Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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L’insegnamento sociale dei Papi non si riduce alla recente insistenza sull’accoglienza incondizionata degli immigrati

di il 11 settembre 2018 in migrazioni, religione con Nessun commento

Dalle omelie domenicali di parroci e sacerdoti che li aiutano agli interventi di vescovi e di Papa Bergoglio, è martellante l’invito all’accoglienza degli immigrati, indipendentemente dalle ragioni dell’immigrazione e dal rispetto delle leggi che regolano l’immigrazione. A cominciare da me, ma penso che ciò valga anche per molti cristiani attenti ai messaggi che vengono dai “pastori”, questa insistenza li pone in conflitto con le valutazioni, che, da laici battezzati e membri della Chiesa, danno del fenomeno migratorio e del modo per affrontarlo. Si aggiunga, poi, che le forze politiche che più enfatizzano gli insegnamenti dei pastori in merito all’accoglienza incondizionata, e quindi più sono in sintonia con parroci, vescovi e Papa, sono quelle che invece più criticano insegnamenti della Chiesa in materia di famiglia, di sessualità e di rispetto della vita umana dal concepimento alla morte naturale. Per contro le forze politiche che sono per un controllo più efficace dei processi migratori sono quelle che, invece, sono più vicine all’insegnamento delle autorità ecclesiali proprio sui temi della famiglia e della vita.
Proporrei all’attenzione dei lettori, specie a quelli cui interessa la coerenza tra fede religiosa cristiana e scelte sociali, culturali e politiche, una riflessione sull’insegnamento sociale della Chiesa negli oltre ultimi cento anni nei quali il fenomeno migratorio ha coinvolto gli stati moderni, avvalendomi di un recente articolo in merito alle posizioni dei Papi, pubblicato sul quotidiano on line “In Terris”. Mi limito a ricordare poche frasi. Le migrazioni sono state imponenti da Italia e da molti paesi europei, specie verso le Americhe, già dalla seconda metà del XIX secolo. Pio X, ancora non Papa (1887), sollecitava i “pastori” a scoraggiare coloro che intendevano emigrare e denuncia le pratiche affaristiche di coloro che organizzano l’emigrazione, illudendo i poveri contadini. Pio XII, nel 1946, in un discorso al Commissario USA per l’immigrazione, non solo riconosceva la possibilità di una regolazione governativa dei flussi migratori, pur di fronte a pressioni per allentare le misure restrittive degli USA nei confronti della forte domanda di emigrare in America all’indomani della guerra, ma non sconfessa le stesse misure restrittive americane, che debbono tener conto, a suo dire, non solo dell’interesse di chi vuole immigrare, ma anche del “benessere della nazione”. Giovanni XXIII, oltre a richiamare il fatto che esistono diritti degli immigrati anche se non cittadini dello stato, nella “Pacem in terris” insegna come debba essere il capitale a spostarsi dove non c’è lavoro e non viceversa (equivale all’aiutare i popoli poveri a casa loro). Paolo VI nella “Populorum progressio” evidenzia i mali da cui scaturiscono le spinte ad abbandonare la propria terra: la concezione che il motore essenziale dello sviluppo economico sia il profitto, gli abusi del liberismo sfrenato che penalizza le economie dei paesi del Terzo Mondo e la miopia degli organismi internazionali. Giovanni Paolo II, suggerisce in un messaggio perla Giornata dell’Emigrazione (1995), di non cedere alla tentazione della paura e al sentimento di insicurezza di fronte ai fenomeni migratori, ma non predica l’accoglienza illimitata e auspica una regolamentazione legislativa in grado di arginare il fenomeno dell’immigrazione illegale e del suo sfruttamento da parte di organizzazioni criminali. Nel 2003, in “Ecclesia in Europa” richiama le autorità pubbliche ad esercitare “ il controllo dei flussi migratori, in considerazione delle esigenze del bene comune”. Benedetto XVI è ricordato per il suo pronunciamento sul “diritto a non emigrare” (Giornata del migrante e del rifugiato, 2012). Da cardinale si era espresso a favore della limitazione del numero degli sbarchi di migranti. E nello scegliere chi ammettere, sosteneva giusto preferire “ i gruppi che sono più integrabili, i più vicini alla nostra cultura”. Papa Ratzinger richiamava anche la responsabilità degli stati di partenza dei migranti per rimuovere le cause dell’emigrazione irregolare e per combattere le forme di criminalità ad essa collegate (2012).
Come si può constatare, l’insegnamento dei Papi sulle migrazioni non è per l’accoglienza incondizionata e lo stesso Papa Francesco, pur insistendo sull’accoglienza, senza precisare i limiti, nel ritorno dal suo recente viaggio in Irlanda e in atre occasioni, ha ribadito che è meglio non accogliere se non si ha la possibilità di integrare. E integrare vuol dire mettere nelle condizioni di avere un lavoro, un’abitazione, istruzione, cura della salute, capacità comunicative (competenza linguistica) con gli altri, interiorizzazione dei valori comuni della società ospitante che induca almeno a un rispetto delle leggi e della civile, pacifica convivenza e collaborazione.
In definitiva anche per l’insegnamento sociale della Chiesa Cattolica, non è sufficiente predicare, come accade quasi sempre in questi ultimi anni, che i cristiani debbono accogliere gli immigrati come fratelli, ma occorre valutare le conseguenze di migrazioni sulla società di partenza e sulla società di arrivo, stabilendo una maggiore giustizia nei rapporti tra i popoli, fissando regole per i movimenti migratori, regole che in ogni caso stabiliscano limiti, i quali a loro volta devono essere applicati in modo efficace e tenendo conto della maggiore o minore predisposizione all’integrazione sulla base della maggiore o minore vicinanza culturale.
Perché ciò non viene più detto o detto raramente nelle chiese? Più facile semplificare, invece che impegnare la responsabilità dei laici cristiani a proporre criteri di valutazione, regole e strumenti?

