Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Chiusura reparto maternità a Cavalese (TN): le mistificazioni sulla sicurezza per nascondere le ragioni di ridurre la spesa sanitaria

di il 24 maggio 2017 in sanità, servizi pubblici con Nessun commento

Dell’8 marzo la pubblicazione sui giornali della decisione governativa di far chiudere il reparto maternità dell’Ospedale di Cavalese per mancanza dei requisiti fissati per garantire la sicurezza dei parti, in particolare la presenza continua di anestesista e pediatra. Secondo il Ministero romano, poiché anche nei parti “fisiologici” vi possono essere imprevisti che richiedono interventi di tale tipo di medici, il reparto maternità va chiuso.

Il comune cittadino si chiede di quali sicurezza parli il Ministero. Con la chiusura del reparto maternità di Cavalese, una madre può partorire con più sicurezza? Se invece di dover affrontare le doglie e il parto con uno spostamento di venti-trenta chilometri al massimo ne deve fare ottanta-cento per recarsi a un ospedale più lontano, Bolzano o Trento, magari con strade difficili per la neve o per il traffico, aumenta la sua sicurezza? L’elicottero è una soluzione sicura? Non basta considerare la sicurezza in ospedale, ma di tutto il processo per arrivare all’ospedale.

Anni fa su incarico della Provincia di Trento dato all’Università, con i colleghi Silvio Goglio e Gianfranco Pola, avevamo esaminato il problema delle dimensioni ottimali per l’offerta di vari servizi e per fare questo avevamo considerato quanto accadeva in altri paesi europei e quanto scritto da esperti. Sempre il tempo di percorrenza per l’accesso al servizio era indicato come criterio per l’organizzazione dei servizi; non c’era solo un criterio di numero minimo di abitanti o di utenti, ma anche di tempo massimo occorrente per giungere al luogo di prestazione del servizio. In generale esso era contenuto, per gli ospedali e per le scuole superiori, nei trenta minuti. Di ciò non mi pare che il Governo abbia tenuto conto. Quanta insicurezza produce?

Non si dica poi che al di sotto di un certo numero di prestazioni (parti, in questo caso) non v’è sicurezza, perché mancherebbe la pratica adeguata al medico. L’aggiornamento e la formazione del personale medico si può fare in molti modi. Tale affermazione fa il paio con quella che al di sotto di un certo numero di alunni per classe viene meno la qualità dell’insegnamento. Si dica invece che il servizio scolastico o sanitario costerebbero pro-capite troppo. Un docente che ha meno alunni in classe li può seguire meglio individualmente; e così la cura di una persona può essere migliore se le persone da curare non sono molte. Ma se il problema è economico, occorre ricordare come per i valori di uguaglianza sul territorio vi è piena legittimità a rivendicare una spesa pro-capite maggiore per le aree a bassa densità. Anche il Consiglio d’Europa, la sua Assemblea Parlamentare, ha preso posizione al riguardo. La Provincia di Trento, utilizzando proprie risorse per la sanità, ha piena autonomia, fatti salvi i livelli essenziali di assistenza, nell’organizzare i servizi sanitari. Il fatto che in nome della sicurezza (indimostrata e per di più non considerante l’insieme delle circostanze) abbia accettato, senza ricorrere alla Corte Costituzionale, una lesione della sua autonomia organizzativa non depone certo a favore dell’efficacia della nostra classe dirigente, e in particolare della maggioranza che amministra. Viene il dubbio che sia stato comodo per il Governo provinciale e la sua maggioranza accettare i criteri nazionali ai fini di risparmiare denaro, sulle spalle delle popolazioni delle valli. Viene anche il dubbio che la maggioranza non abbia voluto “disturbare” il Governo nazionale, data la consonanza politica con esso. In qualche caso lo ha fatto, ma non in questo. Come mai?

E’ vero che le risorse sono diminuite, ma come sempre a pagarne le spese sono le aree periferiche; ricerche sulle aree marginali compiute con il CNR lo dimostrò; le aree periferiche ottengono meno denari e servizi di quelle centrali, considerando parametri come popolazione e territorio. Per questo si suggerì la “territorializzazione” del bilancio provinciale. Ma non se ne fece nulla o quasi, inaugurando, invece, la programmazione negoziata che permette ai politici di “elargire” finanziamenti per qualche opera, sperando nel ricambio del voto. Che garantiscono a tutti uguaglianza di servizi!

Fondamento autonomia speciale del Trentino: accordo Degasperi Gruber assai più che identità e storia di autogoverno

di il 24 maggio 2017 in autonomia con Nessun commento

Su l’Adige del 15 marzo Gianni Poletti commenta quanto il sito della Provincia di Trento afferma quali fondamenti della speciale autonomia del Trentino, la lunga tradizione di autogoverno e la tutela della lingua e della cultura dei gruppi che convivono nel “quadro regionale”. Quest’ultimo fondamento, che giustifica bilinguismo e proporzionale (nel pubblico impiego), non sarebbe però a suo avviso sufficiente, pesando a suo avviso forse di più la capacità di autonoma organizzazione sociale messa in campo nei secoli e che ha trovato espressione non solo nel principato vescovile, ma anche nel saper far da sé, di cui è espressione anche il movimento cooperativo (ma si potrebbe aggiungere le scuole materne di comunità, il mantenimento delle proprietà collettive e comunitarie, gli usi civici, le mutue, ecc.).

Se si dovesse fare l’analisi dei processi decisionali che hanno portato all’autonomia speciale, non vi sono dubbi che il fattore decisivo siano state l’inclusione nello Stato italiano, a seguito della prima guerra mondiale, di una parte del Tirolo germanofono, le successive politiche di italianizzazione forzata e la richiesta delle popolazioni germanofone di essere comprese nello Stato austriaco dopo la seconda guerra mondiale. Le potenze vincitrici non vollero cambiare i confini italiani a nord (fu fatto ad est) e l’Accordo Degasperi-Gruber annesso al trattato di pace consentì una soluzione praticabile, quella della speciale autonomia regionale nell’ambito dello Stato italiano a garanzia del gruppo tirolese germanofono.

