Renzo GUBERT – Chi è?

Nato a Primiero l’11 agosto 1944, primo di dieci figli, padre primierotto (Turra di Pieve la nonna) e madre “fiamaza” (Delmarco di Castello il nonno e Paluselli di Panchià la nonna), famiglia di piccoli contadini in affitto, con il padre che, per necessità, lascia il lavoro agricolo a moglie e figli e fa il manovale stagionale nell’edilizia.

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In memoria di mons. Silvio Gilli

di il 31 Dicembre 2019 in COMMERCIO, Persone con Nessun commento

L’Adige del 30 marzo pubblica un ricordo di don Silvio Gilli scritto da Giampaolo Andreatta: episodi di vita che arricchiscono la descrizione di un prete un po’ “speciale”, sia per lo stile di comportamento sia per la missione che ha svolto in Vaticano. Aggiungo anch’io un episodio personale: neo-eletto alla Camera dei Deputati nel 1994, un po’ spaesato quanto a sistemazione alloggiativa, telefonai a don Silvio, in Vaticano, se poteva indicarmi qualche sistemazione un qualche struttura ricettiva religiosa, meno cara e meno soggetta all’incertezza delle prenotazioni di un albergo. In un attimo telefonò e mi trovò la camera presso un convento di suore, alle spalle del Vaticano. Purtroppo l’ora del rientro serale non era spesso compatibile con gli impegni e così, dopo poche settimane, scelsi di andare in albergo presso i Fori Imperiali, gestito dai frati di padre Massimiliano Kolbe, finché poi non trovai una sistemazione stabile in una camera d’affitto. Sento ancora riconoscenza per la cortesia usatami da don Silvio, che ogni tanto rivedevo a Trento per la visita di un collega sociologo che lo aveva conosciuto in uno dei viaggi in Cina organizzati da don Demarchi.

Ai funerali a Gardolo, oltre ai tantissimi preti con il vescovo emerito e tanta folla, il vescovo in carica mons. Tisi ha delineato la figura di don Gilli in modo appassionato (era stato, ha detto, suo confessore), insistendo sulla sua mitezza e sul grande amore per la Chiesa. Una sua nipote lo ha ricordato con grande affetto: sapeva “tenere insieme” la famiglia. Un esponente della San Vincenzo e un altro dell’Apostolato della Preghiera ne hanno ricordato le attività, carità e preghiera. Nessuno ha fatto cenno al suo impegno come assistente ecclesiastico dell’Associazione Famiglie Numerose, trasformata poi in Associazione Trentina della Famiglia, rette da una figura di spicco del Trentino, il prof. Sisto Plotegheri (del quale sono stato successore), aiutato da soci sostenitori, anche finanziariamente, come Tullio Odorizzi.

Sono stati gli anni nei quali l’Associazione era tra i promotori in Italia del referendum sulla legge che introduceva in Italia il divorzio e di quello, successivo, sulla legge che legalizzava l’aborto. Seguirono convegni europei in materia, uno dei quali tenuto, guarda caso, a Verona, e l’Associazione presieduta da Plotegheri era co-organizzatrice. Ebbene, don Gilli non aveva remore nel sostenere tali iniziative e, a differenza della chiesa trentina di oggi, che critica il Congresso Mondiale sulle Famiglie di Verona perché “odora” politicamente di destra, poco gli importava che a favore della stabilità della famiglia e per la difesa della vita vi fossero, in entrambe lo occasioni, oltre alla Democrazia Cristiana, un partito di destra (quella vera e storica): ciò che contava erano i contenuti, era la sostanza delle posizioni sostenute. E non taceva per la paura di “andare contro” su temi allora assai divisivi. Altra tempra di cristiano e di prete, che sapeva unire mitezza, preghiera e impegno per principi fondamentali in merito a vita e famiglia.

Avrei desiderato ricordare ciò al funerale di don Silvio, ma non sarebbe stato certamente gradito. Mi affido a l’Adige, sperando che ritenga giusto completare il profilo di un prete mite e umile, ma non fino al punto di tacere su principi fondamentali o di criticare chi li difende perché poco gradito politicamente.