Fondere in un’unica cassa rurale tutte le casse rurali del Trentino rafforza l’autonomia?

Al Direttore Pierangelo Giovanetti,
il suo editoriale su l’Adige di domenica 2 settembre suggerisce l’unificazione di tutte le casse rurali trentine in un’unica Cassa, che sarebbe più forte, più capace di dare sostegno alla Cassa Centrale Banca, una delle tre organizzazioni che raggruppano le casse rurali italiane in ossequio alle volontà di controllo e omologazione delle banche centrali europea e italiana, cui il governo di centro-sinistra si è adeguato.
Dopo le imposizioni fatte dal Governo Renzi alle banche popolari di trasformarsi in società per azioni, senza coinvolgerle nelle scelte, per le casse rurali si è attivata una parvenza di processo partecipativo, che aveva dato come uno dei risultati la possibilità per le casse rurali trentine e per quelle altoatesine-sudtirolesi di organizzarsi in un gruppo autonomo. I sudtirolesi lo hanno fatto, mentre i trentini no, restii a rinunciare a proiezioni di attività e di servizi, compresa Cassa Centrale Banca, che le casse trentine avevano realizzato in aree confinanti di altre regioni e non solo. Poteva essere l’occasione per realizzare un’autonomia a livello provinciale, che ora non è più garantita perché la Cassa Centrale Banca non è e non sarà mai in maggioranza trentina, al di là, per ora, nella fase di avvio, di sede e dirigenti di più alto livello. Una logica “aziendale” ha prevalso sulla logica dell’autonomia sociale, economica e politica.
Può un’unica Cassa Rurale del Trentino costituire il versante bancario dell’autonomia trentina? Lei lo auspica, ma a mio avviso trascura alcuni aspetti. Il primo è quello dell’autonomia di ogni Cassa Rurale nei confronti della banca capogruppo. Come è noto, le singole Casse Rurali non avranno più la piena libertà di scegliersi i propri amministratori. Sono previste, inoltre, limitazioni attinenti alla libertà di governare il credito. Si è approfittato delle conseguenze negative della crisi economica, tra le quali i tanti crediti a rischio o perduti, per togliere autonomia alle singole casse rurali e per spingere per la loro concentrazione. Cassa Centrale Banca, che non sarà più, a regime, in mani trentine, potrà interferire sull’autonomia anche dell’eventuale Cassa Rurale del Trentino. E’ da notare come la grande dimensione delle banche non abbia garantito la loro buona gestione (vedansi banche in Toscana, in Veneto e altrove, per non pensare agli USA) e come anche piccole casse rurali siano vitali e in equilibrio economico nonostante la crisi. Un conto è la vigilanza, necessaria, e un altro la limitazione strutturale dell’autonomia. Mi ha poi sorpreso che quando l’attuale governo ha dichiarato di voler rivedere le disposizioni sulle banche cooperative, ridando loro più autonomia, sia stata Cassa Centrale Banca, che pur si presentava più “autonomista” nel confronto con la centrale alternativa romana, a protestare, come se una modesta dilazione della realizzazione dei gruppi bancari contasse di più della correzione della riforma in direzione di maggior rispetto dell’autonomia.
Lei prospetta i vantaggi di una Cassa rurale più grande, dominante in Trentino; ma sarebbe pur sempre una piccola banca rispetto a quelle nazionali. Non è sulla dimensione o sulla “dominanza” per sportelli o per masse di denaro raccolte e prestate, che una banca di credito cooperativo si qualifica.
Il secondo ordine di obiezioni alla proposta che ha avanzato riguarda il versante della partecipazione dei soci. I processi di fusione tra casse rurali hanno portato ormai, Lei osserva, a rendere impossibile tale partecipazione. Ed è vero, anche se una dimensione di valle, qual è l’assetto prevalente attuale, permette ancora assemblee con un senso. Impossibile che l’abbia un’assemblea provinciale, come Lei stesso riconosce, ma anche un’assemblea di delegati eletti da assemblee locali non sfugge alla difficoltà. Il caso della mutua ITAS ne è la dimostrazione. Di fatto una Cassa Rurale unica in Trentino vuol dire seppellire la dimensione di “popolo” che la cooperazione di matrice Raffeisen, come quella trentina, ha avuto. Il fatto che ora la partecipazione sia difficile dovrebbe orientare a renderla più efficace, non solo a prenderne atto, camminando in direzione di renderla ancora più difficile. Se non si fa, vuol dire che alla dimensione partecipativa da parte dei soci non si crede più e che un settore della cooperazi

Le reazioni all’immigrazione non si possono giudicare solo sulla base di pochi dati sui flussi