Nessun dubbio che la tradizione secolare di autogoverno dei trentini non abbia avuto un qualche ruolo nei processi decisionali; semmai è stata di aiuto quando si è tradotta in un movimento politico autonomista, con l’ASAR. Ma mai decisivo. Ai trentini l’autonomia è arrivata grazie all’inclusione del Trentino nel “quadro regionale”, e tuttora è così nonostante la fortissima riduzione della portata di tale “quadro” motivata da parte del gruppo germanofono dell’Alto Adige dal non voler condeterminare le proprie scelte con i trentini e dai trentini, per gran parte, da un gretto egoismo provinciale vestito da autonomia. Ben poco ha pesato la presenza ladina, la cui costruzione come “minoranza linguistica” è per gran parte recente, specie in Val di Fassa. E lo stesso si dica per i pochi trentini germanofoni di Valle del Fersina e di Luserna. Piccole minoranze etnico-nazionali ci sono in molte regioni ad autonomia ordinaria (si pensi ai croati, agli albanesi nell’Italia meridionale o ai germanofoni del Veneto).

Ciò precisato, in base a indagini compiute su campioni rappresentativi ormai anni fa, non mi sentirei di negare che a fondamento dell’autonomia vi sia una specifica identità etnica trentina, seppur variegata da valle a valle. E tale specificità è proprio quanto, non volendolo, illustra in modo interessante anche Gianni Poletti, ossia l’essere, dei trentini, mezzi italiani e mezzi tedeschi. Si tratta di specificità di identità culturale (mescolanze), ma anche di identità etnica, derivante da migrazioni e successive integrazioni. Potrebbero aiutare ricerche sui cognomi e sui matrimoni. E specificità culturale ed etnica sono la base del sentimento dei trentini di essere “popolo”. Certamente la forte immigrazione da altre regioni specie a Trento rende i cittadini di Trento meno consapevoli di essere “popolo” con una sua identità, ma nelle valli la situazione è diversa.

Tale specificità di identità non è certo la ragione decisiva della speciale autonomia, come non lo è le capacità di autonomia sociale, la tradizione secolare di autogoverno e il forte senso di appartenenza provinciale, ma tutti questi elementi sono come un volano che consente di superare i “punti morti” del motore dell’autonomia istituzionale, dando motivazioni anche per non arrenderci alle tendenze presenti a livello nazionale di fare passi indietro nell’autonomia istituzionale. Certo è un volano che può perdere peso se la comunità trentina non attiva un progetto che contrasti il processo in atto di italianizzazione, pur esso documentato da indagini compiute. La responsabilità delle forze culturali, sociali, politiche ed economiche è chiamata in causa. Il futuro non è già scritto, non è un destino.

Note su posizioni di uomini di Chiesa su migrazioni e su ineluttabilità della fine della comunità (parrocchiale)

di il 24 maggio 2017 in comunità, religione con Nessun commento

Accanto ai complimenti per una Vita Trentina sempre più ricca di contenuti e all’augurio che, “via la pietra”, (bel titolo dell’ultimo numero del 16 aprile) riscopriamo l’importanza anche per la nostra speranza di vita, del sepolcro vuoto per la resurrezione di Cristo, mi permetto qualche osservazione.
La prima riguarda l’intervento di Gian Carlo Perego direttore generale della Fondazione Migrantes e vescovo eletto – ma i vescovi non sono nominati?- di Ferrara-Comacchio. Nel valutare criticamente alcuni recenti orientamenti del Governo in merito agli immigrati senza visto di ingresso (volti a rendere un po’ meno lenta e un po’ meno inefficace la procedura di valutazione delle richieste di asilo), sembra non distinguere chiaramente i casi di coloro che fuggono da morte e persecuzione (meritevoli di asilo) da coloro che immigrano eludendo le procedure di legge al solo scopo di migliorare le loro condizioni di vita. In virtù di accordi internazionali ai primi vanno riconosciuti “diritti”, mentre i secondi sono tenuto a osservare le leggi che regolano l’immigrazione. Di questo dovere, di questo rispetto della “legalità” non c’è traccia nell’intervento di Gian Carlo Perego, che, anzi, invita a trovare modalità di eluderla, quasi che vi sia un diritto universale di migrare dove si desidera e un diritto di chi ha tale convinzione di facilitare l’entrata irregolare di vuole immigrare.

Accanto al giusto richiamo a rafforzare la cooperazione internazionale per offrire opportunità di vita migliori nei paesi di partenza dei migranti, il Direttore della Fondazione Migrantes auspica anche che si sospenda la vendita di armi a certi paesi. Vi è già una regolazione della materia e se vi sono violazioni di essa serve intervenire, ma occorre prendere atto che la vendita di armi da parte di un paese non per definizione porta a un aumento di conflitti armati in altri paesi. Le armi possono servire a mantenere l’ordine sociale e la pace interna e internazionale e comperarle invece di costruirsele in casa non è un male di per sé.

Anche sull’accoglienza dei minori non accompagnati servirebbe qualche prudenza in più: nulla da dire su chi si dice strumentalmente appena sotto i diciotto anni per sfruttare un diritto pensato per situazioni più drammatiche di abbandono?

