Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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burocrazia

Risposta a Aldo Collizzolli: il Trentino “minore”, “marginale” non va disprezzato

Al Direttore del Trentino,
grazie per il passaggio della penna (sperando che abbia finito la risata) per rispondere alla lettera di Aldo Collizzolli, pubblicata sul Trentino di domenica 13 maggio. Non è il primo, Aldo Collizzolli, a esprimere fastidio a me direttamente o ai direttori dei giornali locali per le mie prese di posizione su vari argomenti, mentre altri mi esprimono apprezzamento. Ho notato che in generale il fastidio è espresso da chi non condivide o non ha condiviso le mie scelte politiche (ed è il caso di Collizzolli), mentre l’apprezzamento viene da chi non le sente lontane dalla proprie oppure da chi ha vissuto i medesimi problemi da me evidenziati, ma senza avere deciso di esprimerli pubblicamente. Non sono mancati casi nei quali è accaduto il contrario.
Non so perché Aldo Collizzolli chiami in causa il mio essere sociologo. Ho sempre ben distinto il mio ruolo professionale di ricercatore e insegnante universitario da quello di persona che ha una vita anche al di fuori della professione: una grande famiglia, un’attività agricola marginale tendente all’autoconsumo, già amministratore locale, impegnato nell’associazionismo di ispirazione cattolica, particolarmente sui temi della famiglia e della vita, impegnato nella politica per alcuni anni (e marginalmente tuttora). I problemi sui quali scrivo solo raramente concernono la mia qualifica professionale (è avvenuto per es. anche con Lei, qualche tempo fa, in merito alla fondatezza dei risultati di certi sondaggi), mentre quasi sempre riguardano la vita normale di ogni cittadino. E sono spesso problemi che ho incontrato personalmente, ma che riguardano molti altri cittadini, specie quelli delle periferie rurali. Collizzolli li ridicolizza, ma forse perché non li ha mai sperimentati. Che ci siano bambini che devono soffrire della mancanza della loro madre per la soddisfazione di due maschi di essere due “padri” dello stesso bambino ottenuto pagando una o più donne, non mi pare un problema cui irridere. Che, senza base giuridica, si complichi la vita di chi usa delle stufe a legna, che uffici provinciali, dopo averti obbligato a cambiare una targa, ti diano quella sbagliata e ti obblighino poi a ripagarla per avere quella giusta, che chi regola le tariffe elettriche scarichi sugli utenti di energia elettrica oneri impropri assai maggiori di quanto dovuto per l’energia consumata, che chi ha un maso in montagna debba pagare l’onere per la raccolta delle immondizie che non viene fatta o che debba partecipare alle spese comunali per le strade (con l’IMU o imposte analoghe) quando le strade non ci sono o sono impercorribili, quando una persona alleva qualche animale usando pascoli marginali in montagna e debba sorbirsi le conseguenze di coloro che amano sapere che in montagna vivono orsi e lupi che si nutrono dei suoi animali (e si potrebbe continuare con i problemi), non mi pare che si tratti di fatti cui irridere. E di solito Lei, come suoi colleghi direttori di giornale, non lo fanno, anzi, contribuiscono a portare i problemi all’attenzione della generalità dei cittadini e dei responsabili.
Mi dispiace che per Aldo Collizzolli valga più il fastidio per il fatto che uno scrive spesso su argomenti diversi che il mettere in evidenza i problemi per sollecitare una loro soluzione. E poi ci si chiede perché la sinistra perda consensi. Spesso è rappresentata da politici da salotto, che dei problemi della vita quotidiana delle periferie non si interessa più.

