Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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etica pubblica

Conta lo stupire, più del fare bene il proprio compito.

Le cronache di questi giorni non cessano di stupire: c’è una voglia di far qualcosa fuori dall’ordinario in modo da creare la sensazione della trasgressione, del violare regole e consuetudini. Basti leggere l’Adige del 10 dicembre.

La più strana delle iniziative è quella del MUSE, che organizza per 80 euri a testa una notte in museo, con “veline”, aperitivo con biscotti fatti di grilli (poveri grilli, neppur loro si salvano), discussione sul sesso nelle piante, bivacco notturno con sacchi a pelo. Così fanno noti musei a Londra e a New York; bravo il MUSE trentino: è il primo in Italia! Deve stupire.

Poi c’è chi s’è inventato a Trento la “notte bianca” per la festa dell’Immacolata Concezione; non bastano i mercatini a mercificare Natale; c’è un’altra festa fuori dall’ordinario da utilizzare per far soldi, stupire e divertirsi con musiche e balli, l’Immacolata. Se poi qualche vandalo devasta un presepio in Piazza Vittoria o se qualcuno pesta dei vigili che richiamano all’obbligo di contenere i volumi della musica, tutto sommato si può sopportare. La notte bianca è stata un successo decreta Nicola Maschio in una cronaca del suo giornale, che nella stessa pagina titola in grande “L’aggressione” a vigili e carabinieri. Come si combinino queste cronache è difficile capirlo.

A Primiero le suore cappuccine di clausura non paiono accontentarsi della vita di contemplazione: organizzano una serata con mussulmani sufi e con induisti, con discorsi, musiche, canti della montagna. Bello dialogare con culture diverse, anche se di induisti a Primiero non ne ho visti e i mussulmani, pochi, non mi pare appartengano alla setta dei sufi, mistici di musica e danza fino al “trance”.

A San Giovanni di Fassa, nuovo comune, attrezzano il Municipio con una sala polivalente, sì, ma pensata anche per il ballo. 850.000 euri il costo. “Scelta originale” la definisce l’articolo di cronaca, intitolato “Tutti in municipio a ballare”. Con cucina.

E si potrebbe continuare con altre iniziative durante l’anno, altre “notti magiche”, feste gay, corse funambolesche, palazzi storici importanti destinati alla gastronomia, ….. basta stupire, fare qualcosa fuori dall’ordinario. I musei non si accontentano di essere musei; gli amministratori (e gli esercenti) non si contentano di fornire buoni servizi, ma devono “divertire”, “attrarre”, vedere le città affollate anche quando di norma si dovrebbe stare a casa in compagnia dei propri cari; le feste religiose sono viste come occasione di affari e di consumi, le suore di clausura non si accontentano nel silenzio di pregare, meditare e lavorare per il loro sostentamento; i sindaci vogliono che nel loro municipio si possa suonare e ballare, divertirsi. Ma se si tratta di conservare memoria architettonica della Trento industriale, come le due belle e slanciate ciminiere Italcementi, sfida verticale umana, preoccupano i soldi da spendere; se si tratta di costruire bacini d’acqua per irrigare gli orti della Val di Gresta si aspetta che in mezza valle siano abbandonati, se si tratta di accorciare le liste d’attesa per una visita specialistica, si confida nelle tasche dei cittadini che ne hanno bisogno e vanno a pagamento; se la ricerca umanistica e sociale langue per carenza di fondi, si scarica in modo inefficace l’onere o sullo stato o sull’Unione Europea; se lupi e orsi devastano le attività dei piccoli allevatori marginali ci si limita a votare contro ad assurde norme nazionali-europee, e così via per i molti aspetti della vita “ordinaria”. Ci si accontenta di regole per le preferenze, come se gli elettori e le elettrici che apprezzano il “genio femminile” in politica non avessero potuto già prima votare donne che lo esprimono in modo adeguato. Perché non si accetta la “normalità”?

