Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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Malcostume di pubblicare risultati di sondaggi vantandone l’attendibilità scientifica

Al direttore de l’Adige Pierangelo Giovanetti,
Lei nell’editoriale di domenica 21 gennaio giustamente denuncia la lamentevole situazione della comunità trentina nel garantirsi buona capacità politica a livello nazionale nella scelta delle candidature al Parlamento. Vorrei dirle che le cose non vanno diversamente quanto ad attendibilità delle notizie che vengono diffuse su giornali e riviste in merito a risultati di ricerche cosiddette “scientifiche” in campo sociologico.
Sui giornali, anche locali, non è raro imbattersi in ampi spazi dedicati alla presentazione di risultati di indagini sociologiche, in particolare quando questi possono colpire l’attenzione dei lettori o confermerebbero dinamiche sociali gradite a direttori ed editori.
Quasi mai i giornali si fanno carico di rendere noti i metodi di ricerca impiegati (campioni e tecniche di somministrazione di questionari o interviste) e quando lo fanno perché chi ha fatto l’indagine vanta attendibilità dei dati, spesso proprio la metodologia impiegata dimostra esattamente il contrario, ossia l’inattendibilità dei risultati. Se lo si fa rilevare al direttore, questi ringrazia, ma non pubblica i rilievi critici.
Ho avuto modo di curare, in posizione di responsabilità per l’Italia, più rilevazioni novennali dell’indagine sui valori dell’European Values Study e una rilevazione del World Values Survey e sono venuto a diretto contatto con il mondo delle varie “agenzie di ricerca” che si offrono di eseguire rilevazioni per conto di committenti. Alcune si rifiutano di farle seguendo criteri di affidabilità scientifica e altre accettano di farlo, ma con costi assai più elevati del normale. I preventivi sono così alti che anche committenti scientifici (università, enti di ricerca) rinunciano talora all’attendibilità dei risultati.
L’attendibilità (sempre probabilistica), di una survey, studiata dalla metodologia della ricerca e dalla statistica inferenziale, si basa su requisiti di base senza i quali nulla possono dire tali discipline: la principale è la casualità con la quale si scelgono le persone da intervistare (o altre entità delle quali si studiano i caratteri, come ad es. i comuni). Anche se si parte da un campione rappresentativo, le procedure possono portare ad alterarla in modo irrimediabile. In un’indagine nazionale cui un quotidiano ha recentemente dedicato attenzione, per es. su 13.413 contatti con persone, solo 1561 sono andati a buon fine, ossia poco più del 10%. Non si dice se le oltre tredicimila persone contattate siano state scelte con criteri di casualità (se ne può dubitare), ma anche lo fossero, i fattori selettivi intervenuti, per cui solo una persona su 10 è stata poi inclusa nel campione, toglie agli intervistati qualsiasi rappresentatività controllabile scientificamente.
Nella stessa indagine, come in moltissime curate da agenzie di ricerca, si usano, poi, sistemi di intervista tramite mezzi elettronici (telefono, posta elettronica, altri metodi con uso di computer e smartphone), che già da soli implicano una netta selezione degli intervistati, privilegiando i più istruiti, i più giovani, i più reperibili. Altro metodo quello di andare per strada o di casa in casa scegliendo persone che si incontrano o che sono reperibili e disposte a spendere parte del proprio tempo per l’intervista. Si stabiliscono quote di persone da intervistare per sesso, età, forse istruzione, ma ciò non elimina la selettività delle persone. Si ponderano i risultati in modo da rimediare ad es. alle basse quote intervistate di alcune categorie di persone (per sesso, età, istruzione, cittadinanza), ma anche ciò non rimedia al fatto che le minori quote relative ad alcune categorie non siano rappresentative. Non è che, ad es, raddoppiando o triplicando il peso dei pochi anziani intervistati si considerino gli anziani che non hanno computer o smartphone, ma essi possono avere opinioni e situazioni diverse dagli altri. Non rappresentativi, quindi, i risultati e ridicolo calcolare margini massimi probabilistici di errore sulla base della scienza statistica.
Altro errore nascosto e non rilevato è il riportare dati di un’indagine nazionale, sezionandola per regione o per provincia. Si presentano percentuali, senza dire che al di sotto di certe numerosità e in carenza di rappresentatività regionale o provinciale, quei dati non sono affidabili. La buona rappresentatività, fosse anche garantita a livello nazionale, non lo è a livello infra-nazionale, salvo che le numerosità e i criteri di campionamento e di rilevazione non fossero stati previsti con tale scopo, fatto di solito non previsto per indagini nazionali per gli alti costi. E per il Trentino Alto Adige i subcampioni sono così piccoli da non consentire attendibilità alcuna. Eppure si pubblicano e se ne vanta l’attendibilità.
In periodo di frequente uso di indagini sulle preferenze elettorali, un’avvertenza in proposito ai lettori mi sembra utile. La sensibilità di agenzie di rilevazione agli interessi di chi le paga è più che possibile, e. come si sa, chi le paga sa che nella vita sociale operano meccanismi di “profezia che si autoadempie”.

