Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Regione Trentino-Alto Adige: gli errori non detti di Lorenzo Dellai

di il 5 Ottobre 2016 in autonomia con Nessun commento

Sul Trentino di mercoledì 28 settembre l’on. Lorenzo Dellai replica a un precedente scritto di Flavio Mosconi, critico del modo con il quale la maggioranza di centro-sinistra che ha governato il Trentino negli anni ’90 e nel primo decennio del 2000, per larga parte segnato dal ruolo politico giocato da Dellai, ha svuotato di competenze l’ente Regione sia con riforme costituzionali che con deleghe alle Province. L’autonomia trentina infatti dipende dall’esistenza della Regione! Condividendo l’analisi di Mosconi e ricordando una delle più impegnate azioni di contrasto svolte sia personalmente in Senato, sia con manifesti affissi in tutto il Trentino da parte del Centro Popolare, non posso non rilevare l’inconsistenza della difesa del suo operato manifestata da Dellai.
Innanzitutto l’accusa con la quale Dellai colpisce “una parte della classe politica trentina”, che confonderebbe “la scatola con il contenuto: l’Ente Regione con il “frame” di cui all’Accordo di Parigi”, un errore che avrebbe fatto naufragare il Primo Statuto di Autonomia. Che il “regional frame” dell’Accordo di Parigi si traducesse nella Regione Trentino – Alto Adige non è stato un fraintendimento di una parte della classe politica trentina, bensì quanto voluto proprio da Degasperi e Gruber, i firmatari dell’Accordo, confermato dalla Costituzione (con Degasperi Presidente del Consiglio), che tra le Regioni elenca, come anche oggi, la Regione Trentino – Alto Adige. Il primo Statuto pure è stato approvato dal Parlamento con legge costituzionale ed esso prevedeva la Regione come titolare della gran parte delle competenze, riservando alle Province “di norma” la loro gestione amministrativa. Mi pare che la confusione, l’errore, lo compia Dellai nel tentativo di giustificare i danni che ha poi prodotto circa il ruolo della Regione. Che poi i trentini abbiano cercato di ridurre il ruolo delle province, dando interpretazioni restrittive del “di norma” è vero, e ciò ha dato voce al “los von Trient”, ma la vera forte spinta alla revisione dello Statuto, spinta che si stenta a riconoscere, è derivata dal terrorismo sudtirolese (irredentista) nei primi anni Sessanta, che non aveva accettato l’esito post-bellico della conferma dell’appartenenza del Sudtirolo-Alto Adige all’Italia.
Il secondo Statuto ha potenziato le competenze delle due Province, rimanendo però alla Regione competenze amministrative e ordinamentali. La tripolarità del nostro assetto autonomista era stata accettata e celebrata come soluzione originale e stabile. Dellai cerca di dare ragioni “obiettive” alle decisioni statutarie successive, che lo hanno visto come protagonista politico. Tace su quelle vere. Queste non hanno nulla da vedere con l’opportunità di “tenere insieme due storie” tramite il far diventare la Regione ambito di cooperazione fra le due Province. Dellai voleva l’elezione diretta del Presidente della Provincia di Trento, con sistema elettorale maggioritario, ma per far questo era molto utile (necessario?) avere due leggi elettorali distinte per le due Province, non essendo proponibile (allora) per quella di Bolzano l’elezione diretta del Presidente e un premio di maggioranza, visti i riflessi sulla “proporzionale etnica” e il desiderio degli italiani di avere una rappresentanza autonoma proporzionale. Da questo la proposta di ridurre il ruolo istituzionale della Regione a somma delle due Province (con l’ulteriore mortificazione “politica” poi della staffetta dei due Presidenti provinciali nel ruolo di Presidente della Regione).
A Dellai interessava anche garantirsi una maggioranza sicura nella Provincia di Trento; riducendo il ruolo della Regione, non solo a livello istituzionale, ma anche nelle sue funzioni amministrative (facendo votare anche la delega alle province delle due significative residue competenze regionali, come quella del Fondiario-Tavolare e quella sulla cooperazione), veniva incontro al desiderio della SVP di togliere di mezzo la Regione (mal digerita anche al tempo dell’Accordo Degasperi-Gruber), acquisendo meriti “politici” fatti poi valere nelle alleanze politiche strette dalla SVP in provincia di Bolzano e per le nazionali e le europee e in quelle del PATT (fratello della SVP) in provincia di Trento. In sintesi si può dire che Dellai ha “venduto” la Regione per vantaggi politici suoi e dei suoi alleati di sinistra. Lo stesso senatore Tarcisio Andreolli faceva fatica, in Senato, ad avallare le ciniche posizioni dellaiane (e non è un caso che non abbia poi avuto la conferma della candidatura a senatore).
Dellai afferma che la storia delle due comunità, trentina e sudtirolese, è intrecciata, anche per la lunga comune appartenenza alla Istituzione tirolese. La nuova Regione, però, per lui, non potrà essere “ente di governo”, ossia con proprie competenze da amministrare. Non si capisce perché. Senza proprie competenze e poteri non serve un ente; bastano incontri periodici tra presidenti, giunte, consigli. La competenza su Fondiario-Tavolare era tipicamente espressione della “comune storia” di Trentino e Alto Adige/Suedtirol; eppure ragioni di basso mercato politico hanno indotto a toglierne l’amministrazione alla Regione. Anche la cooperazione trentina e sudtirolese aveva una comune radice nel cooperativismo di matrice tedesca (a differenza di quella delle altre regioni italiane, di derivazione francese), eppure anche la competenza su di essa è stata tolta da Dellai e alleati alla Regione. Nella cooperazione transfrontaliera euroregionale la Regione non c’è; ci sono le Province. Troppo comodo invocare ora per la Regione soluzioni anomale e inedite da inventare!
Ha fatto bene Flavio Mosconi a richiamare le responsabilità di Dellai e alleati nello svuotamento della Regione. Dellai dovrebbe avere il coraggio di riconoscere gli errori compiuti: nasconderli non gli riesce.