Funerali negati: dove la misericordia della Chiesa?

di il 21 Novembre 2017 in etica pubblica, religione con 2 Commenti

Un capo-mafia colpevole di molti assassinii e condannato a molti ergastoli in regime duro è morto carcerato a Parma. A lui la Chiesa cattolica nega esequie pubbliche, perché pubblico peccatore che non ha dato segni pubblici di pentimento. A norma di diritto canonico.

Stride tanto rigore con la predicazione della misericordia che tutta la Chiesa, a partire dal pontefice, ripete continuamente. Se Dio è misericordioso, come mai la Chiesa non lo è con i pubblici peccatori che non hanno dato segni pubblici di pentimento? Le esequie in chiesa sono solo per coloro che non sono pubblici peccatori? Non si insegna che un peccatore è tale non solo in base alla “materia grave” della violazione morale, ma anche in base alla “piena avvertenza e al deliberato consenso”, elementi che rimandano al segreto della coscienza di ciascuno? Perché in altri casi di violazioni gravi ed evidenti pubblicamente della norma morale senza che ci siano segni pubblici di pentimento non si negano funerali in chiesa? E’ mai stato negato un funerale in chiesa a un medico che ha eseguito migliaia di aborti ,“abominevole delitti”, uccisioni di esseri umani innocenti? E’ mai stato negato un funerale in chiesa a pubblici bestemmiatori che pubblicamente non si sono pentiti? Oppure a impenitenti adulteri? Eppure si tratta pur sempre di “materia grave” pubblicamente evidente.

Mi sa tanto che anche la Chiesa si stia sottomettendo da qualche anno al “politicamente corretto”, misericordiosa dove lo spirito del tempo porta a indulgenza, ma impietosa laddove questo vuole durezza di condanna, anche davanti alla salma di un morto.

patti con gli elettori e politica “liquida”

L’avvicinarsi di scadenze elettorali, specie di quella provinciale-regionale, fa ritornare le petizioni per “nuovi patti” con gli elettori, per rinnovamenti di patti ed alleanze tra formazioni politiche. Le stesse persone che avevano presentato come nuova un’alleanza o una formazione politica nella precedente elezione invocano di nuovo che di produca una novità all’elezione successiva. E i mezzi di comunicazione accreditano la necessità della novità, pena la perdita di consensi, il cadere dalla cresta dell’onda. E l’onda la creano proprio i mezzi di comunicazione, giornali e TV in particolare.

Mi sono più volte chiesto quali siano le ragioni di tale esigenza di novità e se sia costruttivo sostenerle. Se sono convinto dei principi cui ispiro la mia azione politica e gli obiettivi che intendo perseguire, il modo più razionale di agire è ispirato a continuità, non alla ricerca di novità. Se dei politici puntano sulla novità e se dei giornalisti spingono a ciò, e ciò è ricorrente ad ogni elezione, sorge il dubbio che principi e obiettivi di programma siano solo un mezzo per ottenere consensi per quel particolare momento, esempio di “liquidità della politica” come direbbe il collega Bauman. La stessa parola “patto con gli elettori” evoca una distanza tra politici e cittadini, voi date il voto a me e in cambio vi prometto certe azioni. Altra cosa un rapporto eletto-elettori nel quale il primo rappresenta i secondi, ne esprime ideali e orientamenti all’azione. Non c’è alcun patto tra diversi, ma solo condivisione e comune impegno in un rapporto di fiducia che va assai oltre la logica pattizia.