Provincia di Trento: peggioramenti per agricoltura marginale

Oggi mi è arrivata la richiesta dell’Azienda Sanitaria Provinciale di pagare una nuova tassa per l’iscrizione (obbligatoria) delle mie poche capre (dieci) all’apposita Anagrafe. A differenza di quanto accade per i debiti verso il fisco per l’IRPEF, da non versare se gli importi sono piccoli, in questo caso si stabilisce un minimo che è stato fissato nell’equivalente di 75 capre (15 euri più IVA più un altro balzello), non importa se uno ne ha una o due o dieci come me. A decidere questa nuova tassa è stata la Giunta Rossi con delibera del luglio 2018, un piccolo “regalo” pre-elettorale ai piccoli allevatori. Ma non basta; bisogna andare da un commercialista, a meno che uno non sia un esperto in materia, per capire come far funzionare il sistema della fatturazione elettronica. Mi chiedo come mai la nuova Giunta Fugatti, giunta popolare-autonomista per il cambiamento, non abbia provveduto a correggere gli odiosi balzelli introdotti dal centro-sinistra. Esistono anagrafi obbligatorie dei cittadini ed esistono anagrafi, sempre obbligatorie, delle api. Ma sono gratuite. Perché quella delle capre da gratuita è divenuta a pagamento? Per “servire” i piccoli allevatori marginali, dopo averli serviti con la presenza sussidiata dall’ente pubblico di orsi e lupi?
Ma non è l’unico peggioramento delle condizioni dei piccoli allevatori che la Giunta nuova ha introdotto o applicato ex novo senza correzioni, nonostante le segnalazioni.
In passato mi è capitato più volte che muoia una capra; con una telefonata si avvisava il Servizio provinciale veterinario e si consegnava  la capra morta alla ditta che provvede al trattamento della salma. Il veterinario pubblico andava dalla ditta per fare eventuali controlli sanitari. Il tutto veniva a costare 4 euri. Da alcuni mesi la procedura è cambiata; qualche settimana fa mi è morta, forse per avvelenamento al pascolo, una capra: non basta più avvisare il servizio veterinario provinciale, ma occorre chiamare un veterinario privato libero professionista (il quale non è subito disponibile) che viene presso il luogo dove è stato messo il cadavere della capra e fa il prelievo per gli accertamenti sanitari ed emette parcella. I peggioramenti sono due: necessità di mettere in qualche luogo il cadavere (che può iniziare a decomporsi se fa caldo e il veterinario privato non può venire o se il tutto accade di sabato e domenica) e pagare la parcella (una quota elevata del valore della capra viva). Fatta questa procedura, bisogna andare al Servizio Veterinario Provinciale (tempo da impiegare e costi) e consegnare l’attestazione del veterinario circa il prelievo fatto assieme al materiale organico prelevato. Poi bisogna contattare la ditta che tratta i cadaveri per la consegna del cadavere, il che può avvenire anche a distanza di giorni. Il peggioramento intervenuto è netto.
Un altro problema merita segnalare. Se muore un asino che hai dichiarato destinato al macello per carne, la PAT, come per le capre, assume l’onere delle spese di consegna del cadavere alla ditta che se ne occupa (salvo 4 euri). Se invece muore un asino che hai destinato alla riproduzione (ossia per tenerlo qualche anno perché produca asinelli), il costo dello smaltimento del cadavere è a carico del proprietario. Un paio d’anni fa, per un’asina morta nel partorire, il costo è stato di circa 300 euri, circa la metà del valore dell’asino vivo. Ma per avere asini da carne si devono pur avere asini per la riproduzione, ossia da vita!
E’ un po’ strano che la PAT da un lato condivida le lagnanze degli allevatori, specie marginali, sottoposti al rischio lupo e orso e dall’altro aggravi di costi e di burocrazia gli stessi allevatori che subiscono la perdita di qualche animale. Se il problema è quello economico, lo si risolva almeno senza aggravi burocratici, davvero eccessivi.
Un ultimo problema con il Servizio Veterinario; mia moglie quest’estate è stata morsa a un braccio dal nostro cane (spaventato dal trattamento anti-zecca). Si è recata al pronto soccorso e ha pagato la medicazione con la tariffa più alta. Giusto. Ma dopo alcune settimane il Servizio Veterinario Provinciale ha mandato un’ingiunzione di pagare circa 20 euri, solo perché qualcuno del Servizio ha telefonato a casa per informarsi sulla eventuale volontà di abbattere il cane. Mi sembra una ingiunzione ingiustificata, che fa arrabbiare chi la deve pagare, dato che non corrisponde ad alcuna prestazione nè ad alcuna osservazione dell’animale, come dichiarato anche nella lettera che trasmette l’ammontare da pagare.
I problemi che la giunta popolare-autonomista per il cambiamento deve affrontare sono certamente più grandi di quelli segnalati, ma si incarichi qualcuno ad occuparsi delle cose di poca importanza o che riguardano persone non molto “pesanti” politicamente, cominciando, almeno dal rispondere alle segnalazioni. Anche questo segnala il cambiamento, anche se il ministro Fraccaro, tempo fa, mi ha accusato di occuparmi di problemi risibili! Saranno risibili per lui, ma non per chi li subisce.

scritto 11 dicembre, inviato a l’Adige e non pubblicato

Ma è proprio vero che è bene che ci sia immigrazione in Italia? Osservazioni a Michele Andreaus

L’Adige del 13 marzo u.s. pubblica un intervento del prof. Michele Andreaus, che ripropone la tesi secondo la quale l’Italia dovrebbe ricorrere all’immigrazione per rimediare agli squilibri demografici derivanti dalla bassa natalità, che carica sugli attivi un onere eccessivo, soprattutto per l’ampliarsi della quota di anziani, il cui costo sociale (pensioni e assistenza sanitaria) risulterebbe eccessivo senza un aumento di attivi tramite l’immigrazione.

Due soluzioni alternative sono ritenute da Andreaus inapplicabili per l’Italia: l’aumento di produttività del lavoro (richiederebbe un sistema formativo di livello molto alto in grado di produrre e gestire forme automatizzate di produzione) e l’aumento della natalità (data l’inefficacia rilevata di misure a ciò destinate). Tali opinioni non paiono, peraltro incontrovertibili. L’aumento di produttività tramite l’innovazione tecnologica non è preclusa. Le tecnologie più avanzate possono essere importate. E’ quanto accaduto ad es. in Cina, che è passata da tecnologie arretrate in pochi anni a tecnologie modernissime, grazie all’importazione. I sistemi formativi possono essere migliorati, anche attraverso la mobilità internazionale di docenti, ricercatori e studenti. La natalità può essere aumentata come accaduto in altri paesi con serie politiche a sostegno della natalità e della famiglia, non certo di molto, ma comunque in modo che si avvicini a garantire la stabilità della popolazione. L’Italia è agli ultimi posti per politiche fiscali e tariffarie e per trasferimenti di reddito tali da non penalizzare chi fa figli. E non a caso l’Italia ha tassi di natalità tra i più bassi al mondo. Combinando gli effetti di miglioramento della produttività del lavoro e della eliminazione del peggioramento della qualità della vita (anche solo in termini di reddito) derivante dalla nascita di un figlio, verrebbero a mancare le condizioni per la validità della tesi proposta da Andreaus.