L’uso del termine razza non implica razzismo; l’ibridazione delle razze non è necessariamente un obiettivo da condividere

di il 19 Gennaio 2018 in comunità, etica pubblica, migrazioni con 3 Commenti

In questi giorni vi sono state molte reazioni di scandalo per l’uso, in una trasmissione radiofonica, della parola “razza” da parte del candidato della Lega per la Presidenza della Regione Lombardia. L’accusa è di razzismo, avendo egli espresso il timore che un’immigrazione incontrollata, senza limitazioni, possa portare la “razza bianca” a diventare minoranza in Europa.
Al di là della fondatezza dell’affermazione (essa dipende dall’orizzonte temporale che si assume e dall’andamento delle economie e delle demografie), le reazioni, anche al netto delle strumentalizzazioni tipiche di un periodo di campagna elettorale, confermano una difficoltà italiana (e non solo, anche tedesca) ad usare il termine “razza”, certamente dovuta alla criminale persecuzione su base razziale, specie anti-ebraica, realizzata dal nazismo e che ha trovato parziale rispondenza anche nell’Italia dell’ultimo periodo fascista.
Nelle indagini sociologiche e nel linguaggio sociologico il concetto di razza è usato normalmente. Nel mondo anglosassone e nordamericano il termine “race relations” (relazioni razziali) designa anche una disciplina universitaria di insegnamento, oltre che sezioni di associazioni scientifiche di scienze sociali. L’uso del termine ”razza” non implica l’essere razzisti, quindi. Lo è chi su base razziale stabilisce diversità di stato giuridico, come è avvenuto nel XX secolo in Sud Africa o negli stessi Stati Uniti, o , in senso più lato, non riconosce a tutti gli uomini, indipendentemente dalla razza o dal colore della pelle, la medesima dignità.
Che l’uso del termine razza da parte di un politico contraddica il “politicamente corretto” in Italia non significa che le differenze razziali non siano di fatto tema oggetto di attenzione anche da parte di coloro che, anziché dirsi preoccupati per la crescente quota di non bianchi, si dicono a favore della “ibridazione”, sostenuta in questi giorni anche da autorevoli ecclesiastici, che altro non è che il risultato di riproduzione umana derivante da genitori di razza diversa. Parlare di ibridazione presuppone che ci siano uomini e donne diversi per razza che procreano insieme.
C’è poi chi considera razzista chi usa il termine razza perché in realtà biologicamente si constatano “continua” di caratteri tra le cosiddette “razze”, per cui le “razze” biologicamente non esisterebbero. Lo stesso colore della pelle, il carattere più evidente della differenziazione razziale, mostra una grande gradualità di sfumature, e non solo nei casi di “ibridazione”.
Nessun motivo per dubitare delle ricerche scientifiche in campo biologico-antropologico, ma, come dicono due autorevoli padri della sociologia, come Thomas e Znaniecki, anche se la “definizione di una situazione” fosse non corrispondente alla realtà, essa ha conseguenze reali, e l’esistenza di differenti razze umane fa parte in tutta l’umanità della “definizione della situazione”. Che i confini tra razze non siano netti non smentisce, peraltro, il fatto che tra bianchi, neri, gialli e rossi (per usare termini di uso comune) vi siano differenze riconoscibili. E da quando mondo è mondo è altresì noto che in generale i simili amano stare con i propri simili e tra i criteri di somiglianza vi sono lingua, costume, tradizioni, religione, etnia o nazione, status socio-economico e anche colore della pelle o conformazione somatica (dai piccoli pigmei e ottentotti ai glabri gialli, ai robusti mongoli ai longilinei nord-europei e negri nilotici dell’Africa centro-orientale e così via.
C’è chi reputa insopportabile vivere con i propri simili perché ama avere diversità attorno a sé? Legittimo. Ma non imponga le sue preferenze a tutti. E’ sufficiente garantire a tutti uguale dignità, che non implica mescolanze e indifferenziazioni delle collettività che si organizzano per provvedere al loro comune futuro.

Immigrati: accoglienza incondizionata nuovo comandamento per i cattolici? Lettera ad Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana

di il 14 Gennaio 2018 in etica pubblica, migrazioni, religione con 2 Commenti

al Direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio
Avvenire, insieme a larga parte delle autorità ecclesiali, a cominciare da Papa Bergoglio, non cessa di richiamare i cristiani e le autorità civili all’accoglienza di coloro che lasciano la propria terra in cerca di un futuro migliore. Evidente il riferimento, tra gli altri, ai criteri, secondo il racconto evangelico, del giudizio di Dio l’ultimo giorno o al comandamento dell’amore del prossimo.