La seconda osservazione riguarda l’intervento di Piergiorgio Cattani, molto articolato. Alla comunità parrocchiale, in crisi, non più capace di fornire “un’educazione alla fede” andrebbe per Cattani sostituita una parrocchia di grandi dimensioni (con più preti), articolata in piccoli e piccolissimi gruppi diversificati. E’ suo anche il dubbio che tale proposta possa trovare realizzazione. Vorrei, da “sociologo delle comunità locali” far notare che da molti decenni ormai alla scuola di pensiero sulla “dissoluzione” (individualista) delle comunità locali, (cui sembra ispirarsi Cattani) se ne affianca un’altra, “comunitarista”, secondo la quale la comunità può essere “costruita” proprio a partire anche dalla “prossimità residenziale”. Molti anni fa invitai a Trento il sociologo americano Edward Shils, a parlare proprio su tale prospettiva. Perché la fede non può aiutare a costruire comunità tra chi ha la stessa scuola materna per i figli, la medesima scuola elementare, i medesimi giardini pubblici, i medesimi negozi di vicinato, il medesimo bar, il medesimo impianto sportivo, ecc.? Ciò non esclude che siano attivi piccoli gruppi e movimenti magari a scala territoriale più ampia, ma da sociologo vorrei invitare a riflettere sulla diffusione di tale associazionismo, certamente più selettivo, meno adatto a interessare il comune fedele, che si accontenta di partecipare alla messa festiva, di far battezzare i figli, educarli a giovarsi e giovarsi personalmente dei sacramenti della penitenza, dell’eucarestia, della cresima, del matrimonio e dell’unzione degli infermi, di chiedere la presenza del prete nel momento della morte e della sepoltura di un proprio caro, di impegnarsi occasionalmente in qualche attività di carità o di testimonianza. E’ troppo poco? Sinceramente mi pare molto, ed è il molto che già offre l’attuale parrocchia. Ridotta a semplice erogatrice di servizi, come afferma Cattani? Mi pare ingeneroso verso i parroci e i loro preti collaboratori (un mio figlio è uno di questi) e ingeneroso verso i “fratelli di fede”, cristiani “ordinari”.

Le mistificazioni sul diritto fondamentale di ciascuno a migrare dove vuole e sui vantaggi dell’immigrazione

di il 24 maggio 2017 in migrazioni con Nessun commento

Vita Trentina del 23 aprile scorso dedica due intere pagine al fenomeno migratorio, tutte improntate ad esaltare le migrazioni come fattore di progresso, benché siano causate da guerre, carestie, ecc.. Riprendo i titoli in sequenza: “il diritto al futuro per tutti”, “la migrazione motore dell’umanità”, “arrivederci mondo vecchio, benvenuto mondo nuovo” , “migrare: perché?”. “oltre il confine?”.

Poiché, anche e soprattutto come sociologo, e non solo per aver letto ricerche e libri altrui, ma anche per averne fatte di persona assieme a colleghi dell’Università, ho maturato valutazioni in contrasto con quelle propugnate da Vita Trentina, se lo consentirà, vorrei elencare alcune obiezioni.

Prima tesi: il diritto a migrare è nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sottoscritta da tutti gli stati aderenti all’ONU. Quindi ciascuno avrebbe il “diritto ad avere i documenti per accedere a un paese straniero”. Mi chiedo perché l’autrice trasformi il diritto di muoversi liberamente entro lo il proprio paese e di lasciare il proprio paese (articolo 13 della Dichiarazione) nel diritto ad entrare liberamente in un altro paese. Una cosa è l’obbligo degli stati a lasciare libertà di movimento ai propri cittadini, compreso quella di lasciare il proprio paese e di ritornarvi (libertà negata spesso in stati autoritari e totalitari) e altra cosa è l’obbligo di ogni stato a lasciar entrare nel paese chiunque lo desideri. Tale obbligo non c’è e quindi non c’è il diritto di immigrazione. Mi chiedo ancora perché l’autrice dell’articolo ometta di citare l’art. 29 della medesima Dichiarazione che afferma come tutti i diritti e le libertà riconosciute, lo sono nel rispetto delle leggi di ciascuno stato volte tra l’altro a “ soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica”. Spiace che si faccia disinformazione.

Seconda tesi: le migrazioni sono un fenomeno molto positivo: “portano vita nuova”, rimediano ai problemi portati dal calo demografico, coprono la necessità di svolgere lavori sgraditi e meno pagati, portano diversità che possono creare qualche problema, ma che sono ricchezza di cultura, “tesori di umanità”. Mi chiedo perché l’autore esalti aspetti positivi e minimizzi quelli negativi. L’emigrazione “forzata” è un dramma prima di tutto per chi la pratica: l’autore cita i successi dell’emigrazione italiana all’estero; credo che abbia avuto poche occasioni di parlare con gli emigrati. La stessa Chiesa, anche in Trentino in passato, quando i trentini emigravano, ha dato il primato al diritto di restare a vivere nella propria patria. C’è calo demografico? Perché non mobilitarsi per mettere in condizione le famiglie di fare i figli che desiderano avere (almeno il doppio di quelli che mediamente hanno) e invece benedire chi, immigrato, si adatta ad essere pagato poco e trattato male? Accoglienza di carità o egoismo mascherato, taciuto, ma praticato? Perché sottovalutare i conflitti tra popolazioni di cultura, etnia, razza, diverse? L’autore ha mai considerato ciò che accade nei paesi con forte immigrazione, con grandi minoranze etnico-linguistiche-razziali? Dagli USA al Brasile, dal’Africa sub-sahariana all’Asia, dalla Francia alla Germania e alla Gran Bretagna è tutto un pullulare di conflitti violenti intrastatali fra tribù, etnie, nazionalità, razze. Non si può minimizzare; anche qui si fa disinformazione.

