Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Proposta di alcuni sindaci per una formazione civica in Trentino: elementi da chiarire

LA PROPOSTA CIVICA DI ALCUNI SINDACI: VALUTAZIONI PROVVISORIE
Si parla spesso di una prospettiva “civica”, che dovrebbe sostituire gli approcci politici, specie a livello locale, basati su ideologie. Cosa si intenda per formazione civica, lista civica, riferimento ai valori del civismo è divenuto, tuttavia, sempre meno chiaro. Il documento presentato da alcuni sindaci trentini nei giorni scorsi chiarisce solo in parte. Cos’è l’ideologia, alla quale il civismo è alternativo? Se ideologia è il mascheramento “culturale” di interessi più o meno nascosti, il civismo vuole giustamente essere in modo opposto rapporto diretto con gli interessi popolari (ma solo questo il senso del popolarismo richiamato?).Se ideologia è l’elaborazione culturale di orientamenti di valore per una loro traducibilità in scelte politiche, il civismo non può evitare di adottare prospettive ideologiche. Quali sono? Delle tre parole d’ordine del documento dei sindaci passate sulla stampa, popolarismo, autonomismo e laicismo, le ultime due e forse anche la prima riguardano questioni di metodo; solo il popolarismo potrebbe esprimere contenuti, ma se non è inteso solo come “rapporto con il popolo”, ma come esperienza storica ispirata al pensiero sociale cristiano. Non è utile rimanere nell’ambiguità. L’autonomismo dice dei livelli territoriali di libertà di decidere (principio di sussidiarietà, di natura “regolativa”) e il “laicismo” (assai meglio parlare di “laicità”, cosa diversa dal laicismo) dice dell’autonomia da dare a Cesare, senza metter di mezzo Dio o le Chiese.
In Trentino vi è una lunga tradizione di liste civiche, espressione dello spirito comunitario locale, che rifiutava le divisioni connesse alla dialettica ideologica nazionale. Esso è stato espressione della cultura comunitaria, caratterizzata dall’importanza assegnata alla religione, alla solidarietà familiare e al legame con il territorio locale. E’ a questo civismo che si ispirano i sindaci?. Nella cultura della comunità trentina è però cresciuta la secolarizzazione, si è infragilita la famiglia, è diminuita la portata del sentimento di appartenenza al luogo e alla comunità locale. Se in precedenza il riferimento ai valori era implicito nel semplice riferimento al civismo locale, con la modernizzazione in atto non lo è più, essendo la cultura dei trentini divisa in ragione dell’accettazione o meno delle direzioni di cambiamento in atto come obiettivi da perseguire. Serve chiarezza al riguardo.
Diverso il civismo ridotto a metodo nella costruzione delle decisioni politico-amministrative dal civismo orientato a valori, che prende “parte” (diventa “partito”?), la parte che ritiene importante che le nuove generazioni non crescano solo nella ricerca del “benessere” materiale, che la famiglia non diventi sempre più fragile, che la vita umana sia tutelata e difesa sempre, che la solidarietà comunitaria cresca, che vi siano possibilità di studio e lavoro per tutti.
L’auspicio è che l’iniziativa civica di alcuni sindaci esca dalla genericità, che chiarisca come il popolarismo del loro civismo ha lo stesso sapore di quello che espresse Luigi Sturzo, che era anche autonomista e rispettoso della laicità della politica. Porre la questione al riguardo di “a chi servirà l’iniziativa civica”, se al centrodestra o al centrosinistra, è una trappola che immiserisce.

PATT “sacrifica” la sua identità: l’espulsione di Kaswalder segno di debolezza e di miopia o perdita della “fede”?

di il 2 Febbraio 2017 in autonomia, partiti politici con Nessun commento

Su l’Adige di lunedì 23 gennaio si leggono due interventi riguardanti in qualche modo il PATT, uno del suo segretario sen. Panizza e uno di un lettore, Gianni Rizzoli di Verla, che si aggiunge a un paginone di cronaca sul PATT. Sarebbe normale per esponenti politici di altri partiti, come nel mio caso, osservare e tacere, rispettando l’autonomia di ogni partito per le sue vicende interne. Proprio la lettera di Gianni Rizzoli, che dichiara di non essere mai stato elettore del PATT, mi spinge a proporre alcune riflessioni, come sociologo e come trentino.