D’altro lato sempre le autorità ecclesiali hanno richiamato e richiamano i cristiani al dovere di contribuire al perseguimento del bene comune, anche tramite l’impegno politico. Risulta assai dubbio che il bene comune, sia nelle società di partenza che in quelle di arrivo dei migranti, consista nel non regolare i flussi di persone. E regolare implica anche stabilire dei filtri, quanto meno in entrata. E stabilire dei filtri in entrata significa non accogliere, respingere, accogliere per poi rimandare indietro. Inoltre il perseguire il bene comune richiede anche un impegno per lo sviluppo di tutti i popoli (“Populorum progressio” di Paolo VI) in modo che sia rispettato il diritto a non dover emigrare, diritto richiamato non spesso da Papa Bergoglio, ma che lo fu diffusamente da parte dei parroci e dei vescovi all’epoca dell’emigrazione italiana a cavallo tra XIX e XX secolo, che rimproveravano gli amministratori pubblici di non essere attivi nel creare le condizioni per evitare decisioni migratorie.

Infine vi è la questione del rispetto della legalità. Non vale per chi non rispetta le regole fissate per poter immigrare? Va da sè che nel caso di rifugiati l’unica legge è quella dell’obbligo di soccorso, ma non si ha nulla da dire verso il costume di rivendicare lo status di rifugiato in mancanza dei presupposti o quello di inviare i propri figli minori, alla soglia della maggiore età, per godere dello status di “minore non accompagnato”?

Sarebbe un aiuto ai laici cristiani, e non solo a quelli impegnati in politica, se le autorità ecclesiali e lo stesso Avvenire spiegassero come si possono comporre i diversi criteri di comportamento, tutti fondati sui principi cristiani. E’ stato fatto per adattare i principi di fratellanza universale all’economia di mercato (si veda ad es. l’annosa questione degli interessi sul capitale prestato). Possibile che non si possa fare per adattarli all’esigenza di governare i flussi di popolazione?

NB Lettera non pubblicata finora; è la seconda dopo che alla prima Tarquinio mi ha telefonato lamentandosi delle mie critiche. (Sono abbonato da molti anni ad Avvenire e non uso disturbare il giornale, ma la sua unilateralità sul tema immigrazione è ormai insopportabile)

Democrazia in corruzione: autoritarismo partitico (l’esempio del M5S) e responsabilità dei giornalisti

Al Direttore de l’Adige Pierangelo Giovanetti,
il suo editoriale su l’Adige di domenica 31 dicembre coglie forse la principale delle questioni attinenti al sistema politico italiano e dei paesi europei: la vitalità delle convinzioni democratiche. Non che manchi il sostegno verbale alla democrazia, ma con il termine “democrazia” si mascherano atteggiamenti che la minano in profondità.- Lei porta alcuni risultati di ricerche demoscopiche fatte negli USA. Nell’ultima indagine dell’European Values Study (che si svolge con periodicità novennale e che ha visto l’Università di Trento come responsabile per l’Italia, da ultimo assieme alla Cattolica di Milano) la situazione risultava un po’ meno preoccupante per quanto concerne il sostegno a governi militari o esplicitamente autoritari, ma non altrettanto si può dire per governi di esperti che non debbano fare i conti con i parlamenti. E’ la corruzione tecnocratica del sistema democratico, a parole sempre sostenuto, ma svuotato.
Lei vede come cause rilevanti di tale fenomeno la fragilità del sistema elettorale, che “non è in grado di trasformare in linea di governo un consenso frammentato” e l’interesse di sistemi autoritari orientati aa accrescere la loro influenza internazionale (in primo luogo la Russia di Putin) a destabilizzare l’Unione Europea, i suoi paesi e più in generale l’Occidente. Dubito che un sistema elettorale sia in grado di trasformare un consenso frammentato in governabilità, se vuole rimanere democratico, vale a dire in grado di rappresentare le opinioni dei cittadini. Il sistema “italicum” voluto dal PD voleva fare quanto Lei auspica, ma la Corte Costituzionale lo ha giudicato non democratico.
Accanto a disegni di leader di sistemi autoritari , dei quali Lei riferisce (cause esterne), vi sono peraltro altre cause interne da porre all’attenzione di chi ama la democrazia, e di queste proprio il sistema dei mezzi di comunicazione, giornali compresi, portano responsabilità. L’inneggiare alla “morte delle ideologie”, divenuto di moda dopo la caduta dei regimi comunisti dell’Este Europa, altro non fa che privare il sistema democratico di un retroterra culturale stabile su cui basare le scelte elettorali e di partito. Il sistema politico, il voto, si è fatto “liquido” per dirla alla Bauman (e si rimedia con l’autoritarismo e il leaderismo) Il sottolineare da decenni la governabilità a scapito della rappresentatività ha svuotato le assemblee elettive (dal Comune all’Unione Europea) a favore del potere di “capi” (dal sindaco ai capi di governo) che condiziona pesantemente il loro ruolo.
Ultimo esempio, l’attacco alla libertà dei parlamentari previsto nelle ultime decisioni statutarie e regolamentari del Movimento 5 Stelle. Il nominato leader Di Maio promette che farà dimettere dal Parlamento gli eletti che “cambiano casacca” (e non solo per gli eletti del M5S, per tutti gli eletti), e che darà multe salate a chi vota in dissenso. Il massimo del partitismo autoritario, sintomo della mancanza di coesione di partito o di movimento su base di condivisione di valori e di loro declinazione politica (ideologia). Molti “comunicatori” dei mezzi di comunicazione non hanno fatto altro che gettare fango sui parlamentari che hanno “cambiato gruppo”. La colpa era sempre dei parlamentari, che avrebbero tradito gli elettori. Non si sono mai chiesti se il cambiare gruppo o il votare in dissenso non sia da imputare, invece, allo stesso partito o gruppo parlamentare, che ha cambiato posizione politica e che può, esso, aver tradito i suoi elettori. Chi esce dal gruppo o chi vota in dissenso può, egli, averlo fatto per rispetto degli elettori. Ricordo la mia esperienza nel gruppo CDU, poi confluito nell’UDR, che la sera si esprime per non sostenere il nascente Governo d’Alema e la mattina dopo si trova nella maggioranza di D’Alema con il proprio capogruppo al Senato ministro dello stesso Governo. Il mio dissenso e poi la mia uscita dal gruppo UDR (che mi aveva emarginato, privandomi dalla sera alla mattina di ogni ruolo nelle Commissioni) erano un tradire gli elettori o lo era la decisione di un capo, notturna e non assunta democraticamente di cambiare collocazione politica?
Quanti commentatori sui giornali o sul radio-TV hanno stigmatizzato l’autoritarismo fortemente antidemocratico delle nuove regole del M5S? E’ giusto che un parlamentare stia ai deliberati del partito e del gruppo cui appartiene e con il quale è stato eletto (salvo casi di obiezione di coscienza), ma ciò vale solo se le decisioni di partito e di gruppo sono state assunte con metodo democratico. Ma quanti partiti e gruppi sono veramente democratici? Ma per lo più si tace, nonostante la violazione di una norma della Costituzione.
La democrazia è indubbiamente in pericolo e l’allarme lanciato dal suo editoriale è prezioso avvertimento, ma per trovare le cause del pericolo e rimuoverle serve anche un esame di coscienza dei comunicatori sociali, per vedere se al pericolo non abbiano contribuito loro stessi.