L’Adige dello scorso 10 agosto pubblica con apertura in prima pagina un articolo di tre docenti e ricercatori di università partenopee (primo firmatario l’ordinario di Economia e politica industriale Alfredo Del monte) teso a dimostrare che l’allarme per la presenza di immigrati in Italia è sostanzialmente ingiustificata; esso, anzi, non è che uno strumento di propaganda politica della “destra” radicale.
Le argomentazioni sono fondate su alcuni dati, di flusso (primi mesi del 2018 in particolare) e di “stock”, ossia di quantità di immigrati presenti, sia in termini assoluti che relativi, ossia in percentuale rispetto alla popolazione residente. Sia in Europa nel suo insieme, sia in Italia, le cifre non sono tra le più alte nel mondo per l’Europa e in Europa per l’Italia. Gli autori ne concludono che l’allarme per gli immigrati, nei paesi europei e in Italia, è semplicemente uno strumento di propaganda politica. Nella seconda parte dell’articolo portano dei dati su quali siano le condizioni sociali che facilitano l’adozione di atteggiamenti anti-immigrati: tra esse età più avanzata, sesso maschile, bassa istruzione, vivere nei centri minori, orientamento politico di destra.
Essendomi da sociologo in più occasioni e in diversi modi occupato di effetti dell’immigrazione e di valori, anche con ricerche empiriche, in più paesi (europei, ma anche di altri continenti), non posso che rilevare come l’approccio al tema adottato dagli estensori dell’articolo sia carente sotto alcuni punti di vista, specie sociologici.
Primo problema: alcune cifre si riferiscono ai “nati all’estero” e altre a “rifugiati”. Assai diversi i casi di legittimazione di presenza in una comunità statuale di chi è stato autorizzato ad entrarvi o per l’aver ottenuto un visto prima di partire o per aver avuto il riconoscimento dello status di rifugiato e quella di chi, invece, è semplicemente un immigrato clandestino (anche se “richiedente asilo”). A creare allarme è il mancato controllo dei flussi, con l’entrata clandestina dei più. Il riferimento prevalente ai flussi del 2018, ridotto rispetto al 2017, è sviante, dato che l’allarme sociale creato da anni di non controllo dei flussi non può certo spegnersi per una flessione, di incerta durata, di pochi mesi.
Secondo problema: il dimostrare che l’Italia non è al primo posto per i flussi di immigrati (ma è comunque tra i primi), nulla dice circa la non giustificabilità dell’allarme sociale derivante. Su questo incidono i numeri assoluti, qualsiasi sia l’ordine di rango nella graduatoria tra paesi. L’allarme sociale può essere giustificato in tutti i paesi nei quali i flussi superano un certo livello. Chi dice che non ci sia in Grecia e in Spagna, che precedono l’Italia nei primi mesi del 2018? A creare allarme è il fatto che non si sono creati strumenti di controllo efficace dei flussi (date anche le procedure giudiziarie per verificare il titolo all’asilo dei richiedenti e l’incapacità di rimandare ai paesi d’origine coloro che tale titolo non hanno, e sono di gran lunga la parte maggiore). A creare allarme è anche la veloce mutevolezza dei percorsi di immigrazione clandestina in ragione delle opportunità rinvenute dai trafficanti.
Terzo problema: le difficoltà ad accettare i flussi migratori da parte della popolazione autoctona non dipendono solo dalla loro entità, ma dai caratteri eco-socio-culturali degli immigrati. L’ipotesi più accreditata in sociologia, quella chiamata della “distanza culturale”, formulata da L.Warner sulla base di dati nord-americani, spiega che maggiore è la distanza culturale tra popolazione della società di arrivo e popolazione della società di partenza, maggior sono le difficoltà di integrazione degli immigrati. La differenza “razziale”, così come definita dalla maggior parte delle persone, aggiunge ostacoli difficilmente superabili. Incidono poi nel rallentare l’integrazione l’ordine di arrivo di un gruppo etnico-nazionale, la velocità del flusso, le diversità del modo di esercitare i ruoli familiari e sessuali, le differenze di strutture religiose, lo status socio-economico degli immigrati, e così via. Sociologicamente ingenuo, quindi, attribuire l’allarme sociale e le difficoltà ad accettare gli immigrati a scelte opportunistiche, strumentali, di forze politiche di destra.
Da ultimo una nota sui risultati delle analisi compiute dai tre studiosi sui dati dell’European Social Survey. Essi grosso modo corrispondono a quelli personalmente ritrovati nelle indagini dell’European Values Study e del World Values Survey. I tre studiosi tendono ad avallare la tesi che sia l’arretratezza socio-culturale a sollecitare sentimenti anti-immigrazione. Ho preferito e preferisco l’interpretazione opposta, ossia che sono alcune categorie (anziani, poco istruiti, abitanti nei centri minori) a sentirsi meno capaci di proteggersi di fronte alle incognite derivanti dalla presenza di immigrati incontrollati. E non trascurerei il fatto che queste categorie sono anche meno abili a dissimulare opinioni “non politicamente corrette” rispetto ad altre categorie, quelle dei più istruiti, giovani, di status socio-economico più elevato. Un sociologo lo sa, forse degli economisti lo sanno meno.