Da premiare in termini di riconoscimento pubblico dovrebbe essere la durata nel tempo di un impegno politico, che risulta facilitata da un patrimonio ideale di riferimento; un tale patrimonio non si cambia secondo le circostanze e le convenienze di un momento. Il movimento cattolico aveva espresso nel XX secolo una sua presenza politica stabile, apprezzata da molti cittadini. Lo stesso si può dire del movimento operaio socialista o delle correnti laico-liberali, pur nelle divisioni e articolazioni createsi lungo un secolo. Che cosa impedisce che tra i cittadini non possa rinascere la valorizzazione dell’impegno politico a lungo termine, fondato su ideali cui si crede profondamente e che ispirano programmi di lunga durata? Sarebbe un male? Meglio la “politica liquida” che caratterizza l’oggi? La domanda interpella almeno coloro che hanno un patrimonio ideale e di riflessioni culturali, come i cristiani che hanno il grande patrimonio della dottrina sociale della Chiesa, coloro che amano solidità e non liquidità, continuità e non novità. Ma interpella anche i giornalisti e gli editori, che creano opinione pubblica, l’agorà del mondo contemporaneo. E forse anche coloro che si sentono “costretti” a lanciare novità, ad auspicare nuovi “patti” per paura di non essere sulla cresta dell’onda e perdere consensi: potrebbero essere più liberi di essere loro stessi, non potendo credere che essi siano “liquefatti” nel profondo, travolti dal cinico uso strumentale delle parole e dei rapporti con gli elettori.

Inumano il medico obiettore che, richiesto, non uccide un essere umano nel grembo materno? Interrogativi a Andrea Makner

Sul Trentino del 6 marzo u.s. Andrea Makner nella consueta rubrica Ragione & Sentimento, che seguo con interesse dato che quanto vi è scritto non è scontato, ancora nella ripresa di prima pagina, scrive “Personalmente trovo profondamente disumano che un medico davanti a una donna che intende abortire possa dire no”. Nel testo completo della sua risposta a una lettera, Andrea Makner, dalla foto una donna, nonostante che il nome induca in Italia a pensare a un uomo (in italiano per una donna si userebbe Andreina) l’inizio è una chiara affermazione che la vita umana comincia dal concepimento, evitando così di negare la realtà, come fanno molti favorevoli all’aborto. Ma la capriola concettuale è fatta dopo: i “concetti sostanziali” di libertà e di dignità imporrebbero di non trarre da questa constatazione una regola valida per tutti: c’è una inevitabile “tara individuale”, che dovrebbe derivare non da principi (spersonalizzanti), ma da “elaborazioni intime e profonde”, il cui precipitato collettivo è stata la legge con il referendum che ha legalizzato l’aborto, rendendolo così sicuro. Andrea Makner si fa poi anche maestra di religione: una religione che abbia come fine il bene della sua gente dovrebbe apprezzare la legge dell’aborto e i suoi risultati, tra i quali una diminuzione degli aborti stessi (peccato che non metta nel conto, come anche il Ministero della Salute, quelli clandestini, resi facili da pillole abortive). Da tale ragionamento il giudizio netto sopra riportato, che giudica inumano il medico obiettore.

Mi piacerebbe capire come sia possibile riconoscere che l’aborto uccide una vita umana e nello stesso tempo giudicare inumano il medico che ritiene una violazione della sua deontologia l’uccidere nel ventre materno (giuramento di Ippocrate, non di un populista o un dogmatico come definisce la Makner chi è contrario all’aborto). E’ vero che lo stato italiano rende possibile l’aborto volontario (peraltro a certe condizioni e previe azioni di rimozione delle cause, per le quali lo stato è del tutto inadempiente), ma sempre lo stato italiano, nella legge che piace molto alla Makner, prevede che il personale medico e infermieristico possa esimersi dalla soppressione di un essere umano (obiezione di coscienza, tutelata anche dalla Costituzione). La Makner vorrebbe abolire tale possibilità? Possibile che non abbia un po’ di pietà anche per quell’essere umano in formazione che viene privato della vita, talora anche con sistemi crudeli? Non ha mai letto la Makner delle sindromi terribili che le donne soffrono dopo aver voluto un aborto? Nessuna pietà neppure per loro, in nome della “tara individuale” che può rendere padroni della vita o della morte di un figlio ancora nel grembo di sua madre?

Spero in una risposta! E spero non dica che da maschio, non avendo partorito, non ho diritto di pensarla diversamente senza essere giudicato maschilista, populista, dogmatico, seguace di una falsa religione, che faccio dire a Dio ciò che mi aggrada!

