Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

Continua »

attività economiche

I “minimi” fuori mercato: un mondo da valorizzare

di il 24 Maggio 2017 in agricoltura, comunità con Nessun commento

Leggo su l’Adige del giorno della Festa della Liberazione una lettera di Michele Lucianer, che ho conosciuto personalmente al funerale di suo padre Dario Lucianer, uno dei “grandi vecchi” della DC (poi Centro Popolare), il quale in modo simpatico alla Festa dei partigiani vorrebbe aggiungere quella della liberazione dalle lettere di Gubert, pubblicando le quali Lei continua ad affliggere i lettori. Come può un professore di sociologia rurale trasformarsi in un “uomo della gastronomia primordiale” si chiede e chiede a me Lucianer? E della primordialità della gastronomia sarebbero indicatori la polenta fatta sul “spolèr”, per dirla alla primierotta, le “luganeghe de musat”, da gustare al maso, rimasto di sua proprietà non avendogli tolto la nuova politica che una parte modesta dei soldi “privilegiati” che gli servono per pagare il mutuo per la sua ristrutturazione.

Capisco che per uno che vive nel “golfo della pianura padana” com’è la Val D’Adige, che è cresciuto in una famiglia di commercianti, io possa costituire un “caso clinico” da studiare; non credo di esserlo per quella parte di trentini che abitano nelle valli più scoscese e periferiche e che provengono da famiglia contadina, per di più povera. Gli animali a fine carriera non si facevano (e non si fanno) incenerire, il cibo non veniva cotto e la cucina non veniva riscaldata con il petrolio o il gas trasportato per migliaia di chilometri con costi a carico del destinatario, ma con la legna “da fare” ogni anno nel bosco, di proprietà o più spesso di uso civico, il maso di mezza montagna non si usava come “buen retiro” (personalmente non lo ho mai usato come tale), ma come base per far pascolare i pochi animali specie in autunno e soprattutto per tagliare l’erba e seccarla in fieno per l’inverno. Se Lucianer vuole fare ogni tanto un’esperienza di fatica, gli offro di venire a tagliare l’erba e a portare il fieno nel fienile nel “buen retiro”, alias “maso”, sopra Pieve, (per il quale ho pagato per gennaio e febbraio 40 euri di bolletta elettrica senza neppure accendere una lampadina) a servizio di un prato ripidissimo, diviso un tempo fra tre proprietari (uno dei quali una mia nonna, Turra Orsola), del quale è stato evitato il degrado grazie al mutuo di cui sopra.

Michele Lucianer pensa che il movente principale del mio scrivere siano modesti interessi personali; questi non sono che lo spunto per richiamare l’attenzione dei responsabili delle scelte che gravano su un “mondo minore”, specie agricolo, specie orientato all’autoconsumo, scelte che penalizzano tale mondo in nome della “modernità” che vede positivamente solo tutto ciò che passa per il mercato. La “post-modernità” da decenni ha evidenziato le unilateralità della modernità. E così la qualità fa premio sulla quantità, il mercato “a chilometri zero” fa premio sul mercato globalizzato. Se ne sono accorti in molti, ma restano pur sempre i “minimi”, quelli fuori mercato, che pure svolgono funzioni importanti per il benessere collettivo, magari anche solo ambientale e paesaggistico (quanti prati abbandonati se si dovesse fare affidamento solo sugli agricoltori per il mercato!), quelli che non hanno uffici studi e addetti alla pubbliche relazioni o sindacato di categoria che ne salvaguardano gli interessi. Perché un sociologo che viene da questo mondo di “minimi”, visto che Lei, Direttore, è aperto, specie un sociologo rurale che ha visto tale attenzione sviluppata anche altrove in Europa (come non ricordare Pierre Boisseau, in Francia), dovrebbe tacere di fronte a scelte che lo penalizza? Per evitare che uomini con altra esperienza ne fraintendano quanto dice o scrive, riducendo tutto a gretto egoismo e a primordiale gastronomia?