Il malcostume di dire “rappresentative della popolazione” indagini che non lo sono- l’esempio di un’indagine sulla religiosità pubblicata dal Trentino

Al Direttore del “Trentino” Alberto Faustini,
mi scuserà se già in altre occasioni mi sono sentito in dovere di ricorrere al sapere della mia professione di sociologo per ridimensionare quanto qualcuno riporta come dati “rappresentativi” dati che emergono da sondaggi che invece rappresentativi non sono. Mi pare un servizio ai lettori.
Sul Trentino di domenica 7 gennaio è dato ampio spazio ai risultati di una ricerca di Community Media Research (che non conosco) che dimostrerebbe l’affievolimento della dimensione del sacro, riportando dati sulle tre Venezie. A parte evidenti errori di impaginazione come nel caso della quota di cattolici nel Friuli-Venezia Giulia (scritta al 33,3%, invertendola con quella di coloro che dicono di non aver nessuna religione, 62,9%), ciò che preoccupa è che, grazie alla doverosa nota metodologica pubblicata in calce, mancano i minimi requisiti per qualificare i risultati come “rappresentativi” della popolazione italiana di maggiore età. La società Questlab, che ha curato la metodologia della ricerca, ha reso un cattivo servizio a Community Media Research. La questione fondamentale sta nel non aver assicurato nell’indagine la casualità nella scelta delle persone da contattare. E senza casualità non c’è modo di assicurare rappresentatività. Se su 13.413 contatti sono andati a buon fine 1.561, ossia poco più del 10%, è certo, che hanno operato fattori selettivi dei rispondenti veramente imponenti anche solo rispetto ai contattati. Ma neppure i contatti sono stati casuali, in quanto selezionati tra quelli che sono dotati di computer o altri metodi di contatto elettronico. Ma non tutti gli italiani sono dotati di computer e non tutti quelli dotati di computer sono in grado di interloquire su un questionario sottoposto. Basti pensare agli anziani, a coloro che hanno basso o bassissimo livello di istruzione o basso o bassissimo status occupazionale o a coloro che diffidano di intervistatori sconosciuti.
La doppia presenza di effetti selettivi non casuali delle persone contattate e tra esse di quelle intervistate, evidente a tutti, sarebbe stata rimediata, secondo la nota, dal “riproporzionamento” del campione intervistato in base ad alcuni caratteri (sesso, età, istruzione, professione, territorio), ma non basta dare più peso ad es, agli anziani intervistati per rimediare al fatto che quegli anziani intervistati non rappresentano l’insieme degli anziani. Il riproporzionamento dà l’illusione di ottenere dati affidabili, può contribuire ad ovviare ad alcune distorsioni, ma non rimedia affatto alle distorsioni provocate da effetti selettivi che hanno escluso dall’indagine determinate persone. Il dare più peso ai pochi anziani del campione, ad es., non elimina il fatto che tra gli anziani intervistati non vi siano coloro che non usano il computer per essere intervistati. Del tutta fasullo, quindi, il margine di errore del 2,5% dichiarato.
Si aggiunga un’altra considerazione: se su tutta Italia sono stati intervistate circa 1500 persone, quante sono quelle intervistate in Trentino-Alto Adige? Non basta presentare percentuali, se i valori assoluti di persone intervistate sono esigui. E il milione e poco più di abitanti della nostra regione non sono che un sessantesimo degli italiani, pari a circa 25 persone intervistate (magari solo ricostruite su una base ancora minore). Come si fa a presentare dati percentuali su basi assolute così esigue, senza nemmeno avvertire di ciò il lettore? E poi erano trentine o altoatesine, e queste italiane o del gruppo tedesco? Le varie realtà regionali differiscono molto in fatto di religiosità. Da oltre trent’anni seguo e curo le ricerche dell’European Values Study e pur avendo campioni nazionali anche più ampi, per presentare dati regionali di qualche senso, ho sempre provveduto ad aggregare tutte e tre le Tre Venezie.
A scusante di chi ha presentato i dati, posso solo dire che quanto fatto è quello che offre di norma il mercato delle agenzie che curano surveys, attente più a far soldi che a fornire dati attendibili, complice anche l’interesse dei committenti (non tutti) a credere di dire qualcosa sulla realtà a poco prezzo. Ma avendo Trento in casa un Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, potrebbe essere prudente avvalersi delle sue competenze scientifiche, quanto meno per avvertire e servire meglio i lettori.
NB Lettera non pubblicata finora dal “Trentino”