Referendum costituzionale e gli interessi schierati per il sì

Si moltiplicano in crescendo le prese di posizione a sostegno dell’approvazione dei cambiamenti della Costituzione che gli italiani saranno chiamati ad ottobre a valutare e l’Adige le riporta dedicando ampio spazio. Nel solo numero di martedì scorso due lunghi interventi di Ugo Rossi e di Carlo Ancona, il primo che illustra i grandi vantaggi delle nuove norme per il Trentino e il secondo di critica ai magistrati e ai giuristi che si sono pronunciati motivatamente per il no al referendum.

Resto confuso di fronte alle argomentazioni del Presidente della Giunta Provinciale, che ripete quello che ha già detto la ministra Boschi. Capisco, però, che un Presidente la cui permanenza in ruolo dipende dal partito che comanda a Roma e che, via Governo, ha imposto i cambiamenti, si sia acconciato a lodare, tacendo, invece, sulle gravi lesioni che le modificazioni costituzionali prevedono per la nostra autonomia. Rossi tace sul fatto che la subordinazione dell’entrata in vigore delle nuove norme, se approvate dal referendum, alla revisione degli Statuti delle regioni ad autonomia speciale, non toglie il dovere di adeguare tali Statuti alle nuove norme costituzionali, che sottraggono competenze cruciali (si pensi ad ambiente e a energia) a tutte le regioni, comprese quelle ad autonomia speciale. Rossi ancora tace sul fatto che le nuove norme prevedono la possibilità che il Governo invochi “l’interesse nazionale” per intervenire sulla legislazione di tutte le regioni (comprese quelle ad autonomia speciale), un arretramento che riporta al centralismo di un tempo, il cui superamento era stato giustamente presentato come un grosso passo avanti dell’autonomia. Rossi vanta il permanere del principio dell’ ”intesa” per le modifiche statutarie, ma come ben sa, il principio dell’intesa non dà potere di veto; le autonomie speciali dovranno cedere qualcosa nel campo delle loro competenze attuali, anche se c’è il principio dell’intesa, come anche il caso della Valdastico ha dimostrato. Resto confuso perché non riconosco nelle considerazioni di Rossi, del PATT, uno spirito autonomista chiaro e verace.