Suicidio: bene permettere di aiutare chi dice di volerlo?

Mi ha sorpreso l’intervento sul Trentino del 28 febbraio, a mo’ di editoriale, di Mauro Marcantoni, assai critico delle norme italiane che non consentono a chi ritiene insopportabile continuare a vivere di farsi aiutare a uccidersi (un tipo di eutanasia attiva). Non mi ha sorpreso per la posizione in sé, diffusa negli stati dell’Europa Occidentale più secolarizzati e scristianizzati (tra i quali la Svizzera), quanto perché ad esprimerla è un uomo considerato facente riferimento al mondo cattolico, già importante dirigente provinciale e collaboratore di importanti politici democratico-cristiani, un uomo che riveste tuttora responsabilità di rilievo in Trentino nel campo della formazione e della ricerca con pubblico finanziamento, al quale il Presidente della Provincia vorrebbe affidare un centro di ricerca sull’autonomia.

Rispetto il grido di angoscia che una vicenda come quella vissuta da Fabiano Antoniani può suscitare. Credo però che l’invocazione che si è fatta pressante, anche da parte di Marcantoni, di una legge che autorizzi il suicidio con l’aiuto delle strutture sanitarie, richieda di andare oltre l’emozione suscitata dalla disgraziata situazione di qualcuno.

Marcantoni imputa la mancanza di una legge che consenta suicidio e aiuti a compierlo alla posizione di una “potente parte del mondo cattolico, che non si accontenta di salvare le proprie anime, ma si arroga il diritto di salvare anche quelle altrui”. Qui Marcantoni sbaglia bersaglio: chi non legittima il suicidio e l’assistenza a compierlo non lo fa, come lui dice, per “salvare le anime altrui” (non sarebbe possibile neppure per il cattolico più ortodosso, perché la salvezza dell’anima dipende dalle proprie scelte personali), ma per evitare che l’introduzione del suicidio come pratica possibile per mettere fine a una vita nella sua fase di acuta sofferenza e senza speranza di guarigione di fatto spinga chi avverte di essere di peso agli altri o alla società a togliere il disturbo. Non so se Marcantoni e chi sostiene l’eutanasia abbiano mai visto il film Maranathà: per non essere di peso agli altri, in un villaggio di agricoltura povera, gli anziani erano pressati psicologicamente ad andare a morire in montagna, dipinta come una sorta di “paradiso” (in realtà un cimitero di scheletri all’aperto) non appena perdevano i denti, e poiché l’anziana protagonista non perdeva i denti, che restavano sani, per non essere di peso alla sua famiglia, se li spaccava con una pietra, per andare poi sulla montagna a lasciarsi morire. La sacertà assoluta della vita di ciascuno, dall’inizio nel grembo materno alla fine naturale, è l’unica garanzia etica e pratica che nessuno possa manipolarla, farla morire. Non si tratta di dogmi, come dice Marcantoni, ma di garanzia massima di solidarietà a chi si trova in situazione difficile. E’ stato così per chi era contrario a consentire con assistenza pubblica di uccidere nel proprio grembo di madre un figlio non voluto ed è così per chi è contrario all’eutanasia, anche se richiesta dal soggetto sulla quale si applica, potendo trattarsi di quello che Durkheim chiama “suicidio altruistico”. Nel caso dell’aborto la collettività italiana ha scelto di preferire la volontà della madre alla tutela della vita del figlio, verso il quale non si nutre pietà alcuna (anzi, come in Francia recentemente, si condanna penalmente per legge chi le ragioni di tale pietà le manifesta in modo chiaro). Nel caso dell’eutanasia finora la collettività italiana ha preferito la solidarietà delle cure palliative, dell’assistenza piena fino alla morte naturale, alla legittimazione del suicidio su richiesta, alla cui radice ci può essere mancanza di solidarietà, mancanza di assistenza anche a chi è senza speranza, mancanza di adeguate cure palliative e di sostegno psicologico.