Terza tesi: l’emigrazione è causata da “dittature, persecuzioni, guerre, genocidi, pulizie etniche e violenze”; si traduce in flussi di manodopera laddove si può vivere meglio e porta benessere ai residenti, che per il loro lavoro vengono pagati meglio, mentre possono giovarsi di prestazioni da parte di immigrati a costo basso; in sintesi “vantaggi per tutti”, autoctoni e immigrati. Mi chiedo innanzitutto per quali ragioni lo stato di rifugiato o equiparato, che è riconosciuto nel caso di persone che sfuggono a persecuzioni, guerre, genocidi, pulizie etniche, emergenze umanitarie, sia invece riconosciuto a un’esigua minoranza degli immigrati “richiedenti asilo”. Perché tacere sul fatto che la maggior parte degli immigrati senza autorizzazione sono giovani, più istruiti della media dei compatrioti, con più disponibilità di denaro degli altri, necessario per pagare i costi del viaggio (comprensivo di compensi per i trafficanti d’uomini senza scrupoli)? Perché tacere del fatto che in tal modo si privano le comunità di origine della componente più giovane, istruita e attiva, lasciando nei villaggi uomini e donne meno attivi, anziani, donne e bambini? L’enciclica “Populorum progressio” di Paolo VI è superata|? Come poi magnificare il fatto che gli autoctoni possano “lucrare” sui bassi salari degli immigrati? E poi se i lavori sgradevoli venissero pagati di più, per compensare la loro sgradevolezza, sicuri che non si trovino tra gli autoctoni persone disposte a farli?

Quarta tesi: “I muri sono bestie odiose”, “il muro non risolve, il muro complica le relazioni, è insostenibile economicamente e inefficace”. L’argomentare è meno apodittico, meno unilaterale, ma la conclusione è una condanna di confini e muri. E’ vero, i muri non piacciono, ma perché non riconoscere che talvolta servono. Per renderli compatibili con le esigenze di andare oltre, senza creare problemi, è utile che siano provvisti di varchi controllati. Perché tacere del fatto che i varchi ci sono, ma non si vuole sottostare alle regole per passarli? Gli emigrati italiani e trentini dal XIX e XX secolo (e anche quelli del XXI) hanno seguito le regole. Le nostre case hanno muri e porte: i muri sono fatti per evitare che in casa entri qualcuno che può creare problemi; le porte per far entrare chi è invitato a entrare, anche se è lui di sua iniziativa a bussare. E le porte ci sono anche col muro tra Messico e USA, tra Spagna e Marocco. Non si può tacere su chi le porte le vuole sfondare e le sfonda. Mi ha sempre colpito come la parte di mondo cattolico che fa della legalità un valore assoluto (in realtà non lo ha), di fronte alla legalità nei processi migratori agisca al contrario, cerchi di eluderla e aiuti a violarla. Le regole di apertura delle porte sono troppo strette? Si agisca politicamente per cambiarle.

Caro Direttore, se ho bestemmiato merito di essere schiaffeggiato, ma se non ho detto niente di male, perché mi schiaffeggia? Le assicuro che le pagine sulle migrazioni di VT sono suonate schiaffo per cristiani che vedono più degli autori delle pagine citate “il rovescio della medaglia”, da loro ben nascosto.

(lettera a Vita Trentina, non pubblicata perchè definita “ridondante”)

I “minimi” fuori mercato: un mondo da valorizzare

di il 24 maggio 2017 in agricoltura, comunità con Nessun commento

Leggo su l’Adige del giorno della Festa della Liberazione una lettera di Michele Lucianer, che ho conosciuto personalmente al funerale di suo padre Dario Lucianer, uno dei “grandi vecchi” della DC (poi Centro Popolare), il quale in modo simpatico alla Festa dei partigiani vorrebbe aggiungere quella della liberazione dalle lettere di Gubert, pubblicando le quali Lei continua ad affliggere i lettori. Come può un professore di sociologia rurale trasformarsi in un “uomo della gastronomia primordiale” si chiede e chiede a me Lucianer? E della primordialità della gastronomia sarebbero indicatori la polenta fatta sul “spolèr”, per dirla alla primierotta, le “luganeghe de musat”, da gustare al maso, rimasto di sua proprietà non avendogli tolto la nuova politica che una parte modesta dei soldi “privilegiati” che gli servono per pagare il mutuo per la sua ristrutturazione.

Capisco che per uno che vive nel “golfo della pianura padana” com’è la Val D’Adige, che è cresciuto in una famiglia di commercianti, io possa costituire un “caso clinico” da studiare; non credo di esserlo per quella parte di trentini che abitano nelle valli più scoscese e periferiche e che provengono da famiglia contadina, per di più povera. Gli animali a fine carriera non si facevano (e non si fanno) incenerire, il cibo non veniva cotto e la cucina non veniva riscaldata con il petrolio o il gas trasportato per migliaia di chilometri con costi a carico del destinatario, ma con la legna “da fare” ogni anno nel bosco, di proprietà o più spesso di uso civico, il maso di mezza montagna non si usava come “buen retiro” (personalmente non lo ho mai usato come tale), ma come base per far pascolare i pochi animali specie in autunno e soprattutto per tagliare l’erba e seccarla in fieno per l’inverno. Se Lucianer vuole fare ogni tanto un’esperienza di fatica, gli offro di venire a tagliare l’erba e a portare il fieno nel fienile nel “buen retiro”, alias “maso”, sopra Pieve, (per il quale ho pagato per gennaio e febbraio 40 euri di bolletta elettrica senza neppure accendere una lampadina) a servizio di un prato ripidissimo, diviso un tempo fra tre proprietari (uno dei quali una mia nonna, Turra Orsola), del quale è stato evitato il degrado grazie al mutuo di cui sopra.

