadico, 30 agosto 2015
Renzo Gubert

Papa Bergoglio e i respingimenti di immigrati

di il 16 agosto 2015 in migrazioni con Nessun commento

La frase pronunciata in un’udienza da Papa Francesco in merito ai respingimenti di persone che intendono migrare ha suscitato reazioni opposte: le più dure da parte dell’on. Salvini, della Lega Nord. La frase del Papa evidenzia con parole forti (respingere è un atto di guerra) la dimensione universalista dell’insegnamento cristiano: tutti gli uomini sono fratelli e come tali vanno trattati. Credo, però, che se non contemperata con altre dimensioni, può aprire a un uso “integralista” della religione cristiana.
Innanzitutto la fraternità universale non esclude una graduazione dei doveri di fraternità, di amore per tutti gli uomini. L’amore tra genitori e figli e tra fratelli e sorelle richiede doveri reciproci più forti di quelli richiesti da legami meno stretti di parentela o di amicizia. E così i doveri reciproci tra gli appartenenti a una comunità politica sono più forti che quelli con persone appartenenti a comunità diverse. Il dovere dell’accoglienza non è il medesimo verso tutti. Le porte chiudibili servono per stabilire un limite all’accesso. E così i confini tra comunità politiche. La Chiesa non ha mai combattuto contro la fissazione di confini e di regole per il passaggio attraverso loro. Anzi, spesso ha contribuito a individuare confini accettati in caso di conflitti (ricordo il caso del confine tra area spagnola e portoghese in America Latina). Il confine e il suo controllo sono stati tra i principali strumenti di pace dell’umanità.
L’affermazione di Papa Francesco presenta, come già in altri casi, ambiguità interpretative, usate da alcuni per affermare l’immoralità dei filtri ai passaggi di uomini attraverso i confini e da altri per applicare il termine “respingimenti” sia ai naufraghi in pericolo di vita o a chi è minacciato di morte, sia a coloro che, per loro desiderio di migliorare la propria situazione, non vogliono sottoporsi ai “filtri” che una comunità politica pone all’ingresso di estranei nel suo territorio.
Può darsi che Papa Francesco non abbia voluto distinguere i due casi, ma ne dubito. Difficile pensare che chi spende migliaia di euri o di dollari per poter fruire di trasporti clandestini per penetrare nel territorio di una comunità politica sia nelle condizioni del fratello povero, affamato, bisognoso, come quello soccorso dal buon Samaritano. E’ anzi una persona (o membro di un clan familiare) che ha la capacità di investire denaro per migliorare in modo rilevante la propria condizione di vita. Come sempre, ad emigrare da contesti di povertà non sono le persone più povere, più in difficoltà, ma quelle che possono raccogliere o guadagnare denaro, privando, tra l’altro, le comunità di partenza, delle persone più innovative. E’ più probabile che il Papa abbia avuto in mente respingimenti di persone che, secondo il diritto internazionale, avrebbero titolo ad essere accolti come rifugiati, ma certamente egli saprà chiarire i possibili equivoci.
Il paragonare i respingimenti ad atti di guerra è certamente forte e obiettivamente esagerato, se essi non avvengono con l’uso di armi, ma semplicemente riportando chi non intende rispettare le regole al suo territorio di origine o di partenza. Vorrei comunque richiamare il fatto che la Chiesa non ha mai condannato di per sé gli “atti di guerra”. Spesso li ha addirittura benedetti da parti opposte in conflitto. La Chiesa ha semmai sempre condannato la “guerra ingiusta”, giungendo a definire come sempre ingiusta (per gli effetti sproporzionati) la guerra nucleare o con armi di distruzione di massa. Per la verità non si sono udite parole decise al riguardo nemmeno per l’uso di bombe nucleari (a Hiroshima e Nagasaki, il cui 50.mo anniversario è ricordato in questi giorni) da parte degli USA. Si può considerare “atto di guerra” di una guerra ingiusta il respingere chi intende penetrare illegalmente nel territorio di una comunità politica? Probabilmente sì se il respingimento avviene provocando mali peggiori di quello che intende evitare (per es. affondando le imbarcazioni cariche di persone, facendole affogare), ma non risulta che ciò avvenga in questi anni. Anzi, si è provveduto a salvare persone che volontariamente si sono esposte al pericolo di naufragio, pagando gli organizzatori del trasporto sapendo di ciò cui vanno incontro. Credo che non serva poi molto a distinguere coloro che hanno diritto all’asilo da chi emigra per desiderio di migliorare la propria condizione senza però sottomettersi alle regole in materia. L’Unione Europea, per es., ha già escluso dal novero degli aventi diritto all’asilo coloro che provengono da paesi non in endemica e generale guerra civile.
Papa Francesco ha voluto lanciare un messaggio forte. Non va equivocato e spero che, come nel caso dell’omosessualità e delle famiglie numerose, lo farà.

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