Ciò che in un primo momento mi ha sorpreso, ma poi, invece, ho capito che rientra nella piena normalità, è l’appoggio dichiarato alle nuove norme costituzionali da parte di Confindustria e di Coldiretti. Mi è bastato ricordare episodi di storia contemporanea bene analizzati, quando ero studente, dal prof. Giorgio Galli, docente a Trento. Di fronte alle agitazioni sociali del primo dopoguerra (a partire dal 1919), provocati anche dalla crisi economica conseguente alle devastazioni belliche, Mussolini e più in generale i leader fascisti trovarono il sostegno degli industriali e degli agrari. Le organizzazioni di imprenditori si curano più dei propri interessi che dello stato della democrazia. Non a caso la ministra Boschi, a Bolzano, di fronte all’Assemblea degli industriali con il suo presidente nazionale Boccia, ha vantato la rapidità decisionale e la stabilità di governo che le nuove norme garantirebbero. Conta l’efficienza, poco importa se per ottenerla si deve abbassare il livello di democraticità del sistema politico. Agli agrari dei primi anni ’20 si aggiungono ora i Coldiretti, che non sono più solo i “coltivatori diretti”, ma nella classe dirigente, sono titolari di imprese assai simili a quelle degli “agrari” e perciò con i medesimi interessi, cui si aggiungono promesse governative di tutela delle loro produzioni. Spero solo che la medesima posizione non assumano le organizzazioni degli artigiani e dei commercianti, forse meno condizionabili. Capacità di decisione rapida, mettendo in secondo piano il tasso di democraticità, è anche quello che invoca il giudice Carlo Ancona. Vorrei timidamente osservare come le nuove norme non impediscono agli eletti, anche se nominati, di cambiare opinione nel corso dei cinque anni di legislatura: possono costituire gruppi autonomi che non obbediscono più a chi li ha nominati. Il principio maggioritario nelle leggi elettorali vige dal 1994 e non è valso a scongiurare crisi di governo e interruzioni di legislatura. Non lo è valso neppure il potere di nomina dei parlamentari da parte dei vertici di partito; si pensi all’attuale legislatura: eletti preordinati nelle liste del medesimo partito che hanno poi costituito partiti e gruppi parlamentari autonomi. All’aver fatto diminuire il livello di democraticità nella scelta dei parlamentari (fino a infrangere la Costituzione) non ha corrisposto un maggior controllo di parlamentari da parte dei leader, alimentando trasformismi indegni. Come si fa a dire che con le nuove norme costituzionali certamente si avrà maggiore stabilità dei Governi?. Certo si saprà chi ha vinto la sera dello spoglio delle schede, ma non si saprà quanto a lungo il Governo durerà.
La macchina della propaganda per il sì è stata avviata con forze soverchianti governative ed economiche. Spero che i giornali e in generale i mass-media diano spazio anche a chi obietta!

(scritto il 7/6/2016)