Michele Lucianer pensa che il movente principale del mio scrivere siano modesti interessi personali; questi non sono che lo spunto per richiamare l’attenzione dei responsabili delle scelte che gravano su un “mondo minore”, specie agricolo, specie orientato all’autoconsumo, scelte che penalizzano tale mondo in nome della “modernità” che vede positivamente solo tutto ciò che passa per il mercato. La “post-modernità” da decenni ha evidenziato le unilateralità della modernità. E così la qualità fa premio sulla quantità, il mercato “a chilometri zero” fa premio sul mercato globalizzato. Se ne sono accorti in molti, ma restano pur sempre i “minimi”, quelli fuori mercato, che pure svolgono funzioni importanti per il benessere collettivo, magari anche solo ambientale e paesaggistico (quanti prati abbandonati se si dovesse fare affidamento solo sugli agricoltori per il mercato!), quelli che non hanno uffici studi e addetti alla pubbliche relazioni o sindacato di categoria che ne salvaguardano gli interessi. Perché un sociologo che viene da questo mondo di “minimi”, visto che Lei, Direttore, è aperto, specie un sociologo rurale che ha visto tale attenzione sviluppata anche altrove in Europa (come non ricordare Pierre Boisseau, in Francia), dovrebbe tacere di fronte a scelte che lo penalizza? Per evitare che uomini con altra esperienza ne fraintendano quanto dice o scrive, riducendo tutto a gretto egoismo e a primordiale gastronomia?

Inumano il medico obiettore che, richiesto, non uccide un essere umano nel grembo materno? Interrogativi a Andrea Makner

Sul Trentino del 6 marzo u.s. Andrea Makner nella consueta rubrica Ragione & Sentimento, che seguo con interesse dato che quanto vi è scritto non è scontato, ancora nella ripresa di prima pagina, scrive “Personalmente trovo profondamente disumano che un medico davanti a una donna che intende abortire possa dire no”. Nel testo completo della sua risposta a una lettera, Andrea Makner, dalla foto una donna, nonostante che il nome induca in Italia a pensare a un uomo (in italiano per una donna si userebbe Andreina) l’inizio è una chiara affermazione che la vita umana comincia dal concepimento, evitando così di negare la realtà, come fanno molti favorevoli all’aborto. Ma la capriola concettuale è fatta dopo: i “concetti sostanziali” di libertà e di dignità imporrebbero di non trarre da questa constatazione una regola valida per tutti: c’è una inevitabile “tara individuale”, che dovrebbe derivare non da principi (spersonalizzanti), ma da “elaborazioni intime e profonde”, il cui precipitato collettivo è stata la legge con il referendum che ha legalizzato l’aborto, rendendolo così sicuro. Andrea Makner si fa poi anche maestra di religione: una religione che abbia come fine il bene della sua gente dovrebbe apprezzare la legge dell’aborto e i suoi risultati, tra i quali una diminuzione degli aborti stessi (peccato che non metta nel conto, come anche il Ministero della Salute, quelli clandestini, resi facili da pillole abortive). Da tale ragionamento il giudizio netto sopra riportato, che giudica inumano il medico obiettore.

Mi piacerebbe capire come sia possibile riconoscere che l’aborto uccide una vita umana e nello stesso tempo giudicare inumano il medico che ritiene una violazione della sua deontologia l’uccidere nel ventre materno (giuramento di Ippocrate, non di un populista o un dogmatico come definisce la Makner chi è contrario all’aborto). E’ vero che lo stato italiano rende possibile l’aborto volontario (peraltro a certe condizioni e previe azioni di rimozione delle cause, per le quali lo stato è del tutto inadempiente), ma sempre lo stato italiano, nella legge che piace molto alla Makner, prevede che il personale medico e infermieristico possa esimersi dalla soppressione di un essere umano (obiezione di coscienza, tutelata anche dalla Costituzione). La Makner vorrebbe abolire tale possibilità? Possibile che non abbia un po’ di pietà anche per quell’essere umano in formazione che viene privato della vita, talora anche con sistemi crudeli? Non ha mai letto la Makner delle sindromi terribili che le donne soffrono dopo aver voluto un aborto? Nessuna pietà neppure per loro, in nome della “tara individuale” che può rendere padroni della vita o della morte di un figlio ancora nel grembo di sua madre?

Spero in una risposta! E spero non dica che da maschio, non avendo partorito, non ho diritto di pensarla diversamente senza essere giudicato maschilista, populista, dogmatico, seguace di una falsa religione, che faccio dire a Dio ciò che mi aggrada!

La burocrazia uccide l’agricoltura per autoconsumo, definita hobbista, e le microimprese agricole

Sono reduce da un corso organizzato dalla Fondazione Mach per il rilascio del cosiddetto “patentino” per l’uso di fitofarmaci. Il corso è stato ottimamente tenuto, ma il quadro emerso circa le normative in atto in materia mi ha rivelato un fenomeno che non supponevo così esteso, e che ben si accorda con quello, segnalato qualche tempo fa, dell’anagrafe, con prove varie, delle stufe a legna.
Prima questione: l’agricoltura per autoconsumo è definita “hobbistica”; per essa mancano ancora norme precise; per ora vi sono restrizioni ed esenzioni da obblighi. Innanzitutto è un’offesa definire hobby la coltivazione di aree agricole per autoconsumo, e non solo perché tale non è per la maggior parte degli agricoltori del mondo, ma perché essa ha sia una funzione economica per la famiglia, sia una ambientale-paesaggistica, perché cura aree agricole per lo più marginali (anche solo in termini di entità ridotte delle superfici) che per l’agricoltura per il mercato non è conveniente coltivare (e sono molte in Trentino e in generale nelle aree montane), sia infine una per il controllo e la cura della salubrità dei prodotti che poi vengono utilizzati in famiglia.
La si chiami correttamente “agricoltura per autoconsumo” e in ossequio alla definizione di imprenditore agricolo contenuta nel Codice Civile, si consideri chi la pratica “imprenditore agricolo” (non hobbista), cui giustamente si può applicare una disciplina particolare semplificata.