Controllare i flussi di immigrazione non è manifestazione di razzismo

di il 11 settembre 2018 in etica pubblica, migrazioni con Nessun commento

Varie misure di controllo dell’immigrazione ed episodi di aggressioni, anche in Italia, a persone non bianche sono state occasione per lanciare l’allarme di un nascente razzismo italiano, assai pericoloso dati i precedenti storici che hanno portato a persecuzioni e a gravi discriminazioni verso persone definite di “razza diversa”, di “razza inferiore”. Si citano le politiche al riguardo del nazismo tedesco (cui anche l’Italia fascista ha in parte ceduto), dei bianchi in Sud Africa prima dell’indipendenza, ma anche dei bianchi nei confronti dei neri negli USA fino alle lotte di Martin Luther King.
Capisco che chi si oppone alle misure di controllo dell’immigrazione tenda a qualificarle come espressione di razzismo: il giudizio generalmente molto negativo nei confronti di questo viene fatto riverberare sulle politiche di controllo dell’immigrazione Tuttavia per onestà intellettuale si dovrebbe a mio avviso distinguere bene due fenomeni, quello del razzismo e quello del controllo dei flussi migratori. Il razzismo, oltre a enfatizzare le differenze “razziali” tra le persone, afferma la superiorità di una razza su tutte le altre o su una o più delle altre e ciò fornisce la legittimazione di misure discriminatorie nei confronti di chi è ritenuto di razza inferiore. Il controllo dei flussi migratori, invece, è espressione della volontà di una comunità (etnica, nazionale, territoriale) di decidere chi è ammesso a farne parte e quali sono le procedure per farlo. Lo stato moderno valorizza le comunanze etnico-nazionali e la residenza territoriale, ma in altre epoche la cittadinanza aveva altri principi organizzativi. Per rifarsi a un esempio noto a molti, Paolo di Tarso, a differenza di Pietro, aveva la cittadinanza romana, pur essendo entrambi ebrei.
Confondere il razzismo con la volontà di controllare i confini di appartenenza a una comunità civile è un’operazione intellettualmente errata (quando non è disonesta). Si può, certo, desiderare che tra gli uomini scompaiano tutti i confini, che gli uomini si sentano tutti membri di un’unica comunità civile (stato universale). Ma di fatto tra gli uomini si parlano lingue diverse, seguono religioni diverse, hanno fini diversi, vivono costumi diversi, per cui il convivere più vicini con chi parla la stessa lingua, crede nella medesima religione, ha la medesima concezione del come regolare le scelte collettive, e così via, è finora parsa la soluzione che meglio garantisce la pacifica convivenza. Troppa diversità di cultura. di storia, crea difficoltà maggiori e conflitti. Stabilire dei confini tra comunità politiche e controllare i flussi di persone, cose, messaggi attraverso essi è stata una soluzione intelligente. Altrimenti si tornerebbe a movimenti incontrollati, come nelle epoche delle crisi dei sistemi politici; si pensi per es.ai flussi di popolazioni al tramonto dell’impero romano, incontrollabili e causa di rovine.
Diversità culturali possono associarsi a diversità comunemente definite come “razziali”, perché così sono percepite principalmente in base al colore della pelle. Razzismo sarebbe stabilire regole diverse solo a seconda dell’appartenenza razziale. Ma non è razzismo se il controllo dei flussi in base a comunanze o lontananze culturali, di lingua, di costume, di religione, ecc. porta a distinguere chi è ammesso e chi no a far parte della comunità politica. Ovviamente fatti salve le convenzioni tra comunità politiche a tutela del diritto alla vita.
L’Europa a fatica cammina verso una riduzione della portata dei confini tra gli stati che ne fanno parte. Si discute tra sovranisti ed europeisti. I processi di fusione o di confederazione delle comunità politiche sono lenti e possono subire rallentamenti e fallimenti. Sbagliato qualificare di espressione di razzismo le misure che gli stati e l’Unione Europea assumono per controllare i flussi di persone attraverso i loro confini. Neppure la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, massima espressione di “universalismo”, prevede che uno stato non possa regolare i flussi in entrata di popolazioni. Immagino che non si possa giungere a qualificare tale Dichiarazione come “razzista”!

Risposta a Aldo Collizzolli: il Trentino “minore”, “marginale” non va disprezzato