Un monumento a Trento per Mauro Rostagno? Quali le sue virtù nel periodo trentino?

Il Trentino del 20 dicembre dedica due intere pagine a Mauro Rostagno. Se ne analizzano le “mille vite”, una o due delle quali a Trento, se ne ricorda la condanna per aver creato le condizioni , al circolo Macondo, dell’uso di stupefacenti, le sue varie esperienze successive che si sono concluse con il suo assassinio probabilmente per la sua lotta alla mafia. Essendo la fonte principale delle informazioni Marco Boato, leader studentesco prima a lui alternativo, ma poi suo compagno di Lotta Continua, il quadro per quanto concerne l’esperienza trentina non poteva che essere “laudativo” come quello, in altre occasioni, fornito dai contestatori sessantottini. Tuttavia una pagina e mezza del suo giornale aiuta a tracciare un profilo di interesse, senza acritiche eccessive santificazioni.

Si stacca da questo taglio la mezza pagina del Trentino con la quale si accusa Trento di “perdere tempo” nell’erigere a Rostagno un monumento (su iniziativa di un gruppo di nostalgici di Rostagno), mentre invece Torino lo celebra. Se la celebrazione torinese è quel murale riportato in foto nel suo giornale, mi sembra più espressione dei dipintori notturni di pareti spoglie che un riconoscimento pubblico, che semmai si coglie nell’intitolazione di un piazzale (immagino di periferia; siamo lontani dalle celebrazioni di Cavour, Garibaldi, Vittorio Emanuele, e altri, che hanno stravolto anche in Trentino la toponomastica tradizionale pre-annessione). In ogni caso che ragioni avrebbe Trento di celebrare Rostagno? Unica possibile ragione positiva la sua lotta antimafia in Sicilia, come molti, anche vittime, non celebrati a Trento da monumenti. Ve ne sono altre di negative e proprio riguardanti il periodo passato da Rostagno a Trento.

Di quali virtù Rostagno sarebbe testimone a Trento? Non certo di studente modello, se ha fatto saltare le luci a Sociologia per poter copiare, con i suoi compagni, una prova d’esame di matematica; non certo di esponente modello della protesta studentesca contro l’autoritarismo accademico (peraltro episodico a Trento), se in riunioni a Villa Tambosi cercava di porre rivendicazioni alle quali le autorità accademiche non potessero dare risposta positiva, perché il suo obiettivo non era di rendere meno autoritaria l’università, bensì quella di fare la rivoluzione politica; non certo di residente trentino amante della città di Trento, se il suo giudizio su Trento e i trentini era sprezzante (come quello di quasi tutti i contestatori di allora), non comprendendone, invece, i tratti di una cultura civile di lunga tradizione; non certo di democratico, viste le prevaricazioni autoritarie di assemblee e occupazioni; e per finire, non certo di giovane esemplare nella propria vita privata familiare, riconosciuto utilizzatore di numerose infatuazioni femminili “compagne rivoluzionarie”. Ma si sa, i numerosi “amori” per qualcuno, sono un tratto della “grandezza” di una persona! Ma per fortuna ci sono altre grandezze, anche nella vita privata, come quelle di Degasperi e Moro.