Ma ci sono altri elementi non considerati dall’intervento del collega, che possono mettere in crisi la sua tesi. Non si capisce perché sia necessaria l’immigrazione in Italia, quando c’è un alto tasso di disoccupazione, veramente alto specie tra i giovani. E non pare che il fenomeno sia solo congiunturale, durando da molti anni. Si aggiunga anche il tasso di attività, tra i più bassi in Europa. Non c’è carenza di persone in età di lavoro, e ce ne sono che, non trovando lavoro in Italia, emigrano all’estero. L’immigrazione ora serve solo a poter pagare poco certi lavori, ma non penso che la via per far crescere l’economia italiana sia quella di importare manodopera a basso costo, lasciando disoccupati gli italiani non disposti a lavorare a condizioni così sfavorevoli.

Infine gli squilibri nella piramide dell’età della popolazione si traducono in squilibri della finanza pubblica per le pensioni per il perdurare in Italia di un sistema a ripartizione, per cui i contributi versati da chi lavora vengono usati per pagare chi non lavora, ma questo non è l’unico sistema possibile. V’è il sistema ad accumulazione, per cui ciascuno accumula con i propri contributi la propria pensione (è il sistema usato dalle assicurazioni private e dai “fondi pensione” pubblici o para-pubblici). Non si capisce perché Andreaus liquidi tale sistema come iniquo perché aumenterebbe le disuguaglianze sociali. A parte che esso potrebbe essere integrato con interventi di tipo assistenziale , già ora il sistema previdenziale fa conto dei contributi versati. Non è il sistema a ripartizione che elimina le disuguaglianze sociali, ma il rapporto tra contribuzioni e prestazioni. E per l’assistenza sanitaria, per le cui spese da molti anni si sono aboliti i contributi a carico dei lavoratori e dei datori di lavoro, sostituiti da imposte, non pare così chiaro che gli immigrati ne godano meno o con meno costi. Le ricongiunzioni familiari hanno evidenti effetti sulla spesa sanitaria, che si aggiungono a quelli del lavoratore immigrato. Si aggiungano le spese per assistenza, per gli alloggi pubblici o agevolati. In breve gli immigrati non sono solo contributori netti alle risorse pubbliche, ma sono destinatari di misure sociali, sovente con quote maggiori della loro proporzione nella popolazione.

Si può ancora aggiungere una considerazione che deriva dal pensiero sociale cristiano: è assai più giusto che a spostarsi sia il capitale e non le persone. Se gli apparati produttivi di un paese risultano in eccesso rispetto alla popolazione attiva, mentre altrove essi sono sottodimensionati rispetto alla popolazione, sia il capitale a spostarsi. E ci sarebbe in Italia meno congestione.

scritto 13 marzo 2019

Targhe della Motorizzazione civile di qualità scadente che obbligano a reimmatricolare i veicoli con costi a carico dell’automobilista

di il 31 Dicembre 2019 in burocrazia, servizi pubblici con Nessun commento

Mercoledì scorso sono andato in un’officina autorizzata per la revisione periodica della mia “ammiraglia”, un VW Touareg 2500 cc diesel del 2003, ancora ottimamente funzionante senza problemi. Ma il centro revisioni non ha avviato i controlli per la revisione perché la targa non era pienamente riflettente, avendo subito qualche distacco modesto della pellicina che dà la riflettenza, risultando altrimenti del tutto integra e pienamente leggibile. Mi chiedo perché la Motorizzazione Civile, gestita tra l’altro dalla Provincia, non fornisca targhe che siano valide per la normale durata del veicolo. Se per qualche ragione non vuole farlo, sarebbe giusto che provvedesse essa a cambiare la targa a sue spese. Invece, per la scarsa qualità della targa fornita, fa pagare all’automobilista la reimmatricolazione del veicolo, con non indifferenti oneri economici e perdite di tempo. Se per garantire efficaci controlli notturni sull’identità dei veicoli è richiesta una targa riflettente, che questa venga fornita efficiente, capace di restarlo! E se il fornitore delle targhe è incapace di fabbricarne di buone, si cambi fornitore! L’addetto alla revisione mi ha detto che all’estero vi sono soluzioni valide, ma che la Motorizzazione Civile si rifiuta di adottarle! Per quali motivi? E intanto disagi e costi si scaricano sui cittadini!
Il giorno dopo mi sono recato agli uffici della Motorizzazione Civile di Trento. Nello strumento che rilascia il bigliettino di prenotazione per lo sportello non avevo nessuno che già fosse in attesa. Ma ci sono voluti tre quarti d’ora prima che potessi accedere a uno sportello. Le due impiegate addette non parevano motivate a far accedere nuovi utenti e, terminato il disbrigo della pratica in corso, con molti tempi morti in attesa di versamenti alle poste, se ne sono poi andate mettendosi il cappotto, presumibilmente per prendersi una lunga “pausa caffè”. Quando una terza impiegata ha chiamato il mio numero, mi dice che per avere il cambio targa serve un appuntamento, che però sarà possibile dopo l’Epifania. Osservo che nel frattempo scade la validità della revisione e mi dice che, se voglio fare in fretta, in un giorno, vada da un’Agenzia per le pratiche automobilistiche, ovviamente a pagamento. Osservo che già dover pagare centinaia di euri per cambiare una targa scadente fornita dalla Motorizzazione era una sorta di gabella non dovuta e che non intendevo pagare ulteriormente. Alla mia domanda come mai le targhe non venivano fornite di buona qualità, la cortese risposta è stata un comprensivo sorriso: la colpa era dello Stato. Mi chiese se ricordavo di avere il certificato di proprietà; non ricordandolo, mi ha chiesto di tornare all’indomani per fissare l’appuntamento, perché l’iter della pratica cambiava a seconda se avessi tali certificato o meno. Nessun avviso in merito sul sito internet.