Una seconda questione è posta dal criterio per giudicare se l’attività agricola è per autoconsumo o meno. Secondo le norme attuali, è per autoconsumo solo quell’agricoltura i cui prodotti vengono consumati “dalla famiglia”, intendendo per essa quella residente nella medesima abitazione. Se un genitore regala a un figlio sposato e che vive in una sua abitazione qualche prodotto della sua campagna, ciò non gli consente più di essere considerato agricoltore per autoconsumo (nel gergo burocratico, “hobbista”) e quindi rientra tra gli agricoltori cui si applicano le norme proprie dell’agricoltura per il mercato. Sono molte, complesse, pensate per lo più per imprese agricole con dipendenti. Ne cito solo una, che fa scalpore: l’agricoltore, anche se fruisce di un figlio sposato per essere aiutato anche occasionalmente in qualche operazione agricola, anche magari per una sola mezza giornata o un’ora, è tenuto a frequentare un corso di 32 ore come responsabile della sicurezza! Si aggiungono i corsi per anti-incendio e altri minori. Si usano i voucher per semplificare le procedure connesse alle assicurazioni sociali, si fanno norme specifiche semplificatrici degli obblighi fiscali e contabili per le imprese agricole che non superano i 7.000 euri di giro d’affari, ma si impongono obblighi assurdi per altre questioni.

Da sociologo non posso non ricordare come, a smentita delle tesi sulla nuclearizzazione della famiglia, anche nella società moderna sopravvive ampiamente la “famiglia estesa”, non più coabitante, ma intessuta di forti legami sociali solidaristici. Possibile che si debbano considerare tali legami irrilevanti o equiparati a quelli di mercato? Eppure la Provincia di Trento si segnala per le sue politiche familiari!

Se poi si entra nel campo della gestione dei rifiuti, lo scarto tra le norme e la ragionevolezza per l’agricoltura di autoconsumo che si allarga alla famiglia estesa o con produzioni di vendita minime è altrettanto evidente. Si pensi ad es. che un sacchetto che conteneva un kg di prodotto fitosanitario ormai consumato non può essere trasportato se non con una macchina aziendale (vale a dire intestata all’azienda, pagando IVA), e non si possono fare più di dieci km e muoversi solo nell’ambito della regione (con problemi per chi, trovandosi ai confini della regione, ha terreni in due regioni).

Giustamente ci si preoccupa della governabilità e dell’assetto istituzionale, ma se, da parte di coloro che, nelle amministrazioni pubbliche, scrivono le regole non v’è una adeguata conoscenza della realtà o si sceglie deliberatamente di mortificare tutto ciò che non rientra tra gli interessi tutelati dalle organizzazioni professionali o da gruppi di pressione, i governi possono durare, l’assetto istituzionale può essere efficiente, ma per il comune cittadino non v’è scampo. Tra i partecipanti al corso qualcuno diceva come sia ovvio che non si può essere in regola. E’ una perdita di senso civico indotto da chi produce norme assurde. Molto meglio cambiare le norme rendendole ragionevoli e osservarle e farle osservare!

Università di Trento: problemi che si aggravano e demoralizzazione docenti e ricercatori

di il 7 marzo 2017 in scuola con Nessun commento

Sul Trentino di martedì scorso 21 febbraio a mo’ di editoriale il collega Gaspare Nevola ha messo in evidenza punti critici dell’attuale situazione universitaria che vanno ben oltre le difficoltà di erogazioni di cassa da parte della Provincia lamentate nei giorni scorsi dal Rettore in carica e dal Rettore precedente.

Sono ormai cinquantadue anni che, in ruoli diversi, passo le porte dell’Università di Trento e ho visto i diversi andamenti sia della didattica che della ricerca (e una volta si citava anche l’educazione permanente). Dopo la crescita tumultuosa iniziale, la crisi della contestazione, che ha colpito anche la didattica e la ricerca, si erano create le condizioni per un assetto virtuoso: lo Stato sosteneva i costi di normale funzionamento e la Provincia, liberata da questi dopo la statizzazione, integrava le risorse finanziarie soprattutto per la ricerca. Per i mandati nei quali ho diretto uno dei dipartimenti di sociologia e scienze sociali, la ricerca ha fruito di risorse che, in rapporto alle dimensioni, non avevano uguali in Italia. E’ stato il periodo dell’accreditamento scientifico dell’università di Trento a livello internazionale (e non solo europeo). L’Istituto Trentino di Cultura, con i suoi Istituti, tecnologici e umanistici, arricchiva ulteriormente la qualità della ricerca in campi specializzati.

A mio avviso la “riprovincializzazione” dell’università, verso la quale fui critico, ha fatto risperimentare ad essa le strettoie che avevano indotto Bruno Kessler, Presidente dell’Università, a uscire dal sistema Provincia. Non ne è stata l’unica causa. Meno larghe disponibilità finanziarie pubbliche, incertezze sul ruolo dell’ITC e dei suoi Istituti, politiche volte all’autofinanziamento della ricerca tramite concorsi a fondi europei e convenzioni con privati, desiderio di rettori di lasciare un segno del loro rettorato togliendo fondi alla ricerca ordinaria per concentrarli su progetti loro cari ( e l’analisi delle cause richiederebbe più spazio) hanno di fatto ridotto e concentrato le risorse dell’Università di Trento per la ricerca; lo posso dire con certezza per quella del polo sociologico, ma non mi pare che la situazione sia molto diversa in altri settori, specie del polo di città. Ai miei colleghi di Sociologia i fondi di ricerca dell’Università consentono di partecipare a qualche convegno e poco più. Negli anni ’80 e ’90 potevano consentire di fare ricerche in ogni parte del mondo, di creare centri attivi a livello nazionale ed europeo (cito il Centro Internazionale di Ricerca sulle Aree Montane, il Centro Studi Martino Martini, l’Associazione Italo-tedesca di Sociologia, con la sua rivista bilingue e seminari sul bilinguismo in Alto Adige, per limitarmi a iniziative intraprese dal prof. Franco Demarchi, cui ho partecipato). Ora il CIRSAM è morto da anni e le altre iniziative soffrono di penuria estrema di risorse. Difficile non capire come il morale medio dei docenti e dei ricercatori non sia alto. Si può, certo, competere a livello nazionale ed europeo, ma i piani nazionali talora saltano e alla capacità scientifica serve sempre più anche una capacità di fare lobby.