Rostagno ha lasciato Trento prima di terminare gli studi per andare a Milano a far la rivoluzione. Trento non era per lui il posto adatto, troppo piccola, poco industriale, culturalmente arretrata. E ha trascinato con sé compagni e compagne. L’amicizia con Curcio, della quale parla il giornale, non mi sembrava poi così visibile, anzi. Tra i due diverso era l’approccio politico, anche nelle assemblee, più sensibile a Freud quello di Curcio. Curcio studente viveva lavorando nella segreteria di un vicesindaco socialista di Trento mentre Rostagno non si sapeva di che cosa vivesse (si diceva che fosse pagato dal PSIUP). Uno studente che a Trento si occupava solo di sollevare la protesta col fine della rivoluzione di che cosa viveva? Più esemplari i molti studenti-lavoratori che lavoravano per poter studiare o quelli che vivevano del pre-salario, che perdevano se non ottenevano risultati sopra la media agli esami, e guai perderne uno. Curcio ha avuto il difetto di fare quello che Rostagno diceva: usare la violenza, anche armata, per la rivoluzione. Erano in tanti a dirlo tra i contestatori di allora: alcuni coerenti lo hanno fatto; altri, più furbastri, lo hanno solo detto, altri ancora negano di averlo mai detto. E Marco Boato ne è testimone.

Spero proprio che il Comune di Trento ci ripensi alla celebrazione con monumento: basta e avanza la targa dedicata a Rostagno a Sociologia. Per fortuna, sobria, ma a mio avviso anch’essa di troppo.

Gay Pride a Trento per celebrare i cinquant’anni di liberazione della sessualità del ’68 a Sociologia: indebito riferimento

E’ di questi giorni la notizia che il Comune di Trento ha autorizzato la manifestazione di Dolomiti Gay Pride (Orgoglio Gay) per il prossimo 9 giugno. Poiché in altre occasioni autorità municipali hanno negato il permesso a manifestazioni per la loro natura giudicata negativa (rispetto ai valori assunti come positivi), sarebbe interessante capire se in questo caso non si è fatta una valutazione su positività-negatività dei valori testimoniati, basando la decisione, in questa occasione, sul criterio di garantire una assoluta libertà di manifestazione oppure se si è dato un giudizio positivo o quanto meno non negativo dei contenuti e degli obiettivi della manifestazione di orgoglio dei gay della regione dolomitica (facendola forse rientrare nella promozione delle Dolomiti?). Aiuterebbe a capire Alessandro Andreatta, sindaco, e la sua Giunta in cui sono presenti esponenti di movimenti cattolici, di popolari e di autonomisti PATT.

Mi è capitato casualmente di assistere a manifestazioni Gay Pride in altre città italiane ed europee. Scena lascive di amoreggiamento omosessuale sono di norma esibite in pubblico. Se lo facessero due normali fidanzati, maschio e femmina, in una via del centro urbano potrebbero essere richiamati o multati dall’autorità addetta al garantire decoro e buon costume. Capisco che dei gay vogliano esibire in pubblico le loro tendenze e i loro comportamenti di coppia (esibizionisti ci sono sempre stati), ma non mi sembra che questo aiuti l’educazione dei bambini, dei ragazzi e dei giovani. Se il fine ufficiale dichiarato dagli organizzatori fosse quello di rivendicare piena accettazione di comportamenti omosessuali in pubblico fino al mimo di rapporti sessuali (come avviene), basterebbe un’indagine sociologica che confronti gli atteggiamenti della gente prima delle manifestazioni gay e dopo per scoprire come, con assoluta probabilità, l’esibizione omosessuale lasciva crei più rifiuto che accettazione. Questo lo sanno anche i promotori, ma il loro obiettivo è rafforzare le repulsioni, per poter poi lamentarsene.

Mi ha sorpreso il richiamo che gli organizzatori del gay pride hanno fatto al ’68 a Trento, del quale ricorre il prossimo anno il cinquantenario. Evidentemente essi (e mi pare che vi sia anche un docente in carica dell’università trentina) non hanno un’immagine giusta del tipo di “liberazione sessuale” predicata e praticata nel ’68 da quella minoranza di studenti che hanno occupato e manifestato. Nelle aule universitarie occupate, come nel Santa Chiara occupato e trasformato in “comune”, si praticava la promiscuità sessuale, rapporti tra studenti e studentesse, con il ben fornito “harem” del “capo dei capi”, cui il Comune di Trento vuole edificare un monumento. L’omosessualità era ancora considerata un’anormalità, praticata in modo nascosto da pochi (ricordo Pasolini a Roma), non qualcosa di cui essere orgogliosi. Si giudicava la famiglia una struttura autoritaria, mentre oggi i movimenti gay rivendicano il diritto degli omosessuali di fare famiglia, un rovesciamento di posizione rispetto al ’68. Lasciamo stare il ’68 a Trento; è una vernice all’orgoglio gay che non attacca, si stacca, per lasciare vedere la nudità povera di una situazione che richiede in molti casi comprensione, ma nessun orgoglio da celebrare.

Conta lo stupire, più del fare bene il proprio compito.

Le cronache di questi giorni non cessano di stupire: c’è una voglia di far qualcosa fuori dall’ordinario in modo da creare la sensazione della trasgressione, del violare regole e consuetudini. Basti leggere l’Adige del 10 dicembre.

La più strana delle iniziative è quella del MUSE, che organizza per 80 euri a testa una notte in museo, con “veline”, aperitivo con biscotti fatti di grilli (poveri grilli, neppur loro si salvano), discussione sul sesso nelle piante, bivacco notturno con sacchi a pelo. Così fanno noti musei a Londra e a New York; bravo il MUSE trentino: è il primo in Italia! Deve stupire.