Da un lato il sen. Panizza, che auspica un ampliamento delle competenze delle Province Autonome al campo della riscossione delle entrate fiscali anche statali; dall’altro un lettore non del PATT che si rammarica per l’espulsione dal partito autonomista di Walter Kaswalder, che nel PATT ha ricoperto per lungo tempo cariche importanti e che è venuto a rappresentare, dopo precedenti espulsioni o allontanamenti, l’area più tradizionale del partito, più interessata a mantenerne l’identità, fissata anche nello Statuto. Chi ha più meriti per l’autonomia? Chi opera per allargare le competenze amministrative del Trentino o chi opera per conservare una più chiara identità? I due obiettivi non sono di per sé contraddittori, ma lo sono nelle circostanze attuali. Per incidere di più sulle competenze è utile l’alleanza provinciale, regionale e nazionale con il centro-sinistra, che ha consentito e consente al PATT di avere la guida del governo provinciale e, assieme alla SVP, di pesare di più a livello nazionale. Ciò, però, richiede di sacrificare all’intesa con forze di tradizione non autonomista (specie con la sinistra), e per di più non di esplicita e non prevalente ispirazione cristiana (la sinistra), elementi chiari di identità del PATT, che nello Statuto dichiara di ispirarsi al pensiero sociale cristiano oltre che, evidentemente, al mantenimento dei tratti identitari “trentino-tirolesi” (non di rado perfino irrisi nei loro aspetti più visibili di folclore), e alla difesa delle autonomie locali sub-provinciali.

Walter Kaswalder (ma con lui anche pochi altri ed esponenti di rilievo dei “sizzeri”) è entrato in conflitto con l’area “governativa” del PATT principalmente su questioni di coerenza con l’ispirazione al pensiero sociale cristiano (si veda ad es. la questione “omofobia”) e con la difesa delle periferie (si veda ad es. la questione “punti di nascita” negli ospedali periferici). Non si è trattato e non si tratta di questioni secondarie, ma importanti per l’identità del partito. La scelta dell’organo di disciplina del PATT, l’espulsione di Kaswalder, segnala a mio avviso una grave miopia a medio-lungo termine. A breve scoraggia eventuali tentazioni di derogare alla disciplina di partito (o di gruppo) da parti di altri che si trovino a disagio (per la verità nei partiti democratici è sempre ammesso il voto in dissenso per motivi di coscienza) e quindi potenzia la posizione di governo, ma a medio-lungo termine costituisce indebolimento della specifica identità, senza la quale un partito diventa un’aggregazione elettorale che dura finché c’è il collante del potere e delle sue rendite.

Avendo avuto il ruolo di segretario di un partito in periodo di forte turbolenza, comprendo il disagio di chi ha responsabilità politica a dover far fronte a contestazioni e voti in dissenso. Mi chiedo, però, se il PATT non fosse nelle condizioni di sopportare tali contestazioni senza far venire meno il suo ruolo “governativo”, mettendo invece sul piatto della bilancia, in positivo, il tener viva nel partito la vocazione identitaria trentino-tirolese, di difesa delle autonomie di villaggio e di valle, di coerenza con l’ispirazione cristiana. Il non averlo fatto è evidente segno, nel migliore di casi, di debolezza, ma forse anche di non essere più sensibile al mantenimento e allo sviluppo della specificità della sua identità.

La “modernizzazione” del Trentino, specie la sua secolarizzazione, unite alla sua “italianizzazione” crescente può aver indotto i responsabili attuali del PATT a non credere più nella proponibilità ai trentini della sua specifica identità. Sarebbe una perdita per tutti i trentini, poiché un’autonomia che perda il suo fondamento identitario ha le gambe corte. Uomini come Kaswalder e donne come Linda Tamanini, (che lo ha difeso) non servono l’autonomia certamente meno di chi “al potere” ha capacità di incidere sulla sua portata amministrativa. E ciò dovrebbe far sopportare qualche “inconveniente” che può infastidire chi guida o gli alleati di governo.

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