Al Direttore del Trentino,
grazie per il passaggio della penna (sperando che abbia finito la risata) per rispondere alla lettera di Aldo Collizzolli, pubblicata sul Trentino di domenica 13 maggio. Non è il primo, Aldo Collizzolli, a esprimere fastidio a me direttamente o ai direttori dei giornali locali per le mie prese di posizione su vari argomenti, mentre altri mi esprimono apprezzamento. Ho notato che in generale il fastidio è espresso da chi non condivide o non ha condiviso le mie scelte politiche (ed è il caso di Collizzolli), mentre l’apprezzamento viene da chi non le sente lontane dalla proprie oppure da chi ha vissuto i medesimi problemi da me evidenziati, ma senza avere deciso di esprimerli pubblicamente. Non sono mancati casi nei quali è accaduto il contrario.
Non so perché Aldo Collizzolli chiami in causa il mio essere sociologo. Ho sempre ben distinto il mio ruolo professionale di ricercatore e insegnante universitario da quello di persona che ha una vita anche al di fuori della professione: una grande famiglia, un’attività agricola marginale tendente all’autoconsumo, già amministratore locale, impegnato nell’associazionismo di ispirazione cattolica, particolarmente sui temi della famiglia e della vita, impegnato nella politica per alcuni anni (e marginalmente tuttora). I problemi sui quali scrivo solo raramente concernono la mia qualifica professionale (è avvenuto per es. anche con Lei, qualche tempo fa, in merito alla fondatezza dei risultati di certi sondaggi), mentre quasi sempre riguardano la vita normale di ogni cittadino. E sono spesso problemi che ho incontrato personalmente, ma che riguardano molti altri cittadini, specie quelli delle periferie rurali. Collizzolli li ridicolizza, ma forse perché non li ha mai sperimentati. Che ci siano bambini che devono soffrire della mancanza della loro madre per la soddisfazione di due maschi di essere due “padri” dello stesso bambino ottenuto pagando una o più donne, non mi pare un problema cui irridere. Che, senza base giuridica, si complichi la vita di chi usa delle stufe a legna, che uffici provinciali, dopo averti obbligato a cambiare una targa, ti diano quella sbagliata e ti obblighino poi a ripagarla per avere quella giusta, che chi regola le tariffe elettriche scarichi sugli utenti di energia elettrica oneri impropri assai maggiori di quanto dovuto per l’energia consumata, che chi ha un maso in montagna debba pagare l’onere per la raccolta delle immondizie che non viene fatta o che debba partecipare alle spese comunali per le strade (con l’IMU o imposte analoghe) quando le strade non ci sono o sono impercorribili, quando una persona alleva qualche animale usando pascoli marginali in montagna e debba sorbirsi le conseguenze di coloro che amano sapere che in montagna vivono orsi e lupi che si nutrono dei suoi animali (e si potrebbe continuare con i problemi), non mi pare che si tratti di fatti cui irridere. E di solito Lei, come suoi colleghi direttori di giornale, non lo fanno, anzi, contribuiscono a portare i problemi all’attenzione della generalità dei cittadini e dei responsabili.
Mi dispiace che per Aldo Collizzolli valga più il fastidio per il fatto che uno scrive spesso su argomenti diversi che il mettere in evidenza i problemi per sollecitare una loro soluzione. E poi ci si chiede perché la sinistra perda consensi. Spesso è rappresentata da politici da salotto, che dei problemi della vita quotidiana delle periferie non si interessa più.

Fisco in Italia: le spese per un figlio non sono detraibili se il figlio guadagna 8 euri al giorno

di il 28 luglio 2018 in famiglia, fisco con Nessun commento

Il 23 luglio scade il termine di consegna, per i più, della dichiarazione dei redditi tramite il modello 730 e da anni viene in tale occasione in evidenza un problema, cui neppure per i redditi 2017, è stato trovata una qualche soluzione. Si tratta del limite di reddito oltre il quale un figlio non risulta più a carico dei genitori. Esso da anni è sempre di poco più di 2800 euri lordi all’anno (esattamente 2840,51). Se un figlio studente si è laureato bene, viene conteggiato ai fini di tale soglia, anche l’eventuale premio che spesso le casse rurali danno agli studenti meritevoli.
Chiunque abbia figli, capisce che con quella cifra un figlio continua ad essere a carico dei genitori anche se non vi sono spese straordinarie (sono meno di 8 euri al giorno). Ma il problema si fa molto più evidente se il figlio frequenta l’università: le tasse universitarie sono ovunque cresciute e se non vi sono situazioni di povertà, raggiungono alcune migliaia di euri all’anno anche nelle università statali, in dipendenza dell’università e dei tipo di corso di studi. Può capitare anche che il figlio abbia bisogno di cure del dentista; un apparecchio per correggere la posizione dei denti costa migliaia di euri. Possono servire medicine o visite specialistiche, che, per evitare i lunghissimi tempi di attesa del servizio pubblico in alcune specialità, devono essere a pagamento, se solo non si vogliono correre brutti rischi per la salute.
C’è qualcuno che può sostenere che con i pochi redditi che, stando alla legislazione fiscale, rendono un figlio non più a carico dei genitori, il figlio può non solo mantenersi, ma anche pagare le tasse universitarie e le spese mediche? Ovvio che a pagare gli oneri siano i genitori o uno di essi. C’è qualcuno che può dire che sia ragionevole impedire ai genitori che hanno sostenute tale spese di detrarle dai loro redditi? I figli non possono detrarre gli oneri perché non hanno sufficienti redditi (incapienza) e i genitori nemmeno, perché per legge tali figli non sono più fiscalmente a loro carico! Ma dove siamo? Il trattamento fiscale della famiglia in Italia è veramente scandaloso. E alla questione segnalata si aggiunge a un’altra assai più generale, quella della non considerazione della diminuzione di capacità contributiva derivante dall’avere delle persone a carico, qualunque sia il livello di reddito. A parità di reddito, avere più persone a carico diminuisce la capacità contributiva. Attualmente ci sono detrazioni per figli a carico, solo per redditi medio-bassi e comunque in misura non corrispondente ai costi effettivi di mantenimento. Il minimo vitale di ogni figlio o di ogni altra persona a carico deve essere considerato non imponibile: la progressività, qualsiasi sia la forma nella quale essa è realizzata, non può essere maggiore tanto più quanto più una famiglia ha più persone a carico; è contro in modo esplicito a un paio di articoli della Costituzione (su famiglie numerose e su imposizione fiscale commisurata alla capacità contributiva). Da decenni il problema è sollevato dalle organizzazioni familiari e da qualche parlamentare, ma si trova sempre il modo per evitare che tale ingiusta progressività venga corretta, facendo pagare di meno chi ha figli e di più a chi non ne ha. Non si tratta di aumentare il deficit, riducendo le entrate, ma solo di distribuire in modo giusto le imposte. Che il nuovo Ministro della Famiglia, Lega Nord, riesca a fare finalmente qualcosa? Inutile altrimenti lamentarsi che gli italiani non fanno più figli, non garantendo la stabilità della popolazione e l’equilibrio tra giovani e anziani!