Spero che non si ripeta, come tanti fanno, che l’Italia è “arretrata” per queste ragioni; una società individualista, egoista e materialista, eticamente relativista per cui non si può più dire ciò che è bene e ciò che è male non è un progresso per l’umanità. Non siamo così succubi di quanto altri popoli, più individualisti, più relativisti, con minore rispetto sacro della vita umana, hanno fatto. E nel caso svizzero, come spesso, lo fanno anche per fare “affari”!

Diocesi di Trento: trasparenti le nomine degli insegnanti di religione?

di il 25 Agosto 2016 in etica pubblica, religione con Nessun commento

Non sono rari i richiami di autorità ecclesiali all’uso del potere in modo trasparente; similmente accade per evitare penalizzazioni alla donna a causa di maternità. Sono giusti ma si resta perplessi quando è la stessa amministrazione di una diocesi a contravvenire alle indicazioni etiche dell’autorità ecclesiale.
Avendo occasione di sentire ciò che accade nell’assegnazione dei posti di insegnanti di religione cattolica, mi pare che la logica delle raccomandazioni sia tutt’altro che bandita. Si è conclusa correttamente la vicenda del concorso, dopo varie incertezze e ricorsi alla magistratura. Vige, invece, una pratica talora poco trasparente nell’assegnazione di incarichi. Se si vuole che un’insegnante in posizione meno favorevole di graduatoria o in una graduatoria di ordine inferiore occupi un certo posto a scapito di una persona in posizione più favorevole, si trova il modo di farlo. Magari facendo predisporre un progetto didattico (mai prima preannunciato), che sottrae il posto alle graduatorie. Senza contare gli insegnanti che sono nominati a prescindere da graduatorie. Se un insegnante non piace, si trova il modo di fargli mutare scuola nominando un religioso o una religiosa in quel posto. Possibile che la Curia vescovile non sia esempio di trasparenza, pubblicando in anticipo l’elenco dei posti disponibili e seguendo l’ordine di graduatoria? Una cosa è poter dichiarare la non idoneità all’insegnamento della religione cattolica; un’altra agire in modo non trasparente, seguendo logiche di raccomandazione.
Cosa se ne può pensare se una dirigente scolastica da una valutazione critica di un’insegnante di religione solo perché ha fruito del congedo per maternità? Giusto qualificare l’insegnante come poco impegnata perché assente da scuola per maternità, e quindi senza la possibilità di organizzare iniziative extra-programma? E possibile che la Curia adduca poi tale valutazione a motivazione di scelte non secondo graduatoria?
Da parlamentare ho sperimentato come sia frequente a Roma l’uso della segnalazione, senza la quale le pratiche “dormono”; la buona amministrazione di stampo austro-ungarico in Trentino mi pareva meno soggetta a tale prassi. E’ troppo aspettarsi che anche nella diocesi di Trento sia migliore la pratica amministrativa curiale? Altrimenti i richiami alla correttezza di Papa Bergoglio e arcivescovi trentini sono minati nel loro significato per i comuni cristiani.

L’inferma politica trentina: mancano i leoni e le volpi non sono scaltre

Non è una bella stagione per la qualità della politica trentina, stando alle valutazioni che si rincorrono sui giornali locali. Non si sa disegnare il futuro sia dell’economia che dell’assetto istituzionale ed emergono le “magagne” dell’amministrazione “ordinaria”, stretta dalla contraddizione tra gli ideali di buona amministrazione orientata in termini universalistici al bene comune e le pratiche di appropriazione della “rendita politica” offerta dal ricoprire posizioni di potere.

Non sono problemi di oggi. Da quando per vantaggi di potere (accordo elettorale-politico con la SVP) chi governava il Trentino ha posto le basi per rendere il Trentino più solo, distruggendo la dimensione regionale, non è più chiaro come conciliare la persistenza della Regione, necessaria per la legittimazione della speciale autonomia trentina, con la razionalità dell’assetto istituzionale, che poco giustifica enti senza competenze di qualche rilievo. E così oggi si annaspa, mettendo in campo procedure per il “Terzo Statuto” senza prospettive chiare.