Dopo la cattiva esperienza di mesi fa, di aver dovuto pagare due volte per una targa sbagliata, si ripete il disagio per il cittadino. Le impiegate (almeno le due che ho visto assentarsi) non sembravano motivate a servire gli utenti: cortesia avrebbe richiesto almeno di chiedere scusa a chi attendeva se si prendevano una “pausa caffè”. Come già per le visite mediche specialistiche, l’organizzazione mira non a servire al meglio l’utente, ma a spillargli soldi. Mesi di attesa per una visita oculistica o urologica se con ticket, ma nessuna attesa o attesa brevissima se si paga per intero la visita. Qui si tratta di favorire le Agenzie automobilistiche, ma a danno dei cittadini; pratiche subito pagando le Agenzie, pratiche lunghe di più settimane se si vuole pagare solo la tassa provinciale. Giunta del cambiamento: sveglia! I cambiamenti che servono al cittadino non sono solo quelli di scegliere un dirigente o un consulente al posto di un altro, ma soprattutto quelli che fanno sentire il cittadino non servitore o pollo da spennare, ma persona da “servire”.

scritto 19 dicembre 2019

Festival della Famiglia a Trento; anche il centro-destra a guida Lega schiavo del “politicamente corretto” in materia di aborto quale causa di crisi della natalità e di ruolo educativo e di cura della madre nei primi mesi di vita dei figli: sempre silenzio su aborto e asili nido per mandare le madri subito al lavoro fuori casa

Lunedì scorso, 2 dicembre, a Trento ho assistito all’incontro di apertura del Festival della Famiglia, che si è svolto all’insegna della continuità con i precedenti. Forse eccezioni parziali un Presidente nazionale del Forum delle Famiglie con un po’ più di coraggio, un assessore della Regione Lombardia, governata dal centro-destra, anziché dell’Emilia-Romagna governata dalla sinistra, una rappresentante della Federazione europea delle associazioni delle famiglie numerose che ha avuto il coraggio di lodare il governo ungherese per le sue politiche familiari, governo giudicato assai negativamente dal centro-sinistra. Non è molto, ma meglio di nulla per segnalare la presenza in Trentino di un “governo popolare autonomista del cambiamento”. Ciò che è mancato dal lungo pomeriggio da lei condotto con la consueta maestria professionale e cortesia verso tutti è il coraggio di sfidare, nelle relazioni e negli interventi, alcune posizioni ormai acquisite nel patrimonio del “politicamente corretto”, costruito soprattutto dal centro-sinistra.
Le propongo qualche esempio. Il primo e più evidente è stato il silenzio su una delle scelte possibili per uno dei componenti della coppia, assai più spesso della donna, di scegliere come propria occupazione la cura dei propri familiari, cura anche educativa per i figli. Il fatto che dopo la nascita del primo figlio molte donne lascino il posto di lavoro alle dipendenze di qualcuno per un altro lavoro, quello di cura del figlio, è visto come un fatto assai negativo cui rimediare. La ministra ha addirittura detto che per i primi 1000 giorni di vita di un bambino è essenziale la disponibilità di asili nido. Almeno per i primi 700 poteva prevedere la possibilità generalizzata di congedo lungo in parte retribuito, come la Regione, sotto la spinta della DC e in particolare di Pino Morandini, oltre che mio e di Paola Vicini Conci, fu realizzato anni fa. Sottostante a questa posizione la versione tradizionale femminista che la donna si realizza solo se lavora fuori della famiglia, anche se il tipo di lavoro è magari il medesimo, quello di cura.
Connessa a tale orientamento, vi è anche la sottolineatura di come il lavorare fuori casa sia una condizione favorevole per fare più figli. Lo si deduce dal fatto che i tassi di fecondità sono più alti nei paesi nei quali la quota di donne che lavora fuori casa è la più alta. Basterebbero cognizioni elementari di statistica per capire che una correlazione non equivale a un rapporto causa-effetto. Fa specie che simili errori siano ripetuti anche da coloro dalle cui decisioni dipendono le politiche sociali.

Altro tema taciuto è quello del contributo che alla denatalità ha dato e dà la legalizzazione e il finanziamento con pubblico denaro delle pratiche abortive, violando sistematicamente le norme (la legge 194) che in Italia hanno regolato il fenomeno dell’aborto. Ciò equivale a legittimare senza riserva alcuna il diritto di vita o di morte su essere umani nella loro prima fase di crescita. Quanto meno della necessità di prevenire l’aborto rispettando la vita, già prevista dalla legge vigente, si poteva parlare.
Ma c’è una domanda da lei ripetutamente posta, alla quale nessuno ha saputo o voluto rispondere, perché la risposta avrebbe esposto a critiche: come mai il tema della famiglia è ritenuto un tema di “destra”? Si è svicolati dicendo che la famiglia e la denatalità sono temi di tutti. Ma si poteva pur dire che nella cultura tradizionale, poco stimata dalla sinistra che adora invece il cosiddetto “progresso”, la triade “Dio, patria e famiglia” riassume una parte importante di orientamenti di valore. Per quarant’anni e più ho svolto indagini sui valori in molte parti del mondo e ovunque tale sindrome si presenta, particolarmente condivisa dai ceti di più basso status socio-economico, di età più avanzata, dalle donne, dagli abitanti delle aree rurali. E sono i ceti che poco hanno a che fare con la destra “economica”, che politicamente è anche a sinistra. Sono i ceti meno “modernizzati”, ma la crisi della modernità ha aperto anche ad adesioni di ceti più istruiti, urbani, di sesso maschile, più giovani, connotati dal post-materialismo, del quale anche recenti movimenti giovanili, e non solo, portano le tracce. E allora il tema famiglia è sentito da chi alla tradizione si sente legato e chi dalla modernità individualista si sente disilluso. Con meraviglia di chi aveva puntato in nome del progresso al superamento della famiglia come luogo primario di educazione e di esperienza stabile di solidarietà interpersonale. Come non riandare alle posizioni dei “sessantottini”? E lo si poteva dire, rivendicando una posizione culturale.