Buona scuola e autonomia: equivoci

L’editoriale di Pierangelo Giovanetti direttore de l’Adige espone i motivi per i quali i provvedimenti presi dal Governo Renzi sulla scuola, in via di recepimento-adattamento da parte del Consiglio della Provincia Autonoma di Trento, sono non solo a parole, ma anche nei fatti, a suo parere, in direzione di una “buona scuola”, data la loro ispirazione a principi regolatori quali la valorizzazione del merito degli insegnanti e l’autonomia di chiamata (con limiti) degli insegnanti da parte del dirigente scolastico.
Ricordo che fu proprio la Federazione Provinciale delle Scuole Materne, già oltre trent’anni fa, per impulso e guida dell’allora Direttore prof. Gino Dalle Fratte e con l’aiuto di un gruppo di docenti universitari, a lanciare con la Conferenza Nazionale delle Autonomie, il principio dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, concepite come “scuole di comunità”. Dopo molti anni di impegno qualcosa venne fatto a livello nazionale e ora il Governo Renzi parrebbe aver voluto proseguire. Vi è in realtà una differenza con quella impostazione: l’autonomia scolastica era fondata sulla “comunità” (che vedeva il concorso di responsabili istituzionali, genitori-studenti, docenti), mentre nei provvedimenti di Renzi la responsabilità è del dirigente scolastico, secondo un modello “manageriale” anziché “comunitario” e la differenza non è da poco.
Avendo fatto parte dell’équipe che elaborava le proposte, non potrei che approvare i nuovi provvedimenti, se nel frattempo non avessi fatto l’esperienza dell’autonomia in ambito universitario, che, contrariamente alle attese, le stesse enunciate nell’editoriale, ha invece prodotto un netto degrado della qualità dell’insegnamento universitario. La ragione? La realtà è diversa da quella teorizzata. Le università hanno usato della loro aumentata autonomia per moltiplicare corsi di studio (che consentono di creare nuovi posti di insegnamento, a danno dei fondi di ricerca), disseminare sedi universitarie staccate, chiamare a insegnare non le persone più qualificate, ma quelle più legate da relazioni personali con coloro che avevano il potere di determinare l’esito dei concorsi (e poi di chiamata). E così l’autonomia ha aumentato il “localismo” e il “particolarismo” nella scelta dei docenti, non la qualità.
Si potrebbe dire che comunque l’autonomia e la libertà di iscrizione senza vincoli territoriali porterà a penalizzare le istituzioni scolastiche (i dirigenti) che hanno fatto cattivo uso dei loro poteri. Dall’esperienza si ricava che anche ciò è per gran parte smentito dalla realtà: di fatto genitori e studenti si iscrivono dove è più comodo, quasi sempre la scuola più vicina. Il valore legale del titolo di studio livella di fatto le differenze “qualitative” delle scuole. Inoltre solo i più ricchi possono andare in sedi lontane perché più prestigiose. Senza dire che accertare il livello qualitativo della formazione scolastica impartita è alquanto difficile. Basti vedere in ambito universitario quanti difetti e distorsioni hanno i sistemi messi a punto per giudicare docenti e università, spesso sensibili a criteri “formali” più che sostanziali.
Ho l’impressione che le obiezioni che Giovanetti imputa a un sindacalismo arretrato non siano destituite di fondamento, come la già compiuta esperienza universitaria ha dimostrato. Positivi gli obiettivi che egli enuncia per la qualità dell’insegnamento; assai meno certo che gli strumenti per realizzarli siano adeguati. Soffrono di inadeguata considerazione del fatto che la realtà è diversa da quella supposta.
Da ultimo una nota sulla qualifica di “immorale” all’ostruzionismo messo in atto dalle minoranze per “vendetta”. Per esperienza fatta, maggioranze e minoranze usano dei regolamenti per affermare i propri obiettivi; non ho mai sentito la qualifica di “moralità” o di “immoralità” al riguardo. La maggioranza ha strumenti che possono mortificare le minoranze e li usano disinvoltamente (si vedano i comportamenti del Governo Renzi a proposito di riforme costituzionali e di legge sulle unioni omosessuali); le minoranze ne hanno altri. Meglio sarebbe agire secondo il merito delle questioni, ma il “bon ton” va usato prima di tutto da chi ha dalla sua la maggioranza.

(scritto il 29/5/16)