Anche per il futuro economico mancano prospettive di medio-lungo periodo: la locomotiva industriale su cui si basava il primo piano urbanistico di Kessler è da tempo ferma e se ne smontano i pezzi; altre attività come quella turistica segnano il passo e con esso l’artigianato e l’edilizia che vi sono connessi; il terziario pubblico deve fare i conti con risorse calanti; gli sforzi di creare imprenditorialità in settori del “terziario avanzato” interessano pochi. L’agricoltura vive la crisi del latte. Valorizzazione di produzioni locali hanno successo, ma restano pur sempre insufficienti a creare una base economica adeguata. Molta cooperazione, specie nel settore del consumo e del credito, soffre crisi economica e di ideali.

E’ sentimento diffuso che questo stato di cose sia il riflesso locale di una crisi generale, che attraversa molta parte della società occidentale, quella che non è all’avanguardia nei processi di innovazione: la fabbrica del mondo è in Cina e in altri paesi asiatici, mentre la capacità di innovare, creando vantaggi competitivi basati sul miglioramento delle conoscenze scientifiche e tecniche, è in ristrette aree dell’Occidente.

Ci si dovrebbe, allora, consolare, vantando la buona amministrazione: onestà, competenza, orientamento al bene comune. E invece anche in Trentino emergono usi del potere politico-amministrativo che testimoniano la permeabilità dell’agire amministrativo agli interessi privati, particolaristici, connessi a amicizie, parentele, clientele. Forse il grado di permeabilità è minore che ad altre latitudini o forse le tecniche di mascheramento di tali interferenze sono più efficaci, come ci insegnano i paesi ritenuti più “corretti”. Basta aver vissuto un po’ di esperienza politica per accorgersi, però, che ovunque la competizione politica porta con sé lotta per appropriarsi della “rendita politica” (contratti, incarichi, cariche in enti e società para-pubbliche, cariche di mero prestigio), la quale viene distribuita in cambio di consenso politico, già avuto (ricompensa) o sperato (caparra). Sociologia e scienza politica lo attestano. E ciò vale anche in qualche misura nei momenti rivoluzionari dei “leoni”, oltre che, con maggior forza, in quelli delle “volpi” come chiamava Pareto i due diversi tipi di leader.

Il Trentino non ha più leoni, ma anche le volpi sono insufficientemente scaltre nel mascherare le loro trame, facendole apparire “buona amministrazione”, onesta, competente, solo orientata al bene comune. Viene il dubbio che di leoni non ne nascano perché la secolarizzazione e il relativismo etico hanno sterilizzato ideali forti e che manchi anche la capacità di avere chiaro cosa sia onesto o disonesto, ciò che sia utile alla comunità tutta, e quale sia la modalità più efficace di realizzarlo.
La sfida da affrontare è quindi prima di tutto culturale, etica e scientifica.

Struttura culturale diocesana a Trento e scelta di una coordinatrice di un dibattito sull’utero in affitto assai “comprensiva”

i giornali locali del 9 marzo scorso hanno dato ampio spazio a un’iniziativa di Religion today, la programmazione del film-documentario “Mother India” presso il Polo Culturale Diocesano di via Endrici, con successivo dibattito. Non sono andato a vedere il film dopo che ho letto che la conduttrice del dibattito, la ricercatrice Lucia Galvagni, nell’intervista che ha dato ai giornali, ha rilasciato dichiarazioni vicine alle tesi dei sostenitori dell’”utero in affitto”. Laureata alla Cattolica di Milano, è ricercatrice alla Fondazione Kessler.