scritto 3 dicembre 2019

La sfida antropologica: una risposta all’on. Tonini, PD

di il 30 Dicembre 2019 in COMMERCIO, famiglia con Nessun commento

Su l’Adige del 27 marzo u.s. un articolo dell’on. Giorgio Tonini invita a rivedere il modo nel quale si affrontano temi delicati come la famiglia e la sessualità, prendendo spunto dai recenti episodi di cronaca riferiti alla sospensione in Trentino di corsi scolastici sul “genere” e al convegno di approfondimento in merito organizzato dalla Provincia con esperti, contestato da molta parte delle sinistre politiche e sindacali.
Giustamente Tonini, richiamando Aldo Moro, sostiene che non basti parlare di diritti, ma occorre anche parlare di doveri. E’ una presa di distanza netta da coloro che contestano con proteste e manifestazioni, in questi giorni, non solo il Convegno provinciale sulle differenze tra uomo e donna, ma anche il Congresso mondiale sulle famiglie che si terrà a fine settimana a Verona, prese di posizione ossessive in alcune reti TV come TV7, con la Gruber. Ma è anche un richiamo a non rendere l’insistenza sui doveri il modo di disconoscere rilievo pubblico a forme di relazione sessuale e forme di convivenza perché non appartenenti alla “natura”, dato che questa nell’uomo è interpretata e modificata dalla cultura.
L’approccio sostenuto da Tonini, moderato, può apparire convincente, ma nasconde la profondità e la portata della “sfida antropologica” che la questione sessualità e famiglia (e si può aggiungere la tutela della vita umana) pone.
Tra diritti e doveri vi sono incompatibilità. Si prenda il cosiddetto “diritto di aborto” rivendicato da chi teme iniziative legislative in merito. La legge 194 non stabilisce che l’abortire sia un diritto, anzi, esclude che possa essere usato come mezzo di controllo delle nascite. Consente l’aborto solo se questo contraddice (anche un po’) un altro diritto, quello alla salute della madre e impegna a prevenire le cause che possono indurre la madre a uccidere il figlio che porta in grembo. Eppure le parti politiche e sindacali di sinistra e i laicisti più intransigenti, oltre che i principali mass-media, non fanno che parlare di diritto all’aborto. Che considerazione hanno avuto quei cittadini che invece sottolineano l’importanza del diritto alla vita anche del concepito nel grembo materno e l’importanza del dovere di tutelarlo? Nessuna, anzi derisione, accuse di essere retrogradi, accuse ai medici obiettori, censura sulle azioni di volontariato per aiutare le madri in difficoltà.
Si prenda la legge sulle unioni civili, celebrata anche da Tonini. Non si è potuto riconoscere tali unioni, specie tra persone dello stesso sesso, come “famiglia”, ma solo come “formazione sociale”. Eppure i partiti, i sindacati, altre forze sociali e culturali di sinistra continuano a parlare di “famiglie” ( o di “famiglie arcobaleno”) e hanno voluto che a tali “formazioni sociali” siano riconosciuti i medesimi diritti della famiglia “naturale”, fondata sul matrimonio di uomo e donna, fino a giungere all’aberrazione di voler riconoscere la pratica dell’”utero in affitto” (per ora solo all’estero) pur di consentire alle unioni omosessuali di avere figli. Si è affermato il diritto a due omosessuali di essere “famiglia” e di “comprare” figli per soddisfare un loro desidero diventato “diritto”. Ma come si concilia questo con il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre, il diritto a conoscere la sua identità, e con il corrispettivo dovere di porre il figlio nelle migliori condizioni per una sua crescita equilibrata? Che considerazione hanno avuto e hanno coloro che insistono affinché tali diritti-doveri siano garantiti? Nessuna, anzi, derisione, accuse di essere retrogradi, di non capire che la natura per l’uomo è plasmabile fino a poter mutare il sesso biologico e genetico.
E si potrebbe continuare negli esempi. La sinistra e i super-laicisti al potere hanno imposto la loro visione senza “pietà” per chi la pensava diversamente da loro. Ora che i cittadini hanno dato più forza politica a coloro che intendono tutelare la vita umana anche nel grembo materno e che intendono tutelare, come recita la Costituzione, la famiglia come “società naturale”, si grida allo scandalo, si evoca arretratezza culturale da Medio Evo, si contestano aspramente iniziative culturali, come quelle di Trento e di Verona, negando la legittimità di patrocini pubblici, rivendicati, invece, a gran voce per le feste dei gay. Tonini chiede un contemperamento di diritti e doveri, ma la compatibilità tra alcuni diritti o tra alcuni diritti e alcuni doveri non c’è. O c’è la vita o c’è l’uccisione, o c’è la famiglia fondata sul matrimonio di uomo o donna o c’è la famiglia (unione) di omosessuali che compra figli altrui, o c’è il diritto a sapere di chi si è figli o si nega per non disturbare i compratori di figli. Aldo Moro non avrebbe avuto dubbi sulla posizione da prendere e non può essere strumentalizzato, neppure da Tonini, per avallare ambiguità e compromessi non su scelte ordinarie di politica, ma su valori fondamentali.