Percorso della Valdastico in Trentino: Dellai propone lo sbocco in Alta Valsugana, ma rischia di peggiorare la situazione

La candidatura di Dellai nel collegio di Pergine ha ovviamente sollecitato la sua attenzione ai problemi della Valsugana e uno di questi è il completamento dell’autostrada della val d’Astico, al quale si è sempre opposto quando era presidente della Provincia. I valsuganotti da tempo volevano tale completamento per ridurre il traffico pesante che dal Veneto è diretto a nord gravando sulla Statale 47. La soluzione che egli sponsorizza appare non proprio un vantaggio per la Valsugana, portando a gravitare sull’Alta Valsugana anche quel traffico pesante che attualmente non è interessato a utilizzare la SS 47 e che utilizza il percorso autostradale A4-A22 via Verona, senza contare i possibili danni aggiuntivi idrogeologici, paesaggistici e l’aggravio di emissioni inquinanti da traffico. L’Alta Valsugana in ogni caso non ne beneficia, neppure “vendendo” il tratto dalla piana di Levico-Caldonazzo a Trento Sud come parte della “circonvallazione ” di Trento, come immaginificamente la definisce Dellai (per la verità come pezzo di circonvallazione è veramente lunga!).

Ma veniamo allo sbocco della galleria a Trento Sud, dove si stende l’ampio spazio ambientale di boschi e laghetti del Casteller. Quali conseguenze per l’ambiente e l’assetto idrico dalle emissioni dei veicoli e dallo scavo? Già Dellai ha fatto inutilmente depositare un’enormità di scarti di galleria negli spazi agricoli fra Trento e Mattarello per caserme che non verranno mai fatte. E’ giusto completare l’opera danneggiando anche le colline del Casteller o quelle vicine?

Da ultimo la sollecitazione di guardare a un raccordo autostradale per le sue valenze di sistema, cui ha invitato anche l’ex sindaco di Levico Carlo Stefenelli. Lo sbocco dell’autostrada nell’Alta Valsugana va a interessare un’area già congestionata. V’è, invece, un’area industriale che ha subito crisi, quella di Rovereto. Il raccordo della val d’Astico con Rovereto ne rafforzerebbe la centralità, aiuterebbe, invece che creare più problemi.

Perché Dellai e Provincia sostengono la soluzione dello sbocco in Alta Valsugana, che pur non pare avere vantaggi rispetto allo sbocco a Rovereto? Pare di capire che il motivo stia nello scaricare su chi avrà l’autostrada (o superstrada che sia) gli oneri stradali altrimenti a carico della Provincia per risolvere i problemi della viabilità della SS 47, almeno da Levico a Trento. Una SS47 declassata a strada locale urbana non necessita di grandi interventi a carico della Provincia, come invece la galleria sotto il colle di Tenna per tutelare il lago di Caldonazzo. Niente di male, se così fosse, risparmiare risorse provinciali, ma sarebbe meglio dirlo, non spacciare un progetto come “uovo di colombo” così vantaggioso che ha fatto convertire alla PI-RU-BI chi l’ha combattuto per decenni!

Spero che a orientare le scelte trentine sia soprattutto una seria analisi di impatto, ambientale, economico, sociale, di più alternative.

Cosa non convince del programma elettorale della lista Noi con l’Italia -UDC

Il Centro Popolare, come comunicato alla stampa e sul proprio sito web, ha deciso di sostenere alle prossime elezioni la lista con lo scudo crociato della DC nel suo simbolo, convinto che serva in Italia un partito che si ispira in modo esplicito al pensiero sociale cristiano. Ciò non vuol dire che sia convinto di tutti i punti programmatici di tale lista, alcuni dei quali coincidono con quelli della coalizione della quale Noi con l’Italia-UDC fa parte.

Non convince l’elezione diretta del Presidente della Repubblica; questi in Italia non ha funzioni di governo, come i Presidenti di altri Stati (Francia, USA, ecc.), ma funzioni di garanzia e di rappresentanza dell’unità nazionale. L’elezione diretta è molto divisiva e rende l’eletto figura di parte, mentre l’elezione parlamentare del Presidente con requisiti di ampio consenso rende più probabile che l’eletto sia figura di garanzia, di unità e di alto profilo.
Non convince l’abolizione del divieto di vincolo di mandato previsto dalla Costituzione; il parlamentare ha la sua dignità di uomo libero, libero di operare in scienza e coscienza per il bene comune. L’introduzione del vincolo di mandato rende il parlamentare succube di chi temporaneamente dirige il partito. La democrazia interna ai partiti non è garantita e per lo più non è praticata. Già la legge elettorale consegna indebitamente ai partiti la nomina dei parlamentari; aumentare la partitocrazia è un errore e lede la stessa democrazia.

In merito alle politiche per la famiglia, è contraddittorio chiedere contemporaneamente, come nel programma, la “tassa piatta” e il quoziente familiare, strumento utile solo per rimediare alla progressività delle aliquote che non tenga conto dei carichi di famiglia. Va invece chiesto, in regime di tassa piatta, ai fini di un più equo trattamento fiscale delle famiglie con figli a carico la deduzione dal reddito imponibile del minimo vitale necessario per ciascuna persona a carico.