Mi chiedo se tra le finalità del nuovo Polo Culturale Diocesano vi sia quella di farsi megafono di tesi etiche che contrastano in modo netto con il pieno rispetto della vita umana, dei figli e delle donne. La ricercatrice afferma che, dopotutto, in India “la maternità surrogata è diffusa da sempre, ed è largamente accettata” e questo non può che farci constatare come su questo punto “le culture hanno punti di vista molto diversi”. Non ammesso e non concesso che la capacità indiana “da sempre” abbia saputo compiere pratiche di fecondazione artificiale necessarie alla pratica della maternità surrogata (altra cosa cedere un proprio figlio- magari adulterino- al padre o ad altra famiglia, come in passato poteva essere accaduto, peraltro in gran segreto e di nascosto, per lo più da parte di madri povere), sorprende che si adotti un criterio etico totalmente relativista; ho conosciuto in Africa culture che avevano praticato e praticavano sacrifici umani e in Asia sud-orientale che avevano praticato il cannibalismo (con capanne che avevano all’esterno la gabbia per il nemico da mangiare). Credo che, almeno in ambito diocesano, chi guida i dibattiti debba saper giudicare eticamente anche le culture.

Ancora, la ricercatrice afferma che, sebbene ci siano posizioni diverse in materia, “non sembrino emergere reali problemi” dal fatto che i bambini, con la pratica dell’utero in affitto, siano cresciuti in unioni di persone o famiglie diverse da quelle del padre e della madre: quello che conta sarebbero “le interazioni interpersonali”. E’ esattamente la posizione dei sostenitori dell’adozione di figli da parte di coppie o singoli che ricorrono all’utero in affitto. La ricercatrice non spende una parola per giustificare tale affermazione conclusiva e tace sulle molte risultanze di indagini scientifiche che provano il contrario. Per la ricercatrice invitata a guidare il dibattito al Polo Culturale Diocesano non risulta neppure chiaro, secondo la bioetica, che un bambino abbia diritto a conoscere chi sono i suoi genitori biologici. La fecondazione assistita, afferma, “e’ un modo per aiutare le famiglie, come i “modi alternativi per procreare dei figli e trasmettere la vita”.

Non mi meraviglia che una ricercatrice, anche se laureata alla Cattolica e iscritta a un centro costituito in un’università cattolica gesuita di Washington, sostenga posizioni come quelle enunciate: rientra nella sua libertà. Mi meraviglia che una persona con tali posizioni etiche e culturali sia incaricata di guidare un dibattito in un ambiente diocesano e nell’ambito di un’iniziativa culturale che dalla diocesi ha sempre avuto sostegno. E’ stato voluto o è stato un infortunio? In entrambi i casi ai comuni membri della comunità cristiana non resta che tristezza.

PS Il responsabile del Polo culturale diocesano su Vita Trentina rifiuta critiche

utero in affitto e solidarietà: ma per chi?

Sul penultimo numero di Vita Trentina padre Livio Passalacqua, nella sua rubrica, affronta il tema dell’”utero in affitto”. Chiara la sua valutazione negativa della mercificazione della donna connessa alla pratica dell’affitto dell’utero per avere un figlio. La sua lucidità mi pare persa, però, se alla base della “gestazione per altri” vi sono motivazioni non venali. Vi sono casi che, per padre Passalacqua, inducono sentimenti di umana comprensione, che lo portano a riprendere quella frase del Papa in un’intervista, per la verità manipolata, sugli omosessuali: “chi sono io per giudicare?”, aggiungendo che al riguardo “individuare il confine tra il bene e il male oggettivamente è arduo”.

Ricordo come, quando in Parlamento venne discussa la legge sulla fecondazione artificiale, era chiaro che la fecondazione artificiale, secondo l’insegnamento della Chiesa, era moralmente un male, anche se omologa; che ora per padre Passalacqua non si possa dire “oggettivamente” un male la fecondazione artificiale eterologa accompagnata da uso di una donna come incubatrice suona quanto meno strano. Il “chi sono io per giudicare” può valere per la dimensione “soggettiva”; se viene usato anche, come egli scrive, per quella morale “oggettiva”, della “materia”, come si sarebbe detto una volta, contravveniamo all’insegnamento della Chiesa, che al riguardo si è chiaramente pronunciata.