scritto 27 marzo 2019

Orsi e lupi: abbandono dei prati e dei pascoli marginali

Sul numero 17 di Vita Trentina è riportato un articolo di Franco de Battaglia che, nel presentare un racconto di Anita Annibaldi relativo ai rapporti tra un’orsa e una lupa, entrambi con piccoli, argomenta a favore della presenza di lupo e orso in Trentino. I trentini dovrebbero essere orgogliosi che nel loro territorio vi siano lupi e orsi. Il lupo, a suo dire, insegna a cercare la libertà, lupi e orsi danno al territorio libertà e dignità, l’uomo deve non solo convivere con essi, ma essere loro riconoscente, perché evita che il suo territorio sia ridotto a palcoscenico.

Ritrovo un de Battaglia d’altri tempi, uomo di città che rivive con nostalgia i tempi della favola di Cappuccetto rosso, dimenticando, tra l’altro, il povero destino della nonna. E è stato solo un cacciatore che ha ucciso il lupo a dare un lieto fine alla vicenda del racconto. Conoscevo un altro de Battaglia, quello della difesa del mondo contadino, della tradizione, dell’economia marginale.

Cosa vuol dire convivere con il lupo? Sbarazzarsi dei topi come vanta de Battaglia, o rassegnarsi ad abbandonare i prati e i pascoli marginali, il cui uso non è di profitto per gli agricoltori e gli allevatori “professionali”, che forse potranno anche recintare le malghe, pagare dei pastori che veglino sul bestiame, mantenere cani anti-lupo, con l’ovvio contributo pubblico e risarcimento danni. Il Trentino è ricco di prati e pascoli marginali, quelli che servivano quando l’agricoltura era povera e di autoconsumo. Una parte è già stata mangiata dal bosco; un’altra è utilizzata per gente cui preme abbandonare il territorio; allevare un piccolo numero di capre, di pecore o di asini o qualche bovino è un modo per mantenere curato l’ambiente prativo e pascolivo ed avere la soddisfazione di produrre da sé cibo genuino. Le reti elettrificate facilmente spostabili evitano il lavoro di continua custodia: basta un’occhiata ogni tanto, il ricambio di batterie elettriche, se non si hanno i piccoli pannelli solari, assicurare l’acqua in un contenitore se manca, mettere il sale. Ma la rete per il controllo degli animali sul prato non basta per difendere gli animali da lupi e orsi. Persino la Provincia ha smesso di dire che bastavano e non a caso la Magnifica Comunità di Fiemme (così è stato riportato suo giornali) sta sperimentando forme di recinzione fissa robusta ed efficace. Per chi cura prati e pascoli marginali non sono proponibili i costi delle difese presumibilmente efficaci. Delle due l’una, o si eliminano da ambiti molto antropizzati e destinati ad uso di allevamento i predatori di animali allevati o verranno abbandonate le superfici prative e pascolive marginali. Pia illusione quella di De Battaglia che la presenza di lupi e orsi scoraggino l’uso della montagna come “discoteca per i decibel di massa”. Dai “decibel” lupo e orsi stanno alla larga e se si facessero vivi, ci sarebbero pronte le “guardie” a scacciarli. Spero che un uomo e un intellettuale amante della montagna, come Franco de Battaglia, riveda il suo romanticismo urbanocentrico.

scritto l’8 maggio 2019

Ragionevole togliere il Crocefisso dalle aule scolastiche?

di il 30 Dicembre 2019 in COMMERCIO con Nessun commento

L’intervento del prof.Roberto Cubelli, docente di Psicologia generale all’Università di Trento, pubblicato su l’Adige di domenica scorsa 17 novembre, relativo alla presenza del crocefisso nelle aule scolastiche (come anche nei tribunali), merita una risposta. La posizione di chi difende tale “arredo” scolastico, che rimanda ai temi dell’identità nazionale e dei valori condivisi da tutti, esposta pochi giorni prima sul suo giornale da Elena Albertini, è discussa e contestata dall’ex collega. Il crocefisso è simbolo di divisione, non di unità del popolo italiano, perché non tutti gli italiani sono cristiani, e se cristiani, non tutti danno ai simboli religiosi e a Cristo stesso il medesimo significato. Quindi i crocefissi vanno tolti da scuole e tribunali in quanto essi non esprimono per tutti l’identità nazionale e non rispettano il valore della laicità dello stato, che impone “mancanza di funzione religiosa” oltre che “neutralità verso le religioni”.

Se si generalizza il principio sostenuto da Cubelli, v’è da chiedersi cosa altro di “ufficiale”vada abolito perché rappresenta o ricorda, alla collettività tutta, fatti di una religione che non è di tutti. L’esempio più chiaro è la numerazione degli anni. Il farla decorrere dal momento della nascita di Cristo sarebbe, seguendo il criterio di Cubelli, una non laica intromissione di elementi religiosi nella vita collettiva regolata dallo stato. Lo stesso si può dire del giorno di riposo fissato di regola la domenica (giorno del Signore, giorno della Resurrezione di Gesù) o delle feste infrasettimanali di tipo religioso, come quelle del patrono, del Lunedì dell’Angelo, di Ognissanti (e in passato, ma ancor oggi in stati laicissimi, le feste di San Giuseppe, di san Pietro e Paolo, del Corpus Domini, dell’Ascensione. Anche le croci poste sulle cime delle montagne andrebbero tolte, perché le montagne sono di tutti, anche dei non cristiani. E così anche in altri luoghi “comunali”, come i cimiteri, vanno tolte cappelle mortuarie cristiane, perché possono essere sgradite ai non credenti. E si potrebbe continuare.