Sul piano della didattica pesano i limiti posti alla disponibilità di posti di docenza, essendo l’università sottoposta a vincoli stretti per la sostituzione di docenti andati in pensione, ma, come dice il collega Nevola, pesa anche la scarsa razionalità delle riforme introdotte, specialmente di quella che ha spaccato il curriculum per lo più quadriennale in una parte triennale e in una seconda biennale (detta ora corso di laurea magistrale). Nessuno pone mano a un’analisi valutativa di questa riforma (detta del 3+2). Non si esclude che per alcuni campi possa essere stata utile, ma per gli ambiti disciplinari che un po’ conosco (quello sociologico in particolare) essa ha creato per lo più confusione. Essendo il percorso biennale della laurea magistrale di fatto aperto a quasi tutti (difficile adottare logiche selettive adeguate, a prezzo della cancellazione del corso di laurea per insufficiente numero di studenti, per di più in presenza di orientamenti di riforma volti a non garantire una continuità di percorso formativo tra i due livelli di laurea) oggi un laureato magistrale in una data materia con buona probabilità ha una formazione più scadente del precedente laureato quadriennale. Nei primi tre anni si fanno meno cose che in quattro e le cose fatte nel corso di laurea magistrale non possono far conto su una continuità formativa con la laurea triennale, con grande eterogeneità delle preparazioni.
Anche per questa via, il morale medio dei docenti non mi pare alto. Non hanno il potere di cambiare e nessuno pone attenzione al problema. Si aggiunga che il potere di governo dell’Università, anche con il nuovo Statuto dell’Università di Trento, è stato spostato all’esterno, secondo logiche che si dicono ispirate al mercato. I Dipartimenti, i loro Direttori, hanno mero potere consultivo; gli altri docenti contano poco o nulla. Lo stesso Rettore può essere un esterno. Si è creato un sentimento di estraneità ai processi decisionali, che non può certo aumentare il morale.

Credo che di questo clima si debba tener conto quando si parla di Università, anche a Trento. La regione vanta autorevoli docenti universitari in Parlamento. Spero che riflettano al riguardo.

Suicidio: bene permettere di aiutare chi dice di volerlo?

Mi ha sorpreso l’intervento sul Trentino del 28 febbraio, a mo’ di editoriale, di Mauro Marcantoni, assai critico delle norme italiane che non consentono a chi ritiene insopportabile continuare a vivere di farsi aiutare a uccidersi (un tipo di eutanasia attiva). Non mi ha sorpreso per la posizione in sé, diffusa negli stati dell’Europa Occidentale più secolarizzati e scristianizzati (tra i quali la Svizzera), quanto perché ad esprimerla è un uomo considerato facente riferimento al mondo cattolico, già importante dirigente provinciale e collaboratore di importanti politici democratico-cristiani, un uomo che riveste tuttora responsabilità di rilievo in Trentino nel campo della formazione e della ricerca con pubblico finanziamento, al quale il Presidente della Provincia vorrebbe affidare un centro di ricerca sull’autonomia.

Rispetto il grido di angoscia che una vicenda come quella vissuta da Fabiano Antoniani può suscitare. Credo però che l’invocazione che si è fatta pressante, anche da parte di Marcantoni, di una legge che autorizzi il suicidio con l’aiuto delle strutture sanitarie, richieda di andare oltre l’emozione suscitata dalla disgraziata situazione di qualcuno.

Marcantoni imputa la mancanza di una legge che consenta suicidio e aiuti a compierlo alla posizione di una “potente parte del mondo cattolico, che non si accontenta di salvare le proprie anime, ma si arroga il diritto di salvare anche quelle altrui”. Qui Marcantoni sbaglia bersaglio: chi non legittima il suicidio e l’assistenza a compierlo non lo fa, come lui dice, per “salvare le anime altrui” (non sarebbe possibile neppure per il cattolico più ortodosso, perché la salvezza dell’anima dipende dalle proprie scelte personali), ma per evitare che l’introduzione del suicidio come pratica possibile per mettere fine a una vita nella sua fase di acuta sofferenza e senza speranza di guarigione di fatto spinga chi avverte di essere di peso agli altri o alla società a togliere il disturbo. Non so se Marcantoni e chi sostiene l’eutanasia abbiano mai visto il film Maranathà: per non essere di peso agli altri, in un villaggio di agricoltura povera, gli anziani erano pressati psicologicamente ad andare a morire in montagna, dipinta come una sorta di “paradiso” (in realtà un cimitero di scheletri all’aperto) non appena perdevano i denti, e poiché l’anziana protagonista non perdeva i denti, che restavano sani, per non essere di peso alla sua famiglia, se li spaccava con una pietra, per andare poi sulla montagna a lasciarsi morire. La sacertà assoluta della vita di ciascuno, dall’inizio nel grembo materno alla fine naturale, è l’unica garanzia etica e pratica che nessuno possa manipolarla, farla morire. Non si tratta di dogmi, come dice Marcantoni, ma di garanzia massima di solidarietà a chi si trova in situazione difficile. E’ stato così per chi era contrario a consentire con assistenza pubblica di uccidere nel proprio grembo di madre un figlio non voluto ed è così per chi è contrario all’eutanasia, anche se richiesta dal soggetto sulla quale si applica, potendo trattarsi di quello che Durkheim chiama “suicidio altruistico”. Nel caso dell’aborto la collettività italiana ha scelto di preferire la volontà della madre alla tutela della vita del figlio, verso il quale non si nutre pietà alcuna (anzi, come in Francia recentemente, si condanna penalmente per legge chi le ragioni di tale pietà le manifesta in modo chiaro). Nel caso dell’eutanasia finora la collettività italiana ha preferito la solidarietà delle cure palliative, dell’assistenza piena fino alla morte naturale, alla legittimazione del suicidio su richiesta, alla cui radice ci può essere mancanza di solidarietà, mancanza di assistenza anche a chi è senza speranza, mancanza di adeguate cure palliative e di sostegno psicologico.