Padre Passalacqua elenca casi nei quali la “comprensione”, l’astensione dal giudizio morale sulla “materia”, sono più appropriati della condanna anche solo sul piano “oggettivo”. Sorprende che nel descrivere questi casi, che per la verità mi appaiono tutt’altro che atti a giustificare la “pratica” (la gestazione surrogata per una sorella o una figlia, per pietà di una donna senza ovaie, per superare una urgenza economica drammatica, per superare la solitudine, per rendersi utile, per solidarietà con gli omosessuali, per generare senza dover poi tenersi il figlio con l’ansietà di doverlo crescere), mai padre Passalacqua metta nel conto il figlio, che viene generato violando i suoi diritti ad avere un padre e una madre veri, ad avere una sua identità non scissa e conoscibile. Tali diritti sono violati indipendentemente dalle motivazioni della maternità surrogata, siano esse accompagnate da pagamenti o da sentimenti. E ciò non mi pare fatto di poco conto per un giudizio. L’empatia che invoca padre Passalacqua non vale per il figlio?

PS Sull’ultimo numero di Vita Trentina padre Passalacqua ha risposto, preannunciando un chiarimento sulla sua posizione.

Manipolazioni delle dichiarazioni di Papa Francesco

di il 25 Febbraio 2016 in etica pubblica con Nessun commento

Titoli e contenuti dei giornali e delle TV parlano di alcune risposte che Papa Bergoglio ha dato in aereo durante il suo viaggio di rientro dal Messico. Il Papa avrebbe detto, con riferimento al candidato alle primarie negli USA Trump, che “chi alza muri non è cristiano”. Parrebbe una condanna a ogni politica che cerchi di limitare i flussi migratori. In realtà il Papa ha detto che non è da cristiani pensare “solo” ad alzare muri. Vale a dire, un cristiano può pensare ad alzare muri, ma deve pensare anche ad aprire ponti. E del resto non può che essere così: ogni collettività politicamente organizzata deve poter controllare i flussi attraverso i suoi confini, il che richiede muri (di qualche genere) non valicabili e varchi (i ponti) nei quali filtrare entrate e uscite. Se così non fosse, non sarebbe cristiano neppure mantenere i muri che circondano il Vaticano.

Altra “pronuncia” papale, secondo quanto riportano i media: “sulla legge Cirinnà il Papa non si immischia nella politica italiana”, che alcuni trasformano in “la Chiesa non si immischi nella politica italiana”; si omette di dire che il Papa ha anche detto che ha lasciato ai vescovi italiani (Conferenza episcopale italiana, presieduta dal cardinale di Genova Bagnasco) la responsabilità di prendere posizioni al riguardo, dato che il Papa ha una responsabilità universale. Il che è vero, iscrivendosi l’affermazione di Papa Bergoglio nella valorizzazione delle responsabilità dell’episcopato. Il contenuto, quindi, della dichiarazione nella sua completezza è assai diverso da quello diffuso dai media.

Terza pronuncia, che i media raccontano così: “il Papa apre alla contraccezione”. I più tacciono sulla condanna durissima dell’aborto (chiesto anche da organismi dell’ONU per evitare il rischio di malformazioni dei feti in relazione al virus Zika), male “maggiore” che in casi estremi (come già fece Paolo VI) fa preferire il male “minore” della contraccezione. Tutt’altra cosa che “aprire alla contraccezione” senza ulteriori considerazioni. Va da sé che la scelta del “male minore”, che resta “male”, è legittima moralmente quando si deve scegliere tra “mali inevitabili”. Che si possa normalmente evitare una gravidanza senza ricorrere a contraccettivi è noto da tempo.

Non sembra che si ponga anche per i giornalisti una “questione morale”, quella di dire solo la verità e tutta la verità, senza deformare in funzione dei propri (o dell’editore) desiderata?

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