Gli unici simboli legittimati in uno stato laico sarebbero, per il prof. Cubelli, la foto del Presidente della Repubblica e la bandiera italiana. Non si capisce perché per questi non valga il criterio indicato per il crocefisso, ossia l’essere simbolo di divisione. Si è mai chiesto il prof. Cubelli come sentano la bandiera italiana coloro che sono in Italia per conquista militare, contro la quale, sotto altre bandiere, hanno magari combattuto. Ricordo che mio padre, uomo di Azione Cattolica, sempre DC, cantava “Salvi Iddio de l’Austria il regno” e non “Fratelli d’Italia”. E anche per il Presidente della Repubblica vi possono essere e vi sono divisioni di giudizio sul suo operato (anche se meno per l’attuale), che in talune circostanze è giudicato da alcuni fortemente negativo. Basta la forza della legge per far sentire come simbolo della nazione ogni Presidente della Repubblica?

E poi, bandiera e Presidente della Repubblica sono simboli di valori così forti da sostenere sentimenti di appartenenza nazionale o statale? Non servono valori etici e religiosi? L’esempio polacco negli anni Novanta (ma anche assai prima) è ricordabile da tutti. E’ vero che vi possono essere porzioni di popolazione che non condividono i valori e i simboli, ma non sono tali porzioni che, se minoritarie, possono precludere il manifestarsi dell’identità della maggior parte della popolazione. E finora non mi consta che vi sia vasto disagio per i crocefissi nelle aule scolastiche o nei tribunali, come non vi è per i presepi nelle scuole. Anzi.

Al prof. Cubelli direi di considerare anche quanto molti economisti e molti sociologi sono arrivati a concludere; una società secolarizzata, priva di fondamenti forti dell’agire etico (come il fondamento religioso) si incammina verso la dissoluzione, la mancanza generalizzata di rispetto delle regole, dei contratti, non a sufficienza garantito dall’uso della forza legittima da parte dello stato. Per questo la laicità in alcuni stati, come negli USA, non esclude la valorizzazione della religione prevalente della popolazione, pur garantendo libertà di espressione a ogni religione. Non si comprenderebbe altrimenti il giurare del Presidente sulla Bibbia, né l’iniziare le sedute del parlamento inglese (ma non solo) con una preghiera, né la Regina capo della Chiesa Anglicana. Rimansugli di una tradizione da eliminare? Può darsi, ma evitiamo di restare vittime della concezione francese della laicità, che fa divieto a un dipendente pubblico perfino di indossare una collanina con l’immagine del Madonna o con una piccola croce.

scritto 19 novembre 2019

La degenerazione tecnocratica della cooperazione trentina

di il 30 Dicembre 2019 in cooperazione con Nessun commento

Nel commento a una lettera di Giuliano Preghenella pubblicata martedì 23 aprile sul Trentino Lei, Direttore, mette a nudo alcuni problemi vitali per il futuro della cooperazione trentina: non solo la sua evoluzione tecnocratica, come rilevava Preghenella, ma anche la carenza di spirito di solidarietà, che rafforza i sentimenti di appartenenza.

Leggendo lettera e commento mi è venuto alla memoria un testo assai noto di sociologia, quello di Thomas e Znaniecki dal titolo (in italiano), “Il contadino polacco in Europa e in America”, il cui primo volume, sulla realtà rurale polacca di un centinaio d’anni fa, analizzava la crisi della comunità rurale, che non aveva trovato nuovi parametri riorganizzativi di fronte all’incalzare delle forze della modernizzazione che introducevano come “progresso” l’individualismo, l’edonismo e la secolarizzazione. Secondo il paradigma volto a comprendere il cambiamento sociale adottato dai due sociologi, le reazioni delle forze di difesa della tradizione comunitaria si dimostravano inefficaci e le azioni di lotta al vecchio ordine capaci solo di distruggere, ma non di ricostruire. Per ricostruire servivano leader contadini (non gli intellettuali, neppure se di origine contadina) che sapessero trovare una sintesi tra tradizione e modernità. E una delle strade suggerite riguardava proprio la cooperazione. Se nella società tradizionale questa era il modo nel quale la comunità si attivava per affrontare problemi di tutta la comunità, essendo condivisa la “definizione della situazione” e il primato dell’interesse della comunità su quello individuale, nella società nuova essa diventava lo strumento con il quale venivano meglio raggiunti gli interessi individuali dei singoli cooperatori.

E’ passato un secolo dalla formulazione di queste analisi, e quanto previsto si è verificato. La stessa cooperazione trentina, salvo eccezioni, è divenuta sostanzialmente il modo attraverso il quale i singoli realizzano meglio i loro interessi individuali, come del resto fanno i normali imprenditori singoli o associati in varie forme di società di persone e di capitale. Lei ripropone, per contro, la ricetta della cooperazione comunitaria pre-moderna, ma in un contesto nel quale l’individualismo, l’edonismo e la secolarizzazione sono divenuti tratti dominanti della cultura e della socialità contemporanea. Si fa bene a sostenere lo spirito di solidarietà, ma bisogna sapere che sarà improbabile che molti seguano l’invito a rinunciare ai propri interessi per quelli degli altri. Si sono demolite le basi culturali, con l’edonismo che induce a dare priorità al principio del piacere anziché a quello del dovere e con la secolarizzazione che ha privato i richiami etici del loro fondamento religioso. Inutile predicare la solidarietà con gli altri, quando in nome dell’interesse individuale sono culturalmente legittimate le uccisioni nel grembo materno di essere umani indesiderati, sono culturalmente legittimate le violazioni degli impegni di fedeltà, di amore, di sostegno al coniuge, quando al sofferente che fatica a continuare a vivere si offre la scorciatoia dell’eutanasia o dell’assistenza al suicidio, che libera parenti e società dagli oneri della cura.