Spero che non si ripeta, come tanti fanno, che l’Italia è “arretrata” per queste ragioni; una società individualista, egoista e materialista, eticamente relativista per cui non si può più dire ciò che è bene e ciò che è male non è un progresso per l’umanità. Non siamo così succubi di quanto altri popoli, più individualisti, più relativisti, con minore rispetto sacro della vita umana, hanno fatto. E nel caso svizzero, come spesso, lo fanno anche per fare “affari”!

Sessualità e insegnamento della Chiesa Cattolica: episodi trentini

di il 19 febbraio 2017 in famiglia, religione con Nessun commento

Su l’ultimo numero di Vita Trentina del 12/2, rubrica Dialogo aperto, due lettere che auspicano cambiamenti nelle posizioni della Chiesa, una di Donata Borgonovo Re, che desidera per la donna ruoli sacerdotali, sull’esempio della chiesa luterana, (commentando una precedente lettera di Luisa Vian), e una di Silvano Bert, che veglia sul magistero del Papa e dei vescovi, ancora troppo timido in materia di aborto e omosessualità. Fa quasi da contrappeso una lettera di Luciano Decarli, che ricorda, a pochi giorni dalla scomparsa, un missionario maschio, padre Efrem Trettel, impegnato nell’annuncio con mezzi moderni del Vangelo più che nel proporre revisioni dottrinali.

Sul sacerdozio alle donne mi consta che ci siano state pronunce papali sul suo fondamento nelle scelte di Cristo. Sbagliato? Sbagliato, secondo Bert, ha certamente Papa Paolo VI ad emanare l’enciclica Humanae Vitae e hanno sbagliato i vescovi italiani a pronunciarsi a suo tempo contro la legge che legalizza e sostiene con risorse pubbliche l’aborto volontario. L’esempio per il sacerdozio femminile e per l’atteggiamento da prendere sulla legge sull’aborto è sempre quello delle chiese protestanti. Dobbiamo pur essere per l’ecumenismo! Dopo tutto, per Bert, la legge italiana sull’aborto andava approvata in quanto realizzava un “male minore”, ossia la riduzione della clandestinità degli aborti. Ma osservo: se avvengono clandestinamente furti, rapine, omicidi e il perseguirli provoca pericoli e danni per la vita di chi li fa e degli addetti all’ordine pubblico, bisogna perciò legalizzarli? Come si fa a dire che l’uccisione di un essere umano nel grembo materno è un “male minore”? Rispetto a quali altri “mali maggiori” inevitabili? Per Bert ci sono ancora malati di ideologia, come il Movimento per la Vita, che in occasione della |Giornata per la Vita, condannano in un manifesto la legge 194 sull’aborto, ma, buon segno,Vita Trentina non ne ha dato conto. I vescovi italiani nel loro messaggio hanno condannato come espressione di ideologia il voler superare la complementarietà di uomo e donna; non si tratta certo di ideologia per Bert, ma i vescovi a tale ideologia almeno non hanno dato il nome di “ideologia gender”. Comunque lottare per il riconoscimento della complementarietà uomo-donna va contro l’aspirazione alla parità delle donne, come affermato da una teologa, Selene Zorzi, ella sì, più dei vescovi, sulla giusta strada.

Bert è intervenuto anche all’incontro che la Diocesi (Ufficio che si occupa della famiglia) ha organizzato, giovedì 9, all’oratorio del Duomo per la presentazione dell’esortazione di Papa Bergoglio “Amoris laetitia”. Non ha mancato di far rilevare il ritardo anche di questo Papa nel trattare l’omosessualità, considerata solo “di striscio”. Non mi ha meravigliato l’intervento di Bert, quanto quello del relatore (in tandem con la moglie) Luigi De Palo, presidente del Forum delle Associazioni Familiari. Sollecitato nel dibattito da alcuni interventi dalla sala, ha preso posizione netta contro coloro, definiti più volte anche nella relazione, “cinture nere” del catechismo, che annunciano e difendono i principi della morale familiare e attinente alla vita umana. La loro sarebbe solo “ideologia”, che rende difficili i rapporti con chi quella morale non condivide. E ha giustificato così il fatto che il Forum delle Associazioni familiari che presiede non abbia aderito al Family Day di circa un anno fa. Il sacerdote responsabile dell’Ufficio nazionale per la famiglia della Conferenza Episcopale Italiana don Paolo Gentili, non è stato molto da meno; ha posto sì un argine di principio, la contrarietà alla pratica dell’utero in affitto, ma nulla ha detto sulla pratica dell’omosessualità, lasciando capire che sulle convivenze more uxorio tra omosessuali era opportuno tacere, in nome del rispetto e dell’accoglienza.

Quanto accade è conferma del fatto che in nome del rispetto e dell’accoglienza si è disposti a non pronunciare più le parole di verità che derivano dalle |Scritture, dalla Tradizione, dal compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, considerandolo “ideologico”. Questo di fatto, però, solo se quelle verità concernono la sessualità, la famiglia, il rispetto della vita al suo inizio e alla sua fine, ossia proprio nei campi nei quali maggiore è la distanza tra messaggio cristiano e mentalità dominante nelle società secolarizzate e benestanti. Viene rifiutato l’annuncio di Cristo che prefigura ostracismi e persecuzioni a chi lo segue. Si può certo seguirlo, si può certo annunciare con vigore verità, ma solo se ciò non urta troppo “il mondo”. Non si deve essere “ideologici”!

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