La burocrazia uccide l’agricoltura per autoconsumo, definita hobbista, e le microimprese agricole

Sono reduce da un corso organizzato dalla Fondazione Mach per il rilascio del cosiddetto “patentino” per l’uso di fitofarmaci. Il corso è stato ottimamente tenuto, ma il quadro emerso circa le normative in atto in materia mi ha rivelato un fenomeno che non supponevo così esteso, e che ben si accorda con quello, segnalato qualche tempo fa, dell’anagrafe, con prove varie, delle stufe a legna.
Prima questione: l’agricoltura per autoconsumo è definita “hobbistica”; per essa mancano ancora norme precise; per ora vi sono restrizioni ed esenzioni da obblighi. Innanzitutto è un’offesa definire hobby la coltivazione di aree agricole per autoconsumo, e non solo perché tale non è per la maggior parte degli agricoltori del mondo, ma perché essa ha sia una funzione economica per la famiglia, sia una ambientale-paesaggistica, perché cura aree agricole per lo più marginali (anche solo in termini di entità ridotte delle superfici) che per l’agricoltura per il mercato non è conveniente coltivare (e sono molte in Trentino e in generale nelle aree montane), sia infine una per il controllo e la cura della salubrità dei prodotti che poi vengono utilizzati in famiglia.
La si chiami correttamente “agricoltura per autoconsumo” e in ossequio alla definizione di imprenditore agricolo contenuta nel Codice Civile, si consideri chi la pratica “imprenditore agricolo” (non hobbista), cui giustamente si può applicare una disciplina particolare semplificata.

Una seconda questione è posta dal criterio per giudicare se l’attività agricola è per autoconsumo o meno. Secondo le norme attuali, è per autoconsumo solo quell’agricoltura i cui prodotti vengono consumati “dalla famiglia”, intendendo per essa quella residente nella medesima abitazione. Se un genitore regala a un figlio sposato e che vive in una sua abitazione qualche prodotto della sua campagna, ciò non gli consente più di essere considerato agricoltore per autoconsumo (nel gergo burocratico, “hobbista”) e quindi rientra tra gli agricoltori cui si applicano le norme proprie dell’agricoltura per il mercato. Sono molte, complesse, pensate per lo più per imprese agricole con dipendenti. Ne cito solo una, che fa scalpore: l’agricoltore, anche se fruisce di un figlio sposato per essere aiutato anche occasionalmente in qualche operazione agricola, anche magari per una sola mezza giornata o un’ora, è tenuto a frequentare un corso di 32 ore come responsabile della sicurezza! Si aggiungono i corsi per anti-incendio e altri minori. Si usano i voucher per semplificare le procedure connesse alle assicurazioni sociali, si fanno norme specifiche semplificatrici degli obblighi fiscali e contabili per le imprese agricole che non superano i 7.000 euri di giro d’affari, ma si impongono obblighi assurdi per altre questioni.

Da sociologo non posso non ricordare come, a smentita delle tesi sulla nuclearizzazione della famiglia, anche nella società moderna sopravvive ampiamente la “famiglia estesa”, non più coabitante, ma intessuta di forti legami sociali solidaristici. Possibile che si debbano considerare tali legami irrilevanti o equiparati a quelli di mercato? Eppure la Provincia di Trento si segnala per le sue politiche familiari!

Se poi si entra nel campo della gestione dei rifiuti, lo scarto tra le norme e la ragionevolezza per l’agricoltura di autoconsumo che si allarga alla famiglia estesa o con produzioni di vendita minime è altrettanto evidente. Si pensi ad es. che un sacchetto che conteneva un kg di prodotto fitosanitario ormai consumato non può essere trasportato se non con una macchina aziendale (vale a dire intestata all’azienda, pagando IVA), e non si possono fare più di dieci km e muoversi solo nell’ambito della regione (con problemi per chi, trovandosi ai confini della regione, ha terreni in due regioni).

Giustamente ci si preoccupa della governabilità e dell’assetto istituzionale, ma se, da parte di coloro che, nelle amministrazioni pubbliche, scrivono le regole non v’è una adeguata conoscenza della realtà o si sceglie deliberatamente di mortificare tutto ciò che non rientra tra gli interessi tutelati dalle organizzazioni professionali o da gruppi di pressione, i governi possono durare, l’assetto istituzionale può essere efficiente, ma per il comune cittadino non v’è scampo. Tra i partecipanti al corso qualcuno diceva come sia ovvio che non si può essere in regola. E’ una perdita di senso civico indotto da chi produce norme assurde. Molto meglio cambiare le norme rendendole ragionevoli e osservarle e farle osservare!