Sorprendente infine, per una lista con lo scudo crociato, che tra gli obiettivi manchi un’azione di difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale, con la tutela reale degli esseri umani ancora nel grembo materno, combattendo l’aborto volontario, compreso quello eugenetico, e promuovendo politiche che rimuovano le cause del ricorso all’aborto. Sorprende che manchi anche la revisione della legge sulle disposizioni anticipate di trattamento, evitando che siano usate per eutanasia e suicidio assistito e potenziando, invece, i diritti a cure palliative. Nulla si dice, inoltre,a proposito del problema della crescente fragilità delle famiglie. Manca la promozione della stabilità della famiglia fondata sul matrimonio di uomo e donna, rivedendo le leggi che banalizzano il divorzio e quella sulle unioni civili, che rende di fatto equiparata alla famiglia la convivenza tra omosessuali, fino a consentire a magistrati di dare riconoscimento alla inumana pratica dell’utero in affitto, se usato all’estero.

Capisco che tutto non si possa dire in programma sintetico, ma certe dimenticanze segnalano mancate sensibilità, manifestate, invece, per altre questioni meno rilevanti per una lista di ispirazione cristiana. Mi auguro che durante la campagna elettorale la lista dello scudo crociato si faccia sentire su questi temi almeno quanto la Lega, Fratelli d’Italia e lo stesso Berlusconi (pur con qualche contrasto interno a FI). La sfida antropologica che attraversa le società occidentali non può essere confinata tra quelle secondarie per chi si fa rappresentare dallo scudo con la croce che fu simbolo di Sturzo. Degasperi, la Pira, Moro e tanti altri!

(inviato a l’Adige e non pubblicato)

Sistema elettorale per il Trentino – Alto Adige: il diavolo insegna al centro-sinistra trentino a far le pentole, ma non il coperchio

Molti i commenti sull’esito elettorale del 4 marzo, ma manca l’osservazione sulle conseguenze del particolare sistema elettorale previsto per il collegio plurinominale del Trentino Alto Adige. Per garantirsi l’alleanza con la SVP, il PD ha concesso un rovesciamento dei rapporti tra uninominale e proporzionale previsto in tutta Italia, con conseguenze evidenti specie per le elezioni al Senato. Non due terzi di eletti nel proporzionale e un terzo nel maggioritario, ma l’inverso.

La motivazione addotta è quella della garanzia di tutela della minoranza di lingua tedesca dell’Alto Adige/Suedtirol, ma si tratta di una bugia. Per tutelare la minoranza tedesca in un sistema proporzionale basterebbe la previsione, peraltro introdotta, di una soglia regionale (o anche provinciale) anziché di una nazionale. I collegi c’erano anche col Mattarellum, ma vi era un correttivo, lo scorporo, che lasciava spazio a forze politiche perdenti nei collegi. Invece SVP e PD hanno voluto “strafare”, non prevedendo lo scorporo e riducendo la quota di proporzionale. La SVP metteva fuori gioco liste concorrenti proposte da esponenti della minoranza germanofona, poteva guadagnare l’unico eletto al Senato con metodo proporzionale e scegliersi i parlamentari di lingua italiana (Camera e Senato) in provincia di Bolzano. Il PD godeva dei vantaggi, e ha potuto far eleggere persone estranee alla minoranza italiana dell’Alto Adige che avrebbero avuto difficoltà a farsi eleggere nei loro territori. Poiché, poi, il centro-sinistra autonomista (PD, UPT e PATT) pensava di vincere in Trentino, ha esteso, pronubi i suoi parlamentari, il sistema adottato per la provincia di Bolzano anche alla Provincia di Trento, riducendo in parallelo i posti di parlamentare da assegnare col proporzionale e quindi restringendo le possibilità di rappresentanza delle altre forze politiche.

Come dice il proverbio, il diavolo insegna a far le pentole, ma non il coperchio. La SVP e il PD hanno ottenuto quel che volevano in Alto Adige, ma in Trentino il centro-sinistra autonomista si è visto rovesciati i vantaggi pensati per la loro pentola nella pentola del centro-destra. E’ il centro-sinistra a pagare per la riduzione delle quote proporzionali e il centro-destra a trarre vantaggi. Non è male che sia stata data una lezione a chi ha voluto fare regole a proprio vantaggio! Riflettano Dellai, Panizza, Nicoletti, e gli altri parlamentari trentini (che pagano lo scotto) e rifletta anche la SVP, che dalla scelta “blockfrei” è passata all’alleanza strategica con il PD. Che non convenga anche al gruppo tedesco sudtirolese lasciare che la minoranza italiana possa scegliersi la propria rappresentanza parlamentare? E lasciare aperture di rappresentanza politica pluralistica anche al gruppo tedesco? Gli errori di ingordigia si potrebbero pagare!

Elezioni nazionali e prospettive per le elezioni provinciali d’autunno in Trentino

di il 17 marzo 2018 in elezioni, partiti politici con 1 Commento

Che il centro-sinistra autonomista perdesse in Trentino tutti i collegi, uninominali e del proporzionale, salvo che una eletta nel proporzionale del PATT grazie ai voti in Alto Adige della SVP, nessuno se lo aspettava. Il PATT addirittura pubblicava un ultimo sondaggio che assegnava al centro-sinistra autonomista con largo margine non solo tutti i collegi, ma anche il collegio fino ad allora incerto di Pergine Valsugana. E poi c’è qualcuno, direttore di giornale, cui non interessa sapere se i metodi usati nel sondaggi danno risultati attendibili!