La burocrazia uccide l’agricoltura per autoconsumo, definita hobbista, e le microimprese agricole

Sono reduce da un corso organizzato dalla Fondazione Mach per il rilascio del cosiddetto “patentino” per l’uso di fitofarmaci. Il corso è stato ottimamente tenuto, ma il quadro emerso circa le normative in atto in materia mi ha rivelato un fenomeno che non supponevo così esteso, e che ben si accorda con quello, segnalato qualche tempo fa, dell’anagrafe, con prove varie, delle stufe a legna.
Prima questione: l’agricoltura per autoconsumo è definita “hobbistica”; per essa mancano ancora norme precise; per ora vi sono restrizioni ed esenzioni da obblighi. Innanzitutto è un’offesa definire hobby la coltivazione di aree agricole per autoconsumo, e non solo perché tale non è per la maggior parte degli agricoltori del mondo, ma perché essa ha sia una funzione economica per la famiglia, sia una ambientale-paesaggistica, perché cura aree agricole per lo più marginali (anche solo in termini di entità ridotte delle superfici) che per l’agricoltura per il mercato non è conveniente coltivare (e sono molte in Trentino e in generale nelle aree montane), sia infine una per il controllo e la cura della salubrità dei prodotti che poi vengono utilizzati in famiglia.
La si chiami correttamente “agricoltura per autoconsumo” e in ossequio alla definizione di imprenditore agricolo contenuta nel Codice Civile, si consideri chi la pratica “imprenditore agricolo” (non hobbista), cui giustamente si può applicare una disciplina particolare semplificata.

Una seconda questione è posta dal criterio per giudicare se l’attività agricola è per autoconsumo o meno. Secondo le norme attuali, è per autoconsumo solo quell’agricoltura i cui prodotti vengono consumati “dalla famiglia”, intendendo per essa quella residente nella medesima abitazione. Se un genitore regala a un figlio sposato e che vive in una sua abitazione qualche prodotto della sua campagna, ciò non gli consente più di essere considerato agricoltore per autoconsumo (nel gergo burocratico, “hobbista”) e quindi rientra tra gli agricoltori cui si applicano le norme proprie dell’agricoltura per il mercato. Sono molte, complesse, pensate per lo più per imprese agricole con dipendenti. Ne cito solo una, che fa scalpore: l’agricoltore, anche se fruisce di un figlio sposato per essere aiutato anche occasionalmente in qualche operazione agricola, anche magari per una sola mezza giornata o un’ora, è tenuto a frequentare un corso di 32 ore come responsabile della sicurezza! Si aggiungono i corsi per anti-incendio e altri minori. Si usano i voucher per semplificare le procedure connesse alle assicurazioni sociali, si fanno norme specifiche semplificatrici degli obblighi fiscali e contabili per le imprese agricole che non superano i 7.000 euri di giro d’affari, ma si impongono obblighi assurdi per altre questioni.

Da sociologo non posso non ricordare come, a smentita delle tesi sulla nuclearizzazione della famiglia, anche nella società moderna sopravvive ampiamente la “famiglia estesa”, non più coabitante, ma intessuta di forti legami sociali solidaristici. Possibile che si debbano considerare tali legami irrilevanti o equiparati a quelli di mercato? Eppure la Provincia di Trento si segnala per le sue politiche familiari!

Se poi si entra nel campo della gestione dei rifiuti, lo scarto tra le norme e la ragionevolezza per l’agricoltura di autoconsumo che si allarga alla famiglia estesa o con produzioni di vendita minime è altrettanto evidente. Si pensi ad es. che un sacchetto che conteneva un kg di prodotto fitosanitario ormai consumato non può essere trasportato se non con una macchina aziendale (vale a dire intestata all’azienda, pagando IVA), e non si possono fare più di dieci km e muoversi solo nell’ambito della regione (con problemi per chi, trovandosi ai confini della regione, ha terreni in due regioni).

Giustamente ci si preoccupa della governabilità e dell’assetto istituzionale, ma se, da parte di coloro che, nelle amministrazioni pubbliche, scrivono le regole non v’è una adeguata conoscenza della realtà o si sceglie deliberatamente di mortificare tutto ciò che non rientra tra gli interessi tutelati dalle organizzazioni professionali o da gruppi di pressione, i governi possono durare, l’assetto istituzionale può essere efficiente, ma per il comune cittadino non v’è scampo. Tra i partecipanti al corso qualcuno diceva come sia ovvio che non si può essere in regola. E’ una perdita di senso civico indotto da chi produce norme assurde. Molto meglio cambiare le norme rendendole ragionevoli e osservarle e farle osservare!

Top

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi