Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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attività economiche

Provincia di Trento: peggioramenti per agricoltura marginale

Oggi mi è arrivata la richiesta dell’Azienda Sanitaria Provinciale di pagare una nuova tassa per l’iscrizione (obbligatoria) delle mie poche capre (dieci) all’apposita Anagrafe. A differenza di quanto accade per i debiti verso il fisco per l’IRPEF, da non versare se gli importi sono piccoli, in questo caso si stabilisce un minimo che è stato fissato nell’equivalente di 75 capre (15 euri più IVA più un altro balzello), non importa se uno ne ha una o due o dieci come me. A decidere questa nuova tassa è stata la Giunta Rossi con delibera del luglio 2018, un piccolo “regalo” pre-elettorale ai piccoli allevatori. Ma non basta; bisogna andare da un commercialista, a meno che uno non sia un esperto in materia, per capire come far funzionare il sistema della fatturazione elettronica. Mi chiedo come mai la nuova Giunta Fugatti, giunta popolare-autonomista per il cambiamento, non abbia provveduto a correggere gli odiosi balzelli introdotti dal centro-sinistra. Esistono anagrafi obbligatorie dei cittadini ed esistono anagrafi, sempre obbligatorie, delle api. Ma sono gratuite. Perché quella delle capre da gratuita è divenuta a pagamento? Per “servire” i piccoli allevatori marginali, dopo averli serviti con la presenza sussidiata dall’ente pubblico di orsi e lupi?
Ma non è l’unico peggioramento delle condizioni dei piccoli allevatori che la Giunta nuova ha introdotto o applicato ex novo senza correzioni, nonostante le segnalazioni.
In passato mi è capitato più volte che muoia una capra; con una telefonata si avvisava il Servizio provinciale veterinario e si consegnava  la capra morta alla ditta che provvede al trattamento della salma. Il veterinario pubblico andava dalla ditta per fare eventuali controlli sanitari. Il tutto veniva a costare 4 euri. Da alcuni mesi la procedura è cambiata; qualche settimana fa mi è morta, forse per avvelenamento al pascolo, una capra: non basta più avvisare il servizio veterinario provinciale, ma occorre chiamare un veterinario privato libero professionista (il quale non è subito disponibile) che viene presso il luogo dove è stato messo il cadavere della capra e fa il prelievo per gli accertamenti sanitari ed emette parcella. I peggioramenti sono due: necessità di mettere in qualche luogo il cadavere (che può iniziare a decomporsi se fa caldo e il veterinario privato non può venire o se il tutto accade di sabato e domenica) e pagare la parcella (una quota elevata del valore della capra viva). Fatta questa procedura, bisogna andare al Servizio Veterinario Provinciale (tempo da impiegare e costi) e consegnare l’attestazione del veterinario circa il prelievo fatto assieme al materiale organico prelevato. Poi bisogna contattare la ditta che tratta i cadaveri per la consegna del cadavere, il che può avvenire anche a distanza di giorni. Il peggioramento intervenuto è netto.
Un altro problema merita segnalare. Se muore un asino che hai dichiarato destinato al macello per carne, la PAT, come per le capre, assume l’onere delle spese di consegna del cadavere alla ditta che se ne occupa (salvo 4 euri). Se invece muore un asino che hai destinato alla riproduzione (ossia per tenerlo qualche anno perché produca asinelli), il costo dello smaltimento del cadavere è a carico del proprietario. Un paio d’anni fa, per un’asina morta nel partorire, il costo è stato di circa 300 euri, circa la metà del valore dell’asino vivo. Ma per avere asini da carne si devono pur avere asini per la riproduzione, ossia da vita!
E’ un po’ strano che la PAT da un lato condivida le lagnanze degli allevatori, specie marginali, sottoposti al rischio lupo e orso e dall’altro aggravi di costi e di burocrazia gli stessi allevatori che subiscono la perdita di qualche animale. Se il problema è quello economico, lo si risolva almeno senza aggravi burocratici, davvero eccessivi.
Un ultimo problema con il Servizio Veterinario; mia moglie quest’estate è stata morsa a un braccio dal nostro cane (spaventato dal trattamento anti-zecca). Si è recata al pronto soccorso e ha pagato la medicazione con la tariffa più alta. Giusto. Ma dopo alcune settimane il Servizio Veterinario Provinciale ha mandato un’ingiunzione di pagare circa 20 euri, solo perché qualcuno del Servizio ha telefonato a casa per informarsi sulla eventuale volontà di abbattere il cane. Mi sembra una ingiunzione ingiustificata, che fa arrabbiare chi la deve pagare, dato che non corrisponde ad alcuna prestazione nè ad alcuna osservazione dell’animale, come dichiarato anche nella lettera che trasmette l’ammontare da pagare.
I problemi che la giunta popolare-autonomista per il cambiamento deve affrontare sono certamente più grandi di quelli segnalati, ma si incarichi qualcuno ad occuparsi delle cose di poca importanza o che riguardano persone non molto “pesanti” politicamente, cominciando, almeno dal rispondere alle segnalazioni. Anche questo segnala il cambiamento, anche se il ministro Fraccaro, tempo fa, mi ha accusato di occuparmi di problemi risibili! Saranno risibili per lui, ma non per chi li subisce.

scritto 11 dicembre, inviato a l’Adige e non pubblicato

Ma è proprio vero che è bene che ci sia immigrazione in Italia? Osservazioni a Michele Andreaus

L’Adige del 13 marzo u.s. pubblica un intervento del prof. Michele Andreaus, che ripropone la tesi secondo la quale l’Italia dovrebbe ricorrere all’immigrazione per rimediare agli squilibri demografici derivanti dalla bassa natalità, che carica sugli attivi un onere eccessivo, soprattutto per l’ampliarsi della quota di anziani, il cui costo sociale (pensioni e assistenza sanitaria) risulterebbe eccessivo senza un aumento di attivi tramite l’immigrazione.

Due soluzioni alternative sono ritenute da Andreaus inapplicabili per l’Italia: l’aumento di produttività del lavoro (richiederebbe un sistema formativo di livello molto alto in grado di produrre e gestire forme automatizzate di produzione) e l’aumento della natalità (data l’inefficacia rilevata di misure a ciò destinate). Tali opinioni non paiono, peraltro incontrovertibili. L’aumento di produttività tramite l’innovazione tecnologica non è preclusa. Le tecnologie più avanzate possono essere importate. E’ quanto accaduto ad es. in Cina, che è passata da tecnologie arretrate in pochi anni a tecnologie modernissime, grazie all’importazione. I sistemi formativi possono essere migliorati, anche attraverso la mobilità internazionale di docenti, ricercatori e studenti. La natalità può essere aumentata come accaduto in altri paesi con serie politiche a sostegno della natalità e della famiglia, non certo di molto, ma comunque in modo che si avvicini a garantire la stabilità della popolazione. L’Italia è agli ultimi posti per politiche fiscali e tariffarie e per trasferimenti di reddito tali da non penalizzare chi fa figli. E non a caso l’Italia ha tassi di natalità tra i più bassi al mondo. Combinando gli effetti di miglioramento della produttività del lavoro e della eliminazione del peggioramento della qualità della vita (anche solo in termini di reddito) derivante dalla nascita di un figlio, verrebbero a mancare le condizioni per la validità della tesi proposta da Andreaus.

Ma ci sono altri elementi non considerati dall’intervento del collega, che possono mettere in crisi la sua tesi. Non si capisce perché sia necessaria l’immigrazione in Italia, quando c’è un alto tasso di disoccupazione, veramente alto specie tra i giovani. E non pare che il fenomeno sia solo congiunturale, durando da molti anni. Si aggiunga anche il tasso di attività, tra i più bassi in Europa. Non c’è carenza di persone in età di lavoro, e ce ne sono che, non trovando lavoro in Italia, emigrano all’estero. L’immigrazione ora serve solo a poter pagare poco certi lavori, ma non penso che la via per far crescere l’economia italiana sia quella di importare manodopera a basso costo, lasciando disoccupati gli italiani non disposti a lavorare a condizioni così sfavorevoli.

Infine gli squilibri nella piramide dell’età della popolazione si traducono in squilibri della finanza pubblica per le pensioni per il perdurare in Italia di un sistema a ripartizione, per cui i contributi versati da chi lavora vengono usati per pagare chi non lavora, ma questo non è l’unico sistema possibile. V’è il sistema ad accumulazione, per cui ciascuno accumula con i propri contributi la propria pensione (è il sistema usato dalle assicurazioni private e dai “fondi pensione” pubblici o para-pubblici). Non si capisce perché Andreaus liquidi tale sistema come iniquo perché aumenterebbe le disuguaglianze sociali. A parte che esso potrebbe essere integrato con interventi di tipo assistenziale , già ora il sistema previdenziale fa conto dei contributi versati. Non è il sistema a ripartizione che elimina le disuguaglianze sociali, ma il rapporto tra contribuzioni e prestazioni. E per l’assistenza sanitaria, per le cui spese da molti anni si sono aboliti i contributi a carico dei lavoratori e dei datori di lavoro, sostituiti da imposte, non pare così chiaro che gli immigrati ne godano meno o con meno costi. Le ricongiunzioni familiari hanno evidenti effetti sulla spesa sanitaria, che si aggiungono a quelli del lavoratore immigrato. Si aggiungano le spese per assistenza, per gli alloggi pubblici o agevolati. In breve gli immigrati non sono solo contributori netti alle risorse pubbliche, ma sono destinatari di misure sociali, sovente con quote maggiori della loro proporzione nella popolazione.

Si può ancora aggiungere una considerazione che deriva dal pensiero sociale cristiano: è assai più giusto che a spostarsi sia il capitale e non le persone. Se gli apparati produttivi di un paese risultano in eccesso rispetto alla popolazione attiva, mentre altrove essi sono sottodimensionati rispetto alla popolazione, sia il capitale a spostarsi. E ci sarebbe in Italia meno congestione.

scritto 13 marzo 2019

La sfida antropologica: una risposta all’on. Tonini, PD

di il 30 Dicembre 2019 in COMMERCIO, famiglia con Nessun commento

Su l’Adige del 27 marzo u.s. un articolo dell’on. Giorgio Tonini invita a rivedere il modo nel quale si affrontano temi delicati come la famiglia e la sessualità, prendendo spunto dai recenti episodi di cronaca riferiti alla sospensione in Trentino di corsi scolastici sul “genere” e al convegno di approfondimento in merito organizzato dalla Provincia con esperti, contestato da molta parte delle sinistre politiche e sindacali.
Giustamente Tonini, richiamando Aldo Moro, sostiene che non basti parlare di diritti, ma occorre anche parlare di doveri. E’ una presa di distanza netta da coloro che contestano con proteste e manifestazioni, in questi giorni, non solo il Convegno provinciale sulle differenze tra uomo e donna, ma anche il Congresso mondiale sulle famiglie che si terrà a fine settimana a Verona, prese di posizione ossessive in alcune reti TV come TV7, con la Gruber. Ma è anche un richiamo a non rendere l’insistenza sui doveri il modo di disconoscere rilievo pubblico a forme di relazione sessuale e forme di convivenza perché non appartenenti alla “natura”, dato che questa nell’uomo è interpretata e modificata dalla cultura.
L’approccio sostenuto da Tonini, moderato, può apparire convincente, ma nasconde la profondità e la portata della “sfida antropologica” che la questione sessualità e famiglia (e si può aggiungere la tutela della vita umana) pone.
Tra diritti e doveri vi sono incompatibilità. Si prenda il cosiddetto “diritto di aborto” rivendicato da chi teme iniziative legislative in merito. La legge 194 non stabilisce che l’abortire sia un diritto, anzi, esclude che possa essere usato come mezzo di controllo delle nascite. Consente l’aborto solo se questo contraddice (anche un po’) un altro diritto, quello alla salute della madre e impegna a prevenire le cause che possono indurre la madre a uccidere il figlio che porta in grembo. Eppure le parti politiche e sindacali di sinistra e i laicisti più intransigenti, oltre che i principali mass-media, non fanno che parlare di diritto all’aborto. Che considerazione hanno avuto quei cittadini che invece sottolineano l’importanza del diritto alla vita anche del concepito nel grembo materno e l’importanza del dovere di tutelarlo? Nessuna, anzi derisione, accuse di essere retrogradi, accuse ai medici obiettori, censura sulle azioni di volontariato per aiutare le madri in difficoltà.
Si prenda la legge sulle unioni civili, celebrata anche da Tonini. Non si è potuto riconoscere tali unioni, specie tra persone dello stesso sesso, come “famiglia”, ma solo come “formazione sociale”. Eppure i partiti, i sindacati, altre forze sociali e culturali di sinistra continuano a parlare di “famiglie” ( o di “famiglie arcobaleno”) e hanno voluto che a tali “formazioni sociali” siano riconosciuti i medesimi diritti della famiglia “naturale”, fondata sul matrimonio di uomo e donna, fino a giungere all’aberrazione di voler riconoscere la pratica dell’”utero in affitto” (per ora solo all’estero) pur di consentire alle unioni omosessuali di avere figli. Si è affermato il diritto a due omosessuali di essere “famiglia” e di “comprare” figli per soddisfare un loro desidero diventato “diritto”. Ma come si concilia questo con il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre, il diritto a conoscere la sua identità, e con il corrispettivo dovere di porre il figlio nelle migliori condizioni per una sua crescita equilibrata? Che considerazione hanno avuto e hanno coloro che insistono affinché tali diritti-doveri siano garantiti? Nessuna, anzi, derisione, accuse di essere retrogradi, di non capire che la natura per l’uomo è plasmabile fino a poter mutare il sesso biologico e genetico.
E si potrebbe continuare negli esempi. La sinistra e i super-laicisti al potere hanno imposto la loro visione senza “pietà” per chi la pensava diversamente da loro. Ora che i cittadini hanno dato più forza politica a coloro che intendono tutelare la vita umana anche nel grembo materno e che intendono tutelare, come recita la Costituzione, la famiglia come “società naturale”, si grida allo scandalo, si evoca arretratezza culturale da Medio Evo, si contestano aspramente iniziative culturali, come quelle di Trento e di Verona, negando la legittimità di patrocini pubblici, rivendicati, invece, a gran voce per le feste dei gay. Tonini chiede un contemperamento di diritti e doveri, ma la compatibilità tra alcuni diritti o tra alcuni diritti e alcuni doveri non c’è. O c’è la vita o c’è l’uccisione, o c’è la famiglia fondata sul matrimonio di uomo o donna o c’è la famiglia (unione) di omosessuali che compra figli altrui, o c’è il diritto a sapere di chi si è figli o si nega per non disturbare i compratori di figli. Aldo Moro non avrebbe avuto dubbi sulla posizione da prendere e non può essere strumentalizzato, neppure da Tonini, per avallare ambiguità e compromessi non su scelte ordinarie di politica, ma su valori fondamentali.

scritto 27 marzo 2019

Orsi e lupi: abbandono dei prati e dei pascoli marginali

Sul numero 17 di Vita Trentina è riportato un articolo di Franco de Battaglia che, nel presentare un racconto di Anita Annibaldi relativo ai rapporti tra un’orsa e una lupa, entrambi con piccoli, argomenta a favore della presenza di lupo e orso in Trentino. I trentini dovrebbero essere orgogliosi che nel loro territorio vi siano lupi e orsi. Il lupo, a suo dire, insegna a cercare la libertà, lupi e orsi danno al territorio libertà e dignità, l’uomo deve non solo convivere con essi, ma essere loro riconoscente, perché evita che il suo territorio sia ridotto a palcoscenico.

Ritrovo un de Battaglia d’altri tempi, uomo di città che rivive con nostalgia i tempi della favola di Cappuccetto rosso, dimenticando, tra l’altro, il povero destino della nonna. E è stato solo un cacciatore che ha ucciso il lupo a dare un lieto fine alla vicenda del racconto. Conoscevo un altro de Battaglia, quello della difesa del mondo contadino, della tradizione, dell’economia marginale.

Cosa vuol dire convivere con il lupo? Sbarazzarsi dei topi come vanta de Battaglia, o rassegnarsi ad abbandonare i prati e i pascoli marginali, il cui uso non è di profitto per gli agricoltori e gli allevatori “professionali”, che forse potranno anche recintare le malghe, pagare dei pastori che veglino sul bestiame, mantenere cani anti-lupo, con l’ovvio contributo pubblico e risarcimento danni. Il Trentino è ricco di prati e pascoli marginali, quelli che servivano quando l’agricoltura era povera e di autoconsumo. Una parte è già stata mangiata dal bosco; un’altra è utilizzata per gente cui preme abbandonare il territorio; allevare un piccolo numero di capre, di pecore o di asini o qualche bovino è un modo per mantenere curato l’ambiente prativo e pascolivo ed avere la soddisfazione di produrre da sé cibo genuino. Le reti elettrificate facilmente spostabili evitano il lavoro di continua custodia: basta un’occhiata ogni tanto, il ricambio di batterie elettriche, se non si hanno i piccoli pannelli solari, assicurare l’acqua in un contenitore se manca, mettere il sale. Ma la rete per il controllo degli animali sul prato non basta per difendere gli animali da lupi e orsi. Persino la Provincia ha smesso di dire che bastavano e non a caso la Magnifica Comunità di Fiemme (così è stato riportato suo giornali) sta sperimentando forme di recinzione fissa robusta ed efficace. Per chi cura prati e pascoli marginali non sono proponibili i costi delle difese presumibilmente efficaci. Delle due l’una, o si eliminano da ambiti molto antropizzati e destinati ad uso di allevamento i predatori di animali allevati o verranno abbandonate le superfici prative e pascolive marginali. Pia illusione quella di De Battaglia che la presenza di lupi e orsi scoraggino l’uso della montagna come “discoteca per i decibel di massa”. Dai “decibel” lupo e orsi stanno alla larga e se si facessero vivi, ci sarebbero pronte le “guardie” a scacciarli. Spero che un uomo e un intellettuale amante della montagna, come Franco de Battaglia, riveda il suo romanticismo urbanocentrico.

scritto l’8 maggio 2019

Ragionevole togliere il Crocefisso dalle aule scolastiche?

di il 30 Dicembre 2019 in COMMERCIO con Nessun commento

L’intervento del prof.Roberto Cubelli, docente di Psicologia generale all’Università di Trento, pubblicato su l’Adige di domenica scorsa 17 novembre, relativo alla presenza del crocefisso nelle aule scolastiche (come anche nei tribunali), merita una risposta. La posizione di chi difende tale “arredo” scolastico, che rimanda ai temi dell’identità nazionale e dei valori condivisi da tutti, esposta pochi giorni prima sul suo giornale da Elena Albertini, è discussa e contestata dall’ex collega. Il crocefisso è simbolo di divisione, non di unità del popolo italiano, perché non tutti gli italiani sono cristiani, e se cristiani, non tutti danno ai simboli religiosi e a Cristo stesso il medesimo significato. Quindi i crocefissi vanno tolti da scuole e tribunali in quanto essi non esprimono per tutti l’identità nazionale e non rispettano il valore della laicità dello stato, che impone “mancanza di funzione religiosa” oltre che “neutralità verso le religioni”.

Se si generalizza il principio sostenuto da Cubelli, v’è da chiedersi cosa altro di “ufficiale”vada abolito perché rappresenta o ricorda, alla collettività tutta, fatti di una religione che non è di tutti. L’esempio più chiaro è la numerazione degli anni. Il farla decorrere dal momento della nascita di Cristo sarebbe, seguendo il criterio di Cubelli, una non laica intromissione di elementi religiosi nella vita collettiva regolata dallo stato. Lo stesso si può dire del giorno di riposo fissato di regola la domenica (giorno del Signore, giorno della Resurrezione di Gesù) o delle feste infrasettimanali di tipo religioso, come quelle del patrono, del Lunedì dell’Angelo, di Ognissanti (e in passato, ma ancor oggi in stati laicissimi, le feste di San Giuseppe, di san Pietro e Paolo, del Corpus Domini, dell’Ascensione. Anche le croci poste sulle cime delle montagne andrebbero tolte, perché le montagne sono di tutti, anche dei non cristiani. E così anche in altri luoghi “comunali”, come i cimiteri, vanno tolte cappelle mortuarie cristiane, perché possono essere sgradite ai non credenti. E si potrebbe continuare.

Gli unici simboli legittimati in uno stato laico sarebbero, per il prof. Cubelli, la foto del Presidente della Repubblica e la bandiera italiana. Non si capisce perché per questi non valga il criterio indicato per il crocefisso, ossia l’essere simbolo di divisione. Si è mai chiesto il prof. Cubelli come sentano la bandiera italiana coloro che sono in Italia per conquista militare, contro la quale, sotto altre bandiere, hanno magari combattuto. Ricordo che mio padre, uomo di Azione Cattolica, sempre DC, cantava “Salvi Iddio de l’Austria il regno” e non “Fratelli d’Italia”. E anche per il Presidente della Repubblica vi possono essere e vi sono divisioni di giudizio sul suo operato (anche se meno per l’attuale), che in talune circostanze è giudicato da alcuni fortemente negativo. Basta la forza della legge per far sentire come simbolo della nazione ogni Presidente della Repubblica?

E poi, bandiera e Presidente della Repubblica sono simboli di valori così forti da sostenere sentimenti di appartenenza nazionale o statale? Non servono valori etici e religiosi? L’esempio polacco negli anni Novanta (ma anche assai prima) è ricordabile da tutti. E’ vero che vi possono essere porzioni di popolazione che non condividono i valori e i simboli, ma non sono tali porzioni che, se minoritarie, possono precludere il manifestarsi dell’identità della maggior parte della popolazione. E finora non mi consta che vi sia vasto disagio per i crocefissi nelle aule scolastiche o nei tribunali, come non vi è per i presepi nelle scuole. Anzi.

Al prof. Cubelli direi di considerare anche quanto molti economisti e molti sociologi sono arrivati a concludere; una società secolarizzata, priva di fondamenti forti dell’agire etico (come il fondamento religioso) si incammina verso la dissoluzione, la mancanza generalizzata di rispetto delle regole, dei contratti, non a sufficienza garantito dall’uso della forza legittima da parte dello stato. Per questo la laicità in alcuni stati, come negli USA, non esclude la valorizzazione della religione prevalente della popolazione, pur garantendo libertà di espressione a ogni religione. Non si comprenderebbe altrimenti il giurare del Presidente sulla Bibbia, né l’iniziare le sedute del parlamento inglese (ma non solo) con una preghiera, né la Regina capo della Chiesa Anglicana. Rimansugli di una tradizione da eliminare? Può darsi, ma evitiamo di restare vittime della concezione francese della laicità, che fa divieto a un dipendente pubblico perfino di indossare una collanina con l’immagine del Madonna o con una piccola croce.

scritto 19 novembre 2019

La degenerazione tecnocratica della cooperazione trentina

di il 30 Dicembre 2019 in cooperazione con Nessun commento

Nel commento a una lettera di Giuliano Preghenella pubblicata martedì 23 aprile sul Trentino Lei, Direttore, mette a nudo alcuni problemi vitali per il futuro della cooperazione trentina: non solo la sua evoluzione tecnocratica, come rilevava Preghenella, ma anche la carenza di spirito di solidarietà, che rafforza i sentimenti di appartenenza.

Leggendo lettera e commento mi è venuto alla memoria un testo assai noto di sociologia, quello di Thomas e Znaniecki dal titolo (in italiano), “Il contadino polacco in Europa e in America”, il cui primo volume, sulla realtà rurale polacca di un centinaio d’anni fa, analizzava la crisi della comunità rurale, che non aveva trovato nuovi parametri riorganizzativi di fronte all’incalzare delle forze della modernizzazione che introducevano come “progresso” l’individualismo, l’edonismo e la secolarizzazione. Secondo il paradigma volto a comprendere il cambiamento sociale adottato dai due sociologi, le reazioni delle forze di difesa della tradizione comunitaria si dimostravano inefficaci e le azioni di lotta al vecchio ordine capaci solo di distruggere, ma non di ricostruire. Per ricostruire servivano leader contadini (non gli intellettuali, neppure se di origine contadina) che sapessero trovare una sintesi tra tradizione e modernità. E una delle strade suggerite riguardava proprio la cooperazione. Se nella società tradizionale questa era il modo nel quale la comunità si attivava per affrontare problemi di tutta la comunità, essendo condivisa la “definizione della situazione” e il primato dell’interesse della comunità su quello individuale, nella società nuova essa diventava lo strumento con il quale venivano meglio raggiunti gli interessi individuali dei singoli cooperatori.

E’ passato un secolo dalla formulazione di queste analisi, e quanto previsto si è verificato. La stessa cooperazione trentina, salvo eccezioni, è divenuta sostanzialmente il modo attraverso il quale i singoli realizzano meglio i loro interessi individuali, come del resto fanno i normali imprenditori singoli o associati in varie forme di società di persone e di capitale. Lei ripropone, per contro, la ricetta della cooperazione comunitaria pre-moderna, ma in un contesto nel quale l’individualismo, l’edonismo e la secolarizzazione sono divenuti tratti dominanti della cultura e della socialità contemporanea. Si fa bene a sostenere lo spirito di solidarietà, ma bisogna sapere che sarà improbabile che molti seguano l’invito a rinunciare ai propri interessi per quelli degli altri. Si sono demolite le basi culturali, con l’edonismo che induce a dare priorità al principio del piacere anziché a quello del dovere e con la secolarizzazione che ha privato i richiami etici del loro fondamento religioso. Inutile predicare la solidarietà con gli altri, quando in nome dell’interesse individuale sono culturalmente legittimate le uccisioni nel grembo materno di essere umani indesiderati, sono culturalmente legittimate le violazioni degli impegni di fedeltà, di amore, di sostegno al coniuge, quando al sofferente che fatica a continuare a vivere si offre la scorciatoia dell’eutanasia o dell’assistenza al suicidio, che libera parenti e società dagli oneri della cura.

Dobbiamo, quindi, a mio avviso, fare i conti con una cooperazione fatta di somma di “egoismi”. Cosa resta per renderla una modalità di vita economica e sociale diversa da quelle praticate da stato e mercato? Resterebbe ciò a cui fa riferimento Preghenella, la democrazia, col suo principio di “una testa, un voto”. E’ un principio cui si è già più volte derogato, dall’introduzione di vincoli che rendono complicato candidarsi per poter essere eletti a incarichi all’introduzione di un diritto di voto legato al capitale versato, sia di imprese private (da ultimo con la nuova legge sul credito cooperativo) che da imprese cooperative di servizio o di secondo e terzo livello. Ma non v’è chi abbia partecipato ad assemblee di cooperative, con alta numerosità di soci, che non possa attestare come l’esercizio della democrazia sia in esse solo formale, sia per la difficoltà dei soci a valutare tecnicamente quanto proposto all’approvazione, sia per l’interesse dei dirigenti e dei responsabili amministrativi a rendere i soci veramente partecipi delle decisioni. Si creano “cupole” di tecnici e “cupole” di amministratori, spesso legate tra loro da comuni interessi all’autoconservazione, che mal sopportano che dei semplici soci o un amministratore fuori “cupola” possano mettere in questione quanto da esse previsto. Quanto accaduto di recente alla Federazione Trentina della Cooperazione dà l’impressione che la dinamica si sia ripetuta.
Può il richiamo alla democrazia avere più ascolto di quello alla solidarietà? Certamente no, se esso non diventa un obiettivo esplicito perseguito, con apposite iniziative formative dei soci, degli amministratori, e con modifiche delle strutture di governo di cooperative che abbiano molti soci. Non basta il richiamo alla democrazia formale. Ciò che regge la cooperazione ancor oggi è il “senso del noi”, del non essere alla mercé di privati. Ma se questo “senso del noi” svanisce per pratiche decisionali oligarchiche, di una “cupola”, della cooperazione non resta più nulla, almeno di quella che abbiamo conosciuto in Trentino. Tra il senso di estraneità nei confronti di un privato che agisce per il suo profitto e quello nei confronti di vertici di imprese cooperative che puntano all’autoconservazione del loro ruolo la differenza non è poi tanta; solo l’omaggio e il rinfresco alle assemblee.

scritto 23 aprile 2019

Corpus Domini e chiacchere in chiesa, come si fosse a un teatro

di il 30 Dicembre 2019 in COMMERCIO con Nessun commento

La prossima festa del Corpus Domini, in Italia da tempo non più ritenuta degna di meritare un giorno di festa autonomo, di giovedì, mi suggerisce una riflessione sulla crescente disattenzione verso il “Corpo del Signore” presente sotto la specie del pane azzimo e posto nel tabernacolo.

E’ vero che da qualche anno si è ripresa l’usanza di portare in processione il “Corpo del Signore” nella sua festa spostata alla domenica, ma è anche vero che l’attenzione a tale forma reale di presenza di Cristo è rara, al di fuori della celebrazione eucaristica.

Il segnale è nel diffondersi anche nelle chiese trentine del chiacchiericcio nei minuti che, in chiesa, la domenica, si aspetta che inizi la messa. Non si pensa più che nel tabernacolo della chiesa è presente Cristo. Si chiacchiera con i vicini di banco, come se l’unica cosa che interessa sia l’inizio della messa da parte del sacerdote. Il Corpo di Cristo è ignorato e quel che più colpisce è che il clero o i religiosi presenti non richiamano più al silenzio attento e devoto. C’è un rito e non c’è altro. Quando ero giovane, tra i doveri degli aderenti al movimento Oasi, allora sostenuto dai responsabili della pastorale giovanile di Azione Cattolica, vi era quello di una visita quotidiana in chiesa al Santissimo Sacramento. Nessuno ne parla più, neppure come invito. La messa domenicale era anche in passato l’occasione per scambiare quattro chiacchiere, ma lo si faceva, tra uomini, sul sagrato o anche al bar della piazza cui si affaccia la chiesa. Al memoriale della passione, morte e resurrezione di Gesù di Nazareth si univa la manifestazione di una socialità comunitaria laica, ma si faceva fuori della chiesa. Ora si fa in chiesa. Si tratta certo solo di costume. In altri contesti, come ho visto in Uganda, la chiesa è luogo di ritrovo e di festa anche prima della messa. Ma nel nostro, cristiano da venti secoli, il senso della sacralità del luogo “chiesa” , anche e soprattutto per la presenza del Corpo del Signore, era sentito. Ora si sta perdendo. La chiesa è un luogo di riunione, e mi colpisce come sia diventato normale applaudire, a un funerale, a un canto ben fatto, a un matrimonio o a un battesimo. E il celebrante non di rado chiama l’applauso. Il rito è sempre meno fatto di mistero soprannaturale che chiama meditazione e sempre più un fatto solo sociale.
E’ troppo sperare che almeno nella nostra diocesi vi sia un invito a rispettare col silenzio la presenza misteriosa di Cristo e di Dio nella chiesa?

scritto 19 giugno 2019

Teoria gender e programmi integrativi nelle scuole:sbagliato evitarlo?

Sul Trentino del 31 dicembre sono riportate dichiarazioni del cons.Ghezzi e della cons. Ferrari, duramente critiche nei confronti della Giunta provinciale per aver sospeso corsi integrativi scolastici inerenti parità di genere al fine di verificare se tali corsi non fossero lo strumento per educare bambini e ragazzi alla “teoria del gender”, ossia la teoria secondo la quale l’identità sessuale sarebbe una “costruzione sociale”.

Mi auguro che la passata Giunta provinciale non abbia avallato per anni programmi scolastici integrativi che propongano agli alunni simili posizioni culturali, ma certo la veemenza con la quale i due consiglieri sopra citati hanno reagito fanno sospettare che gli amministratori di sinistra della scorsa legislatura abbiano paura che la loro operazione culturale, volta a somministrare, anche in dosi omeopatiche, la teoria del gender, venga disvelata. E per cominciare negano che una “teoria del gender” esista, il modo che ritengono più efficace per non farne scoprirne gli elementi in alcuni programmi da loro finanziati.

L’accusa alla Giunta Fugatti e agli assessori competenti al riguardo, sarebbe di essere un Giunta etica. Sorprende che uomini di cultura non abbiano coscienza del fatto che l’etica è connaturata alla politica. Questa persegue il bene comune. E il giudizio su ciò che è bene o non lo sia è proprio un giudizio etico. Quanto Ghezzi e Ferrari sostengono, ossia l’educazione degli alunni a sfuggire agli elementi di identità sessuale dovuti alla “costruzione sociale”, per essi è un bene, mentre è un male non farlo. La loro scelta, come tutte quelle politiche, deriva da valutazioni etiche. La differenza tra la Giunta Fugatti e i responsabili delle politiche relative alla scuola e alla parità uomo-donna della precedente legislatura è che differisce l’etica. E se si approfondisce un po’, a voler imporre le proprie valutazioni etiche nel proprio agire amministrativo, erano stati questi ultimi, mentre la Giunta Fugatti vuole salvaguardare la primaria responsabilità educativa dei genitori, riconsegnando a loro, come la Costituzione vuole, le decisioni circa l’educazione sessuale.

La cons. Ferrari giustamente cita la diversità di uomo e donna, che merita anche per lei rispetto; tuttavia nega che da questa diversità possano discendere scelte diverse tra uomo e donna. Si tratta di una posizione ideologica di stampo vetero-femminista. Corrisponde all’esperienza comune, fondata anche su ricerche scientifiche, che le diversità tra uomo e donna nel cervello, nei ritmi biologici in età fertile, nella configurazione somatica, nelle potenzialità generative, ecc., che vi siano diversità medie tra uomini e donne, diversità che aprono a complementarietà uomo-donna che danno fondamento solido al rapporto di coppia e influiscono sui rapporti educativi, ma non solo, tra padre, madre e figli. Il constatare che tali diversità uomo-donna hanno conseguenze in parte diverse in società diverse non autorizza a considerare da rimuovere tali differenze, come fossero un condizionamento negativo. Saranno le autonome dinamiche sociali a produrre i cambiamenti, ma senza la pretesa che essi non siano a loro volta “costruzioni sociali” basati su differenze che costruzioni sociali e stereotipi non sono.

Sono i corsi miranti a cambiare, per via politico-amministrativa, i modi di interpretare la propria identità sessuale, ad essere di impronta autoritaria. Ed è quanto fatto dai sostenitori della “teoria del gender”. Bene, quindi, ha fatto la Giunta Fugatti a cautelarsi al riguardo, proprio per non continuare in un’impostazione autoritaria.

Natale secolarizzato anche nelle chiese: Gesù da messia politico a messia sociale

di il 21 Dicembre 2018 in COMMERCIO con Nessun commento

Su l’Adige del 20 dicembre scorso è pubblicato l’editoriale di Donata Borgonovo Re e tra le lettere una di un gruppo di lettori che sostiene l’appropriatezza del presepe “attualizzato” della Chiesa del Santissimo di Trento. Se Gesù nascesse ora, nascerebbe su un barcone: questa la tesi, volta a sottolineare come Gesù abbia scelto di nascere in povertà tra i poveri. Una volta erano i pastori che sostavano la notte in grotte e ripari precari; ora sono coloro che per immigrare in Europa si imbarcano in barconi precari. Ci sarebbe molto da osservare sulla proponibilità del parallelo, ma non è su questo che volevo richiamare l’attenzione, quanto sull’interpretazione della venuta di Gesù tra gli uomini. Quella proposta si focalizza sulla dimensione sociale: la sua venuta vorrebbe insegnare l’amore per i poveri, ieri i pastori e oggi gli immigrati clandestini.

Non so se i pastori fossero dei poveri, in una società dove la pastorizia era un’attività rilevante, visto l’ambiente del Medio Oriente. Basti pensare ad Abramo, ricco pastore, che si separa da Lot pur egli ricco pastore. E neppure chi oggi impiega qualche migliaio di euri o di dollari per pagare coloro che organizzano le migrazioni clandestine sembra essere nella sua società un povero. I poveri non hanno i soldi per pagarsi il viaggio, né hanno istruzione e strumenti di comunicazione utili durante e dopo il percorso migratorio. Ma, fossero anche poveri, l’interpretazione della venuta di Gesù per insegnare la solidarietà sociale è semplicemente riduttiva, tipica di una società secolarizzata, nella quale concetti come “peccato”, “redenzione” “vita eterna” “salvezza” non hanno più senso e se lo hanno è confinato nell’immanenza, nella dimensione sociale (escluso il concetto di “vita eterna”, che ad essa non si può proprio ridurre, a meno che non si dia a “vita” il significato di perdurare della memoria di un uomo o donna tra gli uomini, come si fa in qualche funerale “laico”).

L’attesa del Messia ai tempi di Gesù, e anche da parte dei suoi seguaci, era riferita a una dimensione politica; ora alcuni (molti) la riferiscono a una dimensione sociale. Ma quanti sono stati i profeti di liberazione politica dall’oppressione e di liberazione sociale dall’ingiustizia e dalla povertà? Si può credere o meno che Gesù sia proprio Dio fatto uomo: in fondo è irrilevante per la comprensione del suo messaggio morale. E così si può celebrare il ricordo della sua venuta sottolineando che ciò che conta è il suo messaggio morale. E per far questo si trasfigura anche la sua nascita come scelta per i più poveri, per i marginali. Si dimentica che Gesù era figlio unico di un artigiano con una giovane moglie devota, che aveva una casa in una cittadina, probabilmente non male attrezzata visto il suo mestiere, e che è nato in una stalla per caso, e non perché Giuseppe non avesse il denaro per pagare una stanza d’albergo, ma perché la città era sovraffollata di gente e gli alberghi avevano le stanze tutte occupate. E’ successo anche a me che a Roma, da giovane docente: non trovavo una stanza d’albergo a morire e ho dormito sotto le pensiline della Stazione Termini. E quanti, a casa mia, una casa agricola a Primiero, negli anni Cinquanta, bussavano per poter passare la notte nel fienile o d’inverno, nella stalla! Nei miei giri di più giorni in bicicletta, da giovane, con gli amici si chiedeva ospitalità ai contadini, nei fienili. E non ci sentivamo miserevoli e reietti. Siamo abili a usare la retorica del povero, dell’eroe, del generoso, se ci serve per non affrontare la realtà così come è e rafforzare e propagandare, invece, le nostre convinzioni.

Il Natale non è la festa della solidarietà, ma è la festa per avere avuto in dono la vita eterna (invece che il nulla eterno, la dannazione eterna), nonostante la nostra miseria di miscredenti. “La tua fede ti ha salvato”, diceva spesso Gesù dopo un miracolo. Ma crediamo ancora, noi cristiani, laici e preti, a Gesù Dio fatto uomo per donarci la vita eterna?

Abbiamo bisogno di un partito di esplicita e prevalente ispirazione cristiana

di il 20 Dicembre 2018 in COMMERCIO, partiti politici con Nessun commento

Un amico mi ha inoltrato un articolo pubblicato sulla Newsletter n.127 del 19 dicembre 2018 di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” intitolato “Non abbiamo bisogno”. Sostiene che non c’è bisogno nè di un partito di cattolici e neppure di un partito di ispirazione cristiana. E’ una tesi dominante da quando la Democrazia Cristiana si dissolse come grande partito di ispirazione cristiana. Anche le guide della comunità ecclesiale italiana erano di questa idea: basta l’unità sui valori, si sentiva dire. E ricordo le riunioni di parlamentari cattolici organizzate dall’on. Fronza Crepaz, del Movimento dei Focolari, proprio per mantenere l’unità sui valori  nella situazione di diaspora dei politici cattolici, collocati in partiti di opposte coalizioni. Era stato il Concilio (Gaudium et Spes) ed enunciare il principio per cui l’unità della fede non obbligava all’unità nella politica e già la DC non era il partito dei cattolici, ma un partito di cattolici, laico di ispirazione cristiana.
Come mai nel Notiziario in questione si sente il bisogno di insistere sulla tesi che non ci sia bisogno di un partito di cattolici o, in un’altra parte del testo, di un partito di ispirazione cristiana? Evidentemente perché è cominciata ad emergere tra laici cattolici e nell’episcopato italiano l’idea che l’irrilevanza politica dei cattolici di questi anni poteva consigliare di rivedere la tesi ultraventennale che bastava l’unità nei valori, per camminare, invece, verso strumenti più incisivi di azione politica. Dall’affermazione di Paolo VI che l’impegno politico è un’alta forma di carità si è passati a riconsiderare la situazione, per vedere se non facesse parte di una carità efficace  la ricerca di forme organizzative più incisive di praticarla. E così sono nate iniziative per individuare tali forme più incisive.
L’articolo del Notiziario afferma che si debbano cercare nuove modalità di impegno politico che non partano da identità, ma da passione politica per affrontare problemi che sono di tutti, quello ambientale, quello delle conseguenze negative della globalizzazione, e altri ancora. La conferma di questa tesi si troverebbe nei fallimenti dei tentativi di costruire un partito politico di ispirazione cristiana e porta l’attenzione al processo in corso di rianimare la Democrazia Cristiana, ibernata per quasi un quarto di secolo. Sono tra quelli che si è impegnato, da vecchio socio della DC nell’ultimo anno nel quale si è avuto il tesseramento in tutta Italia (1992), a ricostituirne gli organi, in modo da poter aprire ora, secondo Statuto, le iscrizioni a coloro che ritengono utile in Italia un partito di ispirazione cristiana. Le iscrizioni si sono aperte da poco ed è non solo ingeneroso, ma fuorviante, pronunciare una sentenza di fallimento, non sulla base delle adesioni, ma di un’autosopensione del neo Presidente del Consiglio Nazionale, on. Gianni Fontana, prima dichiarata, poi negata continuando a presiedere la riunione del Consiglio Nazionale e poi ridicharata a un giornalista. La riattivazione della DC non avrà un buon risultato se una persona, per quanto autorevole, ne sarà o meno partecipe, ma se verrà riconosciuta come positiva da cittadini che ritengono utile all’efficacia della “carità politica” un partito di ispirazione cristiana, godendo tra l’altro la Dc di una storia e di una tradizione di uomini e cristiani eccelsi, a cominciare da Sturzo e Degasperi. Aspetti, quindi, almeno qualche mese, l’articolista, prima di pronunciare fallimenti.
Vorrei infine invitare l’articolista a riflettere su un punto: se è vero che su molte sfide cruciali per l’umanità di oggi è pensabile trovare convergenze che possono fare a meno di un partito che fonda la propria identità di ispirazione sul pensiero sociale cristiano, può dire altrettanto per un’altra delle sfide epocali, che l’articolista non menziona, e che si può riassumere nella “questione antropologica”? Gli sviluppi nel campo della genetica, della cura di malati gravi mettono alla prova la capacità dell’uomo di governare eticamente tali potenzialità tecniche. La possibilità di disgiungere procreazione e unione sessuale di uomo e donna e la crescita di individualismo egocentrico nelle relazioni di coppia mettono a grave rischio la stabilità della famiglia come ambito umano più adatto a una crescita delle nuove generazioni. Da una vita, ormai, con conferme evidenti nelle mie tre legislature da parlamentare, ho maturato la convinzione che affrontare questa sfida antropologica (concezione dell’uomo e di sessualità e famiglia) sia irrealistico senza impegnare i cristiani che in merito hanno maturato convinzioni profonde, non solo sulla base di dogmi di fede e di morale, ma anche di laica concezione dell’uomo e della famiglia. Danneggia l’affronto di questa e di altre sfide, citate dall’articolista, se si riattiverà un partito di esplicita e prevalente ispirazione cristiana, meglio se in continuità storica con un’esperienza ormai centenaria? Arduo sostenerlo, come sostenere che sia inutile; più facile che, invece,  ciò sia di aiuto. Il non affronto adeguato di queste sfide negli ultimi decenni dovrebbe rendere prudenti nel sostenere che di un tale partito non si sente bisogno.

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