In autunno ci saranno in regione le elezioni provinciali, quelle che più contano per due Province che hanno larghi poteri di autonomia. E se finora pochi davano per probabile in Trentino una sconfitta del centro-sinistra, puntando a un’alternativa a partire da liste civiche di opposizione o in formazione, ora il quadro appare fortemente cambiato, nonostante ci sia chi si sforzi (il Presidente Rossi) di far considerare l’esito delle nazionali non ripetibile nelle provinciali, come altre volte in passato.

Si dice che il Trentino, per le nazionali, subisce il “vento” nazionale, ma che questo cesserà di soffiare in autunno per le provinciali. A parte che in autunno potrebbero esserci di nuovo elezioni nazionali, con “venti” che sarebbero rafforzati, sono troppo pochi i mesi che ci separano da ottobre perché il “vento” finisca. Il “vento”politico non è qualcosa di ineluttabile e poco prevedibile come quello meteorologico. Esso nasce con dinamiche più simili a quella della palla di neve che, in determinate condizioni, rotolondo lungo un pendio innevato, si ingrossa sempre più e diventa grande massa inarrestabile. Dapprima poche persone hanno il coraggio di dichiarare apprezzamenti per partiti o formazioni politiche non ortodosse secondo il “politicamente corretto”, imposto da gran parte dei giornali e delle TV, specie pubbliche. Ma, nelle condizioni adatte, alle poche persone se ne aggiungono altre, qualcosa si modifica anche in qualche emittente televisiva, in qualche articolo di giornale, e la moltiplicazione avanza, avanza sempre più, ciascuno rafforzato nei primi azzardi dalle dichiarazioni di altri. E si forma il “vento”. Se non si segue, si va controvento, e sono sempre meno coloro che, gente comune che chiacchiera con amici, conoscenti, dicono di contrastare il vento. Fin qui una mera constatazione sociologica e di psicologia sociale. Il rinforzo crescente di un’opinione diffonde quell’opinione fino a innescare fenomeni di conformismo dell’anticonformismo, dell’eterodossia, del politicamente “scandaloso”.

Improbabile che in pochi mesi tutto ritorni alla situazione precedente, soprattutto perché le condizioni che hanno favorito il sorgere del vento non sono eliminabili facilmente. Innanzitutto conta la voglia di cambiare. Da troppi anni comanda il centro-sinistra, che di fatto ha assorbito il PATT, disposto a perdere la sua parte più tradizionale. Da troppi anni si è consolidato un sistema di potere “parallelo” a quello formale, tramite società varie pubbliche e para-pubbliche, che sfuggono alle procedure di garanzia di imparzialità e di efficienza. Ricordo gli ultimi anni della gestione DC: non bastava aver amministrato tutto sommato bene. C’era voglia di cambiare, fino al punto che la DC, partito ancora di maggioranza relativa, aveva offerto sostegno a una leadership del PATT, tra l’altro restio ad accettarlo.Era un vento nazionale che spazzava il Trentino, trovando condizioni favorevoli. Non ci saranno PD, UPT, PATT di quasi-sinistra che tengano. La gente vuole cambiare. E i sindaci, che magari dovrebbero sentire obblighi di votare per chi ha dato loro risorse pubbliche per i loro programmi locali, faranno solo finta di sostenere le forze di governo provinciale, perché temono di essere spiazzati alle prossime comunali. Cose già viste.

Ma il “vento” non cambia solo per le forze di maggioranza di centro-sinistra; cambia anche per le opposizioni. La coalizione di centro-destra, specie attraverso la Lega, si è molto rafforzata e i vari movimenti civici dovranno prenderne atto. Non saranno più loro i “registi” dell’alternativa, ma le quattro formazioni politiche del centro-destra, Lega in primis. Certo i civici di opposizione e quelli in via di costruzione politica sono e saranno essenziali per una vittoria, che già per le nazionali deriva in parte anche dal loro sostegno al centro-destra, ma la strategia del costruire dapprima un nucleo civico e poi allargarlo al centro-destra è superata e non facilmente recuperabile.

I trentini sono in generale moderati, ma dubito che non valga anche per essi una legge di psicologia sociale che vede più propensi a giustificare un peccato se lo si è commesso personalmente. Votare Lega o M5S per un trentino moderato è un “peccato”, è uno strappo alla consuetudine. Nonostante che Di Maio non sia Grillo e Salvini non sia Bossi (quello giovane), votare i “grillini” o i leghisti va pur sempre contro la tradizionale moderazione. Il voto alla Lega è poi un peccato grave anche per molto clero cattolico. Chi vota Lega o centro-destra non accetta l’insistenza con la quale vescovi (compreso quello di Trento e il settimanale diocesano) e Papa predicano come dovere morale quello dell’accoglienza incondizionata, senza dare dignità di valore morale a scelte che cercano di raggiungere il bene comune anche nella regolazione e nel governo dei flussi migratori. Ma chi ha già peccato, tende ad essere più permissivo verso gli altri che compiono lo stesso peccato e tende a ri-peccare egli stesso. C’è scandalo per un Salvini che dice di credere nel vangelo e che mostra un rosario, anche se non si dice nulla degli inviti in chiesa a parlare di politica alla radicale Bonino e alla Boldrini, note per le loro posizioni su aborto, ideologia “gender”, utero in affitto, suicidio assistito ed eutanasia. La trasgressione e il gusto di farla, quindi, non si smorzerà per ottobre: il “vento” continuerà a soffiare.

7 marzo 2018

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