Poi c’è chi s’è inventato a Trento la “notte bianca” per la festa dell’Immacolata Concezione; non bastano i mercatini a mercificare Natale; c’è un’altra festa fuori dall’ordinario da utilizzare per far soldi, stupire e divertirsi con musiche e balli, l’Immacolata. Se poi qualche vandalo devasta un presepio in Piazza Vittoria o se qualcuno pesta dei vigili che richiamano all’obbligo di contenere i volumi della musica, tutto sommato si può sopportare. La notte bianca è stata un successo decreta Nicola Maschio in una cronaca del suo giornale, che nella stessa pagina titola in grande “L’aggressione” a vigili e carabinieri. Come si combinino queste cronache è difficile capirlo.

A Primiero le suore cappuccine di clausura non paiono accontentarsi della vita di contemplazione: organizzano una serata con mussulmani sufi e con induisti, con discorsi, musiche, canti della montagna. Bello dialogare con culture diverse, anche se di induisti a Primiero non ne ho visti e i mussulmani, pochi, non mi pare appartengano alla setta dei sufi, mistici di musica e danza fino al “trance”.

A San Giovanni di Fassa, nuovo comune, attrezzano il Municipio con una sala polivalente, sì, ma pensata anche per il ballo. 850.000 euri il costo. “Scelta originale” la definisce l’articolo di cronaca, intitolato “Tutti in municipio a ballare”. Con cucina.

E si potrebbe continuare con altre iniziative durante l’anno, altre “notti magiche”, feste gay, corse funambolesche, palazzi storici importanti destinati alla gastronomia, ….. basta stupire, fare qualcosa fuori dall’ordinario. I musei non si accontentano di essere musei; gli amministratori (e gli esercenti) non si contentano di fornire buoni servizi, ma devono “divertire”, “attrarre”, vedere le città affollate anche quando di norma si dovrebbe stare a casa in compagnia dei propri cari; le feste religiose sono viste come occasione di affari e di consumi, le suore di clausura non si accontentano nel silenzio di pregare, meditare e lavorare per il loro sostentamento; i sindaci vogliono che nel loro municipio si possa suonare e ballare, divertirsi. Ma se si tratta di conservare memoria architettonica della Trento industriale, come le due belle e slanciate ciminiere Italcementi, sfida verticale umana, preoccupano i soldi da spendere; se si tratta di costruire bacini d’acqua per irrigare gli orti della Val di Gresta si aspetta che in mezza valle siano abbandonati, se si tratta di accorciare le liste d’attesa per una visita specialistica, si confida nelle tasche dei cittadini che ne hanno bisogno e vanno a pagamento; se la ricerca umanistica e sociale langue per carenza di fondi, si scarica in modo inefficace l’onere o sullo stato o sull’Unione Europea; se lupi e orsi devastano le attività dei piccoli allevatori marginali ci si limita a votare contro ad assurde norme nazionali-europee, e così via per i molti aspetti della vita “ordinaria”. Ci si accontenta di regole per le preferenze, come se gli elettori e le elettrici che apprezzano il “genio femminile” in politica non avessero potuto già prima votare donne che lo esprimono in modo adeguato. Perché non si accetta la “normalità”?

Accademia Europea di Bolzano: adeguata la sua ricerca valutativa della chiusura estiva del Passo Sella?

Sul Trentino di mercoledì scorso 25 ottobre in cronaca regionale il titolo recita “Passi chiusi, soddisfatto il 97% dei turisti” e il riferimento era alla chiusura per un giorno alla settimana, in estate, del Passo Sella. A fornire lo spunto per il titolo, una ricerca compiuta dall’Accademia Europea di Bolzano sui turisti che in bicicletta o a piedi o con l’autobus sono saliti al passo nel giorno di chiusura al traffico. Sono citate riserve, ma solo degli operatori economici del passo. Gli assessori competenti delle due province, presenti alla presentazione dei risultati, si dichiarano incoraggiati ad estendere l’iniziativa a più giorni e a più passi.

Da ricercatore da cinquant’anni non posso che far rilevare l’enorme scarto tra quanto i ricercatori dell’Eurac hanno trovato con la loro ricerca e le conclusioni cui cronista, titolista e assessori pervengono.

Si può dire che è soddisfatta la quasi totalità dei turisti, se non si è intervistato un campione di tutti i turisti del periodo considerato, e non solo di quelli che il mercoledì sono saliti al Passo Sella? Una ricerca valutativa seria avrebbe dovuto considerare l’insieme dei turisti, anche coloro che il mercoledì non hanno potuto o voluto salire al Sella a piedi o in bici o in autobus. Come nasce l’iniziativa dell’Eurac? Chi ha voluto limitare l’indagine solo a quella parte di turisti?

Una ricerca valutativa seria avrebbe poi dovuto considerare non solo l’opinione dei turisti, ma anche dei residenti o dei transitanti non turisti che hanno dovuto fare a meno di una strada che loro serviva per le loro attività o per le loro relazioni.