Terzo Statuto per il TNAA: alti rischi

Alcune dichiarazioni del Presidente della Repubblica Mattarella contenute nella sua “lectio” a Pieve Tesino tenuta il 18 di agosto a celebrazione del ruolo avuto da Alcide Degasperi nella nascita della Repubblica Italiana e nei suoi primi anni sono state da molti interpretate come garanzia circa il futuro dell’autonomia speciale del Trentino-Alto Adige/Suedtirol. Nell’editoriale di domenica scorsa Pierangelo Giovanetti le definisce “la base solida e condivisa su cui costruire il nuovo Statuto”. Vi aggiunge che il Trentino-Alto Adige, grazie a quanto previsto dalle modifiche della Costituzione che saranno sottoposti a referendum, godrebbe di una duplice garanzia circa il rispetto della propria autonomia, la “clausola di salvaguardia” che sarebbe “una blindatura dell’Autonomia” e il principio dell’”intesa” circa i contenuti della revisione statutaria.
Nello stesso numero de l’Adige è dato rilievo, già dalla prima pagina, al problema delle “competenze da mettere in salvo”. Prima il sen. Panizza e da poco lo stesso Presidente della Provincia Rossi, intendono chiarire con il Governo quale sarà il destino delle competenze attuali della Provincia, dato che per le regioni ad autonomia ordinaria è prevista una netta riduzione della loro autonomia legislativa, ristatalizzando competenze prima regionali, anche se per lo più concorrenti. Evidentemente anche chi ha sostenuto il Governo e i cambiamenti della Costituzione nutre dei dubbi sulla portata della “clausola di salvaguardia”, che nei fatti ha un valore solo procedurale, senza indirizzi di contenuto diversi da quelli validi per le altre regioni, così come nutre dei dubbi sul fatto che la clausola dell’”intesa” consenta di evitare esiti non voluti, come invece succedeva nelle norme costituzionali approvate in Parlamento nel 2001 dal centro-destra e poi non approvate nel successivo referendum per lo schieramento del centro-sinistra sul no. Non solo le bozze di normative destinate a regolare l’intesa, ma la stessa esperienza di che cosa significhi “intesa” ad es. per le decisioni inerenti all’autostrada della Valdastico, fanno supporre che una maggioranza qualificata in Parlamento possa prevalere in caso di mancata intesa tra Governo e le nostre istituzioni autonome.
Non si può tacere, poi, sul fatto che le nuove modifiche costituzionali reintroducono la possibilità per i poteri centrali di emettere, anche annullando leggi regionali, norme proprie anche in campi di competenza regionale (provinciale) primaria, qualora a loro giudizio lo richieda “l’interesse nazionale”. Giovanetti evoca i frequenti conflitti di competenza presso la Corte Costituzionale dovuti al concorso di competenze statali e regionali sulla medesima materia; potrebbe anche ricordare i frequenti conflitti presso la Corte Costituzionale tra Sato e regioni (anche autonome) proprio per il modo nel quale i poteri statali (Governo e sua maggioranza parlamentare) usavano del concetto di “interesse nazionale”. Una grande conquista delle autonomie, la sottrazione delle loro potestà normative da parte del Governo grazie a dichiarazioni arbitrarie di ciò che richiede l’interesse nazionale, viene perduta.
Vi sono altre ragioni di fondo attinenti alla democraticità delle nostre istituzioni (basti citare l’istituzionalizzazione del primato del Governo nel processo legislativo, che il principio della divisione del poteri assegna invece al Parlamento, legittimando gli abusi già attualmente praticati), ma credo per le popolazioni del Trentino-Alto Adige già sufficienti le ragioni attinenti all’autonomia per restare sorpresi dalla sicurezza con la quale esponenti delle associazioni imprenditoriali, sindacali, giornalisti, membri di partiti autonomisti spingono a un voto SI’ al prossimo referendum. Capisco come lo facciano i senatori e i deputati regionali del PD, che in nome del sostegno al loro leader Renzi, si privano della libertà di dire sinceramente come stanno le cose. Non lo capisco per altri, se non per una sorta di compiacenza ideologica o di schieramento. Spero che PATT e SVP siano sempre degni degli ideali autonomisti.
Nel suo editoriale il Direttore Giovanetti giudica da superare i riferimenti alle “tutele inteernazionali”, per guadagnare sul campo della migliore amministrazione la legittimazione dell’autonomia speciale. Giusta la petizione di principio per il migliore governo (che fu anche di Degasperi), ma giudicare superati i richiami alle tutele internazionali mi sembra togliersi i ramponi per camminare sul ghiaccio. Quando il Governo Berlusconi, nel 1994, progettava riduzioni della nostra autonomia, solo gli interventi, sollecitati dalla SVP, di Austria e Germania frenarono e fermarono tali progetti. Stesso rischio a mio avviso presenta l’avvio di un processo che porti il Parlamento a decidere su un terzo Statuto. Molto più saggio tenersi i ramponi ben allacciati. Meglio pensare ad aggiustamenti dello Statuto attuale, che potrebbero essere minimi e non necessari se il referendum d’autunno bocciasse le modifiche costituzionali volute dal Governo. Il clima generale nei confronti delle specialità autonomiste (e dell’autonomia più in generale) è sfavorevole anche in Parlamento e nessuna parola della “lectio” di Mattarella si tradurrebbe in suo rifiuto di firmare una legge sullo Statuto sgradita agli autonomisti trentini. Una conquista fondamentale per le popolazioni trentine, ottenuta soprattutto grazie ad Alcide Degasperi, non può essere giocata al tavolo da poker della politica trentina e sudtirolese. Non è un gioco e al tavolo vi possono essere dei bari.

(scritto il 22/8/16)

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