Dobbiamo, quindi, a mio avviso, fare i conti con una cooperazione fatta di somma di “egoismi”. Cosa resta per renderla una modalità di vita economica e sociale diversa da quelle praticate da stato e mercato? Resterebbe ciò a cui fa riferimento Preghenella, la democrazia, col suo principio di “una testa, un voto”. E’ un principio cui si è già più volte derogato, dall’introduzione di vincoli che rendono complicato candidarsi per poter essere eletti a incarichi all’introduzione di un diritto di voto legato al capitale versato, sia di imprese private (da ultimo con la nuova legge sul credito cooperativo) che da imprese cooperative di servizio o di secondo e terzo livello. Ma non v’è chi abbia partecipato ad assemblee di cooperative, con alta numerosità di soci, che non possa attestare come l’esercizio della democrazia sia in esse solo formale, sia per la difficoltà dei soci a valutare tecnicamente quanto proposto all’approvazione, sia per l’interesse dei dirigenti e dei responsabili amministrativi a rendere i soci veramente partecipi delle decisioni. Si creano “cupole” di tecnici e “cupole” di amministratori, spesso legate tra loro da comuni interessi all’autoconservazione, che mal sopportano che dei semplici soci o un amministratore fuori “cupola” possano mettere in questione quanto da esse previsto. Quanto accaduto di recente alla Federazione Trentina della Cooperazione dà l’impressione che la dinamica si sia ripetuta.
Può il richiamo alla democrazia avere più ascolto di quello alla solidarietà? Certamente no, se esso non diventa un obiettivo esplicito perseguito, con apposite iniziative formative dei soci, degli amministratori, e con modifiche delle strutture di governo di cooperative che abbiano molti soci. Non basta il richiamo alla democrazia formale. Ciò che regge la cooperazione ancor oggi è il “senso del noi”, del non essere alla mercé di privati. Ma se questo “senso del noi” svanisce per pratiche decisionali oligarchiche, di una “cupola”, della cooperazione non resta più nulla, almeno di quella che abbiamo conosciuto in Trentino. Tra il senso di estraneità nei confronti di un privato che agisce per il suo profitto e quello nei confronti di vertici di imprese cooperative che puntano all’autoconservazione del loro ruolo la differenza non è poi tanta; solo l’omaggio e il rinfresco alle assemblee.

scritto 23 aprile 2019

Corpus Domini e chiacchere in chiesa, come si fosse a un teatro

di il 30 Dicembre 2019 in COMMERCIO con Nessun commento

La prossima festa del Corpus Domini, in Italia da tempo non più ritenuta degna di meritare un giorno di festa autonomo, di giovedì, mi suggerisce una riflessione sulla crescente disattenzione verso il “Corpo del Signore” presente sotto la specie del pane azzimo e posto nel tabernacolo.

E’ vero che da qualche anno si è ripresa l’usanza di portare in processione il “Corpo del Signore” nella sua festa spostata alla domenica, ma è anche vero che l’attenzione a tale forma reale di presenza di Cristo è rara, al di fuori della celebrazione eucaristica.

Il segnale è nel diffondersi anche nelle chiese trentine del chiacchiericcio nei minuti che, in chiesa, la domenica, si aspetta che inizi la messa. Non si pensa più che nel tabernacolo della chiesa è presente Cristo. Si chiacchiera con i vicini di banco, come se l’unica cosa che interessa sia l’inizio della messa da parte del sacerdote. Il Corpo di Cristo è ignorato e quel che più colpisce è che il clero o i religiosi presenti non richiamano più al silenzio attento e devoto. C’è un rito e non c’è altro. Quando ero giovane, tra i doveri degli aderenti al movimento Oasi, allora sostenuto dai responsabili della pastorale giovanile di Azione Cattolica, vi era quello di una visita quotidiana in chiesa al Santissimo Sacramento. Nessuno ne parla più, neppure come invito. La messa domenicale era anche in passato l’occasione per scambiare quattro chiacchiere, ma lo si faceva, tra uomini, sul sagrato o anche al bar della piazza cui si affaccia la chiesa. Al memoriale della passione, morte e resurrezione di Gesù di Nazareth si univa la manifestazione di una socialità comunitaria laica, ma si faceva fuori della chiesa. Ora si fa in chiesa. Si tratta certo solo di costume. In altri contesti, come ho visto in Uganda, la chiesa è luogo di ritrovo e di festa anche prima della messa. Ma nel nostro, cristiano da venti secoli, il senso della sacralità del luogo “chiesa” , anche e soprattutto per la presenza del Corpo del Signore, era sentito. Ora si sta perdendo. La chiesa è un luogo di riunione, e mi colpisce come sia diventato normale applaudire, a un funerale, a un canto ben fatto, a un matrimonio o a un battesimo. E il celebrante non di rado chiama l’applauso. Il rito è sempre meno fatto di mistero soprannaturale che chiama meditazione e sempre più un fatto solo sociale.
E’ troppo sperare che almeno nella nostra diocesi vi sia un invito a rispettare col silenzio la presenza misteriosa di Cristo e di Dio nella chiesa?

scritto 19 giugno 2019

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