Pare di capire che sono stati intervistati gli operatori economici che hanno la loro attività sul passo, ma nessun dato sulle loro risposte è stato reso noto, almeno nella pagina di giornale dedicata alla ricerca. Come mai? O si è trattato solo di impressioni e dichiarazioni non trattabili come rilevanti per un approccio scientifico? Nessun dato, tra l’altro, è stato fornito sul metodo di scelta del campione di turisti che sono saliti al passo nel giorno di chiusura al transito. Il dubbio che, dato il contesto, non si possa dire che si tratti di campione rappresentativo è difficile da fugare.

Di interesse il fatto che operatori economici del passo abbiano dichiarato che alla perdita di incassi nel mercoledì di chiusura corrisponda a parziale compensazione qualche maggiore incasso negli altri giorni; osserva l’articolista che evidentemente chi non può salire al passo in automobile o in moto il mercoledì, lo fa il martedì io il giovedì. Tale constatazione contraddice in modo evidente le valutazioni degli assessori provinciali competenti in materia, che celebrano la tutela ambientale che la chiusura la traffico del mercoledì raggiungerebbe e che, in omaggio alle Dolomiti patrimonio UNESCO, andrebbe estesa. Se questa è compensata, come documentato, con più traffico veicolare privato negli altri giorni, difficile sostenere che vi sia un guadagno ambientale. Più concentrazione di traffico peggiora la qualità ambientale!

Possibile che con due istituzioni universitarie e con qualificate istituzioni di ricerca, prima di estendere un’iniziativa, i responsabili sudtirolesi e trentini non si muniscano dei risultati di una seria ricerca valutativa, come s’usa da parte di amministrazioni bene attrezzate?

Indipendenza della Catalogna: impossibile una soluzione negoziata?

di il 23 Novembre 2017 in autonomia con Nessun commento

Le vicende relative all’unilaterale dichiarazione di indipendenza della Catalogna ad opera del suo Parlamento, dopo l’esito di un referendum positivo, hanno messo in luce una questione fondamentale nell’organizzazione politica di una comunità: quali sono le modalità per avere un cambiamento nell’assetto dei poteri.
Vi può essere un generale accordo per il cambiamento. E’ avvenuto per es. con la divisione della Cecoslovacchia in Repubblica Ceca e in Slovacchia o per la divisione dell’Unione Sovietica.. In un certo senso è avvenuto con la cessione di sovranità da parte degli stati dell’Unione Europea all’Unione stessa; sarebbe avvenuto, se vi fosse stato consenso maggioritario nel referendum, per l’indipendenza della Scozia. Questa strada è stata chiusa dalla Spagna nei confronti della Catalogna.
Qualora un accordo non ci sia, vi sono strade diverse per il cambiamento? La prima e principale è la rottura unilaterale degli accordi precedenti, più o meno voluti o subiti. C’è chi ne denuncia l’illegalità, richiamando il dovere di rispettare gli impegni sottoscritti (nel caso catalano la Costituzione spagnola) e pertanto attiva o sostiene meccanismi di repressione tramite apparati di controllo (magistratura e polizia). Ma veramente la rottura degli accordi pregressi è inaccettabile? Essi stessi sono nati dopo la rottura di accordi precedenti. La formazione degli stati nazionali è avvenuta con rottura degli accordi vigenti negli stati pre-nazionali. In Italia tale rottura, ripetuta e rinforzata dall’uso delle armi, anche straniere (si vedano gli interventi armati francesi), è celebrata come “risorgimento”, compiuto con la sanguinosa prima guerra mondiale della quale ricordiamo il centenario.
Sarebbe interessante sapere dai critici delle decisioni catalane in nome della legalità spagnola come legittimino le diverse rotture dell’ordine costituzionale attraverso le quali il regno piemontese si è allargato fino a divenire regno d’Italia. Oppure come essi giudichino i più recenti violenti processi di secessione avvenuti nell’area jugoslava. Qual è poi la legittimità dell’intervento dell’Unione Europea quando ha creato, con la guerra Nato alla Serbia, un nuovo stato, il Kossovo, consentendogli di usare come moneta l’euro.
Con il trascorrere dei decenni le situazioni cambiano e un’organizzazione politica deve prevedere regole per il suo mutamento, senza dover ricorrere ad azioni violente. L’uscita pacifica della Gran Bretagna dall’Unione Europea testimonia che simili regole si possono istituire. Basta che i principi regolatori cui ci si ispira siano quelli della sussidiarietà dell’organizzazione politica di un certo livello per i livelli politici di livello inferiore. Invece permangono principi ispirati al nazionalismo, secondo i quali l’unità nazionale è “sacra”, ossia intoccabile, e non un prodotto storico che è soggetto a possibilità di mutamento. La sovranità va ripartita tra i diversi livelli di organizzazione politica, da quelli locali a quello globale e tale ripartizione deve sempre poter essere rinegoziata.
Se tali nuove regole per il mutamento non vuole darsele uno stato che è ancora strumento politico “sacro” al servizio di una nazione (quella prevalente al suo interno), siano esse un obiettivo per l’Unione Europea. Altro che nascondersi dicendosi solo espressione di “stati sacri”!
Cordiali saluti,

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