catasto stufe a legna:burocrazia inutile a danno popolazioni montane

Nei giorni scorsi mi giunge una lettera della ditta che mi ha installato la caldaia a gas per il riscaldamento e l’acqua calda, invitandomi a prenotare il controllo per l’annuale manutenzione, avvisando che si sarebbe dovuto fare un nuovo libretto. Durante la telefonata di mia moglie per prenotare il controllo, l’esperto della ditta comunica che devono essere censiti in un apposito catasto anche tutti gli apparecchi che usano legna o altri combustibili e che ciò avrebbe comportato un’ulteriore spesa da rapportare al numero di apparecchi. Sorpreso per ciò, controllo via internet la normativa statale e provinciale, la quale obbliga al censimento solo gli apparecchi fissi (purché di potenza nominale complessiva superiore a 5 kw). La ditta, ricontattata, conferma che stando alle istruzioni avute in appositi corsi provinciali, devono essere censiti tutti gli apparecchi, compresi quelli mobili (cucine economiche, stufe), e indipendentemente dalla potenza. Di fronte alle mie rimostranze la ditta, evocando rischi di multe salatissime di migliaia di euri nel caso non procedesse come indicato dai tecnici provinciali, si è rifiutata di procedere al controllo e alla manutenzione della mia caldaia a gas da essa installata. Fin qui la breve cronaca di un episodio che probabilmente riguarda i molti che usano anche o solo legna da ardere.

Credo necessario un chiarimento da parte dell’Assessore provinciale competente e dell’Agenzia provinciale per le risorse idriche e l’energia. Se fosse vero che, contrariamente alle norme scritte, la Provincia abbia istruito i manutentori a registrare nell’apposito catasto (e con oneri a carico del cittadino) anche le stufe e le cucine economiche (“el fogolar” a Trento e lo “spolèr” a Primiero) nonché i caminetti (anche quelli che svolgono ormai solo una funzione estetica di arredamento), siamo all’assurdo. Ad es. a Trento ho una stufetta molto piccola, su un corridoio, che uso forse due – tre giorni all’anno, in caso di forte freddo: dovrebbe essere accatastata, dovrei pagare il corrispettivo, e se il prossimo anno la elimino o la cambio, dovrei procedere alle variazioni del catasto. Idem per due stufe a Primiero che uso pochissimi giorni all’anno, se le uso.

La normativa nazionale (che dice di recepire normative europee – povera Europa!) prevede la possibilità di adattamenti da parte delle regioni e delle province autonome: possibile che in una provincia montana autonoma non si faccia buon uso di tale autonomia? Sarebbe interessante sapere se gli estensori delle norme provinciali vivono nei paesi del Trentino o in città, dove l’uso della legna da ardere è divenuto raro. Per chi vive in montagna, dopo l’orso e il lupo, anche la penalizzazione di chi usa stufe a legna, magari, come nel mio caso, per integrare l’impianto a gas con risparmio di energie non rinnovabili. Mi sorge il dubbio che si ripeta quanto ho visto fare a Roma: per calmare i meccanici che, con la rottamazione delle vecchie automobili, vedevano calare il lavoro, hanno reso più frequenti le revisioni. Forse che in Trentino si vuole dare più lavoro ai manutentori? Che senso ha poi prevedere obblighi di accatastamento e controllo anche per gli impianti allacciati alla rete di teleriscaldamento (come a Primiero?) Rilevo poi un’altra incongruenza della normativa nazionale non rimediata dall’autonomia provinciale: la manutenzione si deve fare secondo le istruzioni del fabbricante la caldaia (nel mio caso ogni anno), mentre il controllo di efficienza energetica, per impianti come il mio, ogni quattro anni. Ma se faccio manutenzione, prescrive la legge, sono obbligato a fare anche il controllo di efficienza energetica (quindi ogni anno!). Che senso ha? Come infine calcolare la potenza nominale di una stufa a legna che ho da decenni? Devo chiamare un tecnico per fare i calcoli e le prove di efficienza? Siamo all’assurdo della burocrazia, europea, italiana e trentina. I trentini